Accordo tra ndrangheta e camorra per controllare gli
appalti in Umbra:57 arresti, 20 in Calabria, tra di loro l'ass. P. Tripodi,
sindaci, vicesindaci e dirigenti. Intercettazioni. Mondo civile indignato...
13/02 Una sorta di accordo
industriale tra camorra e ndrangheta per impadronirsi delle aziende ''pulite''
presenti in Umbria con le quali poi espandere la capacita', in particolare
delle cosche calabresi, di gestire ambiziosi progetti infrastrutturali, anche
grazie ai politici ''amici''. A scoperchiare questa pentola maleodorante sono
stati i carabinieri del Ros che stamani, al termine di un'inchiesta coordinata
dalla Dda di Perugia, hanno eseguito quasi 60 ordinanze di custodia cautelare
in carcere nei confronti dei presunti appartenenti ad un sodalizio di tipo
mafioso collegato al clan camorristico dei Casalesi e alla cosca della
'ndrangheta dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti il più forte cartello delle ndrine
calabresi. Tra gli arrestati l'assessore al Turismo della Regione Calabria,
Pasquale Tripodi, dell'Udeur (al quale, ha annunciato stamani il presidente
della Regione, Agazio Loiero, ieri aveva revocato la delega perché passato al
centro destra seguendo Mastella). Con lui, tra gli altri, sono stati arrestati
il sindaco di Staiti, Vincenzo Ielo, il vice sindaco di Brancaleone, Gentile
Scaramuzzino, ed un tecnico del comune di Brancaleone, Domenico Vitale. Tripodi
viene indicato dagli inquirenti come il referente del boss della cosca Vadala'
di Bova Marina, sulla fascia ionica reggina, al quale avrebbe assicurato il via
libera a due progetti che stavano particolarmente a cuore alla cosche: la
realizzazione di una centrale idroelettrica della Vallata dello Stilaro, a
Bivongi, e l'acquisizione di alcuni lotti di terreno sulla costa dei Gelsomini,
a Brancaleone, per la costruzione di un villaggio turistico e di un centro
commerciale. Di Tripodi, nell'ordinanza, si evidenzia la crescita dei voti
ottenuti alle regionali del 2005, quando, con l'Udeur ottenne 11.806 preferenze
in provincia di Reggio Calabria, rispetto alle 3.694 avute alle elezioni del
2000 quando era con lo Sdi. A chiamarlo in causa, secondo l'accusa, e' Antonino
Vadala' che nel dicembre 2006, senza immaginare di essere intercettato dai
carabinieri, parlando in auto con altri due indagati dice: ''se noi, cioe' se
noi eravamo.. fessi.. loro non ci consentivano a noi, loro hanno capito che con
noi hanno da guadagnare pure, ci vuole... perche' io cosa avevo pensato
ingegnere, di chiamare l'assessore e gli dico 'il progetto tu lo firmi a me non
a loro' gli dicevo io...''. Anche un altro indagato, Luigi Martelli, indicato
come braccio destro di Carmelo Ielo, ritenuto un affiliato alla cosca
Morabito-Palamara-Bruzzaniti di Africo, fa un riferimento a Tripodi, sempre nel
2006, quando Tripodi era assessore alle attivita' produttive, e dice: ''Ci
hanno aperto totalmente le porte sopra a tutto.. perche' la' c'e' il fatto del
gioco non come 'viene viene'.. e' l'anello di congiunzione con il politico ..
Pasquale Tripodi di Bova... infatti l'altra sera abbiamo mangiato con lui.. ed
e' colui che firmera' le concessioni delle centrali idroelettriche ed e' colui
che firmera'.. i tassi.. i fondi perduti per lo sviluppo del turismo per quanto
riguarda la Costa
dei Gelsomini...''. Per il Gip di Perugia, le parole di Martelli indicano che
''la trattativa era andata a buon fine grazie alla ritrovata alleanza tra due
gruppi criminali e Pasquale Tripodi; quest'ultimo avrebbe garantito le previste
concessioni e l'erogazione di fondi per la rivalutazione turistica della costa
dei gelsomini''. Alla realizzazione dei due progetti erano interessate diverse
cosche. E' servita, quindi, una pax mafiosa, raggiunta grazie a nuove strategie
volte a spostare dai territori di appartenenza l'attivita' soprattutto
economica delle famiglie. A determinare questo nuovo stato di cose, secondo il
Gip, e' stato anche l'arresto di Giuseppe Morabito, capo storico della
'ndrangheta, chiamato ''u tiradritto''. Al riguardo le indagini hanno
evidenziato come soggetti appartenenti o comunque vicini alle cosche, quali
Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Ruga-Metastasio, Palamara-Scriva-Speranza,
Nirta-Scalzone,collaborano e trovavano ampie intese nella spartizione e
gestione di appalti pubblici. Fin qui la prima parte delle indagini che ha
riguardato la 'ndrangheta che si avvaleva anche, come ''necessario supporto
operativo'', di settori bancari. La seconda ha invece permesso di delineare
l'esistenza in Umbria di un sodalizio legato al ''clan dei casalesi'' che, secondo
gli inquirenti, mantenendo legami strutturali con l'organizzazione madre ha
operato autonomamente e in sinergia con settori della criminalita' locale.
Erano i 'casalesi'', secondo l'accusa, a gestire il traffico degli
stupefacenti, ad occuparsi del reimpiego di capitali in attivita' edilizie, del
traffico di autovetture rubate o ''clonate'', del riciclaggio di assegni
falsificati.
Il
dominio dei Morabito-Palamara. E' un dominio antico rafforzatosi via via nel tempo quello
della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti nella jonica reggina, tra Africo,
Brancaleone, Staiti e Bova. Un dominio che un anomalo sequestro di persona,
quello della farmacista Concetta Infantino (25 gennaio 1983) ed una successiva
sanguinosissima faida ha definitivamente concentrato attorno alla figura e al
ruolo dei Morabito, che assunsero il comando del 'locale' di Africo a meta'
degli anni '90. In mezzo a quel decennio una cinquantina di morti ammazzati,
anche una studentessa, Filomena Pezzimenti, in quella che gli inquirenti definirono
la faida di Motticella, dal nome di una frazione di Bruzzano Zeffirio. Poi i
rapporti stringenti con le cosche vincenti di Bova marina, come quella dei
Vadala', anche loro usciti vincenti da una faida sanguinosa iniziata negli anni
'70 e proseguita per oltre un decennio. La cosca dei Morabito - che e' la
stessa attorno a cui si e' sviluppata la recente indagine di una settimana fa
che ha portato all'arresto, tra gli altri, del consigliere regionale Mimmo Crea
- e' strutturata attorno al capo indiscusso, Giuseppe Morabito detto 'u
tiradritto', in carcere da alcuni anni, considerato dagli investigatori uno dei
vertici di tutta la 'ndrangheta calabrese. Personaggio che riunifica le vecchie
pratiche dell'onorata societa' ai nuovi filoni di interessi illegali: la droga
ma soprattutto la capacita' pervasiva di trovare al di fuori della Calabria,
come l'odierna indagine dei Ros sembra delineare, i canali di riciclaggio e di
reinvestimento dei proventi ingenti derivanti dalla svariate attivita'. Tra le
mille indagini che da anni avevano in mezzo i Palamara-Morabito-Bruzzaniti ce
n'e' una, ad esempio, del 2005 in cui la
Dda di Reggio ridisegnava i referenti della cosca in
Lombardia ma anche in Europa e segnatamente Belgio, Olanda e Spagna e in
Sudamerica (Cile, Uruguay, Paraguay e Brasile), dopo che un'analoga inchiesta
del 1998, sempre della Dda di Reggio, aveva tracciato i confini di un'indagine
su truffe miliardarie con contatti in Russia, Stati Uniti, Svizzera, Gran
Bretagna, Germania e Malta. In sostanza una proiezione su tutto il pianeta che
partiva, pero', sempre dal controllo del territorio nella zona di radicamento,
cioe' la jonica reggina, con agganci nel mondo della politica, delle
istituzioni locali e il controllo degli investimenti pubblici - come ancora una
volta l'indagine odierna dei Ros ha portato alla luce - dalle strade alle dighe
agli invasi ai villaggi turistici.
Le
intercettazioni: Evitiamo di pagare le mezzette
"Tutto a scopo politico.. hanno detto.. in Provincia e Regione non fanno
niente ma è un fatto positivo ingegnere.. potevano cercare anche la
'mazzetta'..". A dirlo è Antonino Vadalà, indicato come il reggente
dell'omonima cosca di Bova Marina nel corso di una conversazione in auto con
l'ing. Luigi Cicioni, considerato il braccio destro di Giuseppe Benincasa che,
insieme a Luigi Martelli, pure presente alla conversazione, sarebbero i
promotori di un accordo tra varie cosche per realizzare società
"pulite" in Umbria per aggiudicarsi appalti pubblici.
Cicioni: Alla fine si faceva anche quello
mica.
Vadalà Alla fine potevano dire pure per
firmare vogliamo tanto.
Cicioni: Certo.
Vadalà: Tutto a scopo politico.. inc..
Martelli: puo darsi.. un guaio bello no?.
Vadalà: Non è un guaio bello capisci.. Ma
lui a me mi ha capito.. ha visto che non ho portato niente..inc... ca... miei..
"I dialoghi dei tre - scrive il Gip di Perugia - erano molto eloquenti e
trattavano nel particolare la gestione dei voti; gestione che avrebbe
consentito l'acquisizione degli appalti, senza nemmeno dover ricorrere al pagamento
di 'mazzette', grazie ai buoni uffici di chi è preposto a firmare le
concessioni ed i finanziamenti a fondo perduto, cioé Pasquale Tripodi".
Tripodi firmerà le
concessioni
"Ci hanno aperto totalmente le porte
sopra a tutto
... perché là c'é il fatto del gioco non
come 'viene viene'
... è l'anello di congiunzione con il
politico
... Pasquale Tripodi di Bova... hai capito?
... infatti l'altra sera abbiamo mangiato
con lui.. ed è colui che firmerà le concessioni delle centrali idroelettriche
ed è colui che firmerà
... i tassi
... i fondi perduti per lo sviluppo del
turismo per quanto riguarda la
Costa dei Gelsomini...".
A dirlo è Luigi Martelli, uno degli arrestati dell'operazione Naos, nel corso
di una conversazione intercettata nel dicembre 2006, parlando del progetto, che
interessava alle cosche della 'ndrangheta della fascia ionica reggina, di
realizzare una centrale idroelettrica nella Vallata dello Stirparo ed un
villaggio turistico con centro commerciale sulla Costa dei Gelsomini, nel reggino.
Secondo l'accusa, ai due affari erano interessate varie cosche del reggino,
alcune anche in contrasto tra loro, ma per il Gip, "secondo quanto detto
dallo stesso Martelli, la trattativa era andata a buon fine grazie alla
ritrovata alleanza tra due gruppi criminali e Pasquale Tripodi; quest'ultimo
avrebbe garantito le previste concessioni e l'erogazione di fondi per la
rivalutazione turistica della costa dei gelsomini".
All'assessore dico,
firma il progetto
"Ingegnere se noi, cioé se noi
eravamo...fessi
....loro non ci consentivano a noi, loro
hanno capito che con noi hanno da guadagnare pure, ci vuole...
perché io cosa avevo pensato ingegnere, di
chiamare l'assessore e gli dico 'il progetto tu lo firmi a me non a loro' gli
dicevo io...".
A parlare così è Antonino Vadalà, indicato come il reggente dell'omonima cosca
di Bova Marina, riferendosi, secondo la
Dda di Perugia, a Pasquale Tripodi, assessore alla Regione
Calabria. La frase è contenuta nelle circa 400 pagine dell'ordinanza di
custodia cautelare con la quale il Gip di Perugia ha disposto 57 arresti
nell'ambito dell'operazione Naos, ed è stata intercettata nel dicembre 2006
durante una conversazione in auto tra lo stesso Vadalà, l'ing. Luigi Cicioni,
considerato il braccio destro di Giuseppe Benincasa che, insieme a Luigi
Martelli, pure presente alla conversazione, sarebbero i promotori di un accordo
tra varie cosche per realizzare società "pulite" in Umbria per
aggiudicarsi appalti pubblici. All'epoca Tripodi era assessore alle attività
produttive.
"A Pasquale - dice Vadalà in un altro passaggio - posso dire mio .. mio
compare è mio compare, sai che posso dire perché muro contro muro sai che
succede il progetto che io ho chiamato a Pasquale .. tu a chi lo approvi lui o
a me, che io devo discutere..".
Vadalà: .....con il politico vedi che è
..(inc)... lì...
Martelli: Sì ma fu....
Vadalà: Eh?
Martelli: sono cambiati.....cugino Nino...
Vadalà: .....sono cambiati....(.inc)...
politico..... la mano di Pasquale c'é stata lì...
A questo punto il Gip sottolinea che "Pasquale si identifica nell'on.
Pasquale Tripodi il cui intervento è servito al gruppo per superare altri
ostacoli e continuerà a servire l'organizzazione nella gestione delle
concessioni".
Vadalà: Con questi voti lui prende l'impegno politico, perché lui a me se mi
dice invece di questa cosa voglio questa, lui mi dice a me, io voglio a te,
perché lui sa chi sono io capite.
Martelli: Però abbiamo una grossa...un grosso, a parte di questa concessione
per questa centrale ingegné, lui è colui che firmerà tutte le concessioni per
la...per il resto delle... delle centrali idroelettriche, perciò ce lo abbiamo
noi in mano adesso, non ce l'ha più nessuno... avete capito...?
Pax
mafiosa per gestire interessi. Una sostanziale "pax mafiosa" per gestire gli interessi
illeciti senza attirare l'attenzione delle forze dell'ordine era uno degli
obiettivi delle cosche della 'ndrangheta finite al centro dell'indagine
condotta dai carabinieri del Ros di Perugia. L'inchiesta, coordinata dal
sostituto procuratore Antonella Duchini, ha evidenziato quelle che
nell'ordinanza di custodia cautelare del gip perugino vengono definite le nuove
strategie del gruppo criminale. Volte a spostare dagli storici territori di
appartenenza l'attività soprattutto economica delle famiglie. Tendendo nel
contempo a instaurare - è detto ancora nel provvedimento - accordi tra più
famiglie e, appunto, una "pax mafiosa". Riguardo al presunto
sodalizio costituito in Umbria, nell'ordinanza viene sottolineato il suo
elevatissimo spessore criminale tenuto conto della rete di intese con i vertici
delle famiglie della 'ndrangheta del versante ionico e con i loro emissari. Nel
provvedimento si fa inoltre riferimento all'accordo tra alcuni degli arrestati
per costituire a Perugia una serie di società "pulite" attraverso le
quali aggiudicarsi appalti pubblici e privati mediante concessioni ottenute con
intimidazioni e corruzioni, nonché per stringere accordi volti allo scambio
elettorale politico-mafioso (la nomina del sindaco di Brancaleone per il 2008)
e convogliare in attività apparentemente lecite gli ingenti patrimoni illeciti.
La prima fase dell'indagine ha invece permesso di delineare l'esistenza in
Umbria di un sodalizio mafioso costituito da campani legati al cosiddetto
"clan dei casalesi". Questo - ritengono gli inquirenti - pur
mantenendo legami strutturali con l'organizzazione madre ha operato
autonomamente e in sinergia con settori della criminalità locale.