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Antonino Miceli
Io, il fu Nino Miceli
Editore: Edizioni Biografiche
presentazione
lunedì 18 giugno 2007 - ore 18 - presso il Forum FNAC di via XX settembre
con l'autore Antonino Miceli
Gela, fine Anni Novanta. Un onesto commerciante, che ama il suo lavoro e che si sta costruendo un futuro con le sue forze, riceve i primi avvertimenti: gente strana gli gira intorno, “uno che conta” lo vuole incontrare...Poi cominciano i roghi, le minacce, la paura, lo sfinimento. Comincia la guerra. Guerra di un uomo contro la mafia.
L’autore, Antonino Miceli, è nato a Realmonte, provincia di Agrigento, il 16 dicembre 1946.
È morto per lo Stato e per la società il giorno 10 maggio 1996.
In quella data è nato un altro uomo il cui nome non sappiamo né dobbiamo sapere.
Questo libro ci dice il perché.
È la storia vera, verissima, narrata in prima persona dal protagonista, di una fiera e alla fine vittoriosa battaglia contro il sistema del “pizzo” che ha contribuito alla promulgazione di leggi finalmente adatte a contrastare efficacemente il fenomeno. È anche il duro resoconto del coraggio che bisogna avere per combattere questa battaglia e del prezzo che bisogna pagare per vincerla, ma è anche l’immensa soddisfazione civile e umana per cui quel prezzo si è pagato.
Una storia avvincente; un manuale di vita. Un libro che aiuta a resistere.
La prefazione di TANO GRASSO in formato pdf - clicca qui
dal sito Il Carabiniere > Anno 2007 > Aprile > Società
Il coraggio di sfidare la mafia
Intervista al "fu" Nino Miceli, un uomo che ha sfidato le cosche di Gela denunciando il pizzo praticato da Cosa Nostra e dalla stidda
A testa alta. Ci sono infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita, tanti quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi per fare il mestiere di carabiniere.
Questa è la storia di un imprenditore che ha deciso di reagire con coraggio ad una sfida terribile, a qualunque costo. Ed è la storia di carabinieri che hanno scelto di indossare l'uniforme più bella che abbiamo: quella di chi fa il proprio dovere fino in fondo.
I fatti. Gela, 1990. Nino Miceli, è il titolare del locale autosalone Lancia Autobianchi. Originario di Realmonte in provincia di Agrigento, sposato, due figli, è fra i più giovani concessionari della Sicilia, ma la sua attività abbraccia un vasto territorio: buona parte della provincia di Caltanissetta, Licata nell'agrigentino, Vittoria nel ragusano.
Il calvario inizia in un giorno di aprile, quando presso l'esercizio, accompagnato da un ex dipendente del Miceli, si presenta il capomafia del paese. La prima richiesta è lo sconto sul prezzo di un'autovettura, a cui si aggiunge la pretesa di un'ulteriore detrazione di parte della somma, in cambio di un'auto usata di nessun valore commerciale, buona ormai per la rottamazione. Miceli rifiuta quest'ultima imposizione, e si sente rispondere: «Ma tu lo sai chi sono io?».
La notte del 30 aprile, l'autosalone è dato alle fiamme. Il danno è ingente: duecento milioni di vecchie lire, all'epoca una fortuna. Mentre l'incendio è domato, l'uomo ha il suo primo incontro con l'Arma dei Carabinieri. Ha il volto di un tenente che lo scruta come se volesse entrare nella sua mente e leggerne i pensieri. Sente quegli occhi addosso. L'immagine, ancora viva nella sua mente, avrà per lui un peso notevole molto tempo dopo.
Miceli non si arrende. Inizia subito a ricostruire le strutture danneggiate: il colpo è forte ma si può ancora ripartire. Il lavoro riprende. Tutto tace fino al luglio successivo, quando arriva una telefonata da parte dei carabinieri. Il militare che lo chiama lo tranquillizza subito. Nulla di grave. Una bottiglia piena di liquido infiammabile è stata lanciata contro una serranda laterale del suo negozio. Qualche milione di danno. Ma Miceli, che in tutto quel tempo si è interrogato sul precedente e più grave episodio, capisce perfettamente il messaggio. Cosa Nostra sta per ripresentarsi, e questa volta non ci sarà possibilità di resistere.
Le richieste sono esplicite, un milione al mese in cambio della benevolenza e della protezione della mafia. La strategia è precisa: far pagare poco, ma tutti. Un piccolo esborso mensile rende meno facile il rischio di una denuncia, e così si acquisisce un capillare controllo del territorio e si realizzano ingenti guadagni.
Miceli inizialmente paga, ma documenta le dazioni, registrando le conversazioni su nastri che conserva scrupolosamente. La decisione di denunciare sta maturando, quegli occhi che lo scrutavano la notte dell'incendio continuano a scavare nella sua anima.
A Gela intanto si scatena una guerra: il predominio della mafia viene insidiato da una nuova componente. È la stidda, fazione emergente, uomini ambiziosi e decisi a prendere il comando. Sono violenti e spietati, hanno dalla loro la determinazione di chi viene dalla strada e vuole conquistare il potere e la ricchezza a ogni costo. Il rapporto fra le due organizzazioni criminali, beninteso nessuna migliore dell'altra (!), è quello fra un campione di boxe desideroso solo di godersi il frutto del successo raggiunto e un giovane sfidante ancora in salita, ansioso di tirare pugni per conquistare il podio più alto.
In pochi mesi la zona è disseminata di cadaveri, il culmine si ha nel novembre del '90, con la "strage della sala giochi". La miccia è il mancato rispetto da parte di Cosa Nostra degli accordi per la spartizione delle tangenti sugli appalti. Il risultato è una tempesta di proiettili, che lascia sul terreno otto morti e tredici feriti.
I nuovi equilibri incidono sulle attività del racket. Il 28 febbraio 1991 presso la concessionaria del Miceli appiccano un altro incendio, che provoca cento milioni di danni. Dietro l'ultimo crimine c'è la volontà di un ulteriore sopruso, la vittima dovrà versare d'ora in poi una doppia tangente: cinquecentomila lire a Cosa Nostra, come prima, e altrettanto agli stiddari.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Nino Miceli è sempre più convinto: deve denunciare tutto ai Carabinieri. Con loro ha già avuto contatti, con quelli di Gela e anche con il Comandante Provinciale di Caltanissetta, tenente colonnello Umberto Pinotti, che lo ha contattato dopo i delitti patiti e che ricorda: «…sulla strada a fare controlli, mentre un elicottero volteggiava sulla città».
Viene convocato al Comando della Compagnia. Il tenente Mario Mettifogo, gli occhi che lo scrutavano la notte del primo incendio, lo fa accomodare nel suo ufficio e gli parla da uomo a uomo. L'ufficiale gli dice che comprende la difficoltà di ribellarsi alla mafia, la paura; ma che ci sono tanti modi per collaborare. Basterà fornire informazioni in via confidenziale, l'Arma provvederà per suo conto a fare i dovuti riscontri. Deve solo fidarsi di lui. «Mi faccia lavorare» è l'esortazione finale, che non rimane inascoltata. L'imprenditore si fa coraggio: lo Stato è con lui, gli ha appena teso una mano. La decisione è presa, darà fiducia all'uomo seduto di fronte a lui, che ha capito essere davvero determinato a combattere la piovra.
Le conversazioni registrate diventano sempre di più, nei nastri del Miceli ci sono una trentina di voci diverse, elementi ottimi per lavorare. L'Arma passa al contrattacco con un lavoro investigativo imponente, e ha dalla sua parte la preziosa e intelligente collaborazione di una vittima del racket. Uno spaccato dall'interno del problema, piccole cose che fanno grandi differenze. Con i primi riscontri partono informative che contengono dati oggettivi, foto e nominativi di indiziati. Le intercettazioni possono essere mirate verso direzioni più precise. Gli appostamenti e i pedinamenti vanno a segno. Mesi di paziente lavoro, che nel tempo danno i loro frutti.
Mettifogo, che nel frattempo è divenuto capitano, stringe il cerchio delle sue indagini. Nel maggio '92, pochi giorni prima della strage di Capaci, arriva un determinante risultato. I carabinieri di Gela fanno irruzione in una casa del quartiere chiamato "Bronx". Sequestrano 11 mitra kalashnikov e droga, ma soprattutto trovano il libro mastro delle estorsioni. Un registro su cui sono annotate tutte le operazioni di pagamento delle tangenti. I commercianti segnati sono 50, pochi giorni dopo il capitano li riunisce in caserma e li esorta a collaborare. Se saranno uniti, la mafia non potrà attaccarli tutti. L'incontro non sortisce effetti immediati. I soggetti taglieggiati vengono convocati singolarmente, 21 di loro accettano di collaborare, anche se ciascuno lo fa in misura diversa. Per gli altri, il muro di omertà resta impossibile da scalfire.
Nino Miceli è in testa al gruppo dei coraggiosi. Firma il suo primo verbale il 26 maggio 1992, davanti al capitano Mettifogo, al tenente Giuseppe Castello e al brigadiere Salvatore Senia. Ne seguiranno molti altri. Consegna i nastri in suo possesso, formalizza tutte le informazioni che ha già fornito confidenzialmente, e il materiale probatorio si farà sempre più consistente. Il 7 ottobre scatta il blitz: 49 ordinanze di custodia cautelare in carcere che hanno l'effetto di colpire al cuore le organizzazioni criminali della zona.
Sembra essere la fine di un incubo, per il concessionario siciliano, ma i problemi sono tutt'altro che finiti. La risposta dei clan non si fa attendere. L'11 novembre Gaetano Giordano, titolare di alcune profumerie di Gela, viene ucciso a colpi d'arma da fuoco. Con lui viene ferito il figlio Massimo, che fortunatamente sopravvive. Giordano non era nel libro mastro. Due anni prima, però, aveva subito un tentativo di estorsione e ne aveva denunciato l'autore, facendolo arrestare.
Il segnale, inquietante, è molto preciso. Miceli sa di essere in pericolo. I carabinieri lo proteggono 24 ore al giorno, prima ancora che intervenga un formale programma di protezione. Il 9 dicembre 1993 si apre il processo "Bronx 2" alle cosche gelesi, con 47 imputati. Il coraggioso imprenditore si costituisce parte civile contro 20 di loro. Il dibattimento si conclude il 15 luglio 1996. Vengono inflitte pene per un totale di 450 anni di carcere circa, e le condanne vengono confermate in appello e poi in Cassazione. Nel frattempo Nino Miceli scompare. Con la moglie e i due figli deve lasciare Gela, dal 1994 è ammesso ad un programma di protezione quale testimone di giustizia.
Questa storia, che in breve abbiamo riepilogato per i nostri lettori, è contenuta nel romanzo da poco uscito Io, il fu Nino Miceli, sua prima fatica letteraria. Il titolo ha una chiave ironica, che riprende il Mattia Pascal del suo conterraneo Luigi Pirandello. A differenza della vicenda raccontata dal grande scrittore e drammaturgo siciliano, Nobel per la Letteratura , quella di Miceli, autore di se stesso, è una storia vera. Il "fu" è un modo per dire che l'uomo, avendo dovuto sottoporsi ad un cambio di identità, non esiste più con il nome con cui era nato. Oggi al suo posto c'è un imprenditore che vive in un'altra area d'Italia, svolge una nuova attività, e ha dovuto con non pochi problemi assoggettare allo stesso destino la moglie e i figli.
Ha accettato di parlare con noi, portandoci la sua personale testimonianza e spiegandoci il suo progetto editoriale: «Inizialmente non era mia idea scrivere questo libro perché fosse pubblicato. Volevo scrivere una cosa che servisse a me, alla mia famiglia, ai quattro amici che mi sono rimasti dopo tutto quello che ho vissuto. Una piccola autobiografia per uso personale, un centinaio di copie in tutto. Il mio editore ha pensato invece che fosse il caso di fare una cosa più ampia. Così è stato». Miceli, dopo tanti anni, è ancora in contatto con i carabinieri che hanno seguito le sue vicende, e anche in questa iniziativa li ha avuti al suo fianco.
Ci racconta ancora la sua vicenda, il fiume di parole assomiglia alle pagine del libro, dal quale non ci siamo staccati fino all'ultima riga.
Ma c'è una domanda che vogliamo porgli in modo esplicito. La risposta non ci sorprende: «Se tornassi indietro rifarei esattamente quello che ho fatto. Ho passato tanti guai, ho incontrato il dolore e la paura, ma un uomo ha la sua dignità, e non si può sottostare al ricatto di chi vuole il frutto del nostro lavoro senza aver fatto nulla». Miceli sogna di presentare il suo libro a Gela, paese a cui si sente ancora legato. «È un pezzo della mia vita, anche se è andata com'è andata, lì c'è tanta brava gente a cui voglio bene e che mi ha voluto bene. Credo inoltre che andare a portare la mia testimonianza proprio lì avrebbe un particolare significato».
Non possiamo che essere d'accordo e facciamo a nostra volta, nel nostro piccolo, una promessa. Se il progetto andrà in porto, quel giorno a Gela ci sarà anche Il Carabiniere.
Ci sono infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita, tanti quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi per fare il mestiere di carabiniere. Il modo di cui abbiamo scritto si riassume in un'espressione, che abbiamo scelto come titolo. A testa alta.
A nostro modesto avviso, è quello più giusto.
Roberto Riccardi


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