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Antonino Miceli
Io, il fu Nino Miceli
Editore: Edizioni Biografiche
presentazione
lunedì 18 giugno 2007 - ore 18 - presso il Forum FNAC di via XX settembre
con l'autore Antonino Miceli
Gela, fine Anni Novanta. Un onesto commerciante, che ama il suo lavoro e che si sta costruendo un futuro con le sue forze, riceve i primi avvertimenti: gente strana gli gira intorno, “uno che conta” lo vuole incontrare...Poi cominciano i roghi, le minacce, la paura, lo sfinimento. Comincia la guerra. Guerra di un uomo contro la mafia.
L’autore, Antonino Miceli, è nato a Realmonte, provincia di Agrigento, il 16 dicembre 1946.
È morto per lo Stato e per la società il giorno 10 maggio 1996.
In quella data è nato un altro uomo il cui nome non sappiamo né dobbiamo sapere.
Questo libro ci dice il perché.
È la storia vera, verissima, narrata in prima persona dal protagonista, di una fiera e alla fine vittoriosa battaglia contro il sistema del “pizzo” che ha contribuito alla promulgazione di leggi finalmente adatte a contrastare efficacemente il fenomeno. È anche il duro resoconto del coraggio che bisogna avere per combattere questa battaglia e del prezzo che bisogna pagare per vincerla, ma è anche l’immensa soddisfazione civile e umana per cui quel prezzo si è pagato.
Una storia avvincente; un manuale di vita. Un libro che aiuta a resistere.
La prefazione di TANO GRASSO in formato pdf - clicca qui
dal sito Il Carabiniere > Anno 2007 > Aprile > Società
Il coraggio di sfidare la mafia
Intervista al "fu" Nino Miceli, un uomo che ha sfidato le cosche di Gela denunciando il pizzo praticato da Cosa Nostra e dalla stidda
A testa alta. Ci sono infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita, tanti quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi per fare il mestiere di carabiniere.
Questa è la storia di un imprenditore che ha deciso di reagire con coraggio ad una sfida terribile, a qualunque costo. Ed è la storia di carabinieri che hanno scelto di indossare l'uniforme più bella che abbiamo: quella di chi fa il proprio dovere fino in fondo.
I fatti. Gela, 1990. Nino Miceli, è il titolare del locale autosalone Lancia Autobianchi. Originario di Realmonte in provincia di Agrigento, sposato, due figli, è fra i più giovani concessionari della Sicilia, ma la sua attività abbraccia un vasto territorio: buona parte della provincia di Caltanissetta, Licata nell'agrigentino, Vittoria nel ragusano.
Il calvario inizia in un giorno di aprile, quando presso l'esercizio, accompagnato da un ex dipendente del Miceli, si presenta il capomafia del paese. La prima richiesta è lo sconto sul prezzo di un'autovettura, a cui si aggiunge la pretesa di un'ulteriore detrazione di parte della somma, in cambio di un'auto usata di nessun valore commerciale, buona ormai per la rottamazione. Miceli rifiuta quest'ultima imposizione, e si sente rispondere: «Ma tu lo sai chi sono io?».
La notte del 30 aprile, l'autosalone è dato alle fiamme. Il danno è ingente: duecento milioni di vecchie lire, all'epoca una fortuna. Mentre l'incendio è domato, l'uomo ha il suo primo incontro con l'Arma dei Carabinieri. Ha il volto di un tenente che lo scruta come se volesse entrare nella sua mente e leggerne i pensieri. Sente quegli occhi addosso. L'immagine, ancora viva nella sua mente, avrà per lui un peso notevole molto tempo dopo.
Miceli non si arrende. Inizia subito a ricostruire le strutture danneggiate: il colpo è forte ma si può ancora ripartire. Il lavoro riprende. Tutto tace fino al luglio successivo, quando arriva una telefonata da parte dei carabinieri. Il militare che lo chiama lo tranquillizza subito. Nulla di grave. Una bottiglia piena di liquido infiammabile è stata lanciata contro una serranda laterale del suo negozio. Qualche milione di danno. Ma Miceli, che in tutto quel tempo si è interrogato sul precedente e più grave episodio, capisce perfettamente il messaggio. Cosa Nostra sta per ripresentarsi, e questa volta non ci sarà possibilità di resistere.
Le richieste sono esplicite, un milione al mese in cambio della benevolenza e della protezione della mafia. La strategia è precisa: far pagare poco, ma tutti. Un piccolo esborso mensile rende meno facile il rischio di una denuncia, e così si acquisisce un capillare controllo del territorio e si realizzano ingenti guadagni.
Miceli inizialmente paga, ma documenta le dazioni, registrando le conversazioni su nastri che conserva scrupolosamente. La decisione di denunciare sta maturando, quegli occhi che lo scrutavano la notte dell'incendio continuano a scavare nella sua anima.
A Gela intanto si scatena una guerra: il predominio della mafia viene insidiato da una nuova componente. È la stidda, fazione emergente, uomini ambiziosi e decisi a prendere il comando. Sono violenti e spietati, hanno dalla loro la determinazione di chi viene dalla strada e vuole conquistare il potere e la ricchezza a ogni costo. Il rapporto fra le due organizzazioni criminali, beninteso nessuna migliore dell'altra (!), è quello fra un campione di boxe desideroso solo di godersi il frutto del successo raggiunto e un giovane sfidante ancora in salita, ansioso di tirare pugni per conquistare il podio più alto.
In pochi mesi la zona è disseminata di cadaveri, il culmine si ha nel novembre del '90, con la "strage della sala giochi". La miccia è il mancato rispetto da parte di Cosa Nostra degli accordi per la spartizione delle tangenti sugli appalti. Il risultato è una tempesta di proiettili, che lascia sul terreno otto morti e tredici feriti.
I nuovi equilibri incidono sulle attività del racket. Il 28 febbraio 1991 presso la concessionaria del Miceli appiccano un altro incendio, che provoca cento milioni di danni. Dietro l'ultimo crimine c'è la volontà di un ulteriore sopruso, la vittima dovrà versare d'ora in poi una doppia tangente: cinquecentomila lire a Cosa Nostra, come prima, e altrettanto agli stiddari.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Nino Miceli è sempre più convinto: deve denunciare tutto ai Carabinieri. Con loro ha già avuto contatti, con quelli di Gela e anche con il Comandante Provinciale di Caltanissetta, tenente colonnello Umberto Pinotti, che lo ha contattato dopo i delitti patiti e che ricorda: «…sulla strada a fare controlli, mentre un elicottero volteggiava sulla città».
Viene convocato al Comando della Compagnia. Il tenente Mario Mettifogo, gli occhi che lo scrutavano la notte del primo incendio, lo fa accomodare nel suo ufficio e gli parla da uomo a uomo. L'ufficiale gli dice che comprende la difficoltà di ribellarsi alla mafia, la paura; ma che ci sono tanti modi per collaborare. Basterà fornire informazioni in via confidenziale, l'Arma provvederà per suo conto a fare i dovuti riscontri. Deve solo fidarsi di lui. «Mi faccia lavorare» è l'esortazione finale, che non rimane inascoltata. L'imprenditore si fa coraggio: lo Stato è con lui, gli ha appena teso una mano. La decisione è presa, darà fiducia all'uomo seduto di fronte a lui, che ha capito essere davvero determinato a combattere la piovra.
Le conversazioni registrate diventano sempre di più, nei nastri del Miceli ci sono una trentina di voci diverse, elementi ottimi per lavorare. L'Arma passa al contrattacco con un lavoro investigativo imponente, e ha dalla sua parte la preziosa e intelligente collaborazione di una vittima del racket. Uno spaccato dall'interno del problema, piccole cose che fanno grandi differenze. Con i primi riscontri partono informative che contengono dati oggettivi, foto e nominativi di indiziati. Le intercettazioni possono essere mirate verso direzioni più precise. Gli appostamenti e i pedinamenti vanno a segno. Mesi di paziente lavoro, che nel tempo danno i loro frutti.
Mettifogo, che nel frattempo è divenuto capitano, stringe il cerchio delle sue indagini. Nel maggio '92, pochi giorni prima della strage di Capaci, arriva un determinante risultato. I carabinieri di Gela fanno irruzione in una casa del quartiere chiamato "Bronx". Sequestrano 11 mitra kalashnikov e droga, ma soprattutto trovano il libro mastro delle estorsioni. Un registro su cui sono annotate tutte le operazioni di pagamento delle tangenti. I commercianti segnati sono 50, pochi giorni dopo il capitano li riunisce in caserma e li esorta a collaborare. Se saranno uniti, la mafia non potrà attaccarli tutti. L'incontro non sortisce effetti immediati. I soggetti taglieggiati vengono convocati singolarmente, 21 di loro accettano di collaborare, anche se ciascuno lo fa in misura diversa. Per gli altri, il muro di omertà resta impossibile da scalfire.
Nino Miceli è in testa al gruppo dei coraggiosi. Firma il suo primo verbale il 26 maggio 1992, davanti al capitano Mettifogo, al tenente Giuseppe Castello e al brigadiere Salvatore Senia. Ne seguiranno molti altri. Consegna i nastri in suo possesso, formalizza tutte le informazioni che ha già fornito confidenzialmente, e il materiale probatorio si farà sempre più consistente. Il 7 ottobre scatta il blitz: 49 ordinanze di custodia cautelare in carcere che hanno l'effetto di colpire al cuore le organizzazioni criminali della zona.
Sembra essere la fine di un incubo, per il concessionario siciliano, ma i problemi sono tutt'altro che finiti. La risposta dei clan non si fa attendere. L'11 novembre Gaetano Giordano, titolare di alcune profumerie di Gela, viene ucciso a colpi d'arma da fuoco. Con lui viene ferito il figlio Massimo, che fortunatamente sopravvive. Giordano non era nel libro mastro. Due anni prima, però, aveva subito un tentativo di estorsione e ne aveva denunciato l'autore, facendolo arrestare.
Il segnale, inquietante, è molto preciso. Miceli sa di essere in pericolo. I carabinieri lo proteggono 24 ore al giorno, prima ancora che intervenga un formale programma di protezione. Il 9 dicembre 1993 si apre il processo "Bronx 2" alle cosche gelesi, con 47 imputati. Il coraggioso imprenditore si costituisce parte civile contro 20 di loro. Il dibattimento si conclude il 15 luglio 1996. Vengono inflitte pene per un totale di 450 anni di carcere circa, e le condanne vengono confermate in appello e poi in Cassazione. Nel frattempo Nino Miceli scompare. Con la moglie e i due figli deve lasciare Gela, dal 1994 è ammesso ad un programma di protezione quale testimone di giustizia.
Questa storia, che in breve abbiamo riepilogato per i nostri lettori, è contenuta nel romanzo da poco uscito Io, il fu Nino Miceli, sua prima fatica letteraria. Il titolo ha una chiave ironica, che riprende il Mattia Pascal del suo conterraneo Luigi Pirandello. A differenza della vicenda raccontata dal grande scrittore e drammaturgo siciliano, Nobel per la Letteratura , quella di Miceli, autore di se stesso, è una storia vera. Il "fu" è un modo per dire che l'uomo, avendo dovuto sottoporsi ad un cambio di identità, non esiste più con il nome con cui era nato. Oggi al suo posto c'è un imprenditore che vive in un'altra area d'Italia, svolge una nuova attività, e ha dovuto con non pochi problemi assoggettare allo stesso destino la moglie e i figli.
Ha accettato di parlare con noi, portandoci la sua personale testimonianza e spiegandoci il suo progetto editoriale: «Inizialmente non era mia idea scrivere questo libro perché fosse pubblicato. Volevo scrivere una cosa che servisse a me, alla mia famiglia, ai quattro amici che mi sono rimasti dopo tutto quello che ho vissuto. Una piccola autobiografia per uso personale, un centinaio di copie in tutto. Il mio editore ha pensato invece che fosse il caso di fare una cosa più ampia. Così è stato». Miceli, dopo tanti anni, è ancora in contatto con i carabinieri che hanno seguito le sue vicende, e anche in questa iniziativa li ha avuti al suo fianco.
Ci racconta ancora la sua vicenda, il fiume di parole assomiglia alle pagine del libro, dal quale non ci siamo staccati fino all'ultima riga.
Ma c'è una domanda che vogliamo porgli in modo esplicito. La risposta non ci sorprende: «Se tornassi indietro rifarei esattamente quello che ho fatto. Ho passato tanti guai, ho incontrato il dolore e la paura, ma un uomo ha la sua dignità, e non si può sottostare al ricatto di chi vuole il frutto del nostro lavoro senza aver fatto nulla». Miceli sogna di presentare il suo libro a Gela, paese a cui si sente ancora legato. «È un pezzo della mia vita, anche se è andata com'è andata, lì c'è tanta brava gente a cui voglio bene e che mi ha voluto bene. Credo inoltre che andare a portare la mia testimonianza proprio lì avrebbe un particolare significato».
Non possiamo che essere d'accordo e facciamo a nostra volta, nel nostro piccolo, una promessa. Se il progetto andrà in porto, quel giorno a Gela ci sarà anche Il Carabiniere.
Ci sono infiniti modi per affrontare le difficoltà della vita, tanti quante sono le persone su questa Terra. Ci sono molti modi per fare il mestiere di carabiniere. Il modo di cui abbiamo scritto si riassume in un'espressione, che abbiamo scelto come titolo. A testa alta.
A nostro modesto avviso, è quello più giusto.
Roberto Riccardi
Lo scorso anno lo avevamo annunciato: non sarebbe rimasto un appuntamento isolato ma costante.
Ed allora eccoci con i principali appuntamenti di questo secondo anno, organizzati dalla “Casa della Legalità e della Cultura” – Onlus della Sicurezza Sociale, legata a “Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, a “Riferimenti – coordinamento nazionale antimafia”, alla “Fondazione Caponnetto” ed al “Centro Sportivo Italiano”, che promuove, tra l’altro, le attività dell’Osservatorio sulla criminalità e le mafie e dell’Osservatorio sui reati ambientali.
La mafia non è solo al sud, è nel nord e centro del paese, è anche in Liguria (in tutte le province), che ricicla ed investe il denaro sporco, che persegue un sempre maggiore controllo di pezzi sempre più ampi di territorio per garantirsi il proliferare delle sue tradizionali attività illecite (traffico e spaccio di droghe e sostanze dopanti, gioco d'azzardo e scommesse clandestine, pizzo-estorsione e usura, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento della prostituzione, il caporalato ed il lavoro nero, sofisticazione alimentare – contraffazione e vendita abusiva, traffico d’armi e di rifiuti, condizionamento degli appalti pubblici e dell’economia).
Tacere questa realtà è rendersi complici, perché le mafie si nutrono, prima di tutto, del silenzio. Parlarne, aiuta a rompere l’omertà, esorcizza la paura e fa emergere le mafie dall’insabbiamento che queste hanno saputo costruire, per essere invisibili. Alle mafie italiane, si sono aggiunte le mafie straniere, spesso usate da manovalanza, ma non estranee agli equilibri che danno i tradizionali sodalizi mafiosi italiani come i registi permanenti.
In Liguria, per esempio, su 26 beni confiscati, solo tre sono stati assegnati. La percentuale più bassa d’Italia (insieme al Molise che però conta solo 2 beni confiscati), guardando ai dati ufficiali del Demanio, al dicembre 2006, pubblicati da Libera.
Occorre invertire la rotta da subito. Le mafie ci sono, sapendolo le si può combattere, senza lasciare come unico contrasto quello giudiziario della repressione. L’aspetto civile e culturale di contrasto alle mafie è vitale per sconfiggerle.
”rinnovando la memoria e l’impegno,
per la solidarietà alle cooperative di LiberaTerra”
L’incontro presso il Teatro degli Zingari della Comunità di San Benedetto è stato vero. Per la verità era già iniziato…la sera prima presso la Comunità , dove si è condivisa la cena, la poesia, la musica e le storie con i ragazzi di don Andrea, Liliana, Giovanna e Maria Grazia. In un "cammino" in direzione "ostinata e contraria" non potevano mancare le parole di Faber, che ci hanno accompagnato e ancora ci accompagnano. Abbiamo incontrato anche due ragazzi che
vengono dal Gruppo Abele di Torino e tanti altri con storie che devono essere ascoltate ed una umanità e dignità, una forza ed una comprensione, superiori.
La mattina nonostante la stampa cittadina abbia boicottato quasi unanimemente l’incontro (solo poche righe su Repubblica e nessuno spazio su Il Secolo XIX che ha dedicato ampie pagine, nella giornata, al “sogno” delle diciottenni: donarsi un nuovo seno), è stato un momento di riflessione e di impegno concreto.
Carlo Barbieri, l’autore del libro “Le mani in pasta” dedicato alle esperienze delle cooperative di Libera Terra, ha parlato della straordinaria ricchezza che l’incontro con i ragazzi delle terre liberate dalle mafie gli ha donato. Si è soffermato molto sui rischi dell’indifferenza, ed ha spiegato perché occorre sostenere sempre queste positive esperienze di cooperazione. Da “vecchio” uomo delle cooperative ha evidenziato con nettezza quanto le esperienze di Libera Terra abbiano riportato quella carica civile ed umana che il movimento cooperativo aveva perso con il passare degli anni. Ci ha ricordato che è essenziale non tacere mai e quanto siano pericolosi gli atti intimidatori compiuti dalle mafie a danno delle cooperative della Valle del Marro e di Lavoro e non solo. La simbologia mafiosa è chiara e l'intimidazione va ben oltre il danno materiale immediato. Occorre rispondere non solo con la solidarietà ma con concretezza e le Istituzioni devono dimostrare di esserci, non solo a parole ma con i fatti.

Giovanna Ruffin, criminologa, ha parlato dell’evoluzione delle mafie e soprattutto del ruolo assunto dalle donne. Se prima poteva essere visto come marginale, oggi è centrale, non solo per il “passaggio” delle informazioni con e dal detenuto soggetto al 41bis, ma più in generale per la complessiva gestione dell’organizzazione mafiosa. Ha spiegato delle differenze tra le mafie italiane. Cosa Nostra e ‘Ndrangheta da un lato e Camorra dall’altro, perché in questa non esistono “vertici”. Ha spiegato perché se per colpire Cosa Nostra si è potuto “contare” sui collaboratori di giustizia, per colpire la ‘Ndrangheta su questo non si può contare, in quanto l’organizzazione famigliare e l’alleanza delle ‘ndrine, difficilmente consente “dissociazioni”.
Ha sottolineato che nel momento in cui nessuno pagherà più il pizzo alle cosche, allora la mafia imploderà, perché verrà meno il controllo del territorio che, attraverso questo, attua per rafforzarsi e difendersi. Nel momento in cui il “pizzo” sarà rifiutato significa che si è rotta definitivamente l’omertà che protegge la mafia.
Maria Grazia Santucci, criminologa, che ha studiato il caso dell’omicidio di Massimiliano Carbone, ha scelto di seguire la vicenda perché Liliana Carbone rappresenta la possibilità di cambiamento e perché Liliana è una “scheggia” nella Locride. Si è concentrata nello spiegare il perché, ha ricordato che Liliana dal primo momento ha chiesto verità e giustizia per un omicidio commesso da un criminale con il silenzio e la copertura dell’intero paese. Fatto tipicamente mafioso che ha, per la prima volta nella Locride visto una denuncia ferma alle autorità e pubblica. Liliana, ha sottolineato è una anomalia il suo trasformare il dolore per la perdita di un figlio e per i rischi per se, suo marito e gli altri suoi due figli, in impegno concreto per onorare la memoria di Massimiliano non ha mai avuto eguali in quella terra per questo meritava di essere sostenuta.
Liliana Esposito Carbone, maestra elementare, mamma di Massimiliano vittima della ‘ndrangheta, ucciso nel 2004 a Locri. Insegnante fuori dal normale, una donna che ha sempre portato avanti il concetto di legalità attraverso la sua attività di educatrice ancora prima di vedere il suo primogenito colpito e dopo sei giorni morire per un attentato con un fucile a canne mozze. Il primo omicidio nella Locride che ha dato il via alla mattanza, che ancora oggi continua, e che solo dopo l’omicidio di Fortugno quella drammatica realtà è stata conosciuta dall’Italia. Liliana ha ripercorso tutta la tragedia che il 24 settembre ha colpito tutta la sua famiglia, sino al giovedì santo in cui “Massimiliano ha urlato la verità” lui “testimone di Giustizia”. Ha raccontato degli attacchi, delle infamanti accuse di cui è stata oggetto, ha ricordato di come è stata richiamata perché “ha spaccato il fronte delle vittime”, vedendosi rifiutato il consenso sociale in quanto “non si è mostrata né piangente né dolente”. Ha ripercorso anche le tappe della battaglia per la verità, la giustizia e la sicurezza nella Locride. Da quando ha invitato il signor Prodi a non darsi pena per far portare qualche fiore sulle tombe delle vittime a quando ha ribadito che non ci sono e non ci devono essere vittime di serie A e altre di serie B, ha ricordato la lontananza di certe Istituzioni come quelle che, ad esempio, alla famiglia Vettrice, vittima di lupara bianca hanno offerto come aiuto un mutuo a tasso agevolato per la madre e i suoi tre bambini. Ha però ricordato lo straordinario impegno di molti uomini dello Stato. “Don Luigi è entrato nel cimitero di Locri con le braccia alzate, io vado ogni giorno sulla tomba di mio figlio Massimiliano e lì sono stata aggredita, qualcuno in quel cimitero entra con la macchina e la scorta e il cimitero viene chiuso”. Qualcuno ha persino tentato di tenerla fuori da quel luogo sacro, ma con lei non ci sono riusciti.

Unica pecca di questo sabato di “cammino” è stato l’invito “ignorato” dalle istituzioni e dai nostri futuri “dipendenti”, ma lo sapevamo che certi argomenti sono sgraditi. Il silenzio si sa è d’oro! L’unico che ha chiamato per salutare e ringraziare Liliana Esposito Carbone per il suo coraggio ed impegno è stato Enrico Musso. Tra le infinite fila dei candidati è intervenuto solo un “genovese” di origini calabresi che ha portato la sua testimonianza e che non ha voluto dire né nome né partito, perché, come lui stesso ha detto, non era lì per le elezioni. Crediamo che queste testimonianze siano importanti, come crediamo che sia importante la partecipazione di meet-up di Beppe Grillo e di un esponente di Emergency. Che i politici di professione ci siano rimasti male che lo scorso anno, alla vigilia delle elezioni, al “Cammino” li abbiamo fatti accomodare in coda al corteo e non li abbiamo fatti parlare, lasciando lo spazio, tutto, alle testimonianze ed all’impegno civile? Chissà, a noi non interessa se non hanno capito che devono ascoltare i cittadini e guardare ai fatti ed ai problemi, infatti solo tre candidati a Sindaco (Budria – “Città Partecipata”; Musso – indipendente del centro-destra; Trombetta – “PiGreco movimento per la partecipazione”) hanno sottoscritto l’atto di impegno, gli altri chi li ha visti?
Come lo scorso anno, anche questa tappa di avvio del Cammino, ha lasciato segni concreti. Questa prossima estate nei campi di lavoro in Sicilia e Calabria, vedranno - ci stiamo lavorando - la presenza dei ragazzi della Comunità di San Benedetto al Porto, che, ancora una volta, hanno detto "noi ci siamo" con Libera Terra. Grazie!
17 maggio 2007
Il Cammino di nuovo ospite di Primocanale
La Casa della Legalità presenta le nuove tappe del "Cammino"
15 maggio 2007 – dalle ore 8 alle 9
Il Cammino di nuovo ospite di Telecittà
La Casa della Legalità ed il Centro Sportivo Italiano
ospiti di "BuongiornoLiguria" di Giovanna Rosi
Firenze 10 maggio 2007 - Libreria FeltrinelliCatanzaro - 10 maggio 2007 - auditorium Casalinuovo - ore 9:30
RAGAZZI DENTRO RAGAZZI FUORI
due adolescenze a confronto
tra gli interventi anche Liliana Esposito Carbone, referente della Casa della Legalità di Locri
la locandina - clicca qui
i ringraziamenti dell'Associazione Ra.Gi. – clicca qui
L’adesione – clicca qui
Genova 9 maggio 2007 - ore 18 - FNAC 


L'AZIENDA
CHE HA
RESISTITO
ALLA
'NDRANGHETA,
DENUNCIANDO,
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SIAMO DI NUOVO
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Dal 29 dicembre si è
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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
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