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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
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Molte cose sono cambiate in positivo, in questi anni, sul versante dell'antimafia.
Quel che non cambia o che cambia troppo poco è la politica, o perlomeno certa politica. Preliminarmente vorrei fissare alcuni punti.
Io ho un' impressione, sempre più forte: che la buona politica sia stata soppiantata o rischi di essere sempre più soppiantata da una politica che va facendosi sempre meno compatibile con la verità. Politica e verità stanno imboccando sempre più strade diverse. Una certa politica (oltre ad essere autoreferenziale, oltre a trasformare il confronto in perenne rissa ideologica) costruisce verità virtuali per conservare e consolidare il suo potere. Nasce anche di qui la perenne autoassoluzione di se medesima da parte della politica, anche quando sono evidenti ed indiscutibili clamorose responsabilità, se non giudiziare, certamente politiche. La strada maestra ormai è confondere deliberatamente assoluzione con prescrizione. Non sono la stessa cosa, anche se confonderle ormai è la regola. Se una sentenza - magari una sentenza definitiva di cassazione - elenca come provati e commessi fatti gravissimi (scambi di favori con mafiosi; incontri con boss per discutere di fatti criminali gravissimi, compresi omicidi; senza mai denunziare niente di niente; contribuendo in questo modo ad un sostanziale rafforzamento della organizzazione criminale: il riferimento è al "caso Andreotti"), se tutto questo - in quella sentenza - si dice che è stato commesso fino a una certa data e che costituisce reato, non punibile ancorché commesso sol perché prescritto, questa non è assoluzione! E' un'altra cosa. Confondere la prescrizione di un reato provato come effettivamente commesso con l'assoluzione è prima di tutto un errore tecnico. Ma non solo. E' anche, è soprattutto un grave errore politico. Perché se io dico che c'è stata assoluzione, a fronte di fatti gravissimi accertati in una sentenza, io questi fatti li cancello, io questi fatti li sbianchetto. Ma cancellando questi fatti, io legittimo un certo modo di fare politica, che contempla anche rapporti organici con la mafia. E questo modo di fare politica lo legittimo per il passato, per il presente e anche per il futuro. Tutto ciò è di una gravità inaudita : si cancella il confine tra lecito ed illecito, tra morale ed immorale. Ma se cade questo confine, non c'è convivenza civile al mondo che possa reggere più di tanto. Prima o poi si va a sbattere. Tutti. E tutti ci si può ritrovare sotto un bel cumulo di macerie. Oppure si va alla deriva e si finisce chissà dove. E' l'eclissi della questione morale, quando la questione morale è la premessa fondamentale di ogni buona politica.
E allora si capiscono tante cose, a partire dalla mancanza di continuità. L'antimafia "militare" bene o male ormai procede costante (come prova la sequenza di arresti: da Riina e soci a Provenzano ai Lo Piccolo). Non cosi' l'antimafia che voglia colpire la spina dorsale del potere mafioso, le cosiddette relazioni esterne, le complicità, le collusioni, le coperture. Su questo vesante, si riesce a rimanere ad un certo livello - quando lo si raggiunge - per non più di due anni tre anni. Poi stop. Allora si capisce come la nostra antimafia sia quella del giorno dopo: se non succede qualcosa che ci costringe ad intervenire e finalmente ci sveglia dal nostro torpore, non ce ne occupiamo. Allora si capisce perché quel punto nevralgico dell'antimafia che è la gestione efficiente, razionale, incisiva dei beni confiscati ai mafiosi stia subendo -lentamente ma inesorabilmente - vischiosità ed inceppamenti che rischiano di svuotare e rendere sempre meno credibile una delle conquiste più importanti dei nostri tempi. Allora si capiscono le amnesie: per esempio l'anagrafe dei conti bancari, una legge del '93 che non è mai stata attuata. Sterilizzata fino ad oggi, con qualche recentissimo segnale di novità ancora tutto da verificare. Allora si capiscono le gaffes di chi dice che con la mafia bisogna convivere. E magari dice cose che tanti altri pensano anche se lo negano, ma poi le praticano.
E attenzione, che questo quadro insieme comporta delle scelte disastrose. Una recente ricerca della Svimez, e prima ancora una ricerca del Censis, dimostrano lo zavorramento dell'economia delle aree meridionali ad opera delle mafie. Zavorramento che significa 180 mila posti di lavoro perduti ogni anno; zavorramento che significa produzione di ricchezza in meno pari a 7,5 miliardi di euro ogni anno; zavorramento che significa (secondo il Censis) che senza le mafie il PIL pro-capite del mezzogiorno sostanzialmente sarebbe identico a quello del centro-nord. Ma non basta. Il Censis ha anche denunciato che il potere criminale è sempre più potere economico, al punto che sta trasformando radicalmente il mercato e la concorrenza in paraventi, simulacri, scatole vuote. Perché l'imprenditore mafioso - rispetto a quello onesto - gode di vantaggi enormi: capitali a costo zero (il mafioso è ricco di suo, grazie al denaro illecito che continuamente riempie le sue tasche); possibilità, proprio perché già immensamente ricco di suo, di offrire prezzi molto più bassi, non avendo come obiettivo immediato quello del profitto. E infine, se ci sono dei problemi l'imprenditore mafioso, rispetto all'imprenditore normale ha il vantaggio di poterli risolvere - questi problemi - coi sistemi che sono nel suo DNA di mafioso: la corruzione, la suggestione, l'intimidazione e la violenza. Vantaggi che spiazzano ogni concorrente pulito, ne comprimono gli affari o lo espellono dal mercato. Oppure lo spolpano fino a svuotarlo, consentendo ai mafiosi o ai prestanome dei mafiosi di impadronirsi di quelle attività.
Così, il libero mercato e la legale competizione economica diventano scatole sempre più vuote e la situazione è tale che bisogna soltanto sperare che Francesco De Gregori, quando cantava: "legalizzare la mafia sarà la regola del 2000", non fosse - mentre faceva della intelligente ironia - un profeta.
[Liberazione]


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Ma intanto si riparte!
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