C'è un fiocco rosa nel portone del palazzo di Rapallo dove il ginecologo
Ermanno Rossi lavorava e dove si è tolto la vita, lunedì sera, lanciandosi da
una finestra dello studio. È l'annuncio d'una vita che pochi giorni prima il
medico aveva aiutato a sbocciare, accompagnando alla nascita la figlia del
portiere. È il segno di speranza che ancora resiste, a pochi metri dal luogo
della morte cercata e trovata da un uomo vinto dal peso della accuse...
Il dottor Rossi, che come ginecologo era conosciuto dalle centinaia di
coppie che negli anni aveva seguito nella gioia della gravidanza, era
sospettato di aver praticato degli aborti nella clandestinità. Di aver violato
la legge 194, ultimamente tornata al centro del dibattito politico. E di averlo
fatto nei suoi due studi privati, di Genova e Rapallo. Interventi garantiti a
donne di estrazione sociale medio-alta, che chiedevano discrezione ed erano
disposte a pagare anche mille euro. In almeno due casi, la gravidanza era il
frutto d'una relazione extraconiugale da tenere assolutamente segreta.
Sono i retroscena dell'inchiesta che ha travolto
emotivamente Ermanno Rossi al punto da spingerlo al suicidio, culminata nelle
perquisizioni di lunedì mattina. Inchiesta che è in corso, condotta dal
sostituto procuratore Sabrina Monteverde e affidata ai carabinieri del Nas, il
Nucleo anti sofisticazione. Il riserbo è assoluto. Dalle maglie degli
inquirenti trapelano pochi dati. Una certezza riguarda l'oggetto dei sequestri
scattati nei due studi del ginecologo, in corso Matteotti a Rapallo e in via
Venti Settembre nel centro del capoluogo ligure: documenti giudicati
«interessanti» dagli inquirenti, ma anche e soprattutto gli strumenti che
sarebbero stati utilizzati per le interruzioni di gravidanza.
Le carte e le apparecchiature sono sotto esame da parte dei carabinieri del
Nas. Ci sono le cartelle cliniche e le ricevute dei pagamenti effettuati dalle
donne seguite dal ginecologo. Gli aborti sarebbero stati praticati a pazienti
già in cura nello studio del medico: tutte donne maggiorenni.
Gli strumenti sono ritenuti dagli investigatori come la prova che in quegli
studi la legge 194 veniva violata. Le strutture dove l'interruzione della
gravidanza può essere praticata e le condizioni nelle quali è ammessa sono
tassativamente indicate dalla normativa. Secondo quanto ricostruito dall'Arma
nello studio del dottor Rossi c'era la possibilità d'una deroga a pagamento. Il
ginecologo eseguiva gli interventi con la collaborazione di un assistente
rimasto ignoto. Alle pazienti, che saranno ascoltate dal sostituto procuratore
Monteverde, sarà chiesto di collaborare alla sua identificazione.
Le persone iscritte nel registro degli indagati al momento sono otto.
Sarebbero le stesse donne che si erano rivolte al ginecologo (assistite dagli
avvocati Pasquale Tonani, Riccardo Pedullà e Paolo Bonanni). Il capo d'accusa,
che è stato contestato loro lunedì pomeriggio con l'invio dell'avviso di
garanzia, è la violazione «Si tratta di un delitto per dell'articolo 19 della
legge 194 del 1978: il quale il medico rischia fino a tre anni e la donna una
multa di 51 euro - spiega l'avvocato Paolo Bonanni - si tratta di un aspetto
compromissorio di questa legge davvero singolare. O non riteniamo responsabile
una donna che arriva a una scelta simile in condizioni psicologiche limite,
oppure scegliamo di punirla. In questo modo non si prende alcuna posizione».
La Procura di Genova conta di chiudere l'inchiesta entro marzo. Sono una
decina i casi che venivano contestati al medico suicida, un solo aborto
praticato oltre il termine dei novanta giorni. Alla vicenda gli inquirenti
erano arrivati per caso, indagando su una storia di altro genere. Nel corso
delle intercettazioni era saltato fuori il nome di Ermanno Rossi ed erano
emerse indicazioni sugli aborti praticati in violazione della legge 194.
La circostanza che avrebbe visto un simpatizzante del "Movimento per la
vita" tra i promotori di una segnalazione alla Procura di questa pratica
illegale, è stata smentita ieri dai rappresentanti dell'associazione anti
abortista: «L'aborto lo si combatte prevenendolo, stando vicini alle donne in
difficoltà, non facendole sentire sole, creando una cultura di rispetto per la
vita, operando per una politica di assistenza efficace e seria, non nelle aule
dei tribunali», spiega Eraldo Ciangherotti, vicepresidente Federvita Liguria.
«Il Movimento non è, non può essere, per sua natura "contro qualcuno" ma solo a
favore e a servizio: delle donne, degli uomini, delle vite che devono ancora
sbocciare».
La moglie del ginecologo, l'avvocato Maria Paola Pessagno,
48 anni, distrutta dalla tragedia e dalle voci che hanno accompagnato la morte
del marito chiede «rispetto»: «Basta caccia alle streghe».
Graziano Cetara
Matteo Indice
«Ho tradio mio marito, volevo discrezione»
di Graziano Cetara e Matteo
Indice
«Ermanno Rossi (nella foto, ndr) non è, non era uno stregone, ma un medico che
anche compiendo un'operazione fuori dalla legge ha fatto tutto con umanità. E
lo giuro, in quel momento, in quelle settimane non mi rendevo conto di
commettere un reato, e credo pensassero la stessa cosa le altre che si sono
comportate come me».
Lucia (il nome è chiaramente inventato) ha 35 anni e da tre giorni vive
sotto choc. È una delle otto donne indagate dalla procura di Genova per «interruzione
di gravidanza al di fuori delle procedure e delle strutture previste». Si era
rivolta a Ermanno Rossi per abortire, aveva chiesto aiuto al medico che lunedì
sera si è suicidato lanciandosi dall'undicesimo piano d'un grattacielo a
Rapallo, il palazzo dove aveva lo studio e dove la donna è stata operata. «Ero
rimasta incinta dopo una relazione extraconiugale, gli ho detto semplicemente
che avevo bisogno di discrezione e ho fatto capire subito che non sarei andata
in ospedale». Sarà ascoltata nelle prossime ore dal sostituto procuratore
Sabrina Monteverde - titolare dell'indagine - e
Il Secolo XIX ne ha
raccolto ieri pomeriggio una testimonianza concitata, drammatica, frutto delle
prime ammissioni agli inquirenti e delle confidenze al legale di fiducia. Molti
dettagli personali devono, necessariamente, essere omessi per garantirne la
totale privacy.
Ha spiegato, Lucia, come si sono svolti i primi contatti
con il ginecologo. «Appena ho scoperto la gravidanza mi sono resa conto di
quello che avrebbe rappresentato per la mia famiglia. Sarebbe stato chiaro a
tutti che nella nostra vita era entrato un altro uomo. Eppure non potevo, non
volevo rischiare di distruggerci». Ed ecco che l'ospedale, qualsiasi ospedale,
è diventato una soluzione semplicemente impercorribile: «Gli ho detto "dottore,
anche se è una scelta dolorosa e traumatica, io devo interrompere questa
gravidanza". La sua risposta era stata ponderata, ma ferma: "Lo possiamo fare
qui, non ci saranno problemi"». I tempi sono stati accelerati il più possibile,
l'intervento è avvenuto nei primi mesi del 2008: «Eravamo ampiamente nei
termini fissati dalla legge, i novanta giorni dal concepimento. E anche per
questo mi sentivo abbastanza tranquilla».
Il ricordo dei (pochi) colloqui che hanno preceduto l'interruzione di
gravidanza è nitido, le parole inevitabilmente misurate: «Definirei Ermanno
Rossi corretto da ogni punto di vista, attento all'evoluzione del quadro
clinico e disponibile a spiegare ogni rivolgimento. Nessuno, finché non subisce
una cosa del genere, può sapere di cosa si tratta e lui era stato attento a
chiarire i dettagli cercando di non incutere timore. Mi spiegava che sarebbe
stata sufficiente una mezza giornata, che il decorso si sarebbe rivelato meno
problematico di quanto si potesse immaginare».
Ha accettato, convinta di non avere altra scelta. «Anche se si è trattato di
una delle esperienze più dolorose della mia vita, forse la più traumatica,
posso dire che davvero l'operazione non ha prodotto strascichi. Mi ha
soddisfatta, sì, sebbene mi renda conto che sia una parola sbagliata, ma forse
non ce ne sono per descrivere le sensazioni che s'incrociano in un momento del
genere».
Non era una procedura regolare e però aveva un prezzo. «Io - ha
ammesso - non ne ho spesi più di mille, sono certa che quella fosse la cifra
richiesta a tutte». E poi, ancora, un
flashback dell'ambiente nel quale
si è trovata per quattro ore, dove probabilmente avrebbe pensato di non
capitare mai: «Lo ripeto: non pensiamo a uno stregone, a un antro dove
avvenivano cose indescrivibili, perché io stessa ho pensato che fosse un po'
come farlo in ospedale». E c'è sempre quell'elemento, quella parola che fa da
denominatore comune al dramma degli aborti clandestini fra Genova e Rapallo:
«Discrezione».
Discrezione cercava Lucia, di questo aveva parlato con il medico, e
discrezione hanno usato i carabinieri nel comunicarle che era finita dentro un'inchiesta
delicatissima. «Mi rendo conto che siano stati utilizzati accorgimenti forse
impensabili in altre circostanze, ma ritengo sia giusto così. Sono stata
contattata dai militari del Nas dopo la morte di Ermanno Rossi. Ho ricevuto una
telefonata, hanno accennato al caso e spiegato che avrei ottenuto le
comunicazioni direttamente».
E ancora: «Mi è stato chiesto d'indicare un luogo dove
recapitare nuove carte, se ce ne saranno, e di questo si occuperà solo ed
esclusivamente il mio avvocato. È un momento drammatico, non pensavo che quanto
accaduto in quello studio potesse generare drammi del genere . Ma se ho deciso
di percorrere quella strada l'ho fatto a tutela della mia famiglia, con l'unico
obiettivo di non pregiudicare la vita a me e alle persone che mi sono vicine».
L'ultimo pensiero è rivolto a Ermanno Rossi: «Lo definirei un uomo squisito, so
che può sembrare un termine contraddittorio o insulso. Ma in lui avevo immensa
fiducia e davvero non credevo di commettere un reato, di quelli per i quali si
finisce davanti al giudice».
«L'ho sentito dopo cena»
di Marco Menduni
La porta all'undicesimo piano si spalanca su un appartamento molto grande.
"Twenty One", recita la targhetta. È il centro benessere di Simona Oddino.
Sulla sinistra la
reception, con una grande scrivania. Tutt'intorno le
porticine dei laboratori: l'estetista, il dietologo. E poi ci sono i vani
utilizzati da Ermanno Rossi. Li raggiungi percorrendo frontalmente un àndito
che porta al suo ufficio: due stanzette attigue. In una la scrivania,
nell'altra il lettino e l'apparecchio per le ecografie. Qui i Nas sono rimasti
fino alle tre del pomeriggio di lunedì scorso, il giorno della grande tragedia.
Nel "grattacielo" di Rapallo. L'edificio più alto della città. Ma non più alto
della cattedrale, come se anche architetti e ingegneri avessero voluto
rispettare la primazia della fede.
Simona Oddino è una donna molto bella, anche se devastata dal dolore per la
perdita di un amico. Il tormento non le impedisce di essere gentile, anche se
non vuole foto in volto e parla sottovoce: «Certo, mi piacerebbe che fosse la
famiglia di Rossi a darmi il permesso di dire qualcosa, perché non voglio certo
sovrappormi al loro lutto, che è immenso».
Che cosa è accaduto lunedì scorso?
«Non lo so. Non c'ero, lo studio è rimasto deserto tutto il giorno».
Un testimone dice di aver visto il dottore uscire da qui alle sette e
mezza della sera, insieme alla segretaria.
«La segretaria in realtà sono io, la titolare di questo studio. E non ero con
lui, chi dice di averci visto insieme si sbaglia».
E allora che cos'ha ricostruito?
«Ermanno è rimasto qui fino alle sette. Dopo la perquisizione ha fatto qualcosa
di sorprendente, di incomprensibile per chi voglia togliersi la vita: ha
sistemato tutta l'agenda dei suoi appuntamenti della prossima settimana».
Poi è andato a casa...
«Sì, ha cenato a casa, con la famiglia».
Lei l'ha sentito?
«Sì, verso le otto e mezzo».
Sa dov'era?
«No, perché l'ho chiamato io sul cellulare, volevo solo sapere se era tutto a
posto. Ho avuto la percezione che fosse già di nuovo qui, in studio a Rapallo».
Le ha raccontato qualcosa?
«Che c'era stato un problema. Mi ha detto della visita dei Nas. Ma mi ha
tranquillizzato, ha spiegato che era una cosa da poco. Invece, ricostruendo i
tempi, mi rendo conto che poco dopo ha mandato quel messaggino alla moglie».
La signora l'ha contattata?
«No, non so chi sia, sua moglie».
Si rimprovera qualcosa?
«No, non avevo avvisaglie. Rimprovero molto a chi, tra i soccorritori, non
è riuscito a salvargli la vita in un'ora e mezza, il tempo passato tra l'sms e
il volo mortale».
Rossi era ospite in questo studio?
«Era arrivato nell'aprile scorso, cercava una nuova sistemazione perché la
precedente non lo soddisfaceva più. Qui aveva due stanze in comodato d'uso».
La segreteria?
«Si appoggiava alla segreteria dell'istituto, che è curata da me personalmente.
Poi c'è sempre stata la sua segretaria di Genova, da sempre».
Appuntamenti?
«Moltissimi, i clienti arrivavano fin da Bobbio per essere seguiti da lui».
Senta... quel sospetto?
«Non è possibile che qui dentro sia mai accaduto qualcosa di irregolare. Non
sarebbe stato possibile, c'è sempre gente, non c'è lo spazio, non ci sono le
strutture. Ho prenotato io centinaia di visite: tutte donne arrivate e uscite
dopo venti minuti di visita con le loro gambe».
Rossi poteva entrare in orari anomali?
«Questo sì, aveva le sue chiavi».
Ha lasciato qualcosa, una lettera, un biglietto, in questo studio?
«No. L'ho sperato, dico la verità. Ma non ho trovato nulla. Però non sono la
prima a essere entrata, sono arrivati prima la moglie e il cognato. In ogni
caso qui non c'è mai stato molto, non era questo il suo studio principale, che
è sempre stato quello di Genova».
Che idea si è fatta di quel che è accaduto?
«Sicuramente Rossi non ha retto a quelle accuse che gli venivano mosse. Lui è
sempre stato una persona molto attenta alla forma, sa? Era sempre ben vestito,
sempre impeccabile, non voleva presentarsi male davanti ai suoi pazienti. Era
una persona incredibile, attaccatissimo al lavoro, tutti lo cercavano proprio
per questa sua dedizione, per la sua umanità, per la sua enorme preparazione
professionale».
Lei aveva dei progetti su questo studio?
«Si era pensato di farlo diventare uno studio medico a tutti gli effetti,
anche per interventi chirurgici ambulatoriali. Sì, è un progetto che ho
effettivamente in piedi».
Le ripeto ancora una volta la domanda: lunedì sera non le ha detto nulla
di preciso su quel che era accaduto? Non ne avete discusso?
«No, non me l'ha detto. Mi ha solo accennato della visita dei Nas».
E non le ha detto che sarebbe rientrato in studio a Rapallo?
«No, ho solo avuto la percezione che fosse tornato qui dopo la cena a casa.
Ma non la sicurezza perché, ripeto, l'ho cercato sul telefonino».
Aborti fuori legge, 3 indagate a Levante
di Silvia Pedemonte
Potrebbero essere almeno tre, le donne indagate nel Tigullio nell'ambito
dell'inchiesta sugli aborti clandestini emersa dopo il suicidio di Ermanno
Rossi, il ginecologo genovese di 54 anni, con studio anche nel Grattacielo di
Rapallo (nella foto), che si è ucciso lunedì sera, gettandosi dall'undicesimo
piano del palazzo rapallese.
È quanto filtra dallo stretto riserbo che circonda le indagini della Procura
di Genova. Oltre a una ventottenne (forse chiavarese) di cui si è parlato
martedì - ma di cui la magistratura, ieri, non ha dato conferma - e a una
trentenne di Rapallo, già sentita dagli inquirenti (ai quali avrebbe ripetuto
di aver agito in totale buona fede), ieri, in città, la cortina di riserbo ha
iniziato a incrinarsi, rivelando la possibile esistenza di una terza indagata
nella zona.
Un uomo, che lavora nei pressi del palazzo di corso Matteotti in cui
sarebbero avvenute le interruzioni di gravidanza, giura di aver visto, giusto
due mesi fa, i carabinieri in borghese («Ma non di queste zone, ne sono
sicuro») fermare una giovane che stava proprio al Grattacielo e aspettava un
uomo salito su, dal dottore. «Era una giovane ed è stata identificata: vive a
Sestri Levante. Il compagno, non so se fosse il marito, era salito da quel
medico e sceso dopo poco».
Intorno, nei bar e nei negozi, nessuno sembra aver visto Rossi quella sera
di lunedì in cui, disperato, si è ucciso, lanciandosi dall'undicesimo piano.
E a Rapallo si fa largo lo sgomento, anche davanti alle ipotesi che si fanno
sempre più pesanti: la città continua a non voler credere che lui, il medico
che tante volte aveva dato la vita - con passione e dedizione quasi maniacale
per il lavoro e per le sue pazienti - forse, qualche volta, l'aveva anche
tolta. Per sempre.
Undici piani, l'ascensore che sale e che conduce fino all'interno 64.
Qui, a destra, c'è la porta del centro salute e benessere "Twentyone" dove
dall'aprile scorso, in comodato d'uso, il dottor Ermanno Rossi aveva scelto di
trasferire il suo studio rapallese, il secondo punto dove riceveva le pazienti,
oltre a quello nella centrale via XX Settembre di Genova. Per quindici anni,
fino all'aprile 2007, Rossi il suo studio rapallese lo aveva in piazza
Garibaldi 45, assieme al chirurgo plastico Salvatore Romano e ad altri due
professionisti. Poi, undici mesi fa, il trasferimento in quel centro benessere,
per «bisogno di maggior spazio», come ha raccontato il chirurgo plastico Romano
che accanto a lui ha lavorato per 15 anni.
Dopo la tragedia, nell'ufficio del dottor Rossi non si può entrare: è stato
chiuso ed è in fondo al lungo corridoio del centro. Gli studi del dietologo e
dell'estetista da un lato, il mare di Rapallo che si apre sconfinato
dall'altro, dalle vetrate di questo centro che sovrasta la città. Proprio da
quel lato sinistro, in fondo alla stanza dove aveva lo studio oggi chiuso a
chiave, Rossi si è gettato lunedì notte, andando a finire sull'isola ecologica
di via San Benedetto. Ancora oggi, si può vedere la recinzione dove Rossi ha
sbattuto con violenza
Nel luogo dove Rossi visitava non si può entrare. Come era, quello
studio, lo racconta una delle sue pazienti, Eleonora Lai, mamma della piccola
Emma, fatta nascere da Rossi: «Sono sconvolta da quanto è successo. Era un
ginecologo scrupoloso, sempre disponibile, bravissimo. Lo studio era composto
da due stanze, non grandi: in una di queste teneva la macchina per l'ecografia,
poi c'era lo spogliatoio, un piccolo bagno, il lettino per le visite». È
incredula Eleonora, come lo è la sorella Elisabetta, paziente anche lei di
Rossi come tante, tantissime altre donne del Levante, di Genova e perfino di
fuori regione.
Molte di loro ieri lo hanno ricordato e difeso a spada tratta con
centinaia di commenti sul sito internet del
Secolo XIX. Aveva circa
duemila pazienti che arrivavano anche da lontano, pur di avere lui come
ginecologo. Incredulità e stupore: è quello che si è continuato a ripetere per
tutta la giornata di ieri e che si leggeva negli occhi dei passanti di via San
Benedetto, dove è caduto il medico dopo il volo fatale. I passanti indicano il
punto e poi guardano su, a quell'undicesimo piano. Qualcuno scuote la testa, c'è
chi si fa il segno della croce.