* Presidente dell'"Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso"
Da Portella della Ginestra ai grandi
investimenti nel mondo.
Le alleanze con la politica "ndrangheta über
alles".
La criminalità in doppiopetto...
«Non potremo mai essere un Paese civile finché ci saranno camorra, "Cosa
Nostra" e quella mafia dal nome impronunciabile che si trova in Calabria».
Questo, nel lontano 1985, il monito lanciato da Sandro Pertini per spronare ad
un'azione più incisiva quella Commissione parlamentare antimafia nata da una
legge che ebbe come primo firmatario Ferruccio Parri e ricostituita per la
quinta volta subito dopo il sacrificio di Pio La Torre e di Carlo Alberto
Dalla Chiesa. Quali i motivi del campanello d'allarme del vecchio presidente? Ancora una
volta una nutrita casistica di efferata violenza ai danni di rappresentanti
dello Stato.
Nell'agosto di quell'anno, a Palermo, erano stati infatti
uccisi il commissario di polizia Giuseppe Montana, il vicequestore Ninni
Cassarà e l'agente Roberto Antiochia.
Quattro mesi prima avevano invece perso la vita Barbara
Asta coi suoi due bambini di appena sei anni, gemelli, nell'attentato di
Pizzolungo deciso per eliminare il giudice Carlo Palermo che, dopo aver
lasciato Trento, aveva assunto l'incarico di sostituto procuratore a Trapani al
posto di Giangiacomo Ciaccio Montalto, barbaramente assassinato: entrambi, da
visuali diverse, avevano diretto delicate indagini su traffici internazionali
di armi e droga tra Italia, Turchia e Siria e sul riciclaggio e l'investimento
dei relativi proventi.
Protagonisti del colossale business, oltre a mafiosi
italiani e mediorientali, esponenti della Loggia P2 e dei servizi segreti,
grandi banche e misteriosi potentati, un membro del comitato per il controllo
delle armi operante presso il Ministero dell'Interno e discussi finanzieri con
le mani in pasta nel mondo della politica.
Droga e massoneria occulta
Nel giro di poco tempo, le piste tracciate dai due
magistrati, portano alla scoperta, sempre nella stessa provincia, nei pressi di
Alcamo, di una raffineria di eroina, la più grande che fosse mai stata scoperta
in Europa.
Fra i responsabili dell'
«azienda», uno dei capi della
"famiglia" mafiosa locale - che sarà ucciso dai Corleonesi perché
sospettato di passare ad uno 007 notizie sulla strategia stragista del 1992 - e
un personaggio coinvolto nell'inchiesta milanese sulla
"Duomo
Connection", oscuro intreccio di mafia, affari e
politica, nel quale facevano capolino esponenti deviati della massoneria.
L'anno dopo, i nomi di due soggetti ritenuti responsabili
della
"Strage di Pizzolungo" e di altri
pericolosi boss figureranno negli elenchi di una loggia massonica
"coperta" trapanese, la
"Iside 2"
della quale facevano parte anche imprenditori e commercianti, un consigliere
regionale della DC, il viceprefetto e il vicequestore dell'epoca, funzionari
della Provincia e del Comune, un prelato della chiesa ortodossa, don Agostino
Coppola, nipote del più noto Frank
"Tre dita" - attivo anche in Lazio e
"conoscente" di un alto magistrato della Cassazione iscritto alla P2 e per
questo radiato dall'ordine giudiziario - e il principe Gianfranco Alliata di
Montereale, piduista, vicino ad ambienti dell'estrema destra ed indicato come
uno dei mandanti della
"Strage di Portella della Ginestra" del primo maggio 1947.
Gli affiliati non erano noti agli appartenenti alle logge
"ufficiali", ma avevano contatti con un'analoga loggia di Palermo che
faceva capo a Giuseppe Mandalari, notoriamente commercialista di Totò Riina,
nonché sostenitore di esponenti del centrodestra alle elezioni politiche del
1994.
Nel conseguente processo per associazione segreta si è
avuto il primo accertamento giudiziario dell'inserimento nella massoneria
deviata di esponenti di spicco di Cosa Nostra.
"Menti eccelse" dietro le stragi
Nel processo
"Borsellino ter", in cui si è peraltro fatto riferimento a
"menti
eccelse" che in via D'Amelio operarono dietro le
quinte, è invece emerso che l'esplosivo usato nel fallito attentato
dell'Addaura contro Giovanni Falcone era dello stesso tipo di quello della
"Strage
di Pizzolungo" per la quale, tra gli altri, sono
stati condannati all'ergastolo come mandanti Totò Riina e Vincenzo Virga,
capomafia di Trapani.
Quest'ultimo, qualche mese fa è stato anche condannato in
appello per tentata estorsione - ai danni del presidente di una società
sportiva della città - assieme a Marcello Dall'Utri, all'epoca dei fatti
responsabile di
"Publitalia": Virga
esecutore, Dell'Utri mandante.
Imputati per la
"Strage di Pizzolungo" erano anche dei mafiosi di Alcamo, poi usciti di scena.
In seguito, Giovanni Brusca, il boss corleonese che aveva
azionato il telecomando della
"Strage di Capaci", confesserà di aver contattato Giuseppe Madonia,
"numero
due" di Cosa Nostra,
«per attivare i suoi
canali al fine di aggiustare il processo per la "Strage di Pizzolungo"».
Quali i
"canali"?
Molto probabilmente quelli della massoneria che riaffiorano di tanto in tanto -
e non soltanto in Sicilia - rivelando una certa continuità d'azione.
D'altra parte è risaputo che Madonia, per pilotare
appalti, operava in tandem con Angelo Siino,
"ministro dei lavori
pubblici" di Totò Riina ed affiliato alla loggia
"Orion" di Palermo.
L'ennesimo caso di collusioni inquietanti risale alla
primavera scorsa a Mazara del Vallo, sempre nel Trapanese: tra i nove arrestati
per associazione mafiosa, operatori economici e funzionari e impiegati comunali
- qualcuno dei quali legato in passato alla
"Iside 2" - che avrebbero stretto un patto con la massoneria per
l'accaparramento di appalti.
Per attuare un certo progetto - si legge nell'ordinanza -
il gruppo aveva tentato
«di intervenire presso la Corte dei Conti, motivando
tale scelta con la circostanza che, presso la struttura della magistratura
contabile, prestava servizio un loro "fratello"».
La storia si ripete
Fatti sorprendenti? Senza dubbio. Ma se certe cose si
verificano nella provincia più periferica del Paese, poco esplorata dalla
"grande
stampa nazionale", figuriamoci cosa è successo e
succede in quelle in cui operano i vertici delle varie organizzazioni.
Particolarmente preoccupante, negli ultimi tempi, la
situazione verificatasi in Calabria, dove varie inchieste sugli intrecci del
malaffare hanno coinvolto, oltre a politici di spicco, alti esponenti delle
istituzioni investigative e giudiziarie: l'arresto di un magistrato in carica,
il trasferimento o l'apertura di procedimenti disciplinari per errori,
omissioni ed incompatibilità ambientale a carico di altri, l'incriminazione di
alti ufficiali della Guardia di Finanza e di agenti dei servizi segreti.
A circa vent'anni di distanza, dunque, le parole di
Pertini sono così tornate di vibrante attualità.
Ma soprattutto l'uccisione di Francesco Fortugno, vice
presidente del Consiglio regionale della Calabria e la strage di Duisburg, particolarmente
eclatante per numero ed età delle vittime e località di attuazione, hanno
portato nel modo più drammatico all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale
l'esistenza, in più di un terzo del territorio del nostro Paese, di una
situazione paradossale nella quale le attività delle tradizionali
organizzazioni mafiose e la degenerazione della politica e della prassi
amministrativa, potenziate da una certa massoneria che fa spesso da volano,
coinvolgono ampie fasce dell'economia ed inquinano la politica e le istituzioni
locali con inevitabili riflessi in ambito nazionale e internazionale.
Una spirale perversa
Un salto di qualità improvviso? Macché!
La spirale perversa della grande criminalità italiana si è
sviluppata gradualmente. Sulla possibilità di espandere i tentacoli all'estero
- si legge negli atti della Commissione antimafia della passata legislatura -
hanno influito due fattori: da un canto
«il progressivo abbattimento
delle frontiere nazionali, sia fisiche che burocratiche, la libera e non
controllata circolazione delle persone e dei beni hanno determinato una
significativa ricaduta sullo sviluppo e sull'interconnessione fra le economie
ed i soggetti criminali dei vari Paesi»; dall'altro -
ha rilevato qualche anno fa Antonio Laudati, sostituto della Direzione
Nazionale Antimafia -
«la "miopia" degli Stati che, pur abbattendo
frontiere e controlli, non hanno ancora adottato regole comuni, a partire dalla
definizione di "criminalità organizzata", per contrastare il crimine sul piano
internazionale. La stessa Europa è un'area a "legalità variabile" e le
differenze fra le legislazioni penali europee aprono varchi insperati a tutte
le organizzazioni criminali».
Negligenze storiche e miliardi in Germania
Ma la sottovalutazione del problema non è un fatto nuovo
perché in tema di mafia, purtroppo, la storia non è mai stata maestra di vita.
In tal senso, mentre il dibattito sulla tragica vicenda verificatasi in
Germania e sulla necessità di provvedimenti efficaci per contrastare in modo
adeguato la criminalità presente in Europa era ancora aperto, il
venticinquesimo anniversario dell'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa ha
offerto lo spunto per riflettere ancora una volta su alcune delle più clamorose
contraddizioni verificatesi nel nostro Paese proprio in questo campo.
All'atto del conferimento dell'incarico di prefetto di
Palermo, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini aveva garantito al
generale un'ulteriore investitura per il coordinamento della lotta alla mafia a
livello nazionale nonché l'emanazione, da lì a poco, di un'apposita legge -
proposta da Pio La Torre,
ucciso proprio per questo - che gli avrebbe consentito di operare in modo più
incisivo.
Nei successivi
"cento giorni", però, il mancato mantenimento delle promesse era stato
"giustificato" con argomentazioni tutt'altro che convincenti: la nuova carica
sarebbe stata incompatibile con l'ordinamento vigente e la legge era ancora in
fase di analisi e di elaborazione.
Il che lasciava pensare agli osservatori più acuti che nel
"Palazzo" nessuno si fosse mai accorto che
la mafia esisteva già quando Garibaldi arrivò in Sicilia.
Tamburi battenti a ceneri calde
La
"Strage di via Carini" si verifica il 3 settembre dell'82.
Esattamente tre giorni dopo, sotto la pressione dell'opinione
pubblica, sconcertata dal fatto che Dalla Chiesa era stato mandato allo
sbaraglio, il Governo crea l'Alto Commissariato per la lotta alla mafia, e alla
fine della settimana successiva il Parlamento vara la prima vera legge
antimafia della storia d'Italia che prevede la confisca dei beni, da sempre il
vero
"tallone d'Achille" degli affiliati e
dei complici delle cosche.
La norma, che ha integrato il codice penale all'articolo
416 bis, è applicabile non soltanto nei confronti degli aderenti a Cosa Nostra
ma a qualsiasi consorteria
«comunque localmente denominata», tanto che, col tempo, è stata utilizzata anche in procedimenti
penali a carico di esponenti della
"Mafia del Brenta" veneta e della
"Banda della Magliana" di Roma.
A conclusione del dibattito parlamentare era emersa la
decisione di renderla subito efficace per non offrire ai
"soliti
noti" l'occasione di ricorrere a prevedibili abili
sotterfugi per eluderla.
Nei fatti entrò in vigore dopo i consueti quindici giorni.
Conseguenza? A distanza di tempo si scoprirà che in quel
lasso di tempo circa cinquanta mila miliardi di lire dalla Sicilia erano giunti
proprio in Germania.
Il crollo del "Muro di Berlino"
Un altro esempio significativo risale all'89: crolla il
"Muro
di Berlino" e la parola d'ordine dei capi della
ndrangheta agli
"ambasciatori" stanziati
in Germania ed in altri Paesi dell'Est è di comprare di tutto, immobili ed
aziende in special modo.
Ma l'organizzazione, rispetto ad altre presenti nello
scenario del momento, è poco nota all'estero e, se qualche anno prima il
presidente Pertini considerava
"impronunciabile" in Italia il suo nome, figuriamoci le difficoltà fonetiche
incontrate nel linguaggio teutonico.
Le autorità tedesche percepiscono comunque i segni
preoccupanti dell'infiltrazione strisciante della criminalità italiana e
lanciano l'allarme in ambito CEE.
Nel vertice di Dublino del maggio dell'anno dopo -
dichiarerà al Corriere della Sera (9.4.91) Claire Sterling, del Washington
Post, che ne aveva seguito i lavori - viene infatti affrontato
«il
problema della possibilità che la mafia siciliana, sfruttando la prossima
apertura del mercato unico, possa stabilire forme di connivenza con i gruppi
terroristici addestrati in Occidente ed in particolare in Germania occidentale
e con gli ex agenti di sicurezza dell'Est che ormai sono disoccupati: mezzo
milione di uomini che conoscono tutti i canali del contrabbando, che per anni
hanno fatto il mercato nero e sanno chi sono i corrotti e chi può essere
corrotto. Ci sono indicazioni che la
Stasi (Servizio segreto dell'ex Repubblica Democratica
Tedesca, n.d.r.) stanno vendendo enormi quantità di armi e tecnologia a gruppi
criminali, terroristici e alla mafia».
Andreotti: non mafia ma ... "criminalità organizzata"
Fra la rappresentanza tedesca e quella italiana - precisò la Sterling, dopo aver
«interpellato
fonti tedesche, inglesi, francesi, belghe e naturalmente italiane» - si verificano però
«divergenze e contrasti».
Come mai?
«Giulio Andreotti, presidente del
Consiglio e Gianni De Michelis, ministro degli Esteri, "hanno puntato i piedi"
perché nei documenti ufficiali non risultasse la parola mafia.
Il cancelliere Kohl e altri governanti hanno invece insistito perché il
problema fosse messo in agenda nel successivo summit di giugno, usando esplicitamente
questa parola. La mafia, dunque, per la prima volta, è stata argomento di un
vertice CEE nel giugno del 1990», nel quale fu «espresso questo timore: se non
verranno prese misure di sicurezza adeguate, con il mercato unico la mafia
potrà realizzare in tutta Europa quello che ha fatto in Italia».
L'allarme si rivelò profetico, perché non si può certo
dire che i provvedimenti finora adottati siano stati adeguati alla pericolosità
delle varie organizzazioni. Ma quella volta - come tenne a ribadire la
giornalista americana - Andreotti e De Michelis
«volevano che più
genericamente si parlasse di "criminalità organizzata"».
Motivo di tanta ...
"resistenza"? Semplice: già nel 1976 l'apposita commissione parlamentare
d'inchiesta aveva precisato che
«sin dalle origini, la connotazione
specifica della mafia è sempre stata costituita dall'incessante ricerca di un
collegamento con i pubblici poteri».
La stessa tendenza la criminalità organizzata può metterla
in atto attraverso la corruzione, ma occasionalmente, non in modo sistematico e
continuativo come le varie mafie. E Andreotti e De Michelis, stando alle
personali esperienze giudiziarie relative a vicende di quegli anni, conoscevano
bene la differenza fra i concetti racchiusi nelle due espressioni.
Summit internazionali mafiosi
Mentre nelle alte sfere si persevera con la
"politica
dello struzzo" la criminalità internazionale si dà da
fare fissando precise strategie in alcuni summit che, guarda caso, si svolgono
soprattutto in Germania: a Berlino Est appena un mese dopo, nel giugno del
1990, a Varsavia nel 1991, a Praga nel 1992, ancora a Berlino nel 1993.
In verità - ricorda Clara Sterling -
«anche
prima della disintegrazione dell'Unione Sovietica, le mafie siciliana,
americana, colombiana ed asiatica stavano collegandosi con la mafia russa, fino
a formare un cordone criminale clandestino, senza confini, in grado di
stringersi attorno al globo». Poi, il cambiamento
delle condizioni di operatività della criminalità italiana consente il
"salto
di qualità" della ndrangheta.
«A seguito dei colpi inferti a Cosa Nostra, dopo la stagione stragista del
‘92 e del ‘93 - spiega Francesco Forgione, presidente
della Commissione parlamentare antimafia -
la ndrangheta è riuscita
a conquistare il primato mondiale nel traffico degli stupefacenti, gestendo
gran parte delle porte d'ingresso della cocaina in Europa. E in questa scalata
tra le organizzazioni criminali mondiali, è stata favorita dalla sua natura di
organizzazione a struttura chiusa, dalla solidità di legami famigliari che
l'hanno resa impermeabile al fenomeno dei "pentiti" che, per Cosa Nostra e la Camorra, ha avuto un
effetto deflagrante in tutti gli anni Novanta».
I
"collaboratori di giustizia" della 'ndrangheta, stando ai dati ufficiali, fino all'aprile scorso,
erano infatti appena 100, contro i 243 della mafia siciliana e i 251 della
camorra.
1992: ndrangheta "über alles"
Stando così le cose, la raccapricciante manifestazione di
violenza omicida a Duisburg, nel cuore della Germania - sostiene Forgione -
«ha
solo riacceso i riflettori sulla ndrangheta, sulle sue barbarie, sui suoi
affari, sul suo ruolo internazionale che ne fanno, oggi, la più potente
organizzazione criminale italiana e tra le più pericolose e ricche nel mondo:
ha rappresentato la coda di una faida che ha già prodotto decine di morti, ma
chi era in Germania - vittima o carnefice - non era partito con la valigia di
cartone per fare il pizzaiolo: era lì per gestire investimenti, operazioni
finanziarie, speculazioni edilizie. Per controllare e gestire il traffico della
droga, come dimostrano recenti inchieste in mezza Europa, o trattare importanti
partite di armi o, come pare, era anche interessato all'acquisto di Gazprom,
monopolista russo del gas, e gli investimenti turistici sul Baltico».
«La ndrangheta va guardata così: senza mai perdere di vista il significato
del suo simbolismo arcaico, dai riti di affiliazione fino alle faide familiari,
ma cogliendone sempre i nessi con la sua "modernità", frutto delle sue
disponibilità finanziarie ripulite nelle mille opportunità della
globalizzazione. Tutto il resto è fuorviante e tende a minimizzare un fenomeno
che va aggredito al più alto livello della sua pericolosità: la sua ricchezza,
i suoi patrimoni, la pervasività delle sue relazioni sociali e istituzionali».
Un fenomeno transnazionale
Un obiettivo, questo, che non riguarda solo la mafia
calabrese ma tutte le grandi organizzazioni criminali italiane e straniere -
alle quali è legata da rapporti di collaborazione - che hanno sempre le radici
nelle aree geografiche d'origine ma sono ormai presenti in tutti i continenti:
un comune denominatore che consente di definire il fenomeno mafioso
complessivamente considerato, non più internazionale ma transnazionale:
«internazionale - rileva infatti la Commissione parlamentare antimafia -
è
un gruppo criminale che non opera unicamente nel territorio del proprio Stato
ma svolge la sua attività anche all'estero con opportune ramificazioni;
transnazionale è invece la cooperazione sinergica, che gruppi criminali di
diversa nazionalità instaurano per ottimizzare lo sfruttamento di determinate
opportunità di mercato illecito: questa integrazione funzionale non solo
supporta il traffico ma potenzia le capacità operative dei singoli gruppi
interagenti».
La ndrangheta in particolare - si legge nel rapporto
presentato ai primi di agosto dal Sisde, il servizio segreto civile italiano -
è
«ramificata» in Germania, Olanda,
Francia e Belgio, nei Balcani e nell'Est europeo, dove coglie
«le
opportunità di penetrazione del tessuto socio-economico» e mantiene
«i suoi consolidati rapporti con le
organizzazioni sudamericane e turche per l'approvvigionamento, rispettivamente,
di cocaina ed eroina, nonché i contatti con sodalizi stranieri, specie albanesi
e nordafricani, che gestiscono piazze di spaccio nel Nord Italia».
La stessa ed altre fonti, in varie occasioni, hanno però
parlato anche di consistenti presenze in Spagna, Inghilterra, Canada e
soprattutto in Australia, dove qualche decennio fa furono addirittura uccisi un
candidato al parlamento che aveva scatenato una campagna stampa contro la
criminalità organizzata calabrese e il vice comandante della polizia federale
di Canberra che indagava su terreni acquistati da soggetti della Locride con
denaro proveniente da alcuni sequestri di persona attuati in Lombardia.
Il Bundesnachtendienst, il servizio segreto tedesco (Bnd),
in un suo rapporto pubblicato dal quotidiano Berliner Zeitung - ma soltanto
all'indomani della strage di Duisburg e privo di riferimento alla data di elaborazione
- conferma che la ndrangheta ha investito
«in misura considerevole
soprattutto nell'ex Ddr (Repubblica Democratica
Tedesca, ndr)
i proventi delle attività criminali» e critica il nostro Paese per avere svolto in maniera
insufficiente l'azione di contrasto.
Germania: legislazione carente
Una trattazione così sintetica della questione ha dato
però una impressione di incompletezza e superficialità: Duisburg si trova
infatti dall'altra parte della Germania, a nord di Bonn, ai confini con
l'Olanda; l'ormai famoso
"Ristorante da Bruno" davanti al quale si è consumata la tragedia non è l'unico
locale pubblico della città che desta sospetti e la normativa antimafia
italiana, anche se è da perfezionare, è obiettivamente all'avanguardia rispetto
al resto d'Europa.
Conclusione? Sono state semmai le autorità tedesche a non
mettere in pratica a casa loro il rigore reclamato a Dublino quasi vent'anni
fa.
Ma la stampa locale, invece di prendere atto di questa
diversità d'azione tra i due Paesi ha enfatizzato i tradizionali e latenti
pregiudizi che nel ‘77 raggiunsero il culmine con la pubblicazione della famosa
foto di copertina del settimanale
"Der Spiegel" con la foto di una pistola a tamburo piazzata sopra un piatto
di spaghetti all'italiana, accentuando e rinfocolando l'indignazione già assai
diffusa nell'opinione pubblica.
Il parere di Saviano
Non tutti i giornalisti hanno però aderito al facile e
comodo conformismo.
«L'interesse dei media è forte, ma quando il
polverone è passato, di solito, torna a tacere» ha
osservato Henning Kluver sulla Suddeitsche Zeitung.
E per capire e far capire di più ai lettori il vero
nocciolo della questione ha chiesto il parere di un osservatore esterno,
esperto in materia: Roberto Saviano, il giovane scrittore napoletano che dopo
aver fatto, con il suo bestseller
"Gomorra", clamorose rivelazioni sui segreti della camorra è stato
costretto a vivere con la scorta della polizia. Domanda: cosa c'è che non va
nella percezione del crimine organizzato da parte dell'opinione pubblica?
«Uno
degli errori più grandi della valutazione di un'organizzazione criminale - è stata la risposta -
è credere che sia attiva e
potente solo quando spara e invece la mafia è molto più forte quando non
uccide: il "massacro di ferragosto" dimostra l'incapacità dei media
nell'affrontare il crimine organizzato. Fino a oggi l'esistenza di cartelli
criminali in tutta Europa è stata sottovalutata o ritenuta un problema interno
all'Italia».
Silenzio ingenuo se non colpevole
«Da noi - ha precisato Saviano -
che
la camorra di Secondigliano e la ndrangheta di Locri siano stati i primi a
investire in Germania Est dopo la caduta del muro è un segreto di Pulcinella».
La verità è che dalla strage di Duisburg
«la Germania è uscita da un
silenzio ingenuo, se non colpevole perché da almeno vent'anni i poteri
criminali calabresi e campani investono in Germania. L'edilizia dell'est è
controllata dalla ndrangheta e dalla camorra, centinaia di aziende
subappaltatrici hanno legami con i clan. Ma non solo in Germania Est. I
Casalesi hanno fatto affari soprattutto nei trasporti a Dortmund», a nordest di Duisburg.
«La camorra ha persino portato avanti una strategia precisa: ha investito
prima in paesi vicini come la Repubblica Ceca e la Polonia, che fanno
comunque parte dell'area allargata dell'economia tedesca, poi si è spostata
direttamente in Germania. Hanno investito capitali in molte attività tessili:
negozi avviati con capitale italiano, che poi i soldi tedeschi hanno fatto
fruttare».
«In questi giorni c'è il pericolo che i tedeschi credano che il loro Paese
venga sommerso da finanziamenti criminali dall'estero. Invece i capitali che
provengono dall'Italia fecondano quelli tedeschi e li fanno fruttare».
È pure vero però che certi meccanismi cominciano a
funzionare pure al contrario.
«A Caivano, vicino a Napoli - ha precisato lo
scrittore -
c'è un tedesco che gestisce un arsenale della camorra.
Il clan dei Casalesi ha anche appartenenti ucraini o tunisini. Tutta l'area
intorno a Castel Volturno è stata lasciata alla mafia nigeriana. A New York la
mafia italoamericana ha appaltato una zona a famiglie del Kosovo. Insomma, e
organizzazioni mafiose si sono globalizzate».
Come mai, allora, nella gente è prevalsa l'emotività del
momento?
«In Germania la polizia sa, ma i mass media non ne sanno nulla e quindi
l'opinione pubblica non sa nulla. Ma proprio questo è il problema: se le
organizzazioni criminali restano una materia per addetti ai lavori non abbiamo
alcuna possibilità contro di loro. Loro non hanno paura degli addetti ai lavori
e non temono i tribunali e le condanne. Il mio caso forse può servire a
mostrare quanto oggi possano essere efficaci le parole. Se i lettori, i
giornalisti o gli intellettuali producono un'attenzione costante,
l'imprenditorialità criminale si trova in difficoltà».
La posizione dell'Italia
In Italia, la posizione ufficiale non è diversa.
«Con l'invio dei killer in Germania - ha
sostenuto Marco Minniti, viceministro all'Interno con delega per le polizie e
il servizio segreto civile -
le cosche calabresi hanno infranto un
tabù: quello di presentare all'estero il volto della mafia imprenditrice. Sia
chiaro però che già nel 2001, con l'Operazione "Lukas", i carabinieri del Ros
compilarono con la collaborazione della Bka tedesca una mappa degli investimenti
calabresi in Germania. E in quella mappa c'era anche il "Ristorante da Bruno"
che è stato teatro della strage. Ma poi l'inchiesta non andò avanti perché
mentre in Italia la legislazione sulla confisca è chiarissima, l'ordinamento
legislativo tedesco ha impedito il prosieguo di indagini efficaci e preventive:
è mancata una cornice normativa europea. Il fatto è che l'Europa, fino a quando
ha incassato investimenti "puliti" delle mafie italiane si è illusa che, al
denaro che non ha odore, non debba necessariamente seguire una crisi di
sicurezza pubblica, come accade oggi nella Ruhr e come può accadere presto in
tutti gli altri Paesi in cui da tempo affluiscono i capitali delle nostre
mafie».
Ma come si concilia la posizione assunta dal cancelliere
Kohl nel ‘90 a Dublino con l'inerzia legislativa delle istituzioni tedesche a
partire dal 2001, anno al quale risale l'inchiesta
"Lukas"?
Su questo punto i princìpi e le regole della diplomazia
impongono la più assoluta riservatezza.
Gli analisti dicono però che tutto è chiaro.
Jurgen Roth, mafiologo berlinese, è stato tra i primi a
far presente che
«le ultime notizie valide del Bundeskriminalmat, la
polizia criminale tedesca, risalgono agli inizi del 2000. Poi è arrivato il
governo di Silvio Berlusconi ed è stato molto difficile collaborare nel settore
della lotta alla criminalità».
Lo stesso giorno la stampa riportava il citato rapporto
del Bnd secondo il quale in Italia alcuni clan calabresi sarebbero riusciti a
piazzare
«in modo sistematico i propri informatori in quasi tutti i
settori della vita pubblica, della politica, della giustizia e dell'esecutivo
fino ai massimi livelli dell'amministrazione».
Problema italiano o tedesco?
«È vero che non possiamo sorprenderci della strage di Duisburg - ha sottolineato Minniti -
ma io sono sorpreso
della sorpresa dei nostri partner europei: se a ferragosto ci fossimo trovati a
Como con sei rumeni finiti con un colpo alla nuca, noi non avremmo detto: "Cara
Romania, è un problema tuo!". Ci saremmo chiesti cosa non funziona da noi,
quali sono i buchi neri, quali i controlli inefficienti, quali i sensori
inattivi? Lo avremmo sentito un problema nostro. Ora nutro la speranza che
quanto è accaduto a ferragosto possa inaugurare una nuova stagione, magari più
consapevole che la minaccia mafiosa la patisce non solo il Paese che l'esporta,
ma l'incuba anche chi la importa, magari qualche volta cedendo alla tentazione
di chiudere gli occhi perché, si sa, pecunia non olet».
La ‘ndrangheta in Calabria
Ma qual è stata la carta vincente che in Calabria, una
delle regioni meno sviluppate del Paese, ha consentito alla ndrangheta di
raggiungere tanto potere, prima di imporsi sullo scenario della criminalità
mondiale?
«Quella - sostiene Forgione -
della
grande capacità imprenditoriale, attraverso la quale è riuscita a contrattare
in più occasioni il proprio ruolo nel sistema di imprese nazionale e con i
soggetti economici e politico-istituzionali che dovevano gestire il più grande
insediamento industriale della regione: si è assicurata così il sistema degli
appalti e dei grandi flussi di denaro pubblico arrivati a fiumi in Calabria
senza incidere in termini di sviluppo, di modernizzazione, di livelli di
civiltà».
Troppa gente, però, è ancora legata al luogo comune
secondo il quale le tradizionali organizzazioni mafiose sarebbero una
inevitabile conseguenza del sottosviluppo del Meridione.
«Le mafie, e la
Ndrangheta tra esse - spiega invece
Forgione -
non sono più fattori di arretratezza, ma soggetti fra i
più "dinamici" della modernizzazione distorta che ha investito il Sud e ne ha
trasformato il paesaggio sociale: speculazione e cemento, saccheggio
ambientale, stupro delle coste, dissipazione dei finanziamenti pubblici,
scempio di ogni forma di diritti, negazione delle libertà di mercato e
d'impresa».
La "politica dello struzzo"
Quale, in tutto questo, il ruolo e le responsabilità della
politica?
«Queste mafie, la politica non ha avuto la forza di combatterle e di
sconfiggerle proponendo un altro modello di sviluppo credibile e sostenibile di
lavoro pulito, di gestione trasparente delle risorse, di diritti esigibili al
posto di favori elargibili. Anzi, ne ha accettato le logiche ed ha
compartecipato al sistema. In fondo, la crisi della politica, in Calabria, è
tutta qui: nell'essersi trasformata in esercizio separato del potere,
trasversalità senza vincoli ideali o etico-morali, ricerca ossessiva del
consenso senza regole, scambio privato e non più risposta generale e
trasparente ai bisogni diffusi. Anzi, i bisogni della gente - dalla sanità al
lavoro, dai servizi alla pubblica amministrazione - sono diventati la leva di
una nuova dipendenza non più e non solo clientelare ma, in intere aree, anche
mafiosa. In questo scenario si è anche affermata una commistione, a tutti i
livelli, tra gestione politica e interessi economico-finanziari privati».
Un intricato "sistema criminale"
Un vero e proprio sistema criminale, dunque, dalle
componenti eterogenee, legate da stretti vincoli di interdipendenza funzionale
e di reciprocità di favori che li rendono capaci di gestire un potere perverso.
Quali, oltre alla ndrangheta ed a
"pezzi" della politica, le altre
"entità" inquinate ed inquinanti?
«Massoneria, lobby, circoli, luoghi certamente trasversali» dichiara ad alta voce il sostituto procuratore di Catanzaro
Luigi De Magistris. E aggiunge:
«Siedono tutti allo stesso tavolo».
«Qui - era stata nei primi di agosto la denuncia
di Salvatore Boemi, al vertice della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio
-
'ndrangheta e massoneria deviata fanno parte di uno stesso modello
integrato di capacità criminali individuali e collettive, una sorta di tavolo
di lavoro dove siedono figure diverse, non tutte necessariamente mafiose, ma
tutte comunque interessate all'accaparramento di finanziamenti pubblici», che per questo e il prossimo anno ammontano a diciotto
miliardi di euro.
«E, come per il passato, il rapporto con politica e istituzioni dello Stato
deviate costituisce la logica vincente per la ndrangheta», che conferisce alla regione un grado di
"densità
criminale" - basato sul rapporto tra affiliati ai
clan e popolazione residente - del 27%, contro il 12 in Campania, il 10 in
Sicilia ed il 2 in Puglia (dati DIA 2001).
Un ... "tavolo di lavoro"
Il guaio - precisa De Magistris - deriva dal fatto che
«questo
sistema ha bisogno di inglobare anche pezzi di istituzioni deputate al
controllo e infatti, indagando, ci siamo trovati di fronte a situazioni di
commistione tra controllori e controllati che il conflitto di interessi di
Berlusconi fa quasi ridere».
Ma la gente si rende conto che in questo modo si
calpestano interessi generali che il denaro pubblico, i soldi pagati da tutti i
cittadini vengono rubati o sperperati?
La verifica degli intrecci è alla portata di tutti.
«Basta
fare una semplice visura camerale - spiega il
magistrato -
per vedere chi sono i soci, i consiglieri di
amministrazione: si scopre che abbiamo il figlio del politico, il nipote, il
figlio e il parente del magistrato, e poi del poliziotto, del carabiniere».
E la ragnatela viene subito a galla quando si parla
«di
rifiuti, di informatizzazione, di acqua o di sanità. Ci sono addirittura
società che si occupano di tutti questi settori contemporaneamente».
Nessuna meraviglia, dunque, di fronte alla notizia di
un'inchiesta
"Fortugno bis" che,
relativamente ai mandanti, punta ad un
"livello politico superiore".
«Per questo - è stata la conclusione di Boemi -
la
soluzione del problema non può che venire dalle indagini sulla borghesia
mafiosa, quella interna alle cosche e quella esterna dei colletti bianchi che
favoriscono l'impresa ndranghetista e agevolano il passaggio da un'economia
criminale ad una economia pulita».
Verità scomode
Un problema di facile soluzione?
«Se vogliamo parlare seriamente della ndrangheta dopo la strage di Duisburg - osserva Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione
parlamentare antimafia -
allora conviene dire anche verità scomode.
La ndrangheta è l'organizzazione mafiosa più potente, più ricca, e più estesa
sul territorio europeo e mondiale. E le democrazie sono impotenti. Con i loro
apparati penali insufficienti, con il loro controllo dei mercati e
dell'economia debolissimo. Così riusciremo al massimo a contenere il fenomeno.
La sconfitta è lontana. L'Italia, ad esempio è il Paese delle norme antimafia
non applicate. Due esempi rendono chiara l'idea: primo, la Legge Mancino del
‘94 che prevede che tutti i trasferimenti di proprietà registrati vengano
contestualmente trasmessi alle questure. Una norma inapplicata nella sostanza,
visto che il materiale non è informatizzato, non lo conosciamo e non abbiamo a
disposizione una mappa per capire come si muovono le ricchezze della mafia. Poi
c'è la questione dell'anagrafe dei conti e dei depositi bancari che non è nelle
disponibilità degli investigatori e dei magistrati antimafia, eppure parliamo
di lotta al riciclaggio. Come si vede, siamo all'antimafia del giorno dopo».
Garantismo e "doppio binario"
E invece bisognerebbe puntare su quella del giorno prima,
basata sull'analisi realistica e rigorosa della situazione per predisporre le
più appropriate misure di prevenzione e di repressione.
«Certo! Ma diciamo subito che un approccio ipergarantista non ci aiuta
nell'azione di contrasto. Guardiamo alla Germania, dove il mostro ndrangheta è
cresciuto e si è esteso nel territorio grazie anche a leggi garantiste. In
Italia, invece, con il rito abbreviato in primo grado e il patteggiamento
allargato in secondo, un narcotrafficante rischia poco più di sette, otto anni
di galera».
«Sia chiaro: io - tiene a precisare Lumia -
sono
per le garanzie, ma bisogna tenere ben presente che i mafiosi non sono degli
emarginati da comprendere, no: ci troviamo di fronte ad organizzazioni
pericolose che stanno svuotando dall'interno le nostre società, al Sud come al
Nord. In Italia come in Europa. Il pericolo della ndrangheta è pari a quello
del terrorismo, con una sostanziale differenza: i mafiosi sono nel cuore della
nostra società. Le garanzie vanno assicurate ai cittadini, agli onesti e al mercato
che in molta parte d'Italia sta perdendo la sua libertà, inquinato come è
dall'economia mafiosa».
Quale potrebbe essere, dunque, la soluzione, sul piano
repressivo e giudiziario?
«Bisogna rivedere queste norme e decidere che per la lotta ai sistemi
mafiosi è necessario stabilire un "doppio binario", proposto al Parlamento già
nel 2001 dalla Commissione antimafia da me presieduta: quello che vale per i
reati comuni non può valere per i reati di mafia».
Ma bisogna intervenire subito e mantenere alta la guardia.
«L'impegno - sostiene Marco Minniti -
deve
essere costante, altrimenti si ha l'effetto di quel proverbio citato da
Leonardo Sciascia, "càlati jùncu chi passa la chìna": la mafia, nei momenti di
difficoltà, si comporta come il giunco per poi rialzare la testa quando la
piena è passata».