Palermo. Un uomo in borghese con una borsa di cuoio in mano,
l'espressione assorta, la gamba protesa in avanti nell'atto di camminare: la
foto a colori e' nitida, ed e' un reperto prezioso e raro: e' la foto di uno
dei misteri italiani. Per intenderci, e' come se fosse arrivata a noi la foto
di un uomo che apre la cassaforte di Dalla Chiesa a Villa Paino la sera del suo
omicidio, il 3 settembre del 1982, la foto di chi prese in consegna le carte di
Moro dal covo di via Montenevoso dalle mani del colonnello Umberto Bonaventura...
... restituendone poco piu' di due terzi, la foto della lettera letta
con enfatica suspence dal bandito Giuliano e poi bruciata poco prima di
partecipare alla strage di Portella della Ginestra o quella degli appunti
informatici di Giovanni Falcone spariti dal suo data bank probabilmente il
giorno stesso della strage di Capaci.
Per la prima volta la storia oscura d'Italia viene illuminata da un fotogramma
a colori: ritrae l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli che si
avvia verso la parte terminale di via D'Amelio, al confine con via Autonomia
Siciliana, nel pomeriggio di tritolo e fiamme del 19 luglio del 1992. Con una
borsa in mano. La borsa di Paolo Borsellino, che quel pomeriggio lascio' la sua
vita, e con lui i cinque agenti della sua scorta, sull'asfalto rovente di via
D'Amelio. Dentro quella borsa, in quel momento, secondo la Procura di
Caltanissetta, c'e' un' agenda rossa: gliel'aveva regalata l'Arma dei
carabinieri, Borsellino vi annotava tutti i pensieri piu' nascosti, registrando
tutti i fatti, anche i piu' insignificanti, che aveva vissuto dal 23 maggio
precedente, da quando, cioe', sull'autostrada di Punta Raisi, la mafia e chi se
ne serve aveva strappato la vita del suo scudo umano, Giovanni Falcone.
Alle 17.20 del 19 luglio, venti minuti dopo l'esplosione, un fotografo
palermitano, Franco Lannino, scatta un'istantanea destinata probabilmente ad
entrare nella storia dei misteri italiani: dentro quella borsa in mano ad Arcangioli,
la procura ne e' certa ( e adesso vedremo perche') c'e' l'agenda che il
giornalista Marco Travaglio ha definito la "scatola nera della seconda
repubblica'', nata in mezzo al tritolo delle stragi. Quasi sedici anni dopo
quel pomeriggio, il primo aprile del 2008, il giudice per le indagini
preliminari Paolo Scotto di Luzio proscioglie il capitano Arcangioli
dall'accusa di furto dell'agenda. Una decisione destinata a chiudere la vicenda
giudiziaria (anche se si attende la decisione della Cassazione sul ricorso
presentato dalla procura di Caltanissetta) che pone una pietra tombale sulla
ricerca della verita'. Non e' stato Arcangioli, insomma, a farla sparire. E chi
e' stato, a distanza di tanti anni, difficilmente saltera' fuori.
Ma come si e' arrivati al proscioglimento del colonnello dei carabinieri? E che
cosa e' accaduto attorno alla Croma blindata di Paolo Borsellino negli attimi
immediatamente seguenti l'esplosione mentre il corpo del magistrato giaceva nel
cortile interno dello stabile, ai civici 19 e 21 di via D'Amelio, tra
l'inferriata e il giardinetto dell'appartamento al pian terreno?
Siamo andati a leggere i verbali dell'inchiesta, abbiamo incrociato le
dichiarazioni dei testimoni oculari e quella che vi offriamo e' la
ricostruzione, dettagliata e minuziosa, comprese le ritrattazioni, i cambi di
versione, i vuoti di memoria (quest'ultimi per la verita' comprensibili a
distanza di 13 anni) di chi e' stato ascoltato dalla procura perche' quel
pomeriggio era li', vicino l'auto blindata. A partire dalla presenza
dell'agenda dentro la borsa. La difesa di Arcangioli, infatti, l'ha messa
in dubbio: perche' escludere che Borsellino, sceso dall'auto per citofonare
alla madre, l'abbia portata con se'? In questo caso, evidentemente, dell'agenda
non sarebbe restata alcuna traccia. Ma sia la procura che la parte civile
l'hanno esclusa con un argomento difficilmente contestabile: da Villagrazia di
Carini a via D'Amelio Borsellino ha guidato la sua Croma blindata ed e'
impossibile che abbia avuto modo di consultare l'agenda. Che e' rimasta,
appunto, dentro la borsa.
I TESTIMONI. Sono tre, oltre, naturalmente, Arcangioli: l'ex magistrato
ed ex parlamentare Giuseppe Ayala, il giornalista Felice Cavallaro, il
carabiniere di scorta ad Ayala Rosario Farinella.
Arcangioli viene interrogato una prima volta il 5 maggio del 2005 e ammette
subito (non poteva fare altrimenti) di avere preso la borsa. L'ha fatto,
rivela, su richiesta di uno dei due magistrati che aveva incontrato sul luogo
della strage, Giuseppe Ayala e Vittorio Teresi che lo avrebbero informato
dell'esistenza di un'agenda tenuta da Borsellino. Sul posto Arcangioli incontra
anche Alberto Di Pisa, magistrato di turno. Non solo: una volta presa la borsa,
uno dei due magistrati l'apri' e ‘'constatammo che all'interno non c'era alcuna
agenda, ma soltanto dei fogli di carta''. Su richiesta di uno dei due
magistrati, infine, Arcangioli ricorda di avere incaricato uno dei suoi
collaboratori a depositare la borsa nell'auto di servizio ‘di uno dei due
magistrati''. ‘Ma su quest'ultimo punto non e' certo: si tratta di un ricordo
molto labile e potrei essere impreciso'', non sa ‘'se poi veramente cio' e'
avvenuto in tali termini''. Ma non e' soltanto quest'ultimo ricordo ad apparire
confuso: Vittorio Teresi dira' di essere arrivato in via D'Amelio un'ora e
mezzo dopo, Alberto Di Pisa, che non era magistrato di turno, in via D'Amelio
non e' mai venuto. Entrambi minacciano querele nei confronti di chi li
chiama in causa.
Per verificare i ricordi di Arcangioli, che spiega con l'irrilevanza del
contenuto della borsa la sua decisione di non redigere una relazione di
servizio, la procura interroga dunque Giuseppe Ayala.
O, meglio, lo reinterroga, visto che lo aveva gia' sentito l'8 aprile del 1998,
nell'ambito di un filone di indagine sui mandanti occulti della strage. Ed in
quella occasione l'ex magistrato aveva offerto la sua prima versione dei
fatti: arrivato dopo 10-15 min dall'esplosione in via D'Amelio (abitava a
150 metri, al residence Marbella) Ayala, dopo avere constatato che era Paolo
Borsellino l'obbiettivo dell'attentato, aveva visto un carabiniere in divisa
aprire lo sportello posteriore della Croma e prendere una borsa con tracce di
bruciacchiatura. L'ufficiale gliela vuole consegnare ma lui non e' piu' un
magistrato in servizio e quindi non puo' riceverla, e lo invita a
trattenerla per consegnarla poi ai magistrati. In sua presenza, precisa, quella
borsa non e' mai stata aperta. E che fine abbia fatto non lo sa, poiche' si e'
disinteressato della vicenda. La sua versione cambia il 13 settembre, dopo
l'interrogatorio di Arcangioli. Non c'e' piu' un carabiniere che apre lo
sportello posteriore sinistro, ma l'ex magistrato ricorda di averlo visto
aperto, e di avere preso egli stesso la borsa bruciacchiata poggiata sul sedile
posteriore e di averla affidata ad un ufficiale dei cc in divisa ‘'meno giovane
di Arcangioli''. Anche in questo caso Ayala ribadisce di non avere mai
aperto la borsa per verificarne il contenuto. Ma le due versioni sono in
contrasto e la procura chiama a deporre Ayala una terza volta. E in
quest'occasione l'ex magistrato si fa aiutare nel ricordo da un giornalista
presente sul luogo della strage, l'inviato del Corriere della Sera Felice
Cavallaro.
In quest'ultima versione, confermata dal giornalista, Ayala vede prelevare da
una persona in borghese (e' certo che non fosse in divisa) la borsa dallo
sportello posteriore sinistro e gliela consegna. Lui, magistrato non in
servizio, non puo' tenerla e la gira ad un ufficiale dei cc in divisa.
‘'Il tutto dura 30 secondi, forse 1 minuto'', ripete Ayala. La sua versione
continua a restare incompatibile con quella di Arcangioli e la procura, quello
stesso giorno, mette i due a confronto.
Arcangioli pero' aggiunge qualche dettaglio: ‘'per esortazione di qualcuno che
non ricordo (credo fosse Ayala) ho preso la borsa dal pianale post sinistro
sono andato nel lato opposto di via D'Amelio, ho aperto la borsa, non c'era
nulla di interessante, e ho rimesso (o fatto rimettere) la borsa nel sedile
posteriore. Il tutto alla presenza di Ayala. C'era anche un ufficiale cc? Non
ricordo''. E Ayala infine ribadisce: ‘'non conoscevo Arcangioli e oggi lo vedo
per la prima volta''.
Dal contrasto di queste due versioni, e dagli altri elementi acquisiti, il
quadro finora certo e' il seguente:
1) Arcangioli e Ayala si occupano della borsa di Borsellino nei minuti
immediatamente seguenti l'esplosione.
2) Nella borsa, nonostante le parole di Arcangioli, e' molto
probabile che ci fosse ancora l'agenda rossa (lo dichiara la vedova di Paolo
Borsellino che vede il marito con l'agenda in mano a Villagrazia di
Carini).
3) La borsa, nonostante le assicurazioni ricevute da Ayala,
ricompare, come dice Arcangioli, nel sedile posteriore della Croma un'ora e
mezzo dopo, senza l'agenda.
Ma sulla scena irrompe anche un quarto testimone. E' Rosario Farinella,
carabiniere di scorta ad Ayala, che offre una nuova, per certi versi inedita,
versione: interrogato il 2 marzo 2006, Farinella ricorda di essere arrivato in
va D'Amelio insieme ad Ayala e di avere visto la Croma ‘'avvolta dalle
fiamme'', un vigile del fuoco le sta spegnendo, le portiere tutte chiuse
ma non a chiave''. A questo punto ‘'Ayala nota una borsa sul sedile posteriore,
con l'aiuto del vigile abbiamo aperto lo sportello (operazione non semplice),
io ho preso la borsa e volevo darla ad Ayala, ma lui mi disse che non poteva
prenderla. Aggiunse di tenerla per qualche minuto, cosi' mi allontanai
dall'auto con la borsa verso il cratere creato dall'esplosione, e dopo 5/7 min
Ayala chiamo' un uomo in abiti civili ufficiale o funzionario di polizia, gli
spiego' che era la borsa di Borsellino. Lui disse che si sarebbe occupato della
cosa e gli consegnai la borsa. Ricordo che appena presa la borsa lo stesso si
e' allontanato dirigendosi verso l'uscita della via D'Amelio, ma non ho visto
dove e' andato a metterla. Peraltro io me ne sono disinteressato...''. Era
Arcangioli, chiedono i magistrati mostrandogli la foto? ‘'Non sono in grado di
riconoscere la persona che mi mostrate, non ricordo pero' che avesse una placca
metallica di riconoscimento (come quella di Arcangioli, ndr). Di questo
particolare ritengo che mi ricorderei...''.
Il racconto di Farinella spiega anche un dettaglio, uno dei tanti, sul quale
Ayala e Arcangioli non sono d'accordo: secondo il primo la borsa presentava
qualche bruciacchiatura, per il secondo, invece, era perfettamente integra.
L'iniziale forzatura degli sportelli descritta da Farinella (e non ricordata da
Ayala) spiega perche' la borsa, protetta dentro l'auto chiusa, non prese fuoco
e, quindi, si presentava integra, cosi' come appare nella foto in cui e' in
mano ad Arcangioli. Se successivamente, quando fu ritrovata dalla Polizia era
un po' bruciata cio' e' dovuto ad un ritorno di fiamma descritto da un vigile
del fuoco che si premuro' di bagnare l'interno dell'auto e quindi la borsa con
un idrante avvertendo la polizia.
In conclusione:
1) Ripreso dall'obiettivo di un fotografo Arcangioli si dirige con la
borsa in mano verso la fine della via D'Amelio (e non sul lato opposto al
portone della sorella di Borsellino, dove lo stesso ufficiale ha detto di
essersi diretto)
2) In quella borsa, in quel momento, c'e' l'agenda rossa
3) La borsa viene ritrovata sul sedile posteriore della Croma un'ora e
mezzo dopo senza l'agenda
4) Dove ha portato quella borsa? Arcangioli dice di averla aperta alla
presenza di Ayala (che smentisce), di non aver trovato nulla, e di averla
rimessa a posto. Ma quando il colonnello Domenico Bonavita della Dia di
Caltanissetta gli chiede: ‘'ricorda se consegno' per brevi istanti la borsa del
dottore Borsellino a suoi colleghi o superiori gerarchici presenti sul luogo
ovvero ad altri investigatori? Arcangioli risponde: ‘non ricordo, pertanto non
posso affermare ne' escludere che un tale fatto sia avvenuto. Comunque posso
dire che se uno dei colleghi del Ros o di altro reparto mi avesse chiesto di
visionare il contenuto della borsa non avrei avuto motivo di rigettare tale sua
richiesta''.
Dubbi e interrogativi che avrebbero potuto essere approfonditi nel corso di un
dibattimento. Il giudice di Caltanissetta ha pero' ritenuto diversamente,
chiudendo la vicenda. E il mistero e' destinato a restare tale.
(Articolo tratto dal numero zero 2008 di PIZZOFREE PRESS per gentile
concessione dell´autore)