Il Porto di Genova continua ad essere nel caos totale. La legge dice una cosa ma se ne vuole fare un'altra. E' scontro...
3
dicembre 2008
Attacco della Vincenzi ai
terminalisti
Sciopero sui moli. A tre giorni dal Comitato
portuale che dovrebbe avviare la gara per l'assegnazione del lavoro
in porto arriva sulle scrivanie dei membri del parlamentino di
Palazzo San Giorgio il testo del bando preparato dall'Autorità
portuale e i sindacati proclamano un primo stop di Culmv e Compagnia
Pietro Chiesa dichiarando «rotta» la pace sociale, secondo le
dichiarazioni di Ivano Bosco ed Enrico Ascheri, Filt Cgil. Che, sul
comitato del 5 dicembre, dicono: «Non sappiamo se parteciperemo».
Scende in campo anche il sindaco di Genova, Marta Vincenzi,
richiamando tutti al rispetto della legge. Non solo le compagnie
portuali, ma anche e soprattutto i terminalisti: non è piaciuta al
sindaco la notizia dello scambio azionario tra le società che
controllano Sech e Vte e che ha sancito un semi-monopolio per i
traffici container a Genova. Intanto domani il prefetto Anna Maria
Cancellieri, che ieri ha incontrato la Culmv e, separatamente, il
presidente dell'Autorità portuale Luigi Merlo col segretario
Giambattista D'Aste, avrà un colloquio con il ministro dei
Trasporti, Altero Matteoli, la cui direttiva è all'origine della
gara che sta creando tensione sui moli. Siamo insomma alla stretta
finale di una storia complicata dove si intrecciano questioni
politiche, economiche, giuridiche. Il fattore scatenante, come è
noto, è l'inchiesta della magistratura genovese sul porto che ha
portato allo scoperto un'organizzazione del lavoro sui moli
ritenuta, dai magistrati, irregolare rispetto alla legge del 1994
A
Genova, infatti, non è stata fatta la gara per individuare quel
soggetto unico che fornisce ai terminalisti i lavoratori aggiunti che
accanto ai dipendenti si occupano delle operazioni portuali quando i
traffici sono più numerosi. Questo ruolo a Genova è assicurato, per
diritto storico, da Culmv e Pietro Chiesa. A settembre il ministro
manda una direttiva a tutte le Autorità portuali: tutti i porti che
non l'hanno ancora fatto, devono bandire la gara. E siamo quindi
all'oggi: i membri del Comitato portuale hanno tre giorni per
esaminare il testo del bando, che dovrebbe essere licenziato venerdì
dal Comitato.
E che deciderà l'ultimo punto lasciato in sospeso: ovvero
quante persone potrà impiegare il soggetto autorizzato a fornire
manodopera in banchina secondo l'articolo 17 della legge 84 del
1994. Poiché quando i traffici languono i lavoratori che restano a
casa devono essere comunque retribuiti tramite la cassa integrazione,
questo numero deve essere il più contenuto possibile. Ma, visto che
attualmente i soci della Culmv sono circa 1200 (poco più di 900 i
regolari) e una quarantina quelli della Pietro Chiesa che si occupano
delle rinfuse, scendere molto al di sotto questo livello creerà
tensioni.
Ad ogni modo Culmv e Pietro Chiesa di gara non
vogliono sentir parlare: in due comunicati distinti, uno per i
camalli e l'altro per i
carbunin, Enrico Ascheri
(Filt Cgil), Ettore Torzetti (Cisl Uil) e Marco Odone (Uiltrasporti)
hanno ieri proclamato uno sciopero di un'ora a fine turno, più
blocco totale del quarto turno del sabato e della domenica, dal 3
dicembre in poi. Il comunicato riferito alla Culmv parla di «una
gara che non serve, non è necessaria, è inutile per l'attività
portuale e neanche regolamentata da alcun decreto applicativo di
legge». Quello della Pietro Chiesa, più stringato e dai toni meno
accesi, parla comunque di gara «frettolosamente organizzata contro i
lavoratori portuali».
«Siamo preoccupati per i livelli salariali e occupazionali» dice
Ettore Torzetti, mentre Marco Odone ribadisce «la necessità di un
confronto». Più dura la Cgil che accusa il presidente di «non
lavorare per il bene del porto» e, più prosasticamente, «di non
aver chiesto un rinvio a Matteoli». La richiesta comune dei tre
sindacati è infatti quella di uno slittamento di tre mesi dei tempi
della procedura di gara e l'apertura di «un tavolo di garanzia».
Detto tavolo dovrebbe essere guidato dal prefetto, sempre secondo i
sindacati, che non riconoscono all'Autorità portuale ruolo di
arbitro. Allo stesso tempo, anche le rappresentanze sindacali
nazionali fanno pressione su Matteoli.
Nella sostanza, la gara fatta in ossequio al testo della legge è
malvista soprattutto dallla Culmv perché obbliga la cooperativa a
scegliere una volta per tutte quale ruolo svolgere - impresa portuale
o fornitore manodopera - oltre a vincolare più strettamente la
compagnia all'adempimento di tutta una serie di regole riportate
nel testo del bando: rispetto del contratto nazionale di lavoro nei
porti, nessun incrocio rispetto al ruolo di impresa portuale, stretto
controllo sugli avviamenti ad opera dell'Autorità portuale. Tutti
obblighi per la società, ma indubbie garanzie per i suoi lavoratori.
D'altra parte il testo del bando richiede che i lavoratori
dell'impresa fornitrice di manodopera abbiano «un'esperienza
professionale biennale per l'80% dei dipendenti» e,
nell'assegnazione dei punti che decideranno il soggetto vincitore,
grande peso viene data all'esperienza. Culmv e Pietro Chiesa,
nell'ipotesi che partecipino alla gara, sarebbero certamente in una
posizione di favore per vincerla. Ma non pare, al momento, che siano
intenzionati a partecipare. Per presentare domanda, ad ogni modo,
l'Autorità portuale dà tempo sino al 30 marzo. Anche questo
sembra un modo per provare ad aprire uno spiraglio di confronto.
Ma non aiuta a superare l'impasse,
soprattutto, l'attuale crisi dei traffici che incide sulle paghe di
camalli e carbunin, radicalizzando le incomprensioni. Per superare
l'attuale crisi, riscuote successo pressoché unanime l'idea del
presidente della Regione di attingere alla cassa integrazione in
deroga. Piace anche al sindaco Marta Vincenzi che ieri, a Palazzo
Tursi, a seguito di un'interrogazione sul tema avanzata dal
consigliere Pd Simone Farello, ha tenuto un discorso molto duro sul
leit motiv secondo cui «l'osservanza delle regole costituisce la
premessa dello sviluppo». Regole che devono rispettare anche i
terminalisti, «assumendo il personale necessario per la
realizzazione del lavoro ordinario» e senza appoggiarsi, quindi,
alle compagnie in maniera preponderante per ridurre il rischio
d'impresa (i dipendenti si pagano sempre, i portuali Culmv solo
quando vengono chiamati). E poi la bocciatura dello scambio azionario
tra le società che controllano Sech e Vte: «Tutte le imprese
portuali devono astenersi dal fare accordi che escludano concorrenti
efficienti da Genova. Non vorrei che si riproponesse un monopolio o
il rafforzamento di posizioni dominanti e che potrebbero finire sotto
la lente della magistratura». L'Autorità portuale, da parte sua,
chiederà lumi al ministero: è una questione di antitrust, e a
Palazzo San Giorgio vogliono sapere se esistono linee guida a cui
rifarsi. Il tempo delle eccezioni genovesi, del «qui si può fare»,
è finito.
Samuele Cafasso
Daniele Grillo
2
dicembre 2008
Il porto di Genova e l'assegnazione
del lavoro
Negli uffici di Palazzo San
Giorgio, sede dell'Autorità portuale, si mettono a punto gli
ultimi dettagli per la gara pubblica che dovrebbe porre fine alle
irregolarità nel mercato del lavoro sulle banchine di Genova. E
venerdì il Comitato portuale dovrebbe decidere da quando, dopo la
presentazione delle domande (il termione scade a fine anno) e
l'assegnazione della gara stessa, scatterà la nuova gestione.
Sinora le compagnie Culmv e Pietro Chiesa hanno svolto sia il ruolo
di fornitori di manodopera (articolo 17 della legge 84 del 1994) sia
quello di operatori portuali (articolo 16 del medesimo dispositivo).
La norma però vieta di svolgere assieme i due ruoli e, soprattutto,
per operare sui moli come fornitore di manodopera serve
un'autorizzazione assegnata tramite gara pubblica. Quella gara
pubblica che non è mai stata fatta e che ora è stata imposta a
Genova e agli altri porti inadempienti con una direttiva del
ministero dei Trasporti Altero Matteoli.
2 dicembre 2008
Portuali, a Genova
sciopero antiappalti. La Vincenzi: «Il porto si apra, no ai
monopoli»
Il giudice per le indagini
preliminari ha respinto la richiesta d'un maxi-sequestro a carico
degli ex segretari dell'Autorità portuale Erido Moscatelli e
Alessandro Carena, indagati per truffa ai danni dello Stato nella
concessione della cassa integrazione "straordinaria" ai
camalli. Il provvedimento era stato richiesto due settimane fa dai
pubblici ministeri Enrico Zucca, Walter Cotugno e Mario Morisani, e
rappresenta l'ultimo sviluppo dello scandalo porto. L'ipotesi della
procura è (abbastanza) semplice: siccome Culmv e Pietro Chiesa
«hanno continuato a svolgere la loro tradizionale attività, cioè
la fornitura di lavoro temporaneo, in modo illegittimo», ecco che
diventa irregolare parte degli ammortizzatori sociali ricevuti in
questi anni. Nella fattispecie sono finiti nel mirino il biennio
2004-2005 (gestione Carena, 790 mila euro sospetti) e il triennio
2005-2007 (gestione Moscatelli, quasi un milione e 800 mila euro).
Il Gip Franca Borzone, nel rigettare la domanda, fornisce
tuttavia motivazioni che vale la pena sottolineare: pur riconoscendo
il «fumus» (il sospetto) d'un comportamento irregolare da parte
degli ex funzionari di palazzo San Giorgio, ribadisce che quel tipo
di sequestro non si può applicare. Una valutazione più di diritto
che nella sostanza, fondata su una diversa interpretazione della
possibilità di sequestrare a scopo cautelativo non il provento
«diretto» della presunta truffa, ma una cifra equivalente magari
rivalendosi su beni immobili o proprietà degli indagati. I pubblici
ministeri hanno presentato ricorso al tribunale del Riesame, che già
in passato - per altre istanze nell'ambito degli accertamenti sul
porto - aveva in qualche modo ribaltato la decisione: il
pronunciamento è atteso entro dieci giorni. Da tempo le attenzioni
delle Fiamme Gialle (la prima relazione in materia è del 14 aprile
scorso) si erano concentrate sui compensi riconosciuti a camalli e
carbunìn - così vengono tradizionalmente chiamati i soci di Culmv e
Pietro Chiesa - quale integrazione salariale per le giornate non
lavorate. Ogni anno infatti il governo stanzia soldi che, sotto forma
di cassa integrazione straordinaria appunto, vengono versati ai
lavoratori portuali: gli operatori delle compagnie, o comunque i
dipendenti di tutte quelle società che forniscono manodopera negli
scali, sono a disposizione 365 giorni su 365, ma se i traffici
languono non sono chiamati e nulla viene riconosciuto in busta paga.
Di qui, l'integrazione. Il versamento del denaro passa attraverso la
certificazione da parte dell'Autorità portuale dell'ammontare delle
giornate non lavorate, dichiarato dalle compagnie stesse.
L'incartamento finisce quindi al ministero che dà il via libera
all'Inps - sulla base di quanto riferito a monte dall'Authority - per
procedere ai pagamenti. I magistrati alla fine di settembre avevano
ascoltato due dei funzionari ministeriali che negli anni avevano
seguito le pratiche. E il nodo che i pm cercavano di sciogliere era
il solito: se le due compagnie non erano autorizzate, secondo quanto
previsto da un articolo specifico della legge sui porti, a fornire
manodopera in banchina, avevano diritto davvero ai trasferimenti? E
se non era così, chi doveva stoppare le loro richieste? Entrambi i
dirigenti romani ribadirono che nei documenti provenienti da Genova,
Culmv e Pietro Chiesa risultavano regolarmente autorizzate a quelle
mansioni, e di conseguenza legittimate a ottenere i fondi. Secondo i
magistrati la violazione è palese. E inevitabilmente nel mirino sono
finiti i due segretari che avrebbero certificato il falso per dare il
via libera allo stanziamento, sebbene i loro legali contestino
profondamente questa visione, ribadendo che i soggetti coinvolti
erano molto più numerosi e tutti consapevoli del "caso Genova".
Graziano Cetara
Matteo Indice