Firenze, Napoli, Roma, Genova, Perugia.
L'ondata di inchieste mostra il potere dei comitati d'affari. E
rischia di travolgere le giunte rosse. Ora il Pd si trova a fare i
conti con gli scandali...
di Gianluca Di Feo
Quel parco "mi fa cagare da
sempre". Quando il
sindaco di Firenze vuole
cancellare 80 ettari di alberi, unico polmone previsto tra fiumi di
cemento ligrestiano, per inserire lo stadio di un imprenditore amico
e per farlo è pronto a "smitizzare il parco e dire che questo è
tutto contro una certa sinistra", allora è il segno che non si
tratta solo di una questione morale. Da Firenze a Napoli, da Genova a
Perugia, da Crotone a Trento, dall'Aquila a Foggia
le
inchieste giudiziarie che continuano ad abbattersi sulle giunte rosse
aprono una questione più profonda:
mettono in discussione la
capacità di costruire il futuro delle città italiane. Più
delle dimensioni degli illeciti, spesso poche migliaia di euro,
sorprendono i loro effetti: le opere inutili e i cantieri eterni
figli di questa malapolitica che ama il cavillo come strumento di
potere. Più che le guerre intestine tra correnti del Pd, stupisce la
capacità di impastare ogni genere di interesse privato in danno del
bene pubblico: trasversalità e consociativismo sono mode condivise
con la destra e con speculatori d'ogni risma.
Le giunte
traballano sotto il peso di intercettazioni che svelano
intrallazzi
più che tangenti: i pm contestano contributi elettorali,
come le cene dei Ds pagate con i 250 mila euro che sarebbero stati
estorti ai broker dal presidente del Porto di Napoli;
sponsorizzazioni, come quella del gruppo Ligresti all'opuscolo sulla
crociata anti-lavavetri dell'assessore fiorentino
Graziano
Cioni; oppure incarichi professionali smistati a figli,
amici e compari. È una Via Crucis di piccoli episodi, spesso di
dubbia rilevanza processuale, e di grandi favori intrecciati in
consorterie dove la politica giustifica il disprezzo di qualunque
regola, etica o penale, arrivando a negare il buonsenso. Le parole di
Leonardo Domenici, presidente di tutti i sindaci italiani, sul parco
da cancellare e "smitizzare" testimoniano un male che va
oltre la corruzione addebitata ai due assessori di Palazzo Vecchio in
rapporti troppo intimi con
Salvatore Ligresti.
Inutile invocare la questione
morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale.
Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di
garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali
si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque
valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa
strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se
inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra
toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli
Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa
sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il
provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore
Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel
progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti.
Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo
carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni
alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di
parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare
in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per
migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi
amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i
tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi
paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il
progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia
"a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i
palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si
inserisce anche lo stadio voluto da
Diego Della Valle
con rischi di ingorghi epocali.
Se Biagi si è dimesso, lo
'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello
scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che
garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere.
Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi
consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35
anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi
Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla
fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il
celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno
intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto
lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in
un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i
200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un
premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che
lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di
600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in
centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da
mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama
direttamente il braccio destro di Ligresti,
Salvatore
Ligresti.
Inutile invocare la questione
morale. Finora c'è stata a malapena una questione legale.
Si muove solo la magistratura, che arresta o manda avvisi di
garanzia. La segreteria nazionale non interviene e i vertici locali
si barricano dietro la presunzione di innocenza: rinviano qualunque
valutazione alla sentenza definitiva e così proseguono sulla stessa
strada con le stesse persone. Persino le dimissioni arrivano solo se
inevitabili. E la valanga che rischia di sommergere la sinistra
toscana ha smascherato figure molto differenti. Ci sono i piccoli
Machiavelli di Palazzo Vecchio, maestri dell'intrigo e dell'intesa
sottobanco, circondati da una corte di professionisti. Il
provvedimento del giudice è spietato nelle imputazioni: l'assessore
Gianni Biagi costringe la Provincia a entrare nel
progetto Castello e costruire la nuova sede sui terreni di Ligresti.
Lo fa - scrivono - con ogni mezzo, arrivando a sfruttare la suo
carica per intimidire ogni immobiliarista e impedire soluzioni
alternative. I magistrati lo accusano di avere amputato pezzi di
parco per consentire altre colate di cemento, di avere fatto passare
in secondo piano le opere di urbanizzazione, ossia gli impianti per
migliorare la vita dei cittadini. In compenso, infila architetti suoi
amici, con parcelle da mezzo milione di euro per progetti che i
tecnici di Ligresti predicono come inutili ("Finirà che vi
paghiamo e li buttiamo"). Il risultato finale è un mostro, il
progetto urbanistico che determina lo sviluppo di Firenze assomiglia
"a una discarica", affollata di uffici e abitazioni, dove i
palazzi di Provincia e Regione fanno strage di alberi e poi si
inserisce anche lo stadio voluto da
Diego Della Valle
con rischi di ingorghi epocali.
Se Biagi si è dimesso, lo
'sceriffo' Cioni invece promette battaglia. È l'altra faccia dello
scandalo: il barone rosso, arrogante, populista, con un feudo che
garantisce voti. "Chi ha la puzza sotto il naso, cambi mestiere.
Io sto con chi combatte", lo difende pubblicamente uno dei suoi
consiglieri. Ma Cioni è anche la storia del Pci fiorentino: da 35
anni passa da una poltrona all'altra, dalla Provincia al Comune, poi
Montecitorio, il Senato e di nuovo al Comune dove puntava adesso alla
fascia di sindaco. Ha conquistato la platea nazionale lanciando il
celebre regolamento contro mendicanti e lavavetri. Poi lo hanno
intercettato mentre rassicurava gli uomini di Ligresti: "Sto
lavorando per voi". In cambio lo 'sceriffo' chiede e ottiene in
un paio di minuti da Fondiaria un contributo di 30 mila euro per i
200 mila opuscoli che pubblicizzano la sua tolleranza zero. Chiede un
premio, ottenuto, e una promozione, in valutazione, per il figlio che
lavora proprio per Fondiaria. Chiede e ottiene al prezzo politico di
600 euro mensili una casa di oltre sette vani "di pregio e in
centro" per una sua amica. Alza il telefono per tutto. C'è da
mettere la parabola di Sky nell'appartamento della sua amica? Chiama
direttamente il braccio destro di Ligresti,
Fausto Rapisarda.
Il capoufficio sgrida suo figlio e lo rimprovera per i ritardi? Il
papà assessore mobilita Rapisarda, la voce del padrone, che
bacchetta il capoufficio e poi blandisce il rampollo: "Mi
telefoni per qualunque cosa".
Per Cioni non c'è il
partito né il Comune, ma uno schieramento che chiama "la
famiglia". Né lui né gli altri indagati temevano la legge,
sembravano sentirsi protetti. L'inchiesta del nuovo procuratore capo
Giuseppe Quattrocchi e le registrazioni del Ros li
hanno spiazzati. È uno choc, che rischia di abbattere il mito dello
sviluppo sostenibile toscano, di uno stile di vita capace di
coniugare progresso e tradizione costruito dal Pci in mezzo secolo di
governo. Gli eredi di questa tradizione sembrano avere smarrito il
contatto con la realtà della città. Progettano opere discusse e
discutibili come la linea tramviaria. Infilano nei contratti pubblici
società personali, come quella del capogruppo Alberto Formigli: il
consiglio comunale che ha respinto le sue dimissioni si è
trasformato in una rissa. E l'inchiesta è solo agli inizi. Ogni
giorno il Ros va in altri uffici a setacciare capitolati: ci sono
accertamenti su decine di progetti di Comune, Regione e Provincia con
migliaia di telefonate scottanti da analizzare. Insomma, in Toscana
si prepara un inverno di passione.
Non ci sono
pregiudiziali etiche: le porte restano sempre aperte per
presunti corrotti o tangentisti. Quando al sindaco pd di Perugia
Renato Locchi i magistrati hanno chiesto se aveva
incontrato un costruttore, finanziatore della sua campagna, poi
arrestato per mazzette e scarcerato, lui risponde: "Il fatto che
sia stato 50 giorni in cella non significa che non possa continuare a
svolgere il suo lavoro". Anche a Trento la presunzione di
innocenza ha un sapore beffardo. Prima delle elezioni un'inchiesta ha
coinvolto i vertici dell'Autostrada A22, ipotizzando reati
bipartisan: c'era un uomo di Forza Italia ma anche il presidente
Silvano Grisenti, legatissimo al governatore pd
della Provincia,
Lorenzo Dellai. Grisenti viene
accusato di corruzione, turbativa d'asta, tentata concussione per
sponsorizzazioni e contratti da assegnare a società di suoi
familiari: è l'uomo della 'magnadora', la mangiatoia. Una grana a
poche settimane dalle elezioni? Dellai l'ha trasformata in un punto
di forza, costringendo l'indagato a dimettersi senza se e senza ma.
La condanna politica ha trasmesso negli elettori un'immagine di
pulizia, contribuendo alla vittoria del centrosinistra. Ma lunedì 1
dicembre, tre settimane dopo il voto e 70 giorni dopo le dimissioni,
si scopre che Grisenti ha ottenuto un incarico nell'ente presieduto
da Dellai: un ufficio creato su misura per coordinare i programmi di
cooperazione internazionale. "Ha il pieno diritto di tornare al
lavoro", ha spiegato Dellai, citando la Costituzione. Sintetico
il commento dell'interessato: "Ho una famiglia
numerosa".
'Tengo famiglia' è un
argomento che funziona meglio dell'indulto: fa perdonare tutto. Così
come si chiude un occhio per cavalleria sulle frequentazioni
femminili. A Foggia, per esempio, il sindaco è sotto processo per i
favori concessi alla sua "segretaria particolare". L'ha
assunta nello staff, con stipendio di 3.500 euro al mese, l'ha poi
nominata nel consiglio d'amministrazione di una municipalizzata, ma
la signora avrebbe continuato a usare beni del Comune senza titolo:
solo di telefonino 6 mila euro di bolletta. Per difenderla il
sindaco, sempre secondo i magistrati, avrebbe anche falsificato
documenti. Peccati veniali?
Orazio Ciliberti è
sotto processo per questa storiaccia e per un'altra vicenda, ma
rimane primo cittadino, membro della Costituente del Pd e
vicepresidente nazionale dell'Anci.
Restano relegati
in periferia anche i peccati d'omissione, veri o presunti. A
Crotone la procura ha preso di mira Europaradiso, il faraonico
insediamento turistico dove si sarebbero concentrati gli interessi
della nuova mafia calabrese. I pentiti hanno parlato di summit tra
emissari delle cosche e i dirigenti locali del Partito democratico:
il capogruppo
Giuseppe Mercurio si è dimesso dopo
un avviso per concorso esterno in associazione mafiosa. Il problema è
che questo scenario era stato denunciato un anno fa da
Marilina
Intrieri, all'epoca parlamentare Pd, per cercare di bloccare
l'ingresso nelle liste dei nomi vicini ai clan. Si rivolse a Marco
Minniti, all'epoca sottosegretario agli Interni e oggi ministro
ombra, e a Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd. Spiega
Marina Sereni: "Vista la gravità di quanto
sosteneva, le dissi di rivolgersi alla magistratura". Il Pd non
c'entra: l'etica non riguarda il partito, ma è compito esclusivo
delle procure. E allora a cosa si riduce la politica?
Perché
tutta la mappa dell'Italia rossa è costellata di inchieste che
rischiano di esplodere o che hanno sfiorato il sistema di
potere passato dal vecchio Pci al Pd. Prendete l'Umbria. Il sindaco
di Perugia nello stesso verbale in cui difendeva la presunzione di
innocenza del costruttore inquisito, parla delle sue frequentazioni
con
Carlo Carini, il re dell'asfalto. Nello scorso
maggio Carini è finito in manette assieme ad altri 30 tra impresari
e funzionari di Regione, Provincia e di alcuni comuni. Tre assessori
provinciali hanno presentato le dimissioni, subito respinte. Le
intercettazioni hanno fatto emergere una cupola che dominava i lavori
stradali e che si compiaceva di usare il lessico mafioso: "Sì,
sono il capo dei capi". Nessuno ha collaborato, l'istruttoria
non è arrivata ai piani alti: è rimasta una storia di geometri.
Almeno per ora.
Quei corrotti vanno trattati da mafiosi
di Emiliano Fittipaldi
Il Paese vive una crisi etica sempre
più grave. Per affrontarla bisogna adottare gli stessi metodi usati
per il crimine organizzato. Parola di professore. Colloquio
con Marco Vitale
La crisi etica del Paese, la questione
morale che soffoca la società, il rapporto perverso tra politici e
appalti. Marco Vitale, economista, docente a Pavia e alla Bocconi,
traccia un quadro a tinte fosche dell'Italia del 2008, incancrenito
da una corruzione che, nonostante Tangentopoli, continua a viaggiare
a tassi da Guinness. "Serve una scossa, una rivoluzione",
dice: "Prima che sia troppo tardi".
Quasi
ogni settimana escono fuori inchieste su illeciti da parte di
politici. Di destra e di sinistra. Qualcuno, per uscire dal tunnel
della corruzione dilagante, invoca un ricambio generazionale della
classe dirigente.
"È una grande illusione pensare
che sia solo una questione di età. Le statistiche di Transparency
International pongono stabilmente l'Italia in una posizione pessima
nella classifica della corruzione. Da sempre siamo tra gli ultimi
paesi sviluppati, e poco più in alto di quelli del Terzo Mondo. E
abbiamo sotto gli occhi tanti esempi di giovani che sono più
intrinsecamente corrotti degli anziani. Almeno la mia generazione è
cresciuta avendo a modello politici integerrimi, da De Gasperi a Don
Sturzo, passando per Vanoni. Il loro ricordo serve a conservare la
speranza per un futuro migliore".
Come si
potrebbe migliorare a trasparenza nella pubblica
amministrazione?
"Non credo al potere magico delle
regole. Sarebbe necessaria un'azione culturale e politica profonda.
Peccato che per il momento non vedo maestri in giro. Bisogna lavorare
perché nascano esempi da seguire, solo dal basso del Paese
sofferente potrà nascere un nuovo movimento etico. Tangentopoli è
stata una grande occasione perduta. L'azione salutare della
magistratura, per qualche verso esagerata e sbagliata, esprimeva nel
fondo un bisogno di rinnovamento. Sfortunatamente essa non si è
saldata con una risposta politica e culturale adeguata".
Qualcuno ha proposto che gli appalti vengano gestiti
direttamente dalle prefetture. Un'ipotesi realistica?
"L'idea
è ridicola. Quando ero presidente del terminal container di Gioia
Tauro, nell'ambito di un accordo di collaborazione tra il mondo
imprenditoriale e la prefettura, inviai alla stessa l'elenco
di
tutti i fornitori pregando di identificare se ci fossero aziende a
rischio, chiedendo che mi guidassero nella scelta. Non ebbi mai
risposta. Purtroppo il 90 per cento degli appalti locali sono in un
modo o nell'altro manipolati".
Che soluzioni
propone?
"Forse tutti gli appalti potrebbero essere
giudicati da una commissione formata solo da persone esterne all'ente
locale. Da una rosa di professionisti scelti a caso da alcuni albi
professionali (dottori commercialisti, ingegneri, avvocati), con
rigorosa e assoluta esclusione di assessori, segretari, direttori
generali e altri soggetti che in via politica o amministrativa fanno
capo all'ente interessato".
Mi sembra pessimista.
Riusciremo mai a battere il fenomeno?
"Noi stiamo
diventando sempre più corrotti, e il trascorrere del tempo
peggiorerà la situazione. Negli anni '50 eravamo certamente più
virtuosi di oggi, sia a livello centrale che locale. Fosse per me,
estenderei ai casi di corruzione tutte le norme possibili nate e
dettate per la mafia. Non voglio fare una provocazione, lancio solo
un suggerimento. Chi ha lavorato in certe zone del Sud, ma il
fenomeno si sta pericolosamente estendendo anche al Nord, e in
particolare a Milano, non ha dubbi nell'affermare che la corruzione
endemica e la mafia sono fenomeni contigui e
autoalimentantisi".
Davvero pensa che la
corruzione possa essere equiparata alla criminalità organizzata?
"La
corruzione è ormai altrettanto pericolosa. Per la tenuta democratica
del Paese, per la salvaguardia di quel che resta della solidarietà
civile, per la ricostruzione economica. Bisognerebbe introdurre
quelle norme che hanno toccato con efficacia Cosa nostra sul fronte
patrimoniale, regole scritte solo dopo il sacrificio del generale
Dalla Chiesa e dei giudici Falcone e Borsellino. La corruzione è
diventata sufficientemente alta e pericolosa da richiedere un
approccio, da parte dello Stato, non dissimile".
Fantasma Tangentopoli
di Marco Damilano
Dalla periferia monta l'onda degli
scandali. E anche le primarie finiscono sotto accusa. Ma i vertici
del Pd scelgono il silenzio. In attesa della resa dei conti
Tangentopoli è un fantasma che prende
corpo nel piccolo Teatro due, alle spalle della sede nazionale del Pd
di largo del Nazareno, la parola maledetta risuona più volte nella
sala dove un centinaio di militanti si sono autoconvocati per
invocare il ricambio della classe dirigente. "Ho iniziato a fare
politica due anni fa perché pensavo che il Pd avrebbe fatto la
rivoluzione morale", si lamenta tra gli applausi Maurizio Colace
di un circolo romano al quartiere Prati. Come dire: e ora, invece,
Tangentopoli riguarda anche noi. Una denuncia che anticipa di poche
ore quella ben più autorevole del presidente della Repubblica in
visita a Napoli. "L'impoverimento culturale e morale della
politica è sotto gli occhi di tutti.
Si fa enorme fatica a
dirlo e a reagire", scandisce Giorgio Napolitano. Frasi pesanti
e mirate, nel pieno di un dramma politico-giudiziario, inchieste
della magistratura e suicidi, che riporta ai primi anni Novanta: e
chissà se qualcuno ha informato il capo dello Stato della
discussione nella sede di largo del Nazareno di pochi giorni prima.
Si discute di un documento sul Mezzogiorno, preparato dal
vice-ministro ombra Sergio D'Antoni. L'ex leader della Cisl espone lo
scritto, poi interviene Marco Minniti, ieri uomo di fiducia di
Massimo D'Alema, oggi ministro ombra degli Interni. "Condivido
l'impostazione, ma sulle classi dirigenti del partito al Sud dobbiamo
essere molto più precisi e rigorosi...", attacca Minniti.
Subito interrotto da Giuseppe Fioroni: "Ti ricordo che sei il
segretario regionale della Calabria, lo sai bene, serve gente che
porti i voti". E il documento, per ora, viene rimandato.
Si
fa fatica a parlare di Napoli, nel Pd, e di tante altre situazioni.
Comportamenti disinvolti, come quello dell'assessore laziale Mario Di
Carlo, fedelissimo di Francesco Rutelli, che ha vantato davanti alle
telecamere solo in apparenza spente di 'Report' i suoi rapporti
privilegiati col re della monnezza romana Manlio Cerroni. Suicidi,
quello dell'ex assessore napoletano Giorgio Nugnes. Sospetti, vedi il
governatore sardo Renato Soru, sicuro che i primi a volersi
sbarazzare di lui siano i comitati d'affari allocati nel Pd. E
primarie inquinate.
Dimenticare Firenze. Come la Palermo del
film di Francesco Rosi dei primi anni Novanta, il capoluogo toscano è
un buco nero nella memoria dei dirigenti nazionali del Pd. "Non
posso parlarne, non conosco bene la vicenda", ripetono
all'unisono. Walter Veltroni la settimana scorsa ha ricevuto a Roma i
quattro concorrenti alle primarie per eleggere il candidato sindaco
del partito a Firenze. All'uscita, tutti soddisfatti. "Le
primarie sono una rivoluzione epocale", gongolava
l'assessore-sceriffo Graziano Cioni. "Ci ha detto: state buoni
se potete", ha fatto sapere il presidente della Provincia di
Firenze Matteo Renzi, il più giovane e ambizioso tra i candidati. Ma
i due competitors (insieme all'europarlamentare Lapo Pistelli e
all'assessore Daniela Lastri) non hanno motivi di cattiveria, stando
alle intercettazioni dei Ros: il 16 settembre i due parlano di
un'imprenditrice, Sonia Innocenti, amica di Cioni, ma che alle
primarie appoggerà Pistelli. "Quanti voti sposta?",
s'informa Renzi. Pochi, per Cioni: "Ma il voltaspalle lo deve
pagare". Il giorno dopo Renzi richiama Cioni: "Alla Sonia
quel messaggio che mi avevi detto ieri gliel'ho fatto dare in modo
molto brutale". Uno scambio sorprendente tra rivali, ma che
Cioni spiega in un'altra telefonata: "O vinco io o vince Renzi e
va bene... o vince la Lastri e è un disastro... o vince Pistelli ed
è un'epoca di quelle micidiali... quindi bisogna che si corra tutti
e due, Renzi e io: se vince lui gli fo da vicesindaco, se vinco io fa
il vicesindaco lui". Conversazioni che fanno tremare Firenze,
inserite nelle carte dell'inchiesta che vede indagato il potente
Cioni per corruzione.
Più che Firenze sembra Chicago: quella
degli anni Trenta, però, non quella di Obama. Eppure, al vertice
romano con Veltroni, nessuno ne ha parlato. Un silenzio che preoccupa
i leader che hanno fatto della questione morale la loro bandiera.
"Nel partito siamo in una stagione di chiarimento politico, ci
sarà una direzione importante il 19 dicembre, dovremo discutere
anche di questo: come esercitiamo il potere nelle regioni del Sud e
in quelle dove governiamo da sempre", avverte Rosy Bindi, che la
sua carriera politica l'ha cominciata nella Dc veneta decapitando il
gruppo dirigente dell'epoca travolto dagli scandali, beccandosi dagli
avversari il nomignolo di khomeinista. In estate fu tra i pochissimi
a invocare un repulisti interno, dopo gli arresti in Abruzzo,
chiedendo una direzione sul tema. Appello caduto nel vuoto. Stessa
sorte per la ex diessina Marina Sereni: "Ricordo bene quella
riunione. Il giorno prima avevano arrestato Ottaviano Del Turco e noi
ci occupavamo di cose burocratiche. Ho chiesto la parola per
ricordare che il Pd ha approvato un codice etico, ma non basta. Oggi
dico che non bastano neppure le primarie, da sole. Sono una scelta
coraggiosa, ma in alcune zone possono diventare un'arma in mano a
poteri che con il Pd e con la politica non hanno niente a che fare.
Con un rischio da evitare: utilizzare strumentalmente queste vicende
per una lotta politica interna".
E già: la qualità morale dei
dirigenti come oggetto contundente da scagliare contro gli avversari
interni. Il gioco al massacro è appena partito: l'ex dalemiano
Claudio Velardi chiede a Napoli le dimissioni della giunta Iervolino
e le elezioni anticipate, in Calabria Minniti e la ex deputata Ds
Marilina Intrieri sono alle querele, a Firenze i veleni si sprecano:
i dalemiani insinuano che dietro alle intercettazioni ci sia la
manina dei veltroniani, e viceversa. Una marea di fango che dalla
periferia sale minacciosamente verso Roma. Dove, prima o poi, anche i
big dovranno cominciare a parlarne.