LE MAZZETTE DI PESCARA E POTENZA.
GLI APPALTI DI FIRENZE e DI NAPOLI. LE NUOVE ACCUSE DELLE PROCURE
AUMENTANO LA CRISI NEL PD. MENTRE L'ARRESTO DI UN ARCHITETTO PUO'
SVELARE LA MAPPA DEI CANTIERI LOTTIZZATI IN TUTTA ITALIA...
Di GIANLUCA DI FEO E MARCO LILLO
Arresti e sospetti, tangenti e favori:
l'onda di piena è arrivata, tracimando a Potenza e Pescara, mentre a
Napoli e Firenze ormai le voci di nuove retate sono incontrollate e
fanno salire alle stelle il nervosismo negli ultimi palazzi della
sinistra al potere. I magistrati colpiscono Margherita e Ds,
contestando un sistema di governo dove si è perso il senso
dell'illecito. Il presidente della Regione Basilicata accusato di
rivelare notizie segrete, il vicepresidente della Commissione
ambiente di Montecitorio che avrebbe manovrato per gli affari nati
dal petrolio, il sindaco di Pescara che si fa scarrozzare dal jet e
dalla Mercedes di Mister Air One. Ma soprattutto un groviglio di
appalti che sembra avvinghiare le giunte rosse di Toscana e Campania
in un intreccio tra politici, professionisti e imprenditori.
I
risultati del voto abruzzese sono più di un campanello di allarme:
la sconfitta secca del centrosinistra, lo spostamento delle
preferenze verso la componente dipietrista dell'opposizione e
soprattutto l'ondata dell'astensionismo. Il tutto con lo choc
dell'arresto di Luciano D'Alfonso, numero uno del Pd regionale e
sindaco di Pescara che ha tenuto nascosto il suo coinvolgimento nelle
inchieste fino alla chiusura dei seggi. Un vero de profundis, con la
bordata di contestazioni per la privatizzazione dei cimiteri a suon
di mazzette. E poi la limousine messa a disposizione da Carlo Toto, i
voli gratis su Air One, le cene elettorali omaggiate, i contributi
alle associazioni amiche: una lista di doni destinati a ingraziarsi
il primo cittadino nelle concessioni per le aree del centro. Regalie
di poco conto per il magnate di Air One che grazie alla nuova
Alitalia potrà realizzare i suoi sogni milionari, episodi che per il
codice penale potrebbero non essere nemmeno reato, ma che feriscono
profondamente la credibilità del Pd. Insomma, un Natale da incubo
per la leadership democratica, alle prese con quest'onda alimentata
ormai da una decina di inchieste.
A Firenze, per esempio, le
indagini offrono una radiografia impietosa che non riguarda solo il
Pd, ma l'intera società italiana. Perché mostrano come la logica
dell'intrallazzo abbia contagiato anche le categorie che dovrebbero
disegnare il Paese del prossimo decennio. I protagonisti sono giovani
architetti e ingegneri, quarantenni con cattedre universitarie e
studi di prestigio internazionale, uniti da un motto ripetuto nelle
intercettazioni: "A buon rendere. Se tu poi hai bisogno della
stessa cosa in altri comuni, conta su di noi". I compassi d'oro
si scambiano appalti da un capo all'altro della Penisola, pilotando
sistematicamente le gare. Al telefono si vantano: "Era tutto
telecomandato". Il reato contestato non fa scandalo: turbativa
d'asta ha un suono soft da peccato veniale. In realtà si traduce in
milioni e milioni d'euro spesi in cantieri assegnati ai soliti noti e
ai loro padrini politici, che gestiscono le opere pubbliche come se
fossero feudi nobiliari: "Firenze è un po' divisa, a seconda
delle zone ci sono delle imprese...". Il rapporto con i partiti
- e in questo caso con il Pd - è di osmosi: "Altrimenti qui si
arriva alle elezioni e il sindaco non ha impicciato nulla". Il
rapporto con i costruttori ha il sapore del vassallaggio, come nelle
corti rinascimentali. Casamonti, professionista famoso che a soli 43
anni guida l'atelier Archea con 70 laureati, si inchina davanti a
Salvatore Ligresti: "Ho stima di lei. Io mi sono un po'
innamorato: lei ha carisma, è un grande imprenditore".
Casamonti
è stato l'unico a finire in cella per l'inchiesta fiorentina. I pm
lo definiscono "un instancabile e formidabile organizzatore di
trame". Nell'affaire di Castello, il piano urbanistico che
partorirà la Firenze della prossima generazione, è stato indagato a
piede libero: secondo il giudice, l'assessore all'Urbanistica Gianni
Biagi impose a Ligresti il suo nome, con un compenso di mezzo milione
di euro. Invece Casamonti è stato travolto per un appalto che vale
meno di 100 mila euro, nel piccolo comune aretino di Terranuova
Bracciolini. È rimasto in carcere due notti, poi per tre ore ha
risposto alle domande dei magistrati, che si sono mostrati
soddisfatti e lo hanno mandato a casa. "Ho fatto solo del bene a
questa città", aveva detto prima dell'arresto: "Non mi va
di essere fregato".
Siamo davanti a un nuovo Mario
Chiesa, capace di aprire un'altra Tangentopoli? I suoi avvocati
minimizzano: "Ha reso ampie e particolareggiate dichiarazioni
rispondendo a tutte le domande. Non si nega l'evidenza. I fatti
storici sono quelli contestati, ha risposto contestualizzandoli e
spiegando che il suo impegno era legato alla volontà che le opere
fossero fatte bene". Gli inquirenti ostentano cautela. Il gip
Rosario Lupo è abituato ai grandi casi: ha svolto lo stesso ruolo a
Milano nell'ultima fase di Mani Pulite, sequestrando i beni di Paolo
Berlusconi e pronunciando la celebre assoluzione del Cavaliere e di
Cesare Previti per il lodo Mondadori. Ma basterebbe che Casamonti
avesse spiegato le sue telefonate sulla lottizzazione degli appalti
per moltiplicare le inchieste. Nelle intercettazioni parlava del
Consorzio Etruria, un colosso delle coop attivo da Gallipoli a
Bologna che nel 2007 ha gestito cantieri per un valore di 2 miliardi,
inclusa parte dell'Alta velocità: "In quella zona c'è
un'impresa che comanda, ma comanda davvero. È il Consorzio Etruria".
O che avesse chiarito le sue entrature con gli assessori di Palazzo
Vecchio e con la Provincia, guidata da Matteo Renzi, indagato e
candidato alle primarie sempre più grottesche per il candidato
sindaco. O che avesse fatto il punto dei tanti scambi di favori tra
professionisti. Tra gli altri, nelle registrazioni raccomanda
Francesco Salinitro che a sua volta, come dirigente urbanistico del
Comune di Como, affida allo studio di Casamonti un contratto da
favola per risistemare un'area industriale comasca: parte del Sistema
Sviluppo Fiera, un'organizzazione che si affaccia sul grande business
dell'Expo 2015. Non a caso i magistrati parlano di "trasversalità
di Casamonti". Che nel suo smistare incarichi è stato
registrato anche mentre manovrava una gara di progettazione
napoletana.
Trasversalità sembra essere anche la parola
chiave del sistema costruito da Alfredo Romeo, imprenditore per tutte
le stagioni. Anche a Napoli la Procura si è concentrata sull'accusa
di turbativa d'asta. Ma gli appalti che finivano nelle mani del re
dei palazzi, che sogna di ripetere i fasti di Achille Lauro, valgono
centinaia di milioni. Dagli atti dell'indagine emerge il profondo
coinvolgimento della giunta comunale, con l'intervento politico del
sindaco Rosa Russo Iervolino per far approvare il contratto da 330
milioni che affidava a Romeo la manutenzione di tutte le strade di
Napoli. Nella ricostruzione della Procura sarebbe stato fondamentale
il sostegno di Italo Bocchino, che sta spodestando Nicola Cosentino
nella sala di controllo del Pdl campano. Il contratto del Global
Service fu varato nel marzo 2006 quando mancavano solo due mesi al
voto che vide rieleggere la Iervolino con il 57 per cento dei
consensi. L'anno prima Antonio Bassolino si era imposto alla Regione
proprio su Bocchino con percentuali bulgare: 61 per cento.
Oggi
la situazione è drasticamente cambiata, con un partito dilaniato, i
consigli provinciali e regionali popolati di indagati e ben sette
assessori già costretti a lasciare la giunta comunale. Un sondaggio
Swg commissionato dal 'Mattino' ha evidenziato il crollo della
popolarità, facendo infuriare il sindaco. Anche gli interventi del
vertice del Pd per un rinnovamento del gruppo dirigente cadono nel
vuoto. In municipio come in Regione, l'unico cambiamento sembra
potere arrivare dalla magistratura. Bassolino è a processo per
l'emergenza rifiuti e il contratto a Impregilo. Altre indagini vanno
avanti, con esiti imprevedibili, sulla torta più grande amministrata
dalla Regione: la spese sanitaria, con debiti miliardari che hanno
alimentato un oscuro reticolo di cartolarizzazioni. Ma tutti restano
arroccati sulle loro poltrone. Leonardo Domenici, sindaco di Firenze,
non si è mai presentato in consiglio comunale dall'inizio della
crisi giudiziaria. Rosa Russo Iervolino mostrando le "mani
candide" respinge le richieste di dimissione che tentano anche
la sua maggioranza. Il primo cittadino di Pescara, invece, pare che
avesse promesso ai magistrati di farsi da parte subito dopo il voto,
cercando un accordo per evitare l'arresto. E per tentare di salvare
la faccia si era già rivolto a una società di public relation:
perché l'immagine conta più dell'etica.
Anche il presidente
della Basilicata, Vito De Filippo, avrebbe repentinamente cambiato
atteggiamento nei confronti di un imprenditore. Secondo le accuse del
pm Henry John Woodcock, prima lo avrebbe appoggiato, incontrandolo
durante una cena elettorale, poi dopo le prime voci di inchiesta si
sarebbe mosso pubblicamente contro di lui. Adesso si ritrova un
avviso di garanzia per favoreggiamento e rivelazione del segreto di
ufficio: uomini del suo entourage avrebbero comunicato al costruttore
Francesco Rocco Ferrara notizie su un'indagine che lo riguardava. Il
presidente è già dimissionario per le beghe della maggioranza
bianco-rossa che da 13 anni governa la regione. E questa istruttoria
rilegge la grande occasione della Basilicata: il petrolio. La vicenda
ruota attorno al giacimento da 130 milioni di barili scoperto negli
anni Novanta a Tempa Rossa e affidato in concessione nel 2006 dalla
Regione a un'associazione di imprese con a capo la Total (con una
quota del 50 per cento) insieme a Shell e Exxon (25 per cento
ciascuna). L'azienda è privata ma, essendo titolare di una
concessione, è tenuta ai doveri del pubblico ufficiale. I manager
della Total, secondo Woodcock, invece avrebbero brigato con i
politici e gli imprenditori locali. L'obiettivo? Il solito: un
appalto. La costruzione dell'impianto di estrazione, cinque pozzi per
35 milioni di euro, da assegnare a un pool di aziende lucane guidate
dall'impresa di Francesco Rocco Ferrara. L'imprenditore, già
coinvolto nell'inchiesta su Alfonso Pecoraro Scanio, secondo il pm
avrebbe incontrato i leader regionali del Pd e ottenuto il loro
sostegno. La Procura ha chiesto alla Camera di mandare agli arresti
domiciliari l'onorevole Salvatore Margiotta: avrebbe fatto pressioni
per aiutarlo e avrebbe acquisito informazioni per favorirlo in cambio
della promessa di una mazzetta di 200 mila euro. Margiotta,
rutelliano di ferro, è il numero uno nella lista di Potenza e
ricopre la carica di vicepresidente della commissione Ambiente di
Montecitorio. Il 16 dicembre 2007 gli agenti hanno pedinato Ferrara
mentre discuteva con il deputato in una stradina di Potenza,
all'aperto, sfidando il freddo glaciale. Per l'accusa in
quell'incontro Ferrara ottenne il suo appoggio per la gara in cambio
della mazzetta promessa da 200 mila euro. Ma per l'appalto - scrivono
i magistrati - c'è chi è disposto a fare di tutto: pochi giorni
dopo gli uomini della Total entrano di soppiatto nella sede per
cambiare il contenuto dell'offerta di Ferrara, che così vince la
commessa milionaria. Alla faccia del mercato e della legalità. n
La lobby del petrolio lucano
La signora Donata Lombardi era molto
legata ai suoi terreni nel paesino di Corleto Perticara. Finché un
giorno del 1994 arrivarono gli operai della Lesmo a fare le
perforazioni a caccia di petrolio. Lo trovarono e finì la vita
serena nella zona. Sarà una coincidenza, ma il padre della signora
si ammalò di tumore e morì nel 1996. Il gip Rocco Pavese riporta i
racconti del vicino: dopo avere mangiato l'erba accanto ai fanghi
lasciati dagli scavi, gli animali si accasciavano e morivano con il
fegato spappolato. Anche il padre del vicino, Antonio De Lorenzo,
morì di tumore, a 43 anni. Così, quando gli uomini della Total nel
2007 chiesero alle famiglie di vendere i terreni, tutti pensarono: se
Total vuole portare via per sempre gli odori e i colori della nostra
terra, costruendo il 'centro oli', dovrà pagarci il prezzo giusto.
Invece arrivò una proposta che per Woodcock è una concussione:
"Offriamo 5 euro al metro quadrato. Vi conviene vendere perché
altrimenti il comune esproprierà tutto e pagherà la metà". I
contadini all'inizio hanno resistito pensando che i terreni
industriali dovrebbero essere pagati come edificabili e che i comuni
fanno gli interessi dei cittadini, non delle multinazionali. Pochi
giorni dopo la proposta 'che non si poteva rifiutare' però arrivò
una lettera dell'ufficio tecnico del Comune di Corleto: il prezzo era
proprio 2,5 euro al metro, la metà di quello della Total. I due
proprietari terrieri hanno denunciato tutto e ora Woodcock, grazie
alle intercettazioni, ritiene di avere provato l'accordo tra il
funzionario del Comune e la Total per schiacciare in una tenaglia i
loro diritti. Ora sono parti lese nell'indagine. Questa piccola
storia è indicativa, secondo i magistrati, della 'svendita' della
Basilicata alla Total attuata grazie alla complicità dei politici. I
francesi in Italia si sarebbero comportati molto male. Oltre alla
mega-gara da 35 milioni di euro per il 'centro oli' Tempa Rossa,
Total, secondo i pm, avrebbe truccato anche le gare per il
trattamento e per la fornitura dei fanghi di perforazione (attività
delicatissime dal punto di vista ambientale, come dimostrano le
storie del passato). Illuminante, per i magistrati, la conversazione
ambientale intercettata il 20 dicembre 2007 negli uffici di Potenza
della Total. Dice l'amministratore delegato Lionel Levha: "Quando
si arriva a far vincere Ferrara, è vinta". Come a dire, secondo
Woodcock, che dopo aver fatto vincere la gara da 35 milioni a
Ferrara, l'amico dei politici lucani, si sarebbe aperta un'autostrada
per la Total in altri affari. E anche sulle ragioni
dell'interessamento del deputato Pd Salvatore Margiotta, Woodcock non
ha dubbi. Secondo il pm, è Ferrara stesso il 21 dicembre a confidare
a una sua amica il suo dialogo con Margiotta: "Gli ho detto:
Salvato' io voglio il lavoro. Io ti devo portare 200 mila euro il
giorno che mi assegnano definitivamente".
Ferrara
sostiene nelle conversazioni intercettate che a un certo punto il
presidente della Regione, Vito De Filippo, avrebbe preferito che non
vincesse l'appalto, perché sapeva che era indagato: "Eravamo
sulla linea di partenza all'inizio", spiega Ferrara, "poi
c'è stata un'inversione perché hanno avuto paura. Ritenevano che
noi eravamo intercettati. Pare che il presidente si sia espresso
così: sarebbe opportuno che non vincessero. E io, saputa questa
notizia, sono andato a correre ai ripari".
Per correre
ai ripari, Ferrara fa due mosse: per convincere la Total a chiudere
un occhio sulle sue pendenze offre ai francesi
il contratto
per la fornitura del carburante ai suoi camion: "Gli ho detto:
io ci metto sui camion il cartello: uso carburante Total, sono 15
milioni". La seconda mossa è sul deputato Margiotta: il 16
dicembre 2007, Ferrara e Margiotta si incontrano a Potenza alle
16,30. Lontano da orecchie indiscrete, e con un freddo glaciale,
parlottano per diversi minuti. Cinque giorni dopo, Ferrara dice la
frase sulla promessa a 'Salvato' di 200 mila euro'. Per Margiotta il
pm ha chiesto i domiciliari ma per la Total Woodcock ha tirato fuori
un'arma ancora più potente: la richiesta di interdizione. Se il gip
approvasse, Total dovrebbe sospendere ogni attività nel nostro
paese.