Il giornalista Carlo Vulpio, autore del libro "Roba Nostra", si occupava delle inchieste di Luigi De Magistris per il "Corriere della Sera". Ma il giornale nel cui Cda voleva entrare Ricucci e dove certamente siede la famiglia di don Salvatore Ligresti, non può certo tollerare troppe attenzioni ai fatti che la Magistratura scopre e persegue... e che riguardano i comitati d'affari del Potere, le sue collusioni e complicità con ambienti massonici e mafiosi. E così, dal giorno alla notte, a Carlo Vulpio è rimasto il web per poter scrivere ed informare. Qui le ultime puntate della storia degli intrecci che gravitano attorno al Palazzo di Catanzaro pubblicate sul blog di Vulpio...
Vento forte tra Salerno e Catanzaro/1
C'è
una casa di cura in Calabria. E ci sono tre banche: una in
Basilicata, una in Campania e un'altra in Emilia Romagna. Poi c'è
una casa editrice, di proprietà di altre case di cura, questa volta
in Campania. E poi ci sono due magistrati,
Gabriella
Nuzzi
e
Dionigio
Verasani,
pm di Salerno, che si vorrebbe trasferire a tutti i costi.
Dopo
Forleo e de Magistris - una donna e un uomo -, ecco Nuzzi e
Verasani, una donna e un uomo. Dev'essere la par condicio che
vogliono Csm, Anm, (quasi) tutto il Parlamento.
Come
mai? Megalomani, visionari, protagonisti, emotivi, pasticcioni,
incompetenti anche i pm Nuzzi e Verasani (e gli altri cinque pm
salernitani che indagano sulle toghe calabro-lucane)? O forse
pericolosi, visto che hanno in mano quella "bomba atomica" di
inchieste che stanno facendo tremare molti intoccabili di questo
Paese e che sono state la ragione della illegittima aggressione a
colpi di contro-indagini e contro-sequestri che i magistrati di
Salerno hanno subìto da parte dei magistrati di Catanzaro?
Cerchiamo
di capire un po' meglio.
Prima
però andiamo a leggere ciò che ha scritto (Micromega Online) il
giudice di Catania,
Felice Lima, sulla puntata di Annozero del
18 dicembre scorso dedicata al "caso Catanzaro".
"E'
stata una puntata di estremo interesse - dice Lima - per la
partecipazione del segretario dell'Associazione nazionale
magistrati,
Giuseppe
Cascini:
per le cose che ha detto, per il modo in cui le ha dette e per le
cose che ha taciuto".
Una
settimana dopo, il 26 dicembre, Cascini improvvisamente scopre cose
che una settimana prima non osava chiamare per nome e a Sky tv
dichiara: "La situazione in Italia è più grave di quella di
Tangentopoli, perché la corruzione è più che diffusa, è capillare
e fuori controllo. È un cancro molto serio rispetto al quale la
politica ha perso troppo tempo ad interrogarsi sulle ragioni. Il
rischio è che si continui ad interrogarsi sui magistrati che la
corruzione disvelano e puniscono".
Ecco
dunque un primo spunto di riflessione per l'anno nuovo. Giuseppe
Cascini.
Proprio
lo stesso Cascini che fino a una settimana prima non aveva perso
occasione di fare esattamente ciò che adesso rimprovera alla
politica, e cioè "interrogarsi sui magistrati che cercano di
disvelare la corruzione", anziché difenderli (e non per mera
difesa corporativistica), o almeno non attaccarli e non ostacolarli.
Cascini
infatti è tra coloro che non hanno manifestato mai alcun dubbio su
quanto de Magistris fosse "unfit", inadatto a fare il pm e a
condurre quelle inchieste che da Roma in giù (e in su) si vorrebbero
insabbiare a tutti i costi.
Ma
adesso, con una virata di 180 gradi, Cascini scopre ciò che de
Magistris aveva detto al sottoscritto (intervista al Corriere della
Sera) fin dal 17 luglio 2007, e cioè che in Italia c'è una nuova
Tangentopoli, peggiore e più pericolosa di quella degli anni
Novanta.
Bene.
Ma siamo sicuri che questa tardiva (e quindi inutile) virata sia
frutto del clima natalizio?
Oppure
è il vento forte che s'è alzato tra Salerno e Catanzaro, che
spazza via le quintalate di sabbia scaricate su queste vicende, che
ha indotto Cascini a contraddire se stesso?
Non
potremo mai dirlo con certezza, perché non siamo nella testa di
Cascini, ma grazie al vento forte che soffia tra Salerno e Catanzaro
possiamo mettere in fila alcuni elementi utili a capire.
Per
esempio, Cascini ha difeso a spada tratta
Simone Luerti, l'ex
presidente dell'Anm che poi si è dovuto dimettere per le bugie
raccontate circa i suoi incontri al ministero della Giustizia con
Clemente Mastella e con
Antonio Saladino (indagati da
de Magistris nell'inchiesta Why Not).
Luerti,
dice Cascini, non ha commesso alcun reato e ha subìto una violazione
della sua sfera privata quando dalle carte di Salerno è emerso che
per le sue convinzioni religiose egli ha fatto voto di castità.
Cascini
però sa bene che della castità di Luerti non importa nulla a
nessuno. Ciò che interessa invece, e molto, è che Luerti faccia il
magistrato e appartenga all'organizzazione religiosa "
Memores
Domini", i cui membri devono far voto di obbedienza. Legittimo
se sei un cittadino qualunque, non se sei un magistrato.
Domanda:
come mai Luerti, da presidente dell'Anm, nonché da "ubbidiente"
ai "Memores Domini", non ha mai mancato di esternare un giorno sì
e l'altro pure contro de Magistris e Forleo, proprio mentre le
inchieste erano calde e le polemiche roventi?
E
perché su questo punto Cascini tace e, con lui, tace anche l'attuale
presidente dell'Anm,
Luca Palamara (ex pm alla procura di
Reggio Calabria, al centro di polemiche per alcune indagini su
presunti procedimenti "insabbiati")?
Ma
torniamo all'inizio. Alla casa di cura in Calabria.
A
Belvedere Marittimo (Cosenza), ce n'è una che si chiama
appunto "Cascini". Nulla di che. Solo per memorizzare il dato.
Questa "Casa di cura Cascini" è di proprietà di un parente
abbastanza stretto del magistrato e, cosa più rilevante, tra i suoi
amministratori ha avuto anche
Annunziato Scordo.
Chi
è costui? Scordo è il presidente della Pianimpinati, la principale
società coinvolta in
Poseidone (la prima inchiesta scippata a
de Magistris). La
Pianimpianti (il cui vicepresidente è l'ex
senatore e sottosegretario dc,
Mario Bonferroni, poi
consigliere in Finmeccanica) è proprio quella società a cui sono
riconducibili i 3 milioni e 600 mila euro sequestrati dalla Guardia
di Finanza il 17 maggio 2005 al valico di frontiera di Como. Scordo,
inoltre, è uomo di fiducia di
Giuseppe Chiaravalloti, ex
"governatore" della Calabria (le convenzioni sanitarie si fanno
con le Regioni...) ed ex alto magistrato calabrese che per telefono
diceva: " de Magistris passerà gli anni suoi a difendersi, lo
dobbiamo ammazzare di cause e ne affidiamo la gestione alla camorra
napoletana".
Oggi
però de Magistris è stato trasferito a Napoli e Chiaravalloti
continua a ricoprire la carica di vicepresidente dell'Authority per
la privacy (forse quella di Luerti, va' a capire). Mentre Cascini
Giuseppe, segretario dell'Anm, sembra non sapere nulla della casa
di cura Cascini di Belvedere Marittimo, e di Scordo, e di
Pianimpianti, e di Chiaravalloti. Né gli viene alla memoria la
circostanza che l'inchiesta Poseidone, oltre ai depuratori da
realizzare con
un miliardo di euro di fondi Ue e mai
costruiti, riguardava anche il riciclaggio di denaro attraverso le
case di cura convenzionate.
Forse
Cascini davvero non poteva occuparsi di questo. Forse era troppo
impegnato al ministero della Giustizia, dove - ministro
Oliviero
Diliberto (Pdci) - ricopriva ruoli di vertice.
Si
sa come vanno queste cose. Pura meritocrazia. Non c'entra
nulla il fatto che uno sia legato, come lo è Cascini, alla senatrice
Anna Finocchiaro (ex magistrato, Pd) o all'ex viceministro
della Giustizia,
Luigi Scotti (ex magistrato, in quota Pdci),
colui che - ministro Clemente Mastella - ha perseguito de
Magistris. Così come non c'entra assolutamente nulla la
coincidenza che Cascini abbia fatto il suo voto di silenzio mentre
l'ex ministro Mastella nominava il fratello (di Cascini) niente di
meno che capo degli ispettori della Polizia penitenziaria, presso il
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e che il neo
ministro della Giustizia,
Angiolino Alfano (Pdl), gli abbia
confermato l'incarico.
E'
tutto in regola. Tutto nella norma. Luerti l'obbedienza, Cascini il
silenzio. Due "cattivi magistrati" come Forleo e de Magistris?
Per favore, non scherziamo. Siamo di fronte a due fulgidi esempi di
come si fanno gli esercizi spirituali per conquistare un posto in
paradiso.
Vento
forte tra Salerno e Catanzaro/2
"Mandate
via da Salerno quei due magistrati". Cioè i pm
Gabriella
Nuzzi
e
Dionigio
Verasani.
Questo, in sintesi, e nemmeno tanto in codice, il messaggio contenuto
nelle parole di
Ugo
Bergamo,
presidente della prima commissione del Csm.
La
prima commissione ha inviato
al procuratore generale della Cassazione,
Vitaliano
Esposito,
e al ministro della Giustizia,
Angiolino
Alfano
- titolari dell'azione disciplinare - i verbali delle audizioni dei
magistrati di Catanzaro e di Salerno, acquisiti dopo la nota
"rivolta" della procura calabrese che si è messa a
contro-indagare sui suoi indagatori (la procura campana).
"Nei
verbali - ha detto Bergamo con la solita riservatezza che ormai,
Nicola
Mancino docet,
contraddistingue gli organismi del Csm - ci sono riferimenti a
comportamenti anche di altri magistrati, che saranno valutati dai
titolari dell'azione disciplinare (Esposito e Alfano, appunto,
ndr)".
Noi,
che siamo maliziosi, abbiamo "tradotto" le parole di Bergamo
così: non meravigliatevi se, tra "gli altri magistrati" che
possono finire sotto procedimento disciplinare vi possa essere di
nuovo
Luigi de Magistris...
Eh
già, ritrovarsi ancora una volta tra i piedi de Magistris - che da
qualche mese è uno dei tre giudici del tribunale del Riesame di
Napoli, che deciderà sulla convalida degli arresti della
"Tangentopoli napoletana"-, è un'altra rogna non prevista.
Dannazione: questi automatismi nei trasferimenti e negli spostamenti
di magistrati, se non si fanno bene i calcoli "prima", a volte
possono rivelarsi dei boomerang micidiali, o quanto meno provocare
degli effetti collaterali indesiderati...
Noi,
che siamo maliziosi, di fronte a questo scenario ci siamo chiesti: ma
perché Bergamo manifesta tanto fervore per il trasferimento coatto
di Nuzzi e Verasani e allude a un nuovo procedimento disciplinare nei
confronti di de Magistris?
Anche
in questo caso, e sempre per questo benedetto vento forte che spira
tra Salerno e Catanzaro, non possiamo far altro che mettere assieme
elementi utili alla riflessione e alla comprensione dei fatti.
Ugo
Bergamo è uomo del segretario nazionale Udc,
Lorenzo Cesa
(indagato nell'inchiesta Poseidone e, dopo lo scippo di
Poseidone a de Magistris, "archiviato" l'8 aprile scorso) ed è
anche l'uomo che telefona a casa del procuratore capo di Catanzaro,
Mariano Lombardi, la sera prima che questi revocasse (28 marzo
2007) l'inchiesta Poseidone a de Magistris.
Non
era la prima volta che gli uomini di Cesa si interessavano
all'inchiesta Poseidone.
Tra
il dicembre 2005 e l'aprile 2007, il traffico telefonico tra il
centralino della sede Udc di via Due Macelli, a Roma, e il telefono
privato del procuratore Lombardi è stato piuttosto intenso. Senza
contare le telefonate, sempre dalla sede romana Udc, al numero di
casa di Lombardi e ai cellulari della sua compagna,
Maria Grazia
Muzzi, cancelliere presso la Corte d'Assise di Catanzaro, e del
figlio di quest'ultima, l'avvocato
Pierpaolo Greco.
Il
giorno
stesso dell'avvenuta revoca di Poseidone, alle 16.22, dice la
perizia informatica del consulente della procura di Salerno,
Gioacchino
Genchi,
al numero di casa di Lombardi è arrivata una chiamata da un'agenzia
di stampa. La conversazione è durata più di sei minuti. E circa
mezz'ora dopo questa telefonata - sostengono i pm di Salerno - la
notizia della revoca dell'inchiesta Poseidone è stata "lanciata"
in rete.
Coincidenze
ad orologeria, ma tutte coincidenze, per carità.
Come
l'appartenenza all'Udc di
Giuseppe Galati, di Lamezia
Terme come
Antonio Saladino. Galati è stato sottosegretario
del ministero delle Attività Produttive con delega al Cipe (il
Comitato interministeriale per la programmazione economica, che
decide sui quattrini dei finanziamenti pubblici). Anche lui è finito
tra gli indagati di Poseidone. Ma Galati era anche generoso, e
liquidava compensi per consulenze e incarichi al figlio della moglie
del procuratore Lombardi (sì, sempre lo stesso figliolo, Pierpaolo
Greco, che era anche in società con un altro indagato eccellente, il
senatore
Giancarlo Pittelli, di Forza Italia).
Naturalmente,
in tutto questo non c'entra nulla che la figlia del procuratore
Lombardi sia stata assunta al Messaggero, dove, com'è noto,
Pier
Ferdinando Casini è di casa.
Ma
torniamo a Ugo Bergamo. Il presidente della prima commissione del
Csm, guarda caso poco prima di sentire i magistrati di Salerno, cosa
fa? Ha la premura di esprimere anch'egli il suo "giudizio
anticipato" - sulla scia di
Letizia
Vacca
e di Nicola Mancino - e dichiara alla stampa che il pm di Catanzaro,
Salvatore
Curcio,
indagato a Salerno per reati gravissimi (tra i quali una serie di
archiviazioni illegali, compresa quella di
Clemente
Mastella,
e una perquisizione illegale nei confronti della giornalista del
Quotidiano di Calabria,
Chiara
Spagnolo)
è in pratica una brava persona.
Conclusione:
con questi chiari di luna è difficile che da quella parte lì, da
Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, venga qualcosa di buono.
Invece di fare chiarezza, di ripristinare le regole del diritto, di
operare con equanimità e serenità, restituendo ai cittadini fiducia
nello Stato e nelle istituzioni, sembra che si faccia di tutto per
ottenere l'effetto contrario. Eppure il presidente del Csm è
Giorgio Napolitano, cioè il Capo dello Stato. Si sarà posto
anche lui una domanda più o meno simile a questa: dopo Forleo e de
Magistris, Nuzzi e Verasani, e poi?
Vento
forte tra Salerno e Catanzaro/3
Il
Sud è strapieno di case di cura. Forse è per questo che sono pochi
gli ospedali pubblici che non fanno schifo. Per esempio, a
Belvedere
Marittimo
(Cosenza), novemila abitanti, di case di cura ve ne sono ben tre. E
una di esse è la "casa di cura Cascini", di cui abbiamo già
detto.
Altre
case di cura (convezionate, naturalmente) che rivestono un certo
interesse per il vento che s'è alzato tra Salerno e Catanzaro sono
quelle che operano nelle fiorenti province di
Caserta,
Napoli,
Avellino e
Benevento, dove partecipano
in maniera rilevante alla proprietà di una società editoriale, la
"
Edizioni del Roma Spa", che edita il quotidiano
napoletano "
Roma".
Il
giornale, fondato nel 1862, è legato al nome dell'armatore
monarchico
Achille Lauro, con il quale sul finire degli
anni Cinquanta conobbe il suo momento migliore. Poi, la rovina.
Da cui inutilmente cercò di sottrarlo
Giuseppe Tatarella, uno
degli artefici della trasfigurazione del Msi in An, che nel 1996 ne
tentò il rilancio.
Oggi
il "Roma", come quotidiano, praticamente non lo legge più
nessuno. Ma nella società che lo edita c'è mezza Alleanza
nazionale.
Vi
troviamo
Ettore Bucciero, il senatore più prolifico di
interrogazioni parlamentari contro il pm
Luigi de Magistris, e
l'ex viceministro delle Infrastrutture,
Ugo Martinat, con il
quale lavorava
Giovan Battista Papello, consigliere
d'amministrazione dell'Anas in quota An, indagato in Poseidone.
Poi ci sono
Ignazio La Russa, attuale ministro della Difesa, e
Gianfranco Anedda, ex parlamentare e fino a poco tempo fa
presidente della prima commissione del Csm, in quota An. E infine il
giornalista napoletano (del "Roma")
Italo Bocchino,
deputato dal '96, per il quale la procura di Napoli ha chiesto
l'arresto a causa del suo coinvolgimento nella "Tangentopoli
napoletana". Bocchino è anche molto legato ad
Amedeo
Laboccetta, un altro deputato napoletano (Pdl).
Laboccetta,
quando era capogruppo missino nel consiglio comunale di Napoli, venne
arrestato con l'accusa di avere intascato mazzette per i lavori
della Linea tranviaria rapida. Grande amico di un altro indagato
eccellente in
Toghe Lucane,
Nicola Buccico, ex senatore
di An, ex membro del Csm e attualmente sindaco di Matera, Laboccetta
si è rifatto vivo con ardore per sostenere la "rivolta" dei
magistrati indagati di Catanzaro contro la procura di Salerno che li
indaga.
In
tre mosse, Laboccetta ha fatto vedere chi è. Per prima cosa, ha
definito "eversiva" la deposizione di de Magistris davanti ai
giudici salernitani. Poi, ha invocato l'intervento dei presidenti
di Camera e Senato,
Gianfranco Fini e
Renato Schifani
(che in effetti erano le uniche alte cariche dello Stato a non essere
ancora intervenute). Infine, ha cercato di buttarla in gossip da
quattro soldi, insinuando addirittura una sorta di sexgate tra de
Magistris e la pm Gabriella Nuzzi. Roba da trivio. Ma ignorata dai
media, dal Parlamento e dalla solita Anm, che in un altro Paese per
una cosa del genere avrebbero spellato vivo uno come Laboccetta.
Gianfranco
Anedda ha fatto anche di meglio. Sembra incredibile, ma pur non
facendone più parte, Anedda ha partecipato alla seduta della prima
commissione del Csm in cui sono stati auditi i magistrati di Salerno
e ha anche rivolto loro domande. Ora, poiché Anedda risulta
coinvolto sia nell'inchiesta Toghe Lucane (che il pm de Magistris è
riuscito a chiudere ad agosto scorso), sia nell'inchiesta condotta
dalla procura di Salerno, è curioso che finora nessuno abbia
sollevato nei suoi confronti una questione di conflitto di interessi
o abbia ipotizzato un qualche abuso d'ufficio. Mentre sembra che le
attenzioni, dalla richiesta degli atti alle audizioni, siano tutte
per i sette (diconsi sette:
Luigi Apicella,
Antonio
Centore,
Fabrizio Gambardella,
Gabriella Nuzzi,
Roberto Penna,
Vincenzo Senatore e
Dionigio
Verasani) magistrati di Salerno che conducono l'indagine
sul più grande scandalo giudiziario dell'Italia repubblicana.
Ma
non è mica finita qui. Il capitolo, diciamo così, finale, quello
riguardante il ruolo svolto in questa storia da autorevoli membri del
Csm è ancora più incredibile.
Per
dirne una, chi lo avrebbe mai immaginato che un indagato eccellente
(in Toghe Lucane) come il procuratore generale di Potenza,
Vincenzo
Tufano, oltre che grande amico di Nicola Buccico e di
Arcibaldo Miller (capo degli ispettori sguinzagliati da
Clemente Mastella su de Magistris e ora, ovviamente, tra i
candidati più accreditati per il posto di procuratore capo di
Perugia), avesse rapporti così stretti con alcuni membri del
Csm da intrattenere con loro una confidenziale e intensa
corrispondenza epistolare?
Con
Giuseppe Maria Berruti, per esempio, presidente della seconda
commissione del Csm, Tufano era così vicino, ma così vicino, da
chiedergli di intervenire proprio sulla vicenda che gli stava più a
cuore: Toghe Lucane.
Che
poi Berruti facesse parte del collegio che ha pronunciato la sentenza
di condanna nei confronti di de Magistris non è un'insinuazione,
ma puro sberleffo del destino.
Vento
forte tra Salerno e Catanzaro/4
Non
ci voleva la zingara per indovinarlo. E infatti la prima richiesta di
trasferimento è arrivata puntuale. Il procuratore generale della
Corte di Cassazione,
Vitaliano
Esposito,
ha chiesto alla sezione disciplinare del Csm di mandar via da
Salerno, destinandolo ad altra sede e ad altre funzioni, il
procuratore
Luigi
Apicella.
Il
Csm deciderà sulla "richiesta urgente" il 10 gennaio prossimo,
con una camera di consiglio straordinaria. Ma intanto, il messaggio è
chiaro. Via il capo dei pm salernitani. Perché? Quale sarebbe la
mancanza disciplinare commessa da Apicella (e dai suoi sostituti)?
Boh. L'unica cosa che Apicella e gli altri sei pm salernitani hanno
fatto è di aver indagato sui magistrati di Catanzaro. I quali,
gridando che contro di loro si stava commettendo niente di meno che
un atto eversivo, quasi che i magistrati di Catanzaro non debbano
rispondere come tutti i cittadini davanti alla legge, hanno, loro sì,
commesso un vero atto eversivo, contro-indagando i loro indagatori e
contro-sequestrando le carte che non volevano mollare con le buone
(sette richieste vane) e che i magistrati di Salerno hanno dovuto
sequestrare come si fa in tutti i sequestri.
Il
resto è noto. La grancassa dei giornali e delle tv ha lanciato
lo
slogan della "guerra tra procure" e non si è più capito chi
aveva ragione e chi aveva torto. Rovesciato il tavolo, volate per
aria le carte, non si è più colta la differenza tra chi giocava
pulito e chi barava.
Ma
non se l'è bevuta nessuno. Tutti hanno capito che Salerno ha
fatto ciò che doveva fare, mentre Catanzaro ha fatto ciò che non si
può e non si deve fare. Ora vedremo cosa deciderà il Csm. Ma non
c'è da farsi illusioni. Certo però che se il Csm manderà via
Apicella dovrebbe mandar via anche i sei sostituti che con lui hanno
condotto l'operazione-Catanzaro. Né sarà sufficiente mandarne via
uno o due di qua (Salerno) e uno o due di là (Catanzaro) per
dimostrare che la "guerra" è finita e che tutti sono stati
"ugualmente" puniti. Anche se è vero che il Csm ci ha abituati a
tutto.
E
tuttavia, se ne manderà via "due di là" (Catanzaro) nessuno se
ne accorgerà o li rimpiangerà. Se invece ne manderà via "due di
qua" (Salerno), quei due, scommetteteci, saranno
Gabriella Nuzzi
e
Dionigio Verasani. Del resto, è questa l'unica strada per
il salto di qualità: passare dal "colpirne uno per educarne cento"
al "colpirne due per intimidirne diecimila".
Naturalmente,
c'è chi questi problemi non li vive e non li avverte. Anche se li
crea. Prendete il membro del Csm
Giulio Romano, per esempio.
Lui può permettersi di avere rapporti strettissimi con l'ex
"governatore" calabro
Giuseppe Chiaravalloti, indagato dal
pm
Luigi de Magistris, e ciononostante essere l'estensore e
il relatore della sentenza disciplinare di condanna nei confronti di
de Magistris.
Romano
ha partecipato, assieme a Chiaravalloti, a convegni organizzati dalla
corrente di
Magistratura Indipendente con ambienti di destra,
e patrocinati dal
ministero della Gioventù,
anche nel
2008, dopo essersi occupato di de Magistris.
Quando
Romano si candida per un posto nel Csm, fa campagna elettorale in
Calabria appoggiato dalla figlia di Giuseppe Chiaravalloti
,
Caterina, anche lei magistrato (faceva il presidente del
tribunale del Riesame - che decide su arresti e sequestri anche per i
crimini nell'amministrazione pubblica - mentre suo padre era
presidente in carica della Giunta regionale).
Una
sera Caterina Chiaravalloti organizza persino una cena elettorale per
Giulio Romano e ha il pensiero stupendo di invitare anche la pm
Isabella De Angelis (che in quel momento indagava insieme con
de Magistris). Ma la De Angelis fiuta la trappola e non ci va.
Romano
però dev'essere uno che conta anche quando non è presente. Lo si
comprende da alcune intercettazioni dell'inchiesta
Toghe Lucane.
Quando la pm di Potenza,
Felicia Genovese, indagata tra
l'altro per corruzione in atti giudiziari, parla del suo caso con
il membro della prima commissione del Csm,
Antonio Patrono, questi
la rassicura, dicendole che si sarebbe occupato della vicenda e ne
avrebbe parlato anche con Giulio Romano.
Avere
un legame con qualcuno del Csm, ormai è chiaro, è come avere uno
zio in America. Fa tanto "famiglia". Mentre se quel qualcuno non
ce l'hai, be', sono affari tuoi.
Simone
Luerti,
l'ex presidente dell'Anm, per esempio, aveva legami stretti con
Fabio
Roja. Se
da zio a nipote, non sappiamo. E non ci importa. Ciò che ci
interessa è che dagli atti dell'inchiesta di Salerno risulta che
Fabio Roja avrebbe partecipato a una riunione di magistrati in cui
avrebbe manifestato la sua prevenzione nei confronti di de Magistris
(che Luerti attaccava da presidente dell'Anm). Non solo. Roja
avrebbe anche riferito che il gip
Clementina
Forleo
sarebbe stata punita (notare il tempo al futuro) dal Csm per aver
difeso pubblicamente de Magistris.
Certe
cose però o si fanno bene o non si fanno. E Roja le fa bene.
Se c'è da lavorare, per esempio, non si risparmia. E così,
anche se non fa più parte della prima commissione del Csm (proprio
come
Gianfranco Anedda, che stakanovistj della madonna...) è
andato lo stesso alle audizioni dei magistrati di Salerno e ha fatto
pure domande. Senza che nessuno (proprio come per Anedda, uguale
uguale...) abbia sollevato questioni di conflitto di interessi o
ipotizzato un abuso d'ufficio. Che spettacolo.
Un
altro spettacolo non meno interessante va in scena a Matera. Dove il
gup
Angelo Onorati (uno dei magistrati coinvolti in Toghe
Lucane), in quattro udienze non è ancora riuscito a decidere se
rinviare a giudizio o no i vertici della banca della sua città, la
BpMat (Banca popolare del Materano), accusati di associazione
a delinquere finalizzata alla truffa e di mendacio bancario.
Come
dicevamo all'inizio, BpMat è una delle tre banche, insieme con
Bper (Banca popolare dell'Emilia Romagna) e
BpI (Banca
popolare dell'Irpinia) che compaiono nelle inchieste di quel
testardo pm che è de Magistris.
Bper
è la più forte, visto che controlla le altre due, ma è
BpMat il perno di tutto, mentre BpI è da sempre considerata la banca
più "vicina" al vicepresidente del Csm,
Nicola Mancino.
A
proposito di Mancino, e sempre per restare in tema Csm, ve la
ricordate la sua intervista a "Repubblica", in prima pagina, il
giorno stesso in cui cominciava il processo disciplinare per de
Magistris?
In
quell'intervista Mancino dichiara che de Magistris aveva sbagliato.
Il
vicepresidente del Csm, in altri termini, ha fatto ciò che non
doveva fare: ha anticipato il giudizio. Uno sbaglio non voluto? Può
darsi. Ma allora perché alla fine del processo contro de Magistris
Mancino concede il bis? Violando il segreto della camera di
consiglio, infatti, Mancino dichiara che la decisione su de Magistris
è stata presa "all'unanimità". Evviva. Così tutti
hanno saputo. E hanno capito.
Ma
ciò che ancora non è stato chiarito bene è il capitolo delle
telefonate con
Antonio Saladino. Per quelle risalenti al
2001
Mancino si è giustificato dicendo che erano state fatte sì dal suo
studio privato di Avellino, ma che a telefonare a Saladino era stato
un suo collaboratore. Sarà. Certo è però che questo collaboratore
di Mancino dev'essere un po' troppo apprensivo per le vicende di
Saladino, se è tornato a intrattenere contatti telefonici con lui
proprio nei giorni in cui Saladino - siamo nel
febbraio 2007
- veniva sottoposto alle perquisizioni dell'inchiesta Why Not.
Non
solo. Ci sarebbe anche un'altra telefonata, che sarebbe stata fatta
da Saladino verso l'abitazione privata di Mancino ad Avellino.
Questa chiamata, come va considerata?
Infine,
non per insistere, né per accanirsi contro nessuno, ma forse
meriterebbe un chiarimento, da parte di Mancino, la conversazione che
egli avrebbe avuto con un tale signor
Bossio a bordo del
volo
AZ 1605 Roma-Bari del 14 dicembre 2007. Oggetto di quel
colloquio - secondo la denuncia fatta alla procura di Salerno dal
giornalista
Nicola Piccenna, che era su quel volo e ha
registrato la conversazione - era la raccolta di elementi per
"fermare" de Magistris.
Per
quest'anno, direi che abbiamo finito.
Buon
2009 a tutti.
Vento
forte anche a Potenza e a Matera
Il
22 novembre 2008, a Matera, si è tenuta una riunione sediziosa, che
i partecipanti hanno chiamato "Assemblea popolare per la giustizia
in Basilicata". Cinquecento persone - avvocati, docenti
universitari, cittadini - e una decina di associazioni hanno
firmato un
documento
che è una radiografia impressionante dello stato
dell'amministrazione della giustizia in quella regione. Dove, com'è
noto, i vertici della magistratura sono in grave crisi di credibilità
da tempo. E dove, tuttavia, il procuratore di Matera,
Giuseppe
Chieco,
e il procuratore generale di Potenza,
Vincenzo
Tufano, ancora
adesso esercitano le loro funzioni, come se nulla fosse accaduto, e
come se la cosa non li riguardasse direttamente.
I
due sono indagati dalla procura di Salerno (che ha ereditato dall'ex
pm
Luigi de Magistris l'inchiesta Toghe Lucane) per reati
gravissimi, tra i quali l'associazione a delinquere, la corruzione
e la corruzione in atti giudiziari. Non solo. Chieco e Tufano,
secondo l'accusa, avrebbero commesso i reati per i quali sono
indagati non ognuno per conto suo, ma come complici. Una circostanza
ancora più inquietante, visto che l'uno (Tufano) in virtù delle
sue funzioni dovrebbe "vigilare" sull'altro (Chieco).
Il
documento, che per comodità chiameremo la "Mozione di Matera" è
stato inviato al Capo dello Stato,
Giorgio Napolitano, al
ministro della Giustizia,
Angelino Alfano, al procuratore
generale della Corte di Cassazione,
Vitaliano Esposito, e ai
presidenti della prima e della quarta commissione del Consiglio
superiore della magistratura.
Cosa
chiedono, in sostanza, i firmatari della Mozione di Matera? Chiedono
che Tufano e Chieco vengano trasferiti ad altra sede (com'è
avvenuto per l'ex presidente del tribunale di Matera,
Iside
Granese, e per l'ex pm di Potenza,
Licia Genovese, anche
loro indagate in Toghe Lucane), in quanto non sussistono più le
condizioni di serenità, credibilità e terzietà dei magistrati che
consentano un'amministrazione della giustizia appena appena
credibile. Chiedono anche (al ministro e al pg della Cassazione) di
valutare se per i due magistrati lucani non ci siano i presupposti
per un'azione disciplinare e per un'ispezione.
Il
ministro Alfano - che per comodità d'ora in avanti chiameremo
Bugs
Bunny
per la sua somiglianza al simpatico coniglio dei cartoon - e il pg
Esposito non hanno finora risposto. Evidentemente erano troppo
impegnati a "sistemare" i magistrati salernitani che hanno osato
indagare sui magistrati calabresi (cfr.
la
richiesta di azione disciplinare del ministro).
Magistrati salernitani per i quali, nella sua richiesta di azione
disciplinare dell'8 gennaio 2009, Bugs Bunny è diventato
cattivissimo, più cattivo del
Coniglio
mannaro.
Eppure,
quel decreto di perquisizione e di sequestro dei pm di Salerno che
Bugs
Bunny Mannaro ha
definito: "di inusitata lunghezza", "abnorme" e "altamente
invasivo", contenente "motivazioni non pertinenti", inficiato
da "assoluta carenza di equilibrio" e da "acritica difesa del
dottor de Magistris", ecco, proprio
quel
provvedimento è stato confermato dai giudici del Riesame.
Ma
di questo fatto nessun giornale, giornale radio, o tv pubblica o
privata ha dato notizia.
Il
presidente Napolitano, invece, non ha ignorato la Mozione di Matera.
Il 5 gennaio 2009, a firma di
Enrico
Gallucci,
segretario dell'Ufficio affari dell'amministrazione della
giustizia, Napolitano ha fatto sapere di avere inviato
la
Mozione di Matera al Csm per le valutazioni del caso.
Certo,
non sfugge a nessuno la singolarità di un presidente che trasmette
un documento all'organismo che egli stesso presiede. Napolitano che
invia a se stesso la Mozione di Matera, per giunta senza fissare un
ordine del giorno o aggiungere nemmeno mezza parola sull'argomento,
ci lascia tutti un po' così.
Ma
non bisogna pretendere tutto e subito. La risposta del presidente c'è
stata, e questo è un fatto. E il Csm, di lino o di lana, non potrà
ignorare il contenuto della Mozione di Matera. Come non potranno
ignorarlo Bugs Bunny e mister Esposito Vitaliano, procuratore
generale della Corte di Cassazione. Anche perché non succede tutti i
giorni che una "Assemblea popolare per la giustizia" rischi di
passare per una adunata sediziosa.