Nel 1929, durante la Grande crisi che
colpì l'America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di
tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale,
l'hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua
fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai
bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall'altra incrementava gli
affari illeciti. Ottant'anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di
tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei
mercati sull'orlo del crac. In particolare nel mondo dell'impresa
e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l'Italia...
Nelle scorse settimane il procuratore
nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al
Parlamento, intitolata "L'infiltrazione mafiosa nell'economia
legale e l'attuale fase di recessione economica". Per il
magistrato l'espansione degli affari della criminalità organizzara
prende il via dalla sua "permanente, enorme, illimitata liquidità
finanziaria". Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al
narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari
vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di
euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche
di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la
realtà dell'economia legale, dove, sottolinea la Direzione
nazionale antimafia (Dna), le banche "non sono disponibili a
concedere mutui né alle imprese né ai privati".
Conseguenza?
"Il ricorso a prestiti usurari", al sistema creditizio abusivo
gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono
stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente
relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla
criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che "per
le associazioni mafiose l'interesse usurario (...) è quasi sempre
strumentale all'acquisizione delle imprese e si configura come
canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali".
Saldi e concorrenza sleale
La
recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche
al Nord. "Certe aziende" denuncia Gian Gaetano Bellavia,
consulente di numerose procure e responsabile del servizio
antiriciclaggio dell'ordine dei commercialisti di Milano, "non si
preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi,
olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi
dove è garantito l'anonimato societario, e che, attraverso banche
svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse". Aumenti di
capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di
diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende "pulite".
Che
l'imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati
dell'ufficio del commissario straordinario del governo per la
gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008
sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in
Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania).
Un dato che racconta l'infiltrazione della criminalità organizzata
nel libero mercato. "Purtroppo, quando vengono sequestrate e
riemergono dall'illegalità gran parte di queste aziende non sono
in grado di camminare sulle loro gambe" nota Antonio Maruccia,
magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non
sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute,
né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e
vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se
difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
Chi lo fa,
magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a
evadere il fisco. "Il problema è che in Italia i controlli non
funzionano e i padrini lo sanno" sottolinea Bellavia. Per questo
tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti
dall'anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le
commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.
"Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori
solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un'accusa
di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene
fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente
impossibili o inutili". Non basta. Per far crescere i profitti le
imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in
conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di
soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di
documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto
indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i
controlli antimafia.
Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano
pure tradizionali metodi come l'intimidazione, anche al Nord.
L'ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il
calabrese Marcello
Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a
entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento
terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell'alta
velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per
ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese
Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato
che sta piegando gli imprenditori onesti.
Scatole
vuote per grandi appalti
L'Autorità per la vigilanza
sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una
mappa sull'assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle
aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente
impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il
coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85
per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla
Toscana al Lazio, è più aperto: qui "solo" il 71 per cento
degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli
affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che
ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno
scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più
magmatico e intossicato.
"Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord
che vanno a lavorare al Sud" sottolinea il tenente colonnello
Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento
operativo speciale (Ros) dei carabinieri. "Ma se una volta la
spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte
di gruppi meridionali". Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda
società per azioni. "Un'emergenza che stiamo registrando
soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei
rifiuti" continua Galimberti. In questo quadro la Direzione
investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei
grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a
25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i
lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare
insufficienti. "Si tratta di verifiche particolarmente impegnative
e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture" spiegano alla
Dia.
Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia:
variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. "Senza contare
che è sempre più facile trovare prestanome" continuano alla Dia.
In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori
delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7
mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l'immobiliare (32.600,
più di metà nel Settentrione), l'intermediazione monetaria e
finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare
magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste
società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno,
saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare
al Nord.
Per esempio, nell'inchiesta milanese su Paparo gli
inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte
inattive. "Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo
monitorare" conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della
Direzione nazionale antimafia. "È facile ipotizzare che molte
imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare
alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo
Stretto all'Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le
cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider
trading".
Mattone che passione
In tempo di saldi, nello
shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel
2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184
appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi
e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: "Diminuiscono
i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e
delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di
svendita". Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta
Vincenzi, ha dichiarato: "La mafia si sta mangiando interi
quartieri della città". Per esempio nei caruggi un siciliano
incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come
alcove per la prostituzione. "'Ndrangheta e mafia stanno
comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso
società immobiliari con base a Milano" spiega Christian
Abbondanza, presidente dell'associazione
La casa della
legalità.
Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. "A
settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto
discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di
oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul
piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze
storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile
della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio
Piro, ha confermato l'allarme lanciato da Roberto Saviano sugli
affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a
Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero
intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca
pronti a riciclare denaro nell'acquisto di ristoranti e alberghi
padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.
Finanza mafiosa
Tutti questi investimenti sono
resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più
qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono
state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell'ambito di 1.627
procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono
state iscritte per "impiego di denaro, beni e utilità di
provenienza illecita" (533 procedimenti). Lo scorso anno l'Unità
di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d'Italia ha
ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367
segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei
riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico
dalla Dia per indagini.
I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della
Dda di Palermo, è stato arrestato con l'accusa di riciclaggio un
noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell'ambito della stessa
inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di
un'associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A
fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due
finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro
sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca
crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate
sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano
finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere
fideiussioni e incassare le provvigioni.
"Queste società
abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per
l'erogazione dei finanziamenti pubblici" avverte il tenente
colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo
speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi
comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di
intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per
contrastare la crisi.
Purtroppo gli enti eroganti (per lo più
banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando
ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza
alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel
2008, è stata arrestata la responsabile dell'ufficio fidi di una
filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a
uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie
garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini,
come ha denunciato la Dna,
hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano
fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle
cosche.
"In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo
accedere al credito e non c'è da stupirsi se un'azienda in crisi
non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario" dichiara
Claudio De Albertis, presidente dell'Assimpredil
Ance, l'associazione territoriale dei costruttori italiani che
a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare
la questione. "Il rischio di infiltrazione nel settore edile è
acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o
la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da
ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro
bassa capitalizzazione". La possibile soluzione? La propone il pm
della Dna Cisterna: "Bisognerebbe istituire una ‘white list'
per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi
legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni
esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale".
Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscati
alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo
Sicilia e Campania.
Giacomo Amadori