Il Café de Paris, il noto locale di via Veneto, a Roma,
è stato sequestrato dai carabinieri del Ros e dalla Guardia di
finanza nell'ambito di una operazione che è in corso nella capitale,
perché risultato nella disponibilità della cosca Alvaro della
'ndrangheta. Il Cafe' de Paris è stato sequestrato, insieme ad altri
beni sempre a Roma, società, attività commerciali, abitazioni e
automobili di lusso per un valore complessivo di oltre 200 milioni di
euro. I sequestri sono stati disposti dalla Sezione misure di
prevenzione del tribunale di Reggio Calabria su proposta della Dda
reggina e riguardano, in particolare, investimenti della cosca Alvaro
nel settore della ristorazione...
Paura in via veneto a Roma. Poca sorpresa ma
anche molta curiosita': sono i sentimenti con i quali il 'popolo' di
via Veneto (esercenti, custodi di palazzi e frequentatori abituali)
ha accolto l'operazione dei Ros che ha portato ad accertamenti nel
Café de Paris, storico locale della Dolce Vita, per presunte
connessioni con la malavita organizzata calabrese. "Non mi
sorprende affatto - ha affermato una paziente di un dentista a poca
distanza dal bar - anzi, quante cose non si sanno. A volte, queste
cose mi fanno paura, perché sembra che siamo tutti pupazzetti in
mano a pochi potenti". Molti, invece, hanno saputo
dell'operazione solo stamani, quando di fronte alle vetrine che
espongono foto dei miti del cinema italiani e stranieri, di ieri e di
oggi, hanno visto le auto dei carabinieri e delle fiamme gialle. Ma
in passato nessuno aveva mai sospettato nulla. "Vi si sedevano
clienti di passaggio - spiega la portinaia dello stabile accanto al
Café de Paris - soprattutto stranieri, gente normale". "Non
potevo sospettare nulla di simile - aggiunge invece il custode del
condominio sul lato opposto - Non ho notato né strani orari di
apertura né di chiusura". Colpiti dall'operazione anche i
titolari di un negozio di calzature sullo stesso lato del bar, i
quali però affermano di aver preso la gestione dell'esercizio da
meno di un mese e quindi di non essersi fatti un'idea di quanto
poteva accadere nel locale. "Io l'ho saputo stamani dalla radio
- spiega uno degli edicolanti di Via Veneto - sono rimasto sorpreso
perché lavoro qui da anni".
Solo il Cafè de Paris vale 55 mln Il Café de
Paris, il noto locale di via Veneto sequestrato stamattina dalla
Guardia di Finanza e dai carabinieri del Ros, su proposta della Dda
di Reggio Calabria, ha un valore commerciale, secondo gli
investigatori, di 55 milioni di euro. Il bar-ristorante risulta di
proprietà della società "Café de Paris", con sede a
Roma, in via Crescenzio 82, ma, in realtà, sarebbe stato nella
disponibilità di affiliati alla cosca degli Alvaro di Cosoleto
(Reggio Calabria) della 'ndrangheta. Un altro noto locale della
capitale che e' stato sequestrato, nell'ambito della stessa
operazione, il ristorante Georgés, sempre secondo carabinieri e
Guardia di finanza, di proprietà ufficialmente della "Georgés
Immobiliare e di gestione Srl", con sede a Roma in via Marche 7,
ha un valore commerciale, sempre secondo gli investigatori, di 50
milioni di euro. Complessivamente i locali sequestrati da Guardia di
finanza e Ros sono dieci. Si tratta, oltre al Café de Paris e al
ristorante Georgés, del Time Out Café, del Gran Caffé Cellini, del
bar caffé Clementi, del ristorante Astrofood, del ristorante
Federico I, del bar caffé Cami, del bar caffé California e un altro
bar, in via della Colonna Antonina, di proprietà della società
Bicoad.
Controlli al ristorante George's- Nell'operazione
della Guardia di Finanza e dei Ros controlli anche nel ristorante
Georgés, di via Marche, a Roma, a due passi da via Veneto. I
controlli dei militari, a quanto si è appreso, sarebbero nell'ambito
della stessa operazione che ha portato stamani a compiere verifiche
nel Caffé de Paris di via Veneto, che secondo gli inquirenti sarebbe
legato alla malavita organizzata calabrese. Al contrario del bar, il
ristorante è al momento chiuso mentre all'interno le forze
dell'ordine compiono i controlli. L'ingresso del locale è
sorvegliato da due auto delle Fiamme gialle
Titolare Cafe de paris un insospettabile barbiere.
Un insospettabile barbiere di Santo Stefano di Aspromonte, piccolo
centro in provincia di Reggio Calabria. E' questa l'attività che
svolgeva Damiano Villari, l'uomo che risulta essere, in base a quanto
ricostruito dai magistrati di Reggio Calabria e Roma, il proprietario
del Café de Paris, noto locale di via Veneto nella capitale. Secondo
gli inquirenti il gestore sarebbe collegato a Vincenzo Alvaro, 45
anni, nativo di Cosoleto (Reggio Calabria) e ritenuto l'attuale
reggente dell'omonimo clan mafioso che domina la zona del
preaspromontano della provincia di Reggio. Secondo quanto reso noto
nel corso di una conferenza stampa presso la sede della Dda a Roma,
il clan Alvaro si era trasferito a Roma, nella zona dell'Eur, dopo
aver chiuso i conti con la giustizia nel 2002. Tra le attività
commerciali sequestrate oltre ai due prestigiosi ristoranti Café de
Paris e Georgés, risultano anche numerosi bar e tabaccherie, sempre
nella zona del centro storico della capitale. Gli uomini del Ros e
dello Scico della Guardia di Finanza, hanno provveduto alla confisca
anche di appartamenti lussuosi e di auto di grande cilindrata, per un
valore complessivo di 200 milioni di euro.
Cafè de Paris apre con due ore di ritardo.
"Il bar ha riaperto la sua attività, anzi ci scusiamo con i
clienti per il ritardo di dure ore e anche per questa 'pubblicita'".
E' quanto ha affermato il vice direttore del Café de Paris, Marcello
Scofano, in merito all'operazione della Guardia di finanza e dei
carabinieri del Ros che ha portato al sequestro dello storico locale
di Via Veneto perché risultato nella disponibilità della cosca
Alvaro della 'ndrangheta. ''Le forze dell'ordine - ha aggiunto -
stanno facendo i dovuti accertamenti, ma il caffé è aperto ai
clienti". Molti avventori sono infatti già all'interno del
locale, riaperto verso le 10 invece che alle 8 come è consuetudine,
e i dirigenti dell'esercizio hanno dato disposizione ai fornitori di
scaricare il materiale. Sul posto diverse auto della Guardia di
finanza e dei carabinieri.
Era un icona della dolce vita. Oggi,
per gli inquirenti, investimento per la 'ndrangheta nella Capitale ma
negli anni '60 simbolo della Dolce vita e ritrovo di intellettuali e
attori. Il Café de Paris, "caffé della dolce vita dal 1956"
come è scritto nell'insegna all'entrata, il bar che ai suoi tavolini
ha ospitato Federico Fellini, Frank Sinatra e Domenico Modugno, fu
fondato nel 1956 da Vittorio Tombolini. Negli anni della "Dolce
vita", con via Veneto gremita di star del cinema e
intellettuali, era solito segnalare ai paparazzi la presenza in giro
dei vip. Se gli altri locali della zona avevano clientele piuttosto
specializzate (al Doney si ritrovavano i turisti, all'Harry's bar gli
intellettuali e i politici) il Café de Paris ha sempre ospitato
figure molto diverse. Tra queste per esempio Federico Fellini, il
regista de "La dolce vita", al quale è intitolata una sala
del locale: "In realtà - confessò una volta il regista - in
quel bar mi ci sarò seduto due volte". Tra gli avventori anche
un "focoso" Frank Sinatra. Nel 1965 "The voice"
fu protagonista di una celebre rissa tra i suoi "gorilla" e
alcuni fotografi italiani, terminata con una stretta di mano ai
paparazzi e il grido "Go home!" di Domenico Modugno rivolto
alle guardie del corpo di Sinatra.
Titolare Cafè de Paris citato in documenti
ROS. Damiano Villari, indicato dagli inquirenti come
proprietario del Café de Paris, è citato nell'informativa del Ros
che alla fine del maggio scorso portò in Calabria a sgominare
un'associazione per delinquere con basi in Italia, Repubblica Ceca e
Vietnam che, attraverso il porto di Gioia Tauro, importava in Europa
enormi quantità di merce contraffatta. Dodici furono le persone
arrestate (quindici gli indagati) su richiesta della procura
antimafia; alcune, ritenute in contatto con cosche della 'ndrangheta.
Sequestrata anche una societa' di spedizioni. Nel quadro
investigativo delineato dai carabinieri del Ros emergeva la figura di
Salvatore Lania, imprenditore calabrese di Seminara (Rc) residente e
operante a Roma, in contatto con numerose persone ritenute "di
qualificato interesse sotto il profilo investigativo". L'uomo,
secondo gli investigatori, era da ritenersi "non alieno da
contatti diretti con soggetti più o meno direttamente riconducibili
a sodalizi criminali di matrice 'ndranghetista: basti pensare agli
interessi imprenditoriali che lo legano a Damiano Villari, anch'egli
imprenditore operante sulla capitale, riconducibile alla cosca
'Alvaro'". Villari, che secondo il Ros "gode di certi e
documentati pregressi rapporti con i vertici della 'cosca Alvaro',
non soltanto in virtù della partecipazione al matrimonio tra
Domenico Cutrì e Grazia Alvaro , figlia di Carmine Alvaro, detto "U
Cupirtunì, elementi di spicco della consorteria criminale,
celebratosi nel 1997, ma anche e soprattutto in relazione ai
molteplici controlli di polizia cui veniva sottoposto, in
Sant'Eufemia d'Apsromonte, unitamente a Carmine Palamara ed
addirittura ad Vincenzo Alvaro, alle dipendenze del quale aveva
oltretutto già svolto attività lavorativa, dal 2000 al 2001,
nell'ambito della società 'Al.ca.pa. 90', nella quale compariva
quest'ultimo quale Amministratore unico, e Palamara Francesco, quale
socio". I Ros concludevano, ritenendo opportuno precisare che
"Villari, già nel 1993, aveva prestato la propria attività
lavorativa anche in favore di Carmine Alvaro"
Riesame negò sequestro ristorane in piazza
di Spagna. Le mani delle cosche della criminalità
organizzata secondo la procura si erano allungate anche su un altro
noto ritrovo di uno dei "salotti" di Roma, il ristorante
"Alla Rampa" in Piazza di Spagna. Ma il sequestro del
locale chiesto dai magistrati capitolini venne respinto nello scorso
gennaio dal Tribunale delle misure di prevenzione di Roma. Il
collegio disse di no alla richiesta della Procura fatta nell'ambito
di un'indagine su presunte infiltrazioni di stampo mafioso e su un
presunto reimpiego di capitali delle cosche della 'ndrangheta in
strutture commerciali della capitale. A chiedere il sequestro del
locale era stato il pubblico ministero Salvatore Vitello il quale
aveva anche sollecitato il divieto di soggiorno a Roma per i titolari
delle quote del locale: si trattava di due cugini entrambi con lo
stesso nome e cognome, Domenico Giorgi, e Cesare Romano Pasquali. Il
magistrato aveva motivato quest'ultima iniziativa per la pericolosità
sociale dei tre, sospettati di essere contigui alla cosca
Pelle-Vottari. Gli accertamenti sul ristorante "La rampa"
erano partiti da uno stralcio dell'inchiesta dei magistrati calabresi
sulla strage di Duisburg (agosto 2007) e culminati in una serie di
sequestri di beni per 150 milioni di euro ai danni del clan
Pelle-Vottari e Nirta-Strangio.
Procuratore Grasso "Roma zona di
sviluppo attività illecite". "Roma è uno dei
punti dove le cosche criminali e i grandi traffici internazionali
trovano sviluppo sotto il profilo economico nel rimpiego dei profitti
illeciti". Lo ha affermato il procuratore nazionale antimafia,
Pietro Grasso, nel corso della conferenza stampa in cui sono stati
illustrati i dettagli dell'operazione compiuta da carabinieri e
Guardia di finanza che ha portato al sequestro di beni per 200
milioni a Roma e riconducibili alla cosca Alvaro della 'ndrangheta
calabrese. ''E' dimostrato - ha proseguito Grasso - che non si può
procedere all'attacco dei patrimoni mafiosi se non si mettono in
collegamento le indagini svolte in certe parti del territorio dove
hanno origini le cosche con indagini sul rinvestimento dei proventi
illeciti che avvengono spesso nel centro e nel nord Italia".
Senza intercettazioni sequestri difficili.
''Questa operazione è iniziata, di fatto, come reato di riciclaggio.
Di qui, grazie alle intercettazioni, è stato possibile sviluppare
l'inchiesta nei confronti delle cosche calabresi". Lo ha
affermato il procuratore nazionale Antimafia, Pietro Grasso, nel
corso della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli
dell'operazione, condotta da Carabinieri e Guardia di Finanza, che ha
portato al sequestro di beni per 200 milioni di euro a Roma,
riconducibili alla 'ndrangheta. ''In base al decreto sulle
intercettazioni, in discussione alla Camera - ha proseguito Grasso -
ci sarebbe voluto 'un evidente elemento di colpevolezza' per poter
proseguire le indagini e quindi sarebbe stato impossibile procedere".