Rifiuti tossici inabissati in mare. Con
coperture eccellenti. In un giro di auto diplomatiche e soldi in
Svizzera. Le nuove rivelazioni del pentito della 'ndrangheta che ha
fatto trovare il primo relitto. Colloquio con Francesco Fonti...
L'ex
boss della 'ndrangheta Francesco Fonti è soddisfatto e amareggiato
allo stesso tempo. "Per anni nessuno ha voluto ascoltare quello
che dicevo ai magistrati. Ho sempre ammesso di essermi occupato
dell'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi.
Ho indicato dove cercare: al largo di Cetraro, nel punto in cui il 12
settembre la Regione Calabria e la Procura di Paola hanno trovato a
480 metri di profondità un mercantile con bidoni nella stiva.
Eppure, anche oggi che tutti mi riconoscono attendibile, devo
affrontare una situazione assurda: vivo nascosto, senza protezione,
con il pericolo che mi cerchino sia la cosca a cui appartenevo, sia i
pezzi di Stato che usavano me e altri 'ndranghetisti come
manovalanza". L'altra sera, aggiunge Fonti, "mi ha
telefonato Vincenzo Macrì, il consigliere della Direzione nazionale
antimafia. Ha detto: "Speriamo che ora non ci ammazzino tutti?".
Ecco di cosa stiamo parlando. Di vicende che puntano dritte al cuore
della malavita internazionale e delle istituzioni". Nonostante
questo, Fonti, trafficante di droga condannato a 50 anni di carcere,
poi diventato collaboratore di giustizia, si sente sereno: "La
mia è stata una scelta di vita: mi sono pentito perché ho avuto
ribrezzo di quanto fatto da malavitoso, dopodiché succeda quel che
deve succedere". Ecco perché non intende restare in silenzio.
"Sono tanti i retroscena da chiarire", assicura. Tantopiù
dopo sabato, quando è stato annunciato il ritrovamento lungo la
costa cosentina della nave con i bidoni lunga circa 120 metri e larga
una ventina: "In questo clima apparentemente più disposto alla
ricerca della verità, voglio fornire un mio ulteriore contributo. In
totale trasparenza. Senza chiedere niente in cambio, tranne il
rispetto e la tutela della mia persona". Con tale premessa,
Fonti squaderna storie di gravità eccezionale e con particolari che,
ovviamente, dovranno essere vagliati dagli investigatori.
Il
suo racconto parte dal 1992, quando l'ex boss spiega di avere
affondato le navi Cunski, Yvonne A e Voriais Sporadais dietro
indicazione dell'armatore Ignazio Messina. "Nel dossier che ho
depositato alla Direzione nazionale antimafia (pubblicato nel 2005
dal nostro settimanale), ho scritto che in quell'occasione abbiamo
inviato uomini del clan Muto al largo di Cetraro per far calare a
picco la Cunski, mentre ho precisato che la Yvonne A era stata
affondata a Maratea", dice Fonti: "Quanto alla Voriais
Sporadais, indicai che a bordo aveva 75 bidoni di sostanze tossiche,
ma non segnalai il punto esatto dell'affondamento. Oggi voglio
precisare che la portammo al largo di Melito Porto Salvo, in
provincia di Reggio Calabria, sulla costa jonica, e che a occuparsi
materialmente dell'operazione fu il boss della zona Natale Iamonte ".
Di più: "Lo stesso Iamonte", prosegue Fonti, "si è
dedicato spesso allo smaltimento in mare di scorie tossiche.
Specialmente quelle che provenivano da ditte chimiche della
Lombardia". Nel caso della Voriais Sporadais, precisa, accadde
tutto in una notte autunnale del 1992: "Io e il figlio di Natale
Iamonte, di cui non ricordo il nome, salimmo sul motoscafo con un
terzo 'ndranghetista che guidava e aveva una cassetta di candelotti
di dinamite. Arrivammo al limite delle acque territoriali, montammo
sopra la nave, facemmo portare a riva il capitano e l'equipaggio,
dopodiché piazzammo i candelotti a prua e sparimmo indisturbati".
Fonti non ha problemi ad ammetterlo: "Era una procedura
facile e abituale. Ho detto e ribadisco in totale tranquillità che
sui fondali della Calabria ci sono circa 30 navi". E non parla
per sentito dire: "Io ne ho affondate tre, ma ogni anno al
santuario di Polsi (provincia di Reggio Calabria) si svolgeva la
riunione plenaria della 'ndrangheta, dove i capi bastone riassumevano
le attività svolte nei territori di loro competenza. Proprio in
queste occasioni, ho sentito descrivere l'affondamento di almeno tre
navi nell'area tra Scilla e Cariddi, di altre presso Tropea, di altre
ancora vicino a Crotone. E non mi spingo oltre per non essere
impreciso". Ciò che invece Fonti riferisce con certezza, è il
sistema che regolava la sparizione delle navi in fondo al
Mediterraneo. "Il mio filtro con il mondo della politica è
stato, fin dal 1978, un agente del Sismi che si presentava con il
nome Pino. Un trentenne atletico, alto circa un metro e ottanta con i
capelli castani ben pettinati all'indietro, presentatomi nella
Capitale da Guido Giannettini, che alla fine degli anni Sessanta
aveva cercato di blandirmi per strapparmi informazioni sulla
gerarchia della 'ndrangheta. Funzionava così: l'agente Pino
contattava a Reggio Calabria la cosca De Stefano, la quale informava
il mio capo Romeo, che a sua volta mi faceva andare all'hotel Palace
di Roma, in via Nazionale. Da lì telefonavo alla segreteria del
Sismi dicendo: ?Sono Ciccio e devo parlare con Pino?. Poi venivo
chiamato al numero dell'albergo, e avveniva l'incontro" Il
contenuto degli appuntamenti, era sempre simile. "L'agente Pino
mi indicava la quantità di scorie che dovevamo far sparire ",
spiega Fonti, "e mi chiedeva se avessimo la possibilità
immediata di agire". La maggior parte delle volte, la risposta
era positiva. Ed era un ottimo affare: "Si partiva da 4 miliardi
di vecchie lire per un carico, e si arrivava fino a un massimo di
30". Soldi che venivano puntualmente versati a Lugano, presso il
conto Whisky all'agenzia Aeroporto della banca Ubs, o in alcune
banche di Cipro, Malta, Vaduz e Singapore. Tutte operazioni che
svolgevamo grazie alla consulenza segreta del banchiere Valentino
Foti, con cui avevamo un cinico rapporto di reciproca convenienza ".
Quanto ai politici che stavano alle spalle dell'agente Pino, secondo
Fonti, sarebbero nomi noti della cronaca italiana. "Mi incontrai
più volte per gestire il traffico e la sparizione delle scorie
pericolose con Riccardo Misasi, l'uomo forte calabrese della
Democrazia cristiana", dice, "il quale ci indicava se i
carichi dovessero essere affondati o seppelliti in territorio
italiano o straniero. La 'ndrangheta, infatti, ha fatto colare a
picco carrette del mare davanti al Kenya, alla Somalia e allo Zaire
(ex Congo belga), usando capitani di nazionalità italiana o comunque
europea, ed equipaggi misti con tunisini, marocchini e albanesi".
Rimane l'incontrovertibile fatto, aggiunge Fonti, "che la
maggior parte delle navi è stata fatta sparire sui fondali dei
nostri mari ". Non soltanto attorno alla Calabria, "ma
anche nel tratto davanti a La Spezia e al largo di Livorno, dove
Natale Iamonte mi disse che aveva ?sistemato? un carico di scorie
tossiche di un'industria farmaceutica del Nord".
E non è
finita. Secondo Fonti, un altro politico di primo piano avrebbe avuto
un ruolo nel grande affare dei rifiuti pericolosi. "Si tratta
dell'ex segretario della Dc Ciriaco De Mita, indicatomi a metà
Ottanta da Misasi per trattare in prima persona il prezzo degli
smaltimenti richiesti dallo Stato". Stando al pentito, lui e De
Mita si sono visti "tre o quattro volte" nell'appartamento
del politico a Roma, dove il boss fu accolto "con una fredda
gentilezza". Nella prima occasione, ricorda, "mi fece
sedere in salotto e disse: ?Sono soltanto affari??; frase che mi ha
ripetuto negli incontri successivi, come a sottolineare un profondo
distacco tra il suo ruolo e il mio". Fatto sta, continua Fonti,
che "concordammo i compensi per più smaltimenti ". Poi,
quando l'affondamento o l'interramento delle scorie veniva concluso,
"l'agente Pino ci segnalava la banca dove potevamo andare a
riscuotere i soldi "?. Denari accreditati "su conti del
signor Michele Sità, un nome di fantasia riportato sui miei
documenti falsi. Andavo, recuperavo i contanti e li consegnavo alla
famiglia Romeo di San Luca, dove ricevevo la mia parte: circa il 20
per cento del totale".
Da parte sua, l'ex segretario
della Dc Ciriaco De Mita nega qualunque rapporto con Fonti:
"Smentisco nella maniera più netta", commenta, "le
affermazioni di una persona che non credo di conoscere. Porterò
questo individuo innanzi al tribunale per rispondere penalmente e
civilmente delle sue calunniose dichiarazioni". Vero è,
specifica De Mita, "che Misasi era mio amico, e che abitava
sotto di me, ma tutto il resto non ha assolutamente senso". Una
replica alla quale seguono altri racconti dell'ex boss, che dopo il
ritrovamento del mercantile sui fondali di Cetraro, non si limita a
occuparsi dei retroscena di casa nostra, ma apre una pagina
internazionale finora ignota sulla Somalia: "Avevo rapporti
personali", dice, "con Ibno Hartomo, alto funzionario dei
servizi segreti indonesiani, il quale contattava me e la 'ndrangheta
per smaltire le tonnellate di rifiuti tossici a base di alluminio
prodotte dall'industriale russo Oleg Kovalyov, vicino all'allora
agente del Kgb Vladimir Putin". Un lavoro impegnativo per le
dimensioni, spiega Fonti, gestito in due fasi: "Nella prima
caricavamo le navi in Ucraina, a Kiev, le facevamo passare per Gibuti
e le dirigevamo a Mogadiscio oppure a Bosaso. Nella seconda fase,
invece, le scorie venivano affondate a poche miglia dalla costa
somala o scaricate e seppellite nell'entroterra". Facile
immaginare le conseguenze che tutto ciò potrebbe avere avuto sulla
salute della popolazione. E altrettanto facile, secondo Fonti, è
spiegare come le navi potessero superare senza problemi la
sorveglianza dei militari italiani, che presidiavano il porto di
Bosaso: "Semplicemente si giravano dall'altra parte",
racconta il pentito. "Anche perché il ministro socialista
Gianni De Michelis, che come ho già raccontato all'Antimafia gestiva
assieme a noi le operazioni, era solito riferirci questa frase di
Bettino Craxi: ?La spazzatura dev'essere buttata in Somalia, soltanto
in Somalia?. Naturale che i militari, in quel clima, obbedissero
senza fiatare". Allucinante? Incredibile? Fonti allarga le
braccia: "Racconto esclusivamente episodi dei quali sono stato
protagonista, e aspetto che qualcuno si esponga a dimostrare il
contrario". Magari, aggiunge, "anche su un altro fronte
imbarazzante: quello delle auto sulle quali viaggiavo per recuperare,
nelle banche straniere, i soldi avuti per gli affondamenti
clandestini dei rifiuti radioattivi". Gliele forniva
"direttamente il Sismi", dice, "con la mediazione
dell'agente Pino. Per salvarmi la vita, in caso di minacce o
aggressioni, mi sono segnato il tipo di macchine e le matricole
diplomatiche che c'erano sui documenti ". In un caso, "ho
usato una Fiat Croma blindata con matricola VL 7214 A, CD-11-01; in
un altro ho guidato un'Audi con matricola BG 146-791; e in un altro
ancora, ho viaggiato su una Mercedes con matricola BG 454-602. Va da
sé, che ci venivano assegnate auto diplomatiche perché non subivano
controlli alle frontiere". Ora, dopo queste dichiarazioni, "i
magistrati avranno nuovi elementi sui quali lavorare ", conclude
Fonti. "Troppo facile e troppo riduttivo", sostiene,
"sarebbe credere che tutto si esaurisca con il ritrovamento nel
mare calabrese di un mercantile affondato ". Questa, aggiunge,
non è la fine della storia: "È l'inizio di un'avventura tra i
segreti inconfessabili della nostra nazione. Un salto nel buio dalle
conseguenze imprevedibili".