Nemmeno un giorno é passato dalla pubblicazione di un articolo della Casa della
Legalità e di Led.it, "
Le ambiguità di Grillo e staff sono un pericolo" (che è
solo una prima parte di un analisi più complessiva) ed arriva la conferma.
Oggi il post è "
Forza Tonino" in cui Grillo si scaglia contro il
Corriere della Sera responsabile di scrivere cose sgradite a Di Pietro. Ed è
un delirio, perché parte da un presupposto: Di Pietro ha detto che va tutto bene
quindi va tutto bene, cosa si continua a parlare di lui... come si osa! Ecco lo
stesso spirito democratico e rispettoso dell'informazione dei Berlusconi,
D'Alema & C. Per loro non vale, loro devono chiarire, ma Tonino no! Se gli
altri uomini politici davanti all'incalzare della stampa e della rete
"rispondono" con le querele e non chiariscono politicamente e pubblicamente si
urla - giustamente - all'intimidazione, se invece a "rispondere" con le querele
e citazioni a giudizio, senza rispondere e chiarire politicamente e
pubblicamente i fatti, è il Di Pietro: fa bene! Strana concezione in cui
l'incoerenza è assoluta. Poi nel post vi è altro... molto altro, con la stessa
classica confusione e semplificazione...
Sull'aspetto "giudiziario" Grillo
sostiene che Di Pietro ha sempre chiarito tutto. Falso, anche se ormai tutto
sarebbe comunque in prescrizione. Bisogna risalire proprio ai tempi di Previti.
Occorre andare a La Spezia dove indagando sui traffici di rifiuti, quelli dove
protagonisti insieme alle imprese e le pubbliche amministrazioni vi erano i
Servizi e la 'Ndrangheta. Due pm indagano con Forestale e Gico. Finiscono a
Firenze, nella casa di Pacini Battaglia. Lì il Gico sequestra una mole di
elementi probatori di rapporti tra il Pacini ed il Tonino che finiscono in
molteplici faldoni e vi è un verbale dettagliato del materiale sequestrato. I pm
vengono ostacolati in ogni modo per le indagini che riguardano la frazione di
Pitelli (SP) e che quindi portano al Porto dei veleni, ma anche sull'altro
filone, quello che delle indagini che li hanno portati a Firenze. I pm vengono
attaccati ed il fascicolo che riguarda Battaglia e Di Pietro viene trasferito a
Brescia, con quel verbale e tutti i faldoni. A Brescia il pm che porta Di Pietro
davanti al Gip cade in sonno ed il Gip proscioglie perché non vi sono elementi a
carico di Di Pietro... anche perché quei faldoni non sono mai - mai! - stati
aperti! Diversi giornalisti hanno chiesto l'accesso a quei faldoni ma l'accesso
non è mai stato autorizzato. Nessuno ha mai pensato di chiedere alla squadra del
Gico come mai nel verbale risultava una lista di documenti e prove sequestrate
che non sono mai stati visionati e valutati dal Gip. Silenzio. Come se lì non si
dovesse guardare. Potevano essere allucinazioni quelle carte sequestrate,
potevano non esserci elementi di prova schiacciante, in quei faldoni, così come
potevano esserci tante risposte e nessuna allucinazione nel lavoro del Gico, ma
questo, con quei faldoni chiusi e mai aperti, è difficile "chiarirlo".
Grillo afferma che Di Pietro ha risposto con le sentenze e quindi non
deve dare altra risposta e chi le pretende è addirittura una sorta di piduista.
Grillo, o chi gli ha scritto il post, a questo punto mente sapendo di mentire
perché un uomo politico non deve rispondere con le sentenze, quindi sull'aspetto
giudiziario, perché ci sono comportamenti scorretti che non sempre vengono (o
possono essere) sanzionati penalmente. Il perché ce lo diceva chiaramente Paolo
Borsellino (acclamato ma in realtà "sconosciuto" e ignorato) quando spiegava che
non sempre si arriva a condanne perché i fatti penali e penalmente dimostrabili
sono assai difficili da provare e che comunque i comportamenti dei politici
devono essere valutati, sentenze e assoluzioni a parte, per i fatti e
comportamenti che si sono evidenziati e, aggiungeva, deve essere fatto dagli
stessi partiti, dalla società, dai cittadini... non dai giudici.
Con la
logica di Grillo - che poi è la stessa de Il Fatto, di Travaglio ed AnnoZero,
cioè di Di Pietro - se non c'è una sentenza di condanna un politico è pulito,
così come se c'è una condanna, qualunque questa sia si è da abbattere. Ma con
questa logica sino alle sentenze di Mani Pulite, Bettino Craxi, ad esempio, era
un politico pulito e chi lo denunciava prima dell'esplodere di Tangentopoli era
un diffamatore e persecutore. Identico discorso si dovrebbe fare per Andreotti e
persino Berlusconi dovrebbe essere considerato una persona per bene e pulita...
perché ad oggi non ha avuto nessuna condanna penale con timbro della Cassazione.
Ma questa logica (assurda e pericolosa) di Grillo & C vale solo per Di
Pietro che per volontà divina può fare quel che vuole e nessuno deve metterci
becco! Gli altri anche se senza condanna sono brutti e cattivi per i
comportamenti e per i fatti, ma Di Pietro no, lui è da considerare bravo e buono
"d'ufficio".
E quello che ci interessa è proprio questa "responsabilità
politica" del Di Pietro che Grillo cerca di cancellare, non quella giudiziaria.
Fatti su cui il rilievo penale non c'è ma quello politico ed etico si, eccome.
Ma questo Grillo non lo vede. Di cosa parliamo? Semplice:
1) L'amicizia
con Previti ai tempi del Pool.
Quando il Pool di Milano continuava le sue
indagini il Ministro della Difesa Cesare Previti avvisò il Di Pietro che stava
per arrivare un ispezione a Milano. E come mai Previsti ministro di Berlusconi e
soggetto già ben noto chiava Tonino? Perché erano amici e Di Pietro ha sempre
sostenuto che l'amicizia è una cosa ed il lavoro è un'altra. Certo è che da lì
in avanti, sino all'abbandono della toga da parte di Tonino nel dicembre del
1994, nel Pool qualcuno non aveva digerito quell'amicizia.
Ed ancora: gli
incontri con Silvio Berlusconi (quello che voleva distruggere, sic!) per
discutere del suo eventuale Ministero, dove sono avvenuti? Proprio nello studio
di Cesare Previsti.
Di penalmente rilevante non vi è nulla, ma è chiara la
portata politica della questione e quella dell'opportunità di quelle
frequentazioni mentre il pool indagava sulla corte di Mr. B? Pare di no!
2) I rapporti con il Pool di Palermo e quella cena con Contrada.
Antonio Di Pietro sostiene in più occasioni che lui lavorava molto con
Falcone e Borsellino. Scambi di informazioni per le reciproche inchieste.
Falcone e Borsellino non possono né confermare né smentire. Ma quel che si è
appurato è che quando Di Pietro riceve l'informativa dei ROS sul pericolo
imminente per la sua vita e quella di Borsellino, lui non pensa nemmeno un
attimo di sentire Borsellino a Palermo e tanto meno pensa di restare in prima
linea come Borsellino a Palermo. Prende la sua nuova identità e vola all'estero.
E Borsellino a Palermo salta in aria con la scorta.
E poi, quella cena con
Contrada. Ma come mai Falcone e Borsellino, se effettivamente erano in contatto
con Di Pietro collaborando e si scambiandosi informazioni , non gli hanno detto
di quel "traditore" su cui avevano pesanti sospetti ed anche i primi riscontri,
di nome Bruno Contrada? Pare di no, visto che Di Pietro ha sostenuto che non vi
era nulla di male a partecipare ad una cella con Contrada e l'uomo ponte con la
Cia. Ma vi è una cosa su cui Di Pietro ha mentito: ha dichiarato che in allora,
quando andò, orgoglioso di esserci stato, a quella cena con Contrada, non si
sapeva che Contrada avesse dei problemi giudiziari. Questo è falso perché al
tempo di quella cena Bruno Contrada era già stato sospeso dall'alto incarico che
ricopriva nei Servizi e, Di Pietro - che non è un tonto - non può pensare che un
agente di alto grado dei Servizi venga sospeso senza un grave motivo.
Anche
qui non vi è nulla di penalmente rilevante, ma ci pare che i fatti siano
abbastanza pesanti per lasciarli correre rispetto alla responsabilità politica e
dell'opportunità... ma per Grillo va tutto bene, immagine voi se a quella cena
ci fosse stato un politico non amico di Beppe Grillo cosa mai sarebbe successo?
Proviamo solo a ricordare cosa è successo perché Contrada era nell'ufficio del
Ministro degli Interni, Nicola Mancino, i primi di luglio del 1992, un
putiferio... eppure era anche normale che un dirigente dei Servizi fosse al
Viminale, ma a Mancino non si è perdonato - giustamente - di non aver ricordato
cosa accadde quel giorno in cui Borsellino si è recato presso quel suo ufficio.
Ma alla stessa amnesia di Di Pietro, ad esempio, sul fatto che aveva incontrato
e interrogato Vito Ciancimino, tassello centrale di quella "trattativa" del
1992, nessuno ha osato aprire bocca.
3) La questione Grandi Opere e
della "cricca".
Già nessuno ricorda il voto di Di Pietro e dell'Italia dei
Valori per salvare l'opera omnia di Berlusconi, che tanto piace a Cosa Nostra ed
'Ndrangheta: il Ponte sullo Stretto. Ma anche sul resto della gestione
ministeriale di Di Pietro nessuno - a partire da Grillo, grande accusatore delle
Grandi Opere - ricorda. Vediamo:
- il Ministro Lunardi ha promosso incarichi
per le Grandi Opere, a partire dalla TAV, senza alcuna gara e con assegnazione
diretta e accordo diretto su progetti e costi con i General Contractor. Fu
attaccato pesantemente per questa scelta e per il suo conflitto di interessi.
- il Ministro Di Pietro ha confermato quegli incarichi dati da Lunardi,
senza procedere ad annullare gli incarichi (i progetti ed i costi) per procedere
a regolari gare pubbliche europee. Poteva farlo forte di una sentenza del
Consiglio di Stato, a seguito degli effetti del Decreto Bersani, senza nemmeno
necessità di andare in Consiglio dei Ministri o in Parlamento.
Ebbene perché
anche questa responsabilità politica chiara, concreta, viene ignorata
sistematicamente a partire proprio da Grillo? Non è dato saperlo.
Così come
non è dato sapere perché se nulla di penalmente rilevante ci sia, ( bensì siamo
di nuovo in presenza di una plateale questione di opportunità per la questione
dei "regali" e "favori" della banda di Anemone nei confronti di Di Pietro)
perché mai vi debba essere invece un accanimento da tintinnio di manette per gli
altri beneficiari di regali e favori da parte del medesimo gruppo Anemone! Anche
qui se politici capaci di influenzare le scelte di incarichi pubblici hanno
sbagliato ad accettare i favori dall'Anemone, lo sbaglio lo hanno fatto tutti,
compreso Di Pietro.
Qui poi Di Pietro ha mentito spudoratamente e se si
fosse nei tanto acclamati Usa sarebbe stato posto fuori dall'agone politico per
la semplice menzogna propinata al popolo italiano attraverso le dichiarazioni a
carta stampata, tv e web. Quando è finito negli Uffici della Procura di Firenze,
infatti, aveva dichiarato: sono qui volontariamente per aiutare i magistrati
nella loro inchiesta. Questo era falso: era lì perché era stato convocato dai pm
come persona informata sui fatti, per un interrogatorio e non per una scelta di
piacere (tutti i cronisti che si sono occupati del caso ne hanno scritto, tutti
complottisti contro di lui?). Perché ha mentito? Perché, se nulla vi era di
male, ha detto il falso?
Ecco, tre esempi bastano per dare l'idea. Tre
semplici esempi a cui se ne aggiunge uno. Forse il principale che ci indica il
peccato originale di Di Pietro, che tutti hanno sotto gli occhi ma che si evita
accuratamente di affrontare: la gestione del Partito e quindi la concezione di
Costituzione!
In Italia non esiste una legge sulla responsabilità
giuridica dei Partiti, pur essendo questi lo strumento che la Costituzione
indica per promozione della partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Quindi siamo in un campo dove dal punto di vista "giudiziario" è un campo dove i
magistrati hanno difficoltà assoluta ad intervenire, così come persino i
Revisori dei Conti del Parlamento devono affermare che loro, pur riconoscendo ad
esempio irregolarità nelle stesure dei Bilanci dei Partiti (come anche l'Idv),
non possono andare oltre una semplice analisi formale.
Ebbene i Partiti
in Italia possono fare quello che vogliono. Ci sono quelli che hanno costituito
società e operano per produrre profitti, ci sono quelli che sono partiti-azienda
e ci sono quelli in mano ad uno solo e che sovvenzionano l'azienda del capo.
Ecco quindi la questione: gli altri partiti le fanno e non le negano, anzi a
volte te le sbattono in faccia, Di Pietro le fa e le nega dichiarandosi
"diverso" dagli altri. Ed allora vediamo la questione "partito" di Di Pietro,
senza addentrarci - è già stato fatto ampiamente ed è tutto rintracciabile nel
web - sui personaggi imbarcati nell'Italia dei Valori, compresi quelli che si
fanno fare le campagne elettorali da boss della 'ndrangheta per arrivare a
componenti di famiglie a cui è stato ritirato il certificato antimafia perché
prestanomi dei Casalesi e via discorrendo.
Di Pietro gestisce il
rimborso elettorale delle liste dell'Italia dei Valori non attraverso gli organi
del Partito, ma con un'associazione composta da tre persone: lui, la moglie e la
Mura. Il Bilancio lo approva il Presidente, cioè lui, eventuali nuovi ingressi
nell'associazione possono avvenire solo con un atto notarile firmato da lui. Se
non si dimette lui o se non viene sfiduciato da se stesso e dalla moglie o dalla
Mura - la tesoriera nominata dal Presidente -, resta in carica a vita. Chiaro?
Se questa fosse stata la composizione del Gran Consiglio del Fascismo Mussolini
non sarebbe mai stato sfiduciato, tanto per rendere l'idea.
Ma non basta. Di
Pietro ha un immobiliare in Italia, la Antocri (poi ne ha anche una all'estero,
la Suko). Con l'immobiliare sua, affidata al compagno della Mura come
amministrazione, acquisisce immobili con mutui e soldi suoi. Poi la sua società
affitta parte degli immobili all'Italia dei Valori che paga l'affitto (con i
soldi gestiti dall'associazione dei tre) alla sua società immobiliare. Gli
immobili acquisiti con i mutui, attraverso gli introiti degli affitti, non vanno
al patrimonio dell'Italia dei Valori ma a quello di Antonio Di Pietro.
E'
chiaro che c'è qualcosa di eticamente scorretto. E' chiaro che forse vi è
qualcosa di più che non torna in questa gestione? Sarà un caso che il Tribunale
di Milano manda le carte alla Corte dei Conti e che la Corte dei Conti le
inoltra alla Procura di Roma e che questa le passa alla Procura di Milano perché
non si capisce, con la legge italiana, chi se ne debba occupare? Ed ancora: come
è possibile che la Guardia di Finanza compia una verifica sui beni patrimoniali
in Italia di Di Pietro e scopra che questi ha 15 appartamenti anziché i 10
dichiarati e non si dica nulla?
Ed ancora: Di Pietro aveva l'abitudine
di farsi fare, prima di firmare le candidature, delle belle fidejussioni
bancarie. Questa abitudine si è evoluta come è stato denunciato pubblicamente di
recente. E' stato infatti reso pubblico il contratto che Di Pietro ha fatto
firmare ad alcuni candidati con buona possibilità di elezione alle ultime
regionali. In questo si legge degli impegni che i candidati assumo con il
Partito, impegni naturalmente anche economici, se eletti. E, in questo caso,
lasciando da parte l'aspetto economico, il "contratto" mette in evidenza un
aspetto inquietante: o Di Pietro ignora la Costituzione o se ne frega, infatti
con quei contratti Di Pietro impone un "vincolo di mandato" agli eletti che
invece la Costituzione non dispone, tutt'altro. Infatti nella Costituzione si
parla di eletti "senza vincoli di mandato" in quanto devono rappresentare i
cittadini e non gli organi di partito (tanto meno un'associazione di tre
persone), ma questo per Di Pietro non conta.
A questo punto la questione
è estremamente chiara.
Resta il problema che non la si vuol far vedere nella
sua piena chiarezza! Per quale motivo non ci é dato di sapere. E' certo che
verso Di Pietro si debbano atti di fede, con il dovuto rispetto verso i misteri
della fede. E sì, perché, ad esempio, il Fatto quotidiano che continua il suo
strabismo attacca giustamente gli uomini della politica e del governo che per
mettere a tacere l'informazione fanno querele e "salate" citazioni a giudizio,
per evitare di rispondere ed appunto tappare la bocca. In questi giorni si
lamentano di una citazione da 100.000 euro per aver coniato il termine
"Bertoladri". Ma si dimenticano che il record per cifre richieste e querele
volte a impedire di parlare dei fatti suoi e eludendo quindi il dovere di
rispondere ai cittadini per il rilievo pubblico delle proprie attività e scelte
è proprio Antonio Di Pietro ed i suoi dell'Idv. In questo caso le querele e le
citazioni a giudizio di Di Pietro vengono acclamate e quelle degli altri invece
sono "intimidazioni".
L'attacco al Corriere della Sera da parte di Beppe
Grillo, con il post di oggi, è estremamente grave e conferma che le reazioni dei
cosiddetti oppositori al "bavaglio" del Potere sono proprio uguali a quelle del
Potere, così a confermare che quando si è detto che Di Pietro è complementare a
Berlusconi, così come il centrosinistra lo è al centrodestra, non si era in
affatto errore.
Ci sarebbe da ridere, se la questione non fosse
estremamente drammatica, perché Grillo con il suo blog, seguito dalla stessa
Casaleggio che segue anche quello di Di Pietro, continua, come "Il Fatto", a non
voler vedere i comportamenti, i fatti e le responsabilità politiche di Di Pietro
(degli altri si), nascondendosi dietro a: ad oggi non c'è stata una sentenza che
dichiari che... Questo concetto è il punto grave, al di là del merito della
questione, perché altrimenti finché non c'è sentenza tutto è lecito e tutti sono
galantuomini, anche i mafiosi, i corrotti e corruttori non ancora condannati.
Oppure si vuole, una volta per tutte, guardare ai fatti ed ai comportamenti
indipendentemente dalle questioni giudiziarie, perché chi ricopre un ruolo
pubblico, politico, deve rispondere ai cittadini? E questo vale solo per tutti
tranne uno, Di Pietro da una parte e Berlusconi dall'altra, o invece vale per
tutti i politici, compreso Di Pietro?
Si vuole capire che la questione
"penale" è secondaria e irrilevante rispetto alla responsabilità politica o no?
Se lo capiamo forse questo Paese può ancora sperare in un cambiamento,
altrimenti continueremo nel restare al palo, proprio come è successo dopo
Tangentopoli!