Quello che sto scrivendo non è il solito post,
non vi sto raccontando le malefatte di qualche politico o i soprusi del potente
di turno. Oggi sto scrivendo una delle pagine più nere e vergognose della
storia dell'associazionismo antimafia. Avete letto qualche giorno fa il post in cui deprecavo la partecipazione della signora Maria
Grazia Laganà, indagata dalla Dda di Reggio Calabria per truffa allo Stato, al
vertice antimafia organizzato dalla Fondazione Caponnetto. Ho scritto
l'articolo domenica scorsa, citando fatti e circostanze, chiedendo di chi fosse
la responsabilità di quella presenza "inopportuna"...
Martedì 25 novembre 2008 alle 15.31.35 mi scrive
Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Caponnetto:
Colgo nella tua mail rabbia e dolore anche e soprattutto nei miei confronti e me ne dispiace. Se vuoi a voce possiamo parlare a casa da nonna betta. Fammi sapere.
Per un momento mi rincuoro. Penso che la
Fondazione si sia resa conto dello scivolone compiuto nell'invitare Maria
Grazia Laganà, che voglia quanto meno "spiegarsi", che abbia compreso
l'imperdonabile e pessimo esempio fornito ai quasi duecento ragazzi delle
scuole.
Oggi invece un esponente della Fondazione
Caponnetto ha telefonato al direttore del Corriere Fiorentino, giornale con il
quale ho un semplice contratto di collaborazione, minacciando querele contro
di me e contro il giornale per le parole che ho scritto sulla Fondazione.
Ma cosa c'entra il Corriere con quello che scrivo sul mio blog? Io ho scritto
l'articolo sul mio sito, dicendo che ero andato al vertice per conto del
Corriere Fiorentino, ma che il giorno dopo non avevo scritto nulla sul
giornale. Ma questo era chiaro, non era in discussione. Quella telefonata aveva
un altro significato fin troppo esplicito. Quella telefonata doveva forse
mettermi contro il giornale, mettere il Corriere Fiorentino nelle
condizioni di dovere annullare il mio contratto o quantomeno "richiamarmi
all'ordine" per aver scritto "qualificandomi" come giornalista del Corriere,
cosa che non ho fatto, e che per fortuna è sotto gli occhi di tutti. Il
presidente Calleri aveva il mio recapito telefonico, perché non hanno chiamato
me per minacciare querela? Aveva un significato particolare invece chiamare la
redazione del giornale?
Considero questa una "intimidazione
professionale" che risulta ancora più odiosa e schifosa in quanto proviene da
una Fondazione che dovrebbe tutelare e trasmettere i valori di quel grande uomo
e professionista che è stato Antonino Caponnetto.
Io sono davvero, per la prima volta, senza
parole. Denuncerò fortemente questa azione delegittimante e mi tutelerò nelle
dovute sedi.
Quello che alcuni non tollerano è che
un'associazione antimafia venga chiamata a rispondere dei propri
comportamenti da un comune cittadino. Si considerano intoccabili,
inattaccabili, e quando qualcuno fa notare loro che tra le "guardie" c'era un
sospetto "ladro" minacciano di querelare.
E' questo il prezzo che in Italia si deve
pagare solo per avere fatto notare una presenza anomala ad un vertice
antimafia? Se è questo lo pagherò, con serenità, senza raddrizzare di un
millimetro la mira, continuando, imperterrito, a raccontarvi quello che vedo e
che vivo, cosciente che non ci sono intoccabili, tanto meno nell'antimafia.
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