L'IMPUTATO SICCARDI SCRIVEVA: IN PROVINCIA NON PASSAVA UN CHIODO
Il giochino, tra imprese, dei ribassi e spartizione di
appalti
C'è un documento autografo che racconta la confessione-verità
di un "collettore di tangenti", Roberto Siccardi. Fu il secondo imputato a fare
qualche ammissione utile all'accusa e descrivere come un "trust" di 5-6 imprese
si spartivano i lavori di bitumazione delle strade, dei ponti, delle frane, nel
ponente ligure. Siccardi voleva difendersi, ma aveva accennato pure ad una
"pista romana" che con la Teardo-bis fu abbandonata dai successori di Granero e
Del Gaudio
Savona - Dei 23 imputati finiti in appello a Genova del maxi-processo
Teardo, ci siamo già occupati, due settimane fa, di
Nicola Guerci,
geometra all'
Iacp, ora
Arte, nel frattempo deceduto, unico "reo
confesso", oggi si direbbe "pentito" che ha pure risarcito i danni.
In questa "tappa- story" ci occuperemo di
Roberto Siccardi,
pure deceduto, che fu il secondo imputato a fare poche, seppure lacunose,
ammissioni.
Ma soprattutto a spiegare cosa accadeva negli appalti e nei rapporti tra
l'Amministrazione
Provinciale di Savona e il "cartello" delle maggiori imprese, dei maggiori
imprenditori che si aggiudicavano le gare pubbliche. In che modo, con quali
aumenti e a beneficio di chi.
Vogliamo ricordare che in questa altalenante ricostruzione dei "tempi di
Teardo",
abbiamo evitato di dar voce al contenuto delle intercettazioni telefoniche che
pure ci furono, oggi tanto discusse, sia perché come spesso accade
interpretazioni e trascrizioni lasciano aditi a dubbi, ma anche errori.
Sia perché ci siamo ripromessi di non entrare nella sfera e
nella vita privata degli imputati, delle loro famiglie. Una scelta che, forse,
farà mancare alcuni spaccati, da vita privata/pubblica, di quella storia che
scosse la Liguria e l'Italia. Nessuna ce l'ha vietato, è una libera scelta.
Chi era
Roberto Siccardi, classe 1930, nato a Finale,
con residenza a Pietra Ligure e quale il suo ruolo?
Anziché dare la parola alla pubblica accusa, ai giudici
inquirenti, lasciamo la descrizione alla Corte d'appello di Genova che nel
luglio 1988, scriveva per mano del "relatore" del collegio giudicante,
Francesco
Rossini.
<La condotta di Roberto Siccardi si distingue per
raffinata scaltrezza e ambiguità indicativa di una ben radicata vocazione per
la vita parassitaria. Dichiarato fallito, l'imputato troverà nel gruppo Teardo
l'habitat naturale
per sperimentare la propria prevaricazione ai danni delle
persone che poteva avvicinare più facilmente. Era ideatore e programmatore
dello sfruttamento intensivo delle risorse economiche dell'impresa Ghigliazza.
Il ruolo organizzativo svolto dal Siccardi nel settore del
procacciamento dei fondi a beneficio dell'associazione sembra pacificamente
acclamato>.
IL MEMORIALE SCRITTO DA SICCARDI
Trucioli Savonesi, con l'obiettivo di arricchire la
conoscenza di quel periodo, offre ai lettori il memoriale "inedito",
allegato agli atti processuali e mai divulgato, che lo stesso
Roberto
Siccardi scrisse, quasi a tappe, due anni dopo il suo arresto avvenuto il
14 giugno 1983 (giorno della prima retata) e tornato in libertà per decorrenza
dei termini il 16 agosto 1985.
Il testo, non integrale, delle quattro paginette scritte a
mano.
<
Il Ghigliazza entra nel giro fortunato per una mia
intuizione come da mio verbale del 13 dicembre 1983. Piersanto Ghigliazza,
al giudice Granero il 13 dicembre 1983, rappresenta la
situazione...lamentando di non essere mai stato invitato alle gare d'appalto
della Provincia di Savona. Si rivolse al sottoscritto per cercare di vincerne
qualcuna. Anzi, il Ghigliazza afferma qualcosa di più e cioè che il
sottoscritto, su sua richiesta, gli suggerì la percentuale di ribasso da
indicare, con la quale si aggiudicò finalmente l'appalto.
Ma in quella occasione fu il Ghigliazza a rivolgersi
al sottoscritto e non il contrario e che per sua volontà ed interesse cercò di
entrare nel giro degli appaltatori cosiddetti fortunati. Ed è stato lo stesso Ghigliazza
a spiegarlo nella sua deposizione a Granero....
Eccola:
<Ho già spiegato che tra le imprese interessate
ci suddividevamo gli appalti in relazione alla zona in cui ognuno operava,
senza darci fastidio l'un l'altro.
In pratica ci mettevamo d'accordo tra noi sull'offerta da
fare in relazione al tipo di gara e tutti rispettavano i patti.
Era molto facile perché eravamo in 5 o 6, tutti eravamo
d'accordo, non c'era problema.>.
Si domanda
Roberto Siccardi nel memoriale:
<Allora
è stato il sottoscritto a promuovere questi incontri ed a stringere
questi patti tra le imprese? E' questo il comportamento di chi sostiene di
essere stato concusso? O non piuttosto di chi ha trovato una chiave che apre
molte porte, a cominciare da Ghigliazza, poi Bogliolo ed altre
ancora, attraverso le quali vincere gli appalti della Provincia a "prezzo
bloccato".
UN RIFERIMENTO A INTERESSI "ROMANI"
<I ribassi che mediamente andavano dal 12 al 30 per cento
venivano, invece, aggiudicati a queste imprese con percentuali di ribassi
irrisorie, tipo lo 0,76, massimo 3 per cento. Predisponendo un'idonea
programmazione con altre imprese sia di tipo territoriale che di opportunità
contingenti, in una visione non solo provinciale, ma interprovinciale e con
riferimenti, non soltanto Savonesi, ma anche romani> (sic!)
<CARI GIUDICI, ATTENTI ALLA TESI DEGLI IMPRESARI>
Roberto Siccardi, a questo punto, aggiungeva: <
I
giudici istruttori non essendo né operatori economici, né tecnici edili,
prendono per buone le giustificazioni del teste Ghigliazza, evidentemente
preoccupato per le pesanti parole sfuggitegli circa gli accordi tra imprese.
Accordi che erano necessari perché trattandosi soprattutto di lavori di
bitumazione, questo bitume va necessariamente trasportato caldo, perciò
bisognava prendere i lavori dove le imprese avevano gli impianti ed era una
garanzia per le amministrazioni.
I MIEI COIMPUTATI SAPEVANO QUASI TUTTO
<
I miei coimputati dicevano di non conoscere niente di
niente, e qualche imputato penso diceva il vero. Ma qualcun altro negava anche
cose di un'evidenza sorprendente, evidentemente con il preciso intendo di
salvaguardare l'immagine del Psi, bersagliato da una campagna stampa,
che trova a mio modo di vedere una sua giustificazione....conosco assai bene la
geografia imprenditoriale della nostra provincia...dall'età di 17 anni lavoro in
questo campo...posso affermare, documentare che l'asserito vittimismo di Ghigliazza,
fatto proprio dai giudici istruttori, non regge ad un'attenta e geografica
distribuzione delle imprese nella zona>.
I NOMI DELLE IMPRESE INTERESSATE AGLI APPALTI
Siccardi scrive ancora di suo pugno:
<Erano
l'impresa Damonte, Bogliolo, Farinazzo, Fratelli Rossello, poi
un'impresa con impianti a Borghetto Santo Spirito-Toirano, fallita per
mancanza di lavoro, quindi la Ghigliazza che da sola, per
attrezzatura, produzione di pietrisco avrebbe potuto abbattere i costi dei
lavori, ma anche l'altra grande impresa, sempre a nome Ghigliazza...,
oltre a quelle che avevano impianti a Savona e in Val Bormida.
CHI ERA IL VERO BURATTINAIO?
Siccardi: <Credo che ora appaia chiaro chi era il
"burattinaio" che tirava le fila (e non per persone singole , ma di gruppo
economico nel suo complesso). Era aiutato da uno staff dirigenziale di notevole
livello e dove i geometri del par mio (ma anche dei testi Piero Nan e
Franco) potevano giocare un ruolo assai modesto, sia per esperienza,
insufficiente, sia per effettivo livello professionale.
E' da sfatare la leggenda di un Ghigliazza succube di
Siccardi, sprovveduto, timoroso, impaurito, circonvenuto da oscure trame
truffaldine e ricattatorie. Non è certo un caso che il Ghigliazza
ammette, in una delle sue tante deposizioni, che l'amicizia con il
sottoscritto ebbe a cessare con il mio arresto>.
SE IN PROVINCIA NON SI PAGAVA NON PASSAVA NEANCHE UN
CHIODO
Il Siccardi-memoriale:
<Il Ghigliazza
Piersanto afferma nel suo interrogatorio del 20 giugno 1983, seconda
pagina, che se non si pagava "in Provincia non passava neanche un
chiodo", e che ciò era pubblico e notorio e lo sapevano anche le pietre. Ma
si rivolse a Siccardi affinché si potesse superare l'ostacolo? Aggiunge
Siccardi <tutte le imprese erano d'accordo, naturalmente quelle del
pool. E non si trattava di imprese artigianali, ma talune erano anche di
respiro nazionale. E ciascuna rispettava i patti ed era facile vincere
l'appalto, essendoci questo tacito accordo tra colleghi...L'amicizia con
Ghigliazza veniva da lontano. Infine emerge
che Ghigliazza si rifiuto di avere rapporti con Dossetti
Considerato rompiscatole e prepotente>.
<QUAL ERA IL MIO VERO RUOLO NELL'AMBITO
APPALTI-IMPRESE>.
Siccardi, conclude cosi il memoriale:
<Tutto
quanto scritto sta a significare che il sottoscritto fece da "trait d'union"
tra il Ghigliazza e l'organizzazione politica su richiesta del Ghigliazza
stesso che non voleva trattare col Dossetti, ma tale circostanza fa
emergere il fatto che tutti i suoi colleghi impresari conoscevano e giudicavano
il Dossetti, con cui evidentemente avevano avuto rapporti.
Ciò dimostra che il sottoscritto Siccardi fui un
occasionale tramite e forse anche scomodo per l'organizzazione politica, tra
due parti. Scelto comunque dal Ghigliazza. Emerge altresì che le imprese
costituitesi in trust per l'occasione, perseguivano filoni differenziati, nei
quali comunque non si trovava il Siccardi>.
CHI COMANDAVA IN PROVINCIA? DA ABRATE A SANGALLI
Come abbiamo fatto per
Siccardi una rapida sintesi di
cosa significavano gli appalti provinciali, con i rispettivi presunti ruoli,
dell'allora presidente
Domenico Abrate e
Gianfranco Sangalli.
Ecco il giudizio, sintetico, del relatore della sentenza, in
Corte d'appello, dopo la condanna del tribunale di Savona.
Domenico Abrate, classe 1936, nato a Torino, con
residenza a Spotorno, arrestato il 29 novembre 1983 scarcerato il 9 agosto 1985
per decorrenza dei termini. E' scritto:
<Il suo ruolo partecipativo
nell'associazione criminosa non può essere messo in discussione. Il contributo
dato dall'Abrate risulta accertato, avendo anche acconsentito la più
ampia autonomia al dinamico assessore Sangalli scherzosamente denominato
"vecchiaccio maledetto" e "mio padrone". Abrate, come Sangalli,
era nel libro paga tenuto da Capello. Ha dimostrato poi cieca fiducia,
anziché cautela, come vice presidente dell'Iacp, a persone legate
indissolubilmente a chi influenzava negativamente l'attività dell'ente, il più
corrotto della provincia>.
Gianfranco Sangalli, classe 1927, nato a Cairo
Montenotte, qui residente, arrestato il 14 luglio 1983, scarcerato il 16 agosto
1985 per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. E' scritto, tra
l'altro, nella motivazione:
<Sangalli è un elemento fondamentale
di raccordo nel triste organigramma associativo, il suo collocamento alla guida
dell'assessorato alla Viabilità della Provincia, per lunghi anni,
permetteva al clan un sicuro e costante controllo degli appalti, la sapiente
manovra degli inviti a poche imprese>.
Vale la pena riepilogare che il fulcro dell'appello fu che la
"piovra" savonese non "era di stampo mafioso", come invece sostenevano i
giudici istruttori
Granero e
Del Gaudio, nonché l'ufficio del
pubblico ministero, prima
Giuseppe Stipo, poi
Michele Russo, in
udienza.
Aspetto che invece veniva contestato nelle udienze e nelle
memorie difensive dagli avvocati
Chiusano, Signorile, Gallo,
Salvarezza, Guastavano, Chirò, Calabria, Coniglio, Cavallo, De Luca, Finocchio,
Mazzitelli, impegnati con successo a scongiurare che vincesse la tesi della
"banda mafiosa", che oltre all'accusa era portava avanti dai legali di parte
civile, tra cui
Romano Raimondo, Cesare Manzitti, Francesco Di Nitto,
Umberto Garaventa.
Ha scritto nella motivazione il giudice
Rossini: <Il
ricorso da parte degli attuali imputati al metodo dell'attentato dinamitardo ai
danni dei cantieri e degli strumenti di lavoro delle imprese, avente
l'inequivocabile significato del tipico avvertimento mafioso, non è stato
comprovato né riguardo all'esplosione del 29 aprile, al ponte sul Letimbro,
ai danni dell'impresa Damonte, a Savona, né alle distruzioni e
agli incendi verificatisi ai danni di altre imprese operanti in Liguria ed
attribuiti all'azione di ignoti>.
Come ha ricordato l'ex giudice
Michele Del Gaudio
nell'intervista a Trucioli pubblicata la settimana scorso, tutto alla fine si
giocò sui termini "
omertà" ed "
intimidazione", con un evidente
contrasto tra le sentenze d'appello e di Cassazione, ma soprattutto il mancato
ricorso finale della procura generale della Repubblica di Genova. Questa è
storia, questa è la giustizia italiana. Nel bene e nel male.
Luciano Corrado
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