Con la benedizione della presidenza del mafioso Andreotti, il socio e "collaboratore" del boss di Villabate è ora la seconda carica dello Stato. Quello che il boss Nino Mandalà chiamava "il cornuto" e che gli ha sistemato un bel po' di affari, Renato Schifani è stato eletto al primo colpo.
Quella che dovrebbe essere l'Opposizione "ferma" del Pd alla maggioranza berlusconiana, non ha posto ostacoli... ha, in buon ordine, abdicato con una "scheda bianca". Quella che si annunciava la "dura" opposizione per la "legalità e la questione morale" dell'IdV di Di Pietro, non ha posto ostacolo, ed anche qui, in buon ordine, ha abdicato con una "scheda bianca" e l'annuncio, come Anna Finocchiaro, del pieno rispetto per la "carica istituzionale".
Non è un incubo, è l'Italia: Renato Schifani, l'autore - insieme agli ulivisti Boato e Meccanico - del famoso "lodo" che voleva garantire l'impunità alle cinque più alte cariche dello Stato, a garanzia totale di Silvio Berlusconi e che è stato dichiarato "anticostituzionale", è ora Presidente del Senato della Repubblica.
Se nessuno ha osato abbondare quell'Aula presieduta - per "anzianità" - da un mafioso accertato con sentenza definitiva, quale è Giulio Andreotti, figurarsi se a qualcuno veniva in mente di ricordare chi è Schifani. Infatti lo hanno tutti applaudito per il suo "sincero" discorso.
Chi è Schifani, quindi, lo ricordiamo noi...
"Schifani disse a La Loggia: ‘senti Enrico,
dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare
Giudice non ci deve mettere piede... e quindi c'è la possibilità di recuperare
Nino Mandalà, telefonagli'. Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione
intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i
politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato
Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: ‘Simone, hai presente che Schifani,
attraverso questo [il candidato di Misilmeri]... aveva chiesto di avere un
incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho
da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui
con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi
dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che
io, una volta, l'ho fatto piangere?
Nell'auto di Simone Castello la domanda del boss di Villabate è seguita da
qualche secondo di silenzio. Poi le microspie dei carabinieri registrano la
storia di un'amicizia tradita. Una storia di mafia in cui i capibastone
minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo perdono.
Mandalà la narra con astio, tutta d'un fiato. Torna con la mente al 1995,
l'anno in cui suo figlio Nicola era stato arrestato per la prima volta. Accusa La Loggia di averlo lasciato
solo, di averlo ‘completamente abbandonatoì, forse nel timore che qualcuno
scoprisse un segreto a quel punto divenuto inconfessabile: lui e Nino Mandalà
non solo si conoscevano fin da bambini, ma per anni erano anche stati soci, avevano
lavorato fianco a fianco in un'agenzia di brokeraggio assicurativo.
‘Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla
stampa, ma almeno un messaggio, ‘ti do la mia solidarietà', [mr lo poteva
mandare]. Stiamo parlando di un rapporto che risale alla notte dei tempi,
quando eravamo tutti e due piccoli - lui è più piccolo di me - [nemmeno] mi
ricordo quando ci siamo conosciuti. [Ma] suo padre... era mio padre, lui era un
cristiano con i cazzi, non [come] questo pezzo di merda... [Poi siamo stati] soci
in affari perché abbiamo avuto assieme una società di brokeraggio assicurativo,
lui presidente e io amministratore delegato. [Andavamo] in vacanza assieme...'
Il portaordini di Provenzano cerca d'interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo:
‘Va bene, magari è il presidente [dei senatori di Forza Italia e non si può
esporre]...'
‘D'accordo, però, dico, in una situazione come questa... Dio mio mandami un
messaggio. [Poteva farlo attraverso] ‘sto cornuto di Schifani che [allora] non
era [ancora senatore], [ma faceva] l'esperto [il consulente in materie
urbanistiche] qua al Comune di Villabate a 54 milioni [di lire] l'anno. Me lo
aveva mandato [proprio] il signor La Loggia.
Lui [Schifani] mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva: ‘Nino
vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda [i saluti]'.
No, e invece non solo non mi manda [a dire] niente lui, ma Schifani...'
‘Dice che non ti conosce...'
‘Schifani, quando quelli là in Forza Italia, gli chiedono ‘ma che è successo
all'amico tuo, al figlio dell'amico tuo' risponde ‘amico mio?...no, manco lo
conosco, lo conosco a mala pena'. [Così] il signor Schifani [quando veniva a
Villabate] per motivi di lavoro [la consulenza per il Comune] vedeva a me e,
minchia, scantonava, scivolava, si spaventava come se... come se prendeva la
rogna, capisci? Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, [io e La Loggia] ci siamo incontrati
a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: ‘Nino, io sai per questo
incidente di tuo figlio...'.
Gli ho detto: ‘Senti una cosa, tu mi devi fare una cortesia, pezzo di merda che
sei, di non permetterti più di rivolgermi la parola'.
‘Ma Nino, ma è mai possibile che tu mi tratti così?'.
‘E perché come si deve trattare? Perché non è possibile spiegarmelo. Chi sei?'
‘No, ma io non dico questo, ma i nostri rapporti...'
‘Ma quale rapporto.'
‘Senti possiamo fare una cosa, ne possiamo parlare in ufficio da me?', ‘Si
perché no...' E ci siamo trasferiti in via Duca della Verdura [lo studio di La Loggia].
[...]
Da un certo punto di vista l'astio dell'avvocato Mandalà è perfettamente
comprensibile. Lui Schifani e La
Loggia li aveva sempre considerati degli amici, tanto che
erano stati tra gli ospiti importanti del suo secondo matrimonio, avvenuto nei
primi anni Ottanta. A quell'epoca Nino Mandalà era appena rientrato in Sicilia
da Bologna, dove lavorava nel mondo delle concessionarie d'auto e dove anche
suo figlio Nicola era nato. Con loro aveva fondato la Sicula Brokers, una strana
società in cui i suoi futuri leader di Forza Italia sedevano fianco a fianco di
imprenditori di odor di mafia e boss di Cosa Nostra.
A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c'è da rimanere a
bocca aperta: la Sicula Brokers
viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia e Schifani,
compaiono i nomi dell'ingegnere Benny D'Agostino, il titolare delle più grandi
imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno
in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l'amministratore delle società
di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da
Giovanni Falcone perché capi della famiglia mafiosa di Salemi.
La Sicula Brokers
è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni,
borghesia e boss hanno fatto affari.
Palermo del resto è sempre stata così: nel dopoguerra i mafiosi erano i
campirei dei ricchi, erano gli uomini di fatica ai quali la borghesia e
l'aristocrazia delegavano l'amministrazione delle terre e dei beni. Un rapporto
quasi simbiotico, spesso caratterizzato da reciproci scambi di favori. Ecco
quindi che Benny D'Agostino, il socio di La Loggia, Schifani e Mandalà, viaggia nei primi
anni Ottanta in Ferrari con don Michele Greco, il "papa della mafia"; ospita
nelle sue proprietà i latitanti; si dedica con i prestanome di Provenzano, come
il boss Pino Lipari, al controllo della spartizione degli appalti pubblici.
Ecco quindi che il senatore Giuseppe La Loggia, il padre di Enrico, stando al racconto di
Mandalà, si presenta da un capomafia come Turiddu Malta per domandare il suo
appoggio elettorale.
Un fatto quasi normale per l'epoca, tanto che del sostegno dato da Cosa Nostra
a La Loggia
senior parlerà anche Nick Gentile, un pezzo da novanta nella Cosa Nostra made
in USA, consigliere di Al Capone e Lucky Luciano.
[...]
Il problema è che la mafia, al contrario della politica, non dimentica. Anche a
distanza di anni, anzi di decenni, è difficile scrollarsi di dosso certi
rapporti, certe antiche relazioni. Ed è difficile anche per Enrico La Loggia che pure, a metà
degli anni Ottanta, fa parte come assessore della prima giunta del sindaco
Leoluca Orlando e, per diretta ammissione di Nino Mandalà, in quelle vesti
risponde di no alle sue richieste di aiuto.
Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria,
feudi di Provenzano e della famiglia Mandalà, diventano pericolose.
Francesco Campanella, che osserva quanto accade dalla sua poltrona privilegiata
di presidente del consiglio comunale, se ne accorge quasi subito. Nel 1994 l'avvocato
Nino Mandalà sbandiera i suoi legami importanti. Se ne fa vanto. Dice a
Francesco di avere ‘strettissimi rapporti con il senatore', gli parla del suo
matrimonio al quale anche lui e Schifani avevano partecipato, e Campanella
capisce che non mente. Il nuovo segretario comunale viene scelto dal sindaco
Navetta su ‘segnalazione di La
Loggia' e la stessa cosa accade con Schifani: ‘I rapporti tra
loro erano ancora ottimi durante l'inizio dell'attività politica del Mandalà
nel '94, tant'è vero che La Loggia
era il suo riferimento all'interno di Forza Italia [...]; a un certo punto
Schifani fu segnalato da La
Loggia come consulente e quindi nominato dal sindaco come
esperto in materia urbanistica. [...] Le quattro varianti al piano regolatore di
cui abbiamo parlato, parco suburbano, la variante commerciale, la viabilità,
furono tutte concordate dal punto di vista anche di modulazione, di
componimento, insomma dal punto di vista giuridico con lo stesso Schifani'.
[...]
Lì Mandalà organizzò tutto per filo e per segno interagendo in prima persona.
[...] Mi disse che aveva fatto una riunione con Schifani e con La Loggia e che aveva trovato
un accordo per il quale i due segnalavano il progettista del piano regolatore
generale, incassando anche una parcella di un certo rilievo [...]. L'accordo, che
Mandalà aveva definito con i suoi amici Schifani e La Loggia, era quello di
manipolare il piano regolatore, affinché tutte le sue istanze - che poi erano
[la richiesta] di variare i terreni dove c'erano gli affari in corso e addirittura
di penalizzare quelle della famiglia mafiosa avversaria o delle persone a cui
si voleva fare uno sgarbo - fossero prese in considerazione dal progettista e
da Schifani [...] Cosa che avvenne, perché poi cominciò questa attività di
stesura del piano regolatore e io mi trovai a partecipare a tutte le riunioni
che si tennero con lo stesso Schifani, qualche volta allo studio di Schifani e
qualche altra volta al Comune. Io [poi] partecipai anche alle riunioni, più
tipiche della famiglia mafiosa, in cui Schifani non c'era...'
[...]
Il clan di Villabate si butta a capofitto nell'affare. Dal Nord torna il
costruttore che se ne era andato dal paese quando era scoppiata la faida con i
Montalto. Si mette in società con Nino Mandalà, assieme a lui contatta tutti i
proprietari degli appezzamenti di terreno che sarebbero dovuti diventare
edificabili e fa loro firmare dei preliminari di vendita. In buona sostanza la
mafia si accaparra tutte le zone in cui si potrà costruire. In un incontro con
il sindaco Navetta e i due Mandalà, Francesco discute il piano regolatore e
‘gli inserimenti fatti dal progettista con i pareri di Schifani'.
Domanda il pubblico ministero [a Francesco Campanella]: ‘Io volevo capire
questo: le risulta che Schifani fosse al corrente all'epoca degli interessi di
Mandalà in relazione all'attività di pianificazione urbanistica del Comune di
Villabate?'
‘Assolutamente sì, il Mandalà mi disse che aveva fatto questa riunione con La Loggia e con lo stesso
Schifani e l'accordo era appunto nominare, attraverso loro, questo progettista
che avrebbe incassato questa grossa parcella che in qualche modo avrebbe
condiviso con lo stesso Schifani e La
Loggia [...]'
‘Quindi la parcella non sarebbe andata soltanto al progettista?'
‘No, il progettista era il titolare di un interesse economico che era condiviso
dallo stesso Schifani e La Loggia'.
[...]
‘...però rimane da capire, signor Campanella, esattamente in che epoca si
collocano o si colloca, se colo una, quella riunione tra Mandalà, La Loggia e Schifani in
relazione alla pianificazione urbanistica del Comune di Villabate'.
‘Questa si colloca sicuramente in epoca successiva all'arresto di Mandalà
Nicola, nell'epoca in cui stavamo adottando questi atti..."
Niente male: ora Renato Schifani è presidente del Senato, seconda carica della
Repubblica. Al momento (chissà come mai?!?) nessuno dei "curriculum" pubblicati
dai giornali on line cita questi fatti. Noi li pubblichiamo e ringraziamo
ancora una volta i due giornalisti autori del libro "I Complici - tutti gli
uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento", Lirio Abbate e Peter Gomez.
Nota:
leggere anche il dossier su Schifani pubblicato nell'agosto 2002 da L'Espresso.
PS 1
Mentre i media italiani unanimemente lodano il neo presidente del Senato e si mostrano smemorati (o ignoranti) sul suo passato in Sicilia, i giornali on line esteri, come ad esempio El Pais, pubblicano tutta la biografia di Renato Schifani... compresi i suoi legami con Cosa Nostra!
...e poi qualcuno diceva che il "V2 Day" per la "libera Informazione in libero Stato" era ingiustificato!
PS 2
Qualche titolo con le dichiarazioni dall'Italia, dall'elogio a Schifani di Napolitano alla stretta di mano con la Finocchiato, al "senso delle istituzioni" dell'IdV...
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della Lega Roberto Castelli, mentre e' in corso al Senato la prima votazione
per l'elezione del Presidente. ...
SENATO: COSSIGA, VOTERO' SCHIFANI
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(AGI) - Roma, 29 apr - Il Presidente emerito
della Repubblica Francesco Cossiga annuncia il suo voto per Renato Schifani
alla Presidenza del Senato. ...