UN PROGETTO PER LA GIUSTIZIA
1. Indirizzo di saluto. - 2. L'associazionismo
oggi. - 2.1. L'unità associativa. - 2.2. Il pluralismo associativo. - 2.3. La
sfida della modernità sul versante interno - 2.4. La sfida della modernità sul
versante esterno - 3. La durata eccessiva dei processi. - 4. Il processo
penale. - 5. Il processo civile. - 6.
L'organizzazione giudiziaria. - 7. Il giudice nella
tutela multilivello dei diritti. - 8. I giovani magistrati. - 9. Un progetto
per la giustizia
1.. INDIRIZZO DI SALUTO
Signore, signori, autorità, avvocati, studiosi del diritto, operatori della
giustizia tutti, colleghe e colleghi, quale presidente dell'Associazione
Nazionale Magistrati svolgo la relazione introduttiva del XXIX Congresso
nazionale.
Un particolare deferente ringraziamento al Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, che, per la prima volta, onora con la Sua presenza la nostra
biennale occasione congressuale.
2. L'ASSOCIAZIONISMO OGGI
L'occasione congressuale costituisce il momento per ripercorrere l'attività
dell'Associazione nei due anni che ci hanno separato dall'ultimo Congresso che
si è tenuto a Roma nel febbraio del 2006.
Nello scorso anno, dopo un lungo e a tratti difficile confronto, il Parlamento
ha definitivamente approvato la riforma dell'ordinamento giudiziario.
L'Associazione Nazionale Magistrati ha espresso critiche, anche serrate, su
alcuni punti della riforma ed apprezzamento su altri. Oggi la magistratura è
impegnata nella fase di attuazione e di sperimentazione della riforma.
Riteniamo che una valutazione in ordine alla eventuale necessità o opportunità
di interventi di correzione o modifica potrà essere fatta solo all'esito di una
verifica sul campo del funzionamento del nuovo sistema.
La priorità oggi, l'Associazione lo ripete da tempo, è intervenire sulla
durata dei processi.
Il sistema giudiziario italiano versa in una gravissima crisi di efficienza e
di funzionalità, che si sta trasformando in crisi di credibilità della
giustizia. I rimedi a tale situazione non debbono essere rinvenuti in nuovi
interventi sull'assetto della magistratura, sui quali negli ultimi tempi siè
quasi esclusivamente concentrata la politica, ma in uno sforzo volto a
migliorare il funzionamento della giurisdizione.
Ma l'occasione del congresso deve costituire, anche, il momento per fare un
punto sullo stato dell'associazionismo oggi.
L'Associazione Nazionale Magistrati si configura come una compagine sociale cui
aderisce la quasi totalità dei magistrati (per la precisione 8522 iscritti su
un totale di 9116); compagine che rappresenta, di fatto, tutta la magistratura
professionale.
Caratteristica dell'associazionismo è quello di strutturarsi nella forma di una
associazione unitaria, l'ANM, fondata sulla coesistenza, al suo interno, di una
pluralità di associazioni.
Unità e pluralità sono i due risvolti della medaglia con i quali dobbiamo
confrontarci.
2.1. L'UNITA' ASSOCIATIVA
L'unità dell'Associazione è frutto della condivisione, da parte dei magistrati
italiani, dei valori della indipendenza e della autonomia della magistratura,
che sono consacrati nella carta costituzionale di cui stiamo celebrando il 60°
anniversario.
E ci riconosciamo nel monito con il quale il Capo dello Stato, in occasione del
recente incontro con i neo-nominati uditori giudiziari, ha richiamato la
soggezione dei magistrati soltanto alla legge, annoverando, altresì, tra i
valori fondamentali ed irrinunciabili, quelli che nella Costituzione
abbracciano tutta la prima parte e, nel suo nucleo essenziale, anche, il Titolo
IV della seconda[1].
Ed oggi siamo qui per ribadire, con fermezza, il nostro impegno a difesa di
questi principi costituzionali, tra i quali, in particolare:
- quelli relativi all'unità
dell'ordine giudiziario (pur nella distinzione di funzioni tra giudici e
pubblici ministeri);
- quelli relativi al
mantenimento della composizione e delle competenze del Consiglio Superiore
della Magistratura, anche con riferimento alla giurisdizione disciplinare; nel
nostro ordinamento, il sistema di governo della magistratura ed indipendenza
dei giudici sono inscindibilmente connessi, in quanto il CSM rappresenta la
garanzia di sottrazione
dell'ordine giudiziario all'influenza del potere esecutivo.
Valori condivisi e sui quali si fonda ancora oggi la ragione di stare insieme,
in una associazione unitaria, anche nei momenti in cui la dialettica interna e
le diversità di vedute su temi specifici, determinano il formarsi
di giunte non unitarie, come quella che ho l'onore di presiedere, la quale,
anche dal punto di vista generazionale, trova la sua genesi nella giunta
costituita dai soli componenti del gruppo associativo di unità per la
costituzione il 24 novembre 2007, data dalla quale è poi iniziata la ricerca di
un percorso unitario che ha trovato il suo momento di sintesi nel documento
approvato dal Comitato Direttivo Centrale il 29 marzo 2008 dai gruppi
associativi di Unità per la Costituzione, Magistratura Democratica e Movimento
per la Giustizia, con la sola astensione dei colleghi di Magistratura
Indipendente.
2.2. IL
PLURALISMO ASSOCIATIVO
Il pluralismo associativo, che rivendichiamo come valore, è frutto, invece,
della necessità di garantire la più ampia espressione dei diversi modi di
intendere e praticare il mestiere del magistrato, come espressione di una
ricchezza culturale[2].
Sin dalle sue origini, l'Associazione Nazionale Magistrati si è caratterizzata
come una libera associazione tra magistrati.
Nel corso degli anni, invece, l'Associazione Nazionale Magistrati ha subito
trasformazioni nella effettiva fisionomia organizzativa e, soprattutto, nelle
funzioni svolte e nelle modalità con cui essa ha, di volta in volta, rappresentato
interessi professionali e valori ideali dei magistrati.
In particolare, l'"Associazione Generale tra i Magistrati Italiani" è
nata, agli inizi del novecento, come un sindacato di giudici, espressione degli
interessi e della volontà di rinnovamento della giovane magistratura dei bassi
gradi[3] e si è sciolta nel 1925 per non degradare a cellula obbediente dello
Stato fascista, divenendo poi il bersaglio di una selettiva, chirurgica,
epurazione dei suoi dirigenti.
Essa è rinata, ancora in veste eminentemente sindacale, nel rinnovato clima di
libertà del dopoguerra, come organismo rappresentantivo di una
"parte" della magistratura.
Ed è, infine, progressivamente divenuta rappresentanza della generalità dei
magistrati, pur essendo parallelamente investita - a partire dalla metà degli
anni 60 - da un originale processo di interna differenziazione ed articolazione
in diversi "gruppi"associativi.
All'esito di questi mutamenti, l'Associazione si è venuta configurando come una
compagine cui aderisce la stragrande maggioranza dei magistrati del Paese, che
accoglie al suo interno realtà associative differenti, vere e proprie
"associazioni nell'Associazione", che, presentando proprie liste
elettorali, concorrono alla formazione dei suoi organismi dirigenti, ne animano
il dibattito interno e ne definiscono la linea d'azione esterna attraverso un
gioco di maggioranze e minoranze o scelte di governo unitario.
Oggi alla Associazione, come sopradetto, continuano ad aderire la quasi
totalità dei magistrati, che, tramite essa, rompono il tradizionale isolamento
che caratterizza il nostro lavoro.
Tuttavia, non possiamo non rilevare come nell'ultimo biennio abbiamo registrato
momenti di tensione all'interno della nostra Associazione, i quali si sono
manifestati sia in occasione di pubblici incontri, tra tutti richiamo
l'assemblea straordinaria del 26 novembre del 2006 ed il congresso dei giovani
magistrati che si è tenuto a Palermo nel giugno 2007, sia attraverso i
dibattiti che quotidianamente si svolgono tramite la nuova forma di
comunicazione dei magistrati, costituita dalle mailing list e più di recente
dai blog.
Ebbene, non possiamo ignorare questi segnali, che vengono, in particolare, dai
magistrati più giovani; abbiamo, anzi, l'obbligo di cogliere la ricchezza di
proposta, stimolo e passione che ad essi è sovente collegata, rifuggendo da
ogni atteggiamento di chiusura o di arroccamento da parte di chi ha avuto ed ha
ruoli rappresentativi: non vi è chi ha titolo, più di altri, a indicare la via
per risollevare le sorti dell'associazionismo e solo l'umiltà di tutti noi,
l'umiltà che dovrebbe contraddistinguere ogni buon magistrato, potrà
aiutarci ad abbandonare gli egoismi e a comprendere le ragioni degli altri.
Per queste ragioni, l'Associazione è chiamata ad affrontare, per la tutela del
prestigio e del rispetto della funzione giudiziaria, una nuova sfida sia sul
versante interno che sul versante esterno: la sfida della modernità e del
rinnovamento che oggi deve fondarsi sul pragmatismo e sulla responsabilità.
2.3. LA SFIDA DELLA MODERNITA' SUL VERSANTE INTERNO
Sul versante interno, se vogliamo continuare ad essere una Associazione ed
evitare che la frustrazione allontani i colleghi dalla vita della ANM, abbiamo
"tutti" il dovere di guardare avanti e di pensare ad un modo nuovo di
fare associazione.
I richiamati concetti di pragmatismo e responsabilità devono stimolare
un'agire associativo che sia in grado di:
- interpretare le problematiche
connesse all'operare quotidiano dei singoli magistrati, soprattutto nelle zone
più disagiate del paese: non possiamo sottrarci dal compito di affrontare
la problematica della individuazione dei carichi di lavoro dei magistrati,
anche in considerazione del continuo aumento della domanda di giustizia che fa
del magistrato, ogni
giorno di più, l'anello debole cui si rivolgono le insoddisfazioni della
collettività. Nell'affrontare il tema del processo, dobbiamo, in poche parole,
considerare anche la condizione lavorativa dei magistrati, le carenze
strutturali, la mancanza di sufficienti supporti amministrativi, la condizione
degli uffici giudiziari del Sud, la questione della mobilità.
L'Associazione dovrà promuovere ogni azione volta a garantire la dignità della
funzione, il cui esercizio non può essere privato di un sostegno organizzativo
reale e tangibile, così come stabilito dall'art.110 della Costituzione;
- garantire la cultura della
giurisdizione: è su questo terreno che saremo chiamati ad offrire lo
sforzo massimo. Per fare il magistrato ci vuole impegno per la ricostruzione
dei fatti e per la applicazione ad essi della regola di diritto. E, tuttavia,
il risultato di questa ricerca lo si misura nelle aule giudiziarie, nei
provvedimenti giurisdizionali che vengono adottati, nei processi e con le sentenze
definitive. Fuori dalle regole del processo, dai suoi vincoli, è illusorio che
la magistratura possa svolgere realmente ed efficacemente il ruolo che le
appartiene: garantire il rispetto della legge violata accertando i fatti.
Abbiamo bisogno di magistrati attrezzati professionalmente, ai quali deve
essere garantita la libertà di interpretare le leggi a garanzia dei cittadini e
che svolgono il loro ruolo con i mezzi che il processo mette a disposizione:
fuori da questa cultura, che è cultura della sobrietà, della discrezione, della
serietà, la magistratura verrebbe meno non solo al suo ruolo
istituzionale, ma tradirebbe anche le aspettative dei cittadini, attivando
soltanto meccanismi illusori, inutili o di mera facciata, anzi alimentando
una visione strumentale dell'esercizio del potere giudiziario, in grado solo di
innescare fenomeni mediatici, ma non di realizzare concreti risultati;
- garantire la cultura
dell'organizzazione: l'organizzazione degli uffici è un profilo essenziale e
prioritario per la giustizia civile e penale. Al di là delle modifiche
processuali, appare, pertanto, indispensabile realizzare, sul piano
organizzativo, sinergie tra Giudici e
strutture, in una prospettiva che vada al di là dell'ufficio del Giudice, ma
realizzi un ufficio per il "giusto processo" e che veda, più in
generale, la diffusione delle c.d. prassi virtuose; inoltre, sul versante
dell'organizzazione, la magistratura associata ritiene non più differibile
un complessivo intervento anche sulla geografia giudiziaria
- riavvicinare la magistratura
al tessuto sociale, attraverso incontri con il mondo della scuola e della
cultura;
- creare un utile e proficuo
momento dialettico con gli altri operatori del mondo giustizia tra cui il
personale amministrativo e l'avvocatura; dobbiamo ritenerci coinquilini di un
palazzo che rischia di crollare, per cui è indispensabile adottare iniziative
comuni per la
ristrutturazione dello stesso e chiamare tutti all'assunzione di
responsabilità;
- contrastare attivamente ogni
forma di deriva individualistica e ribadire con vigore l'importanza della
dialettica e del confronto tra i magistrati; deve essere chiaro che
l'Associazione Nazionale Magistrati è la"casa" di tutti i magistrati,
il luogo nel quale gli stessi dibattono e si confrontano nel rispetto della
diversità delle idee e non un luogo nel quale si realizza un carrierismo
giudiziario o extragiudiziario;
- evitare una difesa
corporativa ed aprioristica: autonomia ed indipendenza hanno come corollario
l'assunzione di responsabilità delle decisioni. Siamo consapevoli che per la
credibilità della magistratura agli occhi dei cittadini è essenziale la
salvaguardia dei valori di imparzialità, lealtà, probità, correttezza,
diligenza ed operosità che devono connotare
l'operato dei magistrati; e siamo, altresì, consapevoli che, in ipotesi di
violazione di tali doveri, vi sia bisogno di interventi puntuali ed attenti del
giudice disciplinare.
Ma cari colleghi, non possiamo e non vogliamo ignorare le accuse che
vengono fatte al ruolo delle correnti con riferimento alla occupazione di ogni
spazio dell'autogoverno e della vita associativa.
Come detto, non vogliamo sottrarci a queste critiche e, perciò, ribadiamo con
forza che le correnti devono essere solamente espressione dei diversi modi di
intendere il mestiere del magistrato.
Tutto questo è necessario per evitare, da un lato, che l'opinione pubblica
continui a pensare alle nostre dinamiche interne come a quelle tipiche di un
corpo politico; dall'altro lato, che si accresca la disaffezione di quei
giovani magistrati che, spaventati dal rischio dell'"etichettatura
politica", vedono la vita nei gruppi associativi e la contrapposizione che
essa può determinare, come incompatibili con l'indipendenza dell'esercizio
della giurisdizione.
Ma la crisi delle correnti ha bisogno dei magistrati, della loro vigile,
attenta informata partecipazione, nonché della cultura della giurisdizione nel
governo interno.
Solo la presa di coscienza diffusa dei magistrati circa l'impellente
necessità di impegnarsi in associazione, secondo un modello di
partecipazione in cui la legittimazione alla rappresentanza provenga dai
colleghi e dagli uffici giudiziari potrà offrire al sistema, nuovo
entusiasmo, unità di intenti e democrazia.
Ma vogliamo, anche, rifuggire dai luoghi comuni, rintuzzando gli attacchi
strumentali e ricordare, che oggi il C.S.M., alla luce delle recenti modifiche
introdotte dalla legge di riforma dell'ordinamento giudiziario, sta in maniera
consapevole assumendosi la responsabilità di dare attuazione agli aspetti più
innovativi e condivisi del nuovo assetto dello statuto del
magistrato: guardiamo, con molta attenzione, al nuovo compito, in relazione
alla nomina e temporaneità degli incarichi direttivi, con l'abbandono
definitivo della anzianità come criterio autonomo ed al sistema delle
valutazioni di professionalità, con l'introduzione di controlli ampi, periodici
e ravvicinati del merito e delle attitudini dei magistrati.
Questo nuovo compito cui è chiamato il CSM, che in prima battuta è chiamato a
valorizzare il merito dei candidati, è conforme al bisogno di efficienza del
sistema ed inevitabilmente aprirà la strada per ridurre le logiche di
appartenenza che in passato possono aver connotato alcune scelte del Consiglio.
Ci batteremo affinchè tutto questo non rimanga sul piano delle mere
affermazioni, ma costituisca la base di un rinnovato impegno associativo
improntato sul pragmatismo e sulla responsabilità!
La garanzia di professionalità costituisce obiettivo costante di ogni
magistrato, cui è richiesto un continuo aggiornamento a tutela della
responsabilità connessa al proprio ruolo di tutela dei diritti di tutti i
cittadini.
E l'Associazione continuerà, sempre, a battersi anche per la tutela dei diritti
dei cittadini, anche dei più deboli.
Al riguardo, il mio pensiero non può non andare all'agghiacciante sequela di
morti sui luoghi lavoro, la cui drammaticità della situazione deve
impegnarci tutti, come operatori del diritto, per la nostra parte, a ribadire
che la tutela del lavoro è un fondamento della Repubblica;
condizione essenziale della cittadinanza sociale e presupposto della dignità
della persona, che non deve rimanere una previsione astratta, ma deve imporre
incisivi interventi affinché la sicurezza personale dei lavoratori si
trasformi in garanzia effettiva e concreta nella vita di ogni giorno, tornando
ad occupare un posto centrale nelle preoccupazioni e nelle strategie politiche,
imprenditoriali e sindacali a livello nazionale ed europeo.
La magistratura deve, quindi, proseguire e rafforzare l'impegno nella
formazione specifica dei magistrati in materia di prevenzione, contestualmente
istituendo dei canali di priorità nella trattazione dei processi legati a
questi fenomeni.
2.4. LA SFIDA DELLA MODERNITA' SUL VERSANTE ESTERNO
Sul versante esterno, pragmatismo e responsabilità devono essere intesi nel
senso che l'Associazione vuole essere parte attiva del cambiamento,
individuare gli aspetti problematici e suggerire le proposte.
Nel prossimo futuro, l'impegno dell'ANM dovrà essere diretto a perseguire
obiettivi ritenuti indispensabili per conferire incisività ed efficacia al
processo: combattere le cause della lentezza e' un problema politico e sociale
prioritario ed e' anche la condizione perchè l'Italia possa essere parte
dell'Europa, col rispetto e la dignità che anche come paese fondatore le
competono.
Purtroppo, negli ultimi anni, si sono registrati attacchi, spesso strumentali,
nei confronti di iniziative giudiziarie, a volte addirittura nei confronti
della persona del giudice, finalizzati ad accreditare l'idea che le scelte dei
magistrati italiani fossero scelte "di parte", contro qualcuno o a
favore di qualcun altro. Le critiche ai provvedimenti giudiziari sono connotato
ineludibile e irrinunciabile di un sistema giudiziario diffuso e caratterizzato
da autonomia e indipendenza. Ma la denigrazione del giudice e la attribuzione
alle iniziative della magistratura di finalità estranee a quelle di giustizia,
finisce per minare complessivamente la credibilità della funzione giudiziaria e
la accettabilità sociale delle sue decisioni.
E' esattamente questo che negli ultimi anni ha reso particolarmente difficili i
rapporti istituzionali tra politica e magistratura, finendo per minare anche il
rapporto di fiducia fra quest'ultima ed i cittadini.
Attribuire una etichetta politica a questa o quella iniziativa giudiziaria per
trascinare la giurisdizione su un terreno non suo, quello dei conflitti
politici e sociali, ne delegittima l'azione sull'unico terreno su cui, invece,
la legittimazione dell'azione giudiziaria si certifica e si misura, quello
dell'imparziale applicazione delle regole.
Noi crediamo nel potere diffuso dei magistrati, noi ci battiamo e ci batteremo
per avere magistrati liberi, per difendere e dare piena attuazione
all'art. 101 della Costituzione, che vuole i magistrati soggetti soltanto alla
legge, nel senso che essi devono godere di una assoluta autonomia di giudizio,
senza che il loro convincimento possa essere determinato o influenzato da altro
se non dalla loro coscienza e dalla loro preparazione professionale. Noi ci
battiamo e ci batteremo, altresì, per difendere e dare piena attuazione
all'art. 107 della Costituzione, che stabilisce che i magistrati si distinguono
fra loro soltanto per diversità di funzioni.
Come magistrati, non possiamo non riconoscerci nel discorso, sui rapporti tra
politica e giustizia, fatto il 14 febbraio 2008, dal Presidente della
Repubblica di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura e, quindi, nel
principio di leale collaborazione tra tutte le istituzioni e del rispetto
reciproco, che significa reciproca legittimazione[4].
Rifuggiamo da un malinteso contrasto tra poteri dello stato, che, invece, mai
come in questo momento, devono avere ben chiari i limiti del proprio
ruolo, nel rispetto dei valori costituzionali, per coniugare l'esigenza di
fronteggiare la criminalità, in tutte le sue forme (dalla criminalità di
strada che crea insicurezza nei cittadini, alla criminalità organizzata, sempre
più agguerrita e invasiva, alla criminalità economica), con l'esigenza primaria
di preservare le garanzie fondamentali dello stato di diritto, garanzie che
sono innanzitutto dei cittadini, anche di fronte ai poteri dello stato.
Vogliamo confidare che la nuova legislatura possa essere una occasione per
avviare un processo riformatore che restituisca efficacia, funzionalità e
credibilità alla giustizia nel nostro paese.
L'Associazione Nazionale Magistrati intende fornire il proprio contributo alla elaborazione
di un PROGETTO PER LA GIUSTIZIA, che accolga il meglio della elaborazione
giuridica degli ultimi anni ed abbia come obiettivo una efficace tutela dei
diritti dei cittadini, attuata, secondo la promessa costituzionale, in tempi
ragionevoli.
3. LA DURATA ECCESSIVA DEI PROCESSI.
Ho già accennato al tema della lentezza dei processi. Purtroppo, anche in
questo congresso, non possiamo non rilevare come il problema centrale della
nostra giustizia rimanga ancora quello della durata eccessiva dei giudizi.
I cittadini devono sapere quanta angoscia questo stato di cose produce nella
gran parte di noi, che siamo ben consapevoli delle ricadute negative sulla
crescita del Paese e sul benessere dei cittadini.
Ma il principio della ragionevole durata dei processi - che l'articolo 6 della
Convenzione europea dei diritti dell'uomo pone significativamente come prima
caratteristica del processo equo e che dal 1999 è iscritto nell'art.111
della Costituzione - non ha trovato un adeguato intervento legislativo ed
organizzativo.
Nella relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2007, il Primo
Presidente della Corte di Cassazione ci ha ricordato che proseguono le condanne
dell'Italia al risarcimento dei danni per la ritardata conclusione dei processi
e che il problema non può dirsi risolto dall'introduzione della cd. Legge Pinto
( n. 89 del 2001).
Condividiamo tali preoccupazioni: basti pensare che la lentezza processualeè
oggi anche una causa diretta di spese a carico dello Stato con un trend inesorabilmente
crescente.
Il contenzioso in materia è costato negli ultimi cinque anni circa 41,5 milioni
di euro, di cui 17,9 nel solo 2006.
Ed è paradossale, come sempre sottolineato in quella relazione, che i giudici
civili siano sempre di più impegnati a stabilire se un privato debba ottenere
un indennizzo per la eccessiva durata dei processi, rallentando in questo modo
la definizione degli altri.
L'indipendenza e l'autonomia non sono privilegi della magistratura, ma hanno un
senso se funzionali all'obiettivo strategico della efficacia e della efficienza
del servizio giustizia, richiesto ultimativamente dal Comitato dei Ministri
dell'Unione Europea nel febbraio del 2007, sulla scia delle conclusioni del
rapporto Robles del dicembre 2005.
Bisogna ripeterlo, il sistema giudiziario italiano versa in una gravissima
crisi di efficienza e di funzionalità, che si sta trasformando in crisi di
credibilità della giustizia ed i rimedi non stanno in nuovi interventi
sull'assetto della magistratura, sui quali negli ultimi tempi si è
concentrata la politica, ma in uno sforzo volto a migliorare il funzionamento
della giurisdizione
Una sfida positiva sull'efficienza sull'altare della quale tuttavia - è questa
la preoccupazione dei magistrati - non deve essere sacrificata l'autonomia,
nonchè la dignità e la cultura della giurisdizione.
Non nascondiamo che i magistrati possono fare molto e di più e vogliamo
ribadire, in questa sede, che il modello di magistrato cui tendere è
quello di un magistrato preparato e qualificato, ma anche laborioso e in grado
di legittimarsi innanzitutto con il suo lavoro e la sua professionalità.
Non vogliamo sottrarci ai controlli: la temporaneità degli incarichi direttivi
ed il sistema delle valutazioni di professionalità, che hanno visto l'abbandono
definitivo della anzianità come criterio autonomo ed una ricerca del merito e
delle attitudini, sono conformi al bisogno di
efficienza del sistema.
Ma è chiaro che, in questa condizione strutturale, i magistrati sono
preoccupati che l'inefficienza del sistema trovi in loro le vittime
sacrificali: non sarà sfuggito ai più che nel gergo giornalistico è stata di
recente coniata la figura del giudice fannullone, a cui oggi
si
vorrebbero addossare le colpe del sistema.
Nel perpetuarsi della stagione delle riforme a costo zero, la ricerca
dell'efficienza rischia di portare il sistema ad una rincorsa dei numeri, senza
adeguata considerazione della peculiarità della funzione giurisdizionale e
della drammatica carenza delle strutture e delle risorse.
E' in gioco la dignità della funzione; dignità intesa non come valore
autoreferenziale e narcisistico dei magistrati, ma come contrassegno
della giurisdizione, il cui esercizio non può essere privato di un sostegno
organizzativo reale e tangibile, come da troppi anni ormai avviene.
La dignità della funzione si garantisce - io credo che su questo tutti sono
d'accordo - non solo chiedendo ai magistrati di essere più produttivi e
preparati, ma anche mettendoli in condizione di lavorare.
Sul tema dei rimedi di fronte alla lentezza dei processi l'ANM non si fa
trovare impreparata. Proposte e suggerimenti sono stati elaborati negli anni
anche mediante un dialogo costante con il personale amministrativo e le sue
rappresentanze sindacali, con l'avvocatura e le sue organizzazioni.
Al riguardo, nell'incontro istituzionale del 28 maggio 2008, abbiamo
rappresentato al Ministro Alfano la necessità di adottare in tempi rapidi
alcune iniziative concrete per restituire funzionalità al sistema, sia per quel
che riguarda il settore penale e quello civile, sia per quel che riguarda
l'"organizzazione", ferma restando, ovviamente, la necessità di
costruire un quadro complessivo e armonico di riforme.
Le nostre richieste sono state meglio dettagliate in apposite schede, che ora
sono al vaglio del Ministro.
Sempre in tale occasione, con riferimento al pacchetto sicurezza, abbiamo
espresso al Ministro condivisione per gli interventi in tema di circolazione
stradale e di accelerazione del processo penale, ma abbiamo espresso le nostre
perplessità con riferimento alla proposta di introdurre un delitto di ingresso
illegale nel territorio dello Stato, con pena sino a quattro anni di reclusione
e arresto obbligatorio in caso di flagranza.
Sul punto, al di là delle valutazioni politico-criminali, abbiamo sottolineato
le gravissime disfunzioni per il sistema giudiziario e per il sistema
carcerario che deriverebbero da tale previsione. In particolare, nei piccoli
uffici dell'Italia meridionale, maggiormente esposti al fenomeno degli ingressi
illegali, sarebbe praticamente impossibile celebrare ogni giorno centinaia di
udienze di convalida dell'arresto e processi per direttissima. Tutto ciò, senza
alcun reale beneficio in termini di effettività delle espulsioni e riduzione
del fenomeno della immigrazione clandestina.
Perplessità, inoltre, abbiamo espresso con riferimento all'aggravante comune
legata alla condizione di irregolarità dello straniero sul territorio
nazionale, che, ove non diversamente calibrata, potrebbe determinare un aumento
della pena esclusivamente in ragione della condizione soggettiva del colpevole
anche nei casi in cui non si ravvisi alcuna incidenza sul
disvalore del fatto, determinando in tal modo una eventuale incompatibilità con
il principio di eguaglianza.
Perplessità abbiamo, infine, espresso con riferimento al decreto-legge varato
dal Governo in materia di rifiuti in Campania.
In particolare, ci domandiamo se la previsione di un accentramento di
competenza per tutta la Regione sulla Procura di Napoli e di un giudice
collegiale per le misure cautelari solo per la Regione Campania e per un tempo
limitato, possa determinare la costituzione di un giudice straordinario non
consentito dal nostro ordinamento.
Siamo consapevoli che la gravità della situazione campana richieda uno sforzo
congiunto e consapevole di tutte le istituzioni del territorio e che sia
necessario ed urgente intervenire, anche con strumenti eccezionali, che siano
però organici al sistema e rispettosi dei principi di legalità .
Ed ai colleghi napoletani voglio esprimere, in questa sede, il nostro sostegno
e la nostra stima per la difficile battaglia che quotidianamente svolgono
contro l'illegalità in una situazione di perenne disagio.
4. IL PROCESSO PENALE.
Con riferimento al settore penale, le proposte dell'ANM su istituti di natura
sostanziale e processuale sono rivolte ai problemi più urgenti della giustizia
penale, facendo i conti con le risorse attualmente disponibili.
Le proposte prendono spunti da indicazioni di riforma ampiamente condivise sia
nell'ambito della magistratura sia nel ceto forense ed intendono offrire ai
cittadini "decisioni nel merito" in tempi ragionevoli, secondo le
esplicite indicazioni dell'art 111 della carta costituzionale, senza rinunciare
alle garanzie.
Pertanto, ragionando in termini di priorità, riteniamo, sul terreno del diritto
e del processo penale, quanto mai necessario:
- ripensare complessivamente il
sistema della sanzione penale in modo da prevedere una diversa tipologia degli
interventi sanzionatori e garantire efficacia e certezza della pena;
l'introduzione immediata della"irrilevanza penale del fatto" potrebbe
intanto porre rimedio alla ipertrofia del diritto penale;
- restituire centralità al
processo di primo grado, luogo nel quale si forma la prova nel contraddittorio
e razionalizzare il sistema delle impugnazioni;
- adottare disposizioni per la
razionalizzazione e l'accelerazione del processo (tra cui, in particolare, il
sistema delle notifiche, il processo agli irreperibili, il processo
contumaciale);
- rivisitare la disciplina
della prescrizione, prevedendo regimi differenziati per le varie fasi
processuali.
5. IL PROCESSO CIVILE.
L'Associazione Nazionale Magistrati ha ripetutamente espresso il proprio parere
favorevole per riforme del processo civile, le quali, senza modificare
radicalmente l'impianto attuale, siano volte a superare difetti e lacune con
gli indispensabili correttivi.
Abbiamo assistito, tuttavia, negli ultimi anni, ad interventi che
non hanno perseguito una coerente impostazione sul piano sistematico, né
sono apparsi caratterizzati da una visione generale dei problemi della
giustizia.
Una imponente e disordinata produzione legislativa si è sovrapposta
in modo irrazionale, causando incertezze ed instabilità della disciplina
processuale ed una ancor più grave precarietà sul piano organizzativo, nonché
determinando tra gli operatori una diffusa insoddisfazione, a causa dei
continui interventi normativi, i quali, anziché incidere sulle cause dell'emergenza,
hanno contribuito a perpetuarla ed a renderla più grave.
Un'emergenza su cui pesa, quale fattore non secondario, la stessa inefficienza
della Pubblica Amministrazione. Non si considera abbastanza, ad esempio, che
per gestire migliaia e migliaia di controversie in materia di"legge
Pinto", le Corti d'Appello e la Corte di Cassazione sono oggi
costrette ad un ruolo burocratico di mera applicazione di tariffe, esplicando
una funzione cui potrebbero assolvere semplici strutture amministrative
Pertanto, sul piano degli interventi processuali, appare, quindi, urgente
un'opera di riordino nella prospettiva dell'unificazione, razionalizzazione,
semplificazione e speditezza del processo e precisamente:
- rivitalizzare il processo del
lavoro e semplificare/ridurre gli altri riti processuali;
- rimodulare il rito ordinario
a seconda della complessità/semplicità della controversia;
- revisionare il sistema delle
impugnazioni e, in particolare, del processo di appello;
- adottare strumenti volti a
contrastare l'uso dilatorio e gli abusi del processo;
- incentivare sedi conciliative
e strumenti di composizione/mediazione dei conflitti.
6. L'ORGANIZZAZIONE.
L'organizzazione degli uffici è un profilo essenziale e prioritario per la
giustizia civile e penale. Al di là delle modifiche processuali, appare,
pertanto, indispensabile realizzare sul piano organizzativo sinergie tra
Giudici e strutture, in una prospettiva che vada al di là dell'ufficio del
Giudice, ma realizzi un ufficio per il "giusto processo".
Inoltre, sul versante dell'organizzazione, la magistratura associata ritiene
non più differibile un complessivo intervento anche sulla geografia
giudiziaria. Sul punto, appaiono particolarmente rilevanti le conclusioni
raggiunte, alla fine del 2007, dalla Commissione Tecnica per la Finanza
Pubblica (CTFP), laddove è stato affermato che le inefficienze del
sistema-giustizia determinano gravi costi sociali - in termini di mancato
servizio alla collettività - ed economici rispetto alla necessità di certezza
giuridica dello stesso sistema economico nel suo complesso.
Pertanto, anche sotto gli indicati profili, appare necessario:
- razionalizzare le piante
organiche e la geografia giudiziaria; ridurre gli uffici del Giudice di Pace;
accorpare i piccoli Tribunali, secondo le linee di un progetto già elaborato
dalla Associazione;
- riorganizzare il processo,
unitamente alla riqualificazione del personale amministrativo; sviluppare
l'applicazione degli strumenti informatici in tutte le fasi processuali, a
cominciare dalla introduzione della posta elettronica certificata; solo in
questo contesto sarà possibile l'adozione di misure organizzative idonee a
garantire che ogni magistrato possa gestire, nell'ambito della sua
responsabilità, un carico sostenibile di lavoro;
- riorganizzare il servizio
volto al recupero di pene pecuniarie e spese da destinare al funzionamento del
servizio giustizia, con significativo beneficio per il bilancio dello Stato;
- riordinare la magistratura
onoraria in modo conforme all'assetto costituzionale, nel quale prevedere anche
una limitata redistribuzione delle competenze dal giudice professionale al
giudice di pace.
Ci auguriamo ed auspichiamo che, su tutti i temi dell'organizzazione, si riveli
utile e proficuo il confronto con l'avvocatura, il cui ingresso nei consiglio
giudiziari - insieme ai rappresentanti della università - salutiamo con piacere
e fiducia nel rispetto del loro indispensabile apporto
all'affermazione dei diritti.
7. IL GIUDICE NELLA TUTELA MULTIVELLO DEI DIRITTI.
L'art. 11 della Cost. stabilisce, tra l'altro, che l'Italia "consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le
nazioni": questa disposizione, come più volte ribadito dalla nostra Corte
Costituzionale, ha permesso di riconoscere alle norme comunitarie efficacia
obbligatoria nel nostro ordinamento.
Il nostro sistema giuridico non è quello interno, ma quello interno "più
quello comunitario" o meglio quello interno in quanto compatibile con
quello comunitario;il che impone a tutte le istituzioni nazionali, al
Legislatore ma anche ai giudici, di adottare, nell'ambito delle proprie
competenze, i provvedimenti necessari all'attuazione dell'obbligo di
collaborazione
sancito dall'art. 10 del Trattato dell'Unione Europea per il perseguimento dei
risultati giuridici voluti dal diritto sovranazionale.
Come osservato dal Giudice delle leggi nella ordinanza del 15 aprile 2008 n. 03
che, per la prima volta ha rimesso una questione pregiudiziale alla Corte di
Giustizia - e che ha così evidenziato la straordinarietà dello strumento
previsto dall'art. 234 del Trattato, come mezzo di integrazione indispensabile
nei rapporti fra ordinamento interno ed ordinamento
comunitario - con la sottoscrizione dei Trattati di Roma, l'Italia è entrata a
far parte di un sistema giuridico di nuovo genere, autonomo ma integrato con
quello interno. Di questa realtà non può che prendersi atto nell'attività
politica, così come in quella legislativa.
E di questa realtà sono fortemente consapevoli i giudici che hanno realizzato
che il dialogo tra le Corti assume un ruolo determinante nel perseguimento di
un processo costituzionale di integrazione fra gli Stati membri.
Da un lato, quindi, c'è l'obbligo per il legislatore di adeguare normativamente
l'ordinamento interno a quello comunitario, per le ipotesi in cui le norme
sovranazionali non siano dotate di efficacia diretta e richiedano, quindi,
l'intervento legislativo; dall'altro lato, c'è l'obbligo
del giudice diretto ad interpretare (il più possibile) le disposizioni
nazionali in conformità con le finalità perseguite in sede comunitaria.
D'altro canto, anche le disposizioni sui diritti fondamentali contenute nella
CEDU fanno parte dei principi generali di cui la Corte di Giustizia garantisce
l'osservanza: è certo che, al di là di ogni querelle sulla diversa forza
dell'ordinamento comunitario e di quello convenzionale - rispetto al quale il
Trattato di Lisbona ha previsto l'adesione dell'UE - i giudici nazionali sono
chiamati a confrontarsi con una legislazione europea spesso sovraordinata, che
sono tenuti ad interpretare ed applicare.
La ricostruzione di un sistema giudiziario moderno per il nostro paese passa
attraverso l'adeguamento agli standard europei, che rappresentano un punto di
riferimento imprescindibile per coniugare la lotta alla criminalità con la
tutela dei diritti fondamentali.
Tuttavia, il nostro Paese si trova in grande ritardo nella definizione e,
talora, nella stessa predisposizione delle procedure di ratifica ed attuazione
di numerosi strumenti normativi europei ed internazionali in materia penale.
Si tratta di una situazione che, da un lato, rischia di comprometterne la
credibilità e l'immagine nell'ambito dei più importanti consessi internazionali
ed europei (O.N.U., Consiglio d'Europa, U.E.), dall'altro appare pericolosa per
la stessa "effettività" della collaborazione - soprattutto investigativa
- che le nostre autorità giudiziarie sono chiamate
ad offrire nella gestione dei sempre più frequenti rapporti con le omologhe
autorità di altri Paesi - europei ed extrauropei - al fine di contrastare le
emergenti forme di manifestazione di una criminalità organizzata ormai di
dimensione "transnazionale", se non, addirittura, "globale"
(terrorismo internazionale, riciclaggio, criminalità economico - finanziaria,
tratta
degli esseri umani, ecc.).
Nonostante gli sforzi di recente intrapresi con il varo della Legge Comunitaria
2007 (L. 25 febbraio 2008 n. 34) - i cui artt. 28 - 32 contengono una
dettagliata delega al Governo per l'attuazione di alcune rilevanti Decisioni
quadro adottate dal Consiglio dell'Unione Europea in materia di corruzione nel
settore privato, reciproco riconoscimento delle sanzioni pecuniarie, confisca
di beni e proventi di reato, blocco dei beni e sequestro probatorio (delega da
esercitare entro il termine di dodici mesi dall'entrata in vigore della legge)
- il catalogo degli strumenti normativi internazionali ed europei già
sottoscritti dal nostro Governo, ma ancora da recepire o da ratificare con
leggi interne di "adeguamento" del sistema, appare, purtroppo, assai
ampio.
E' opportuno, dunque, segnalarne alcuni, qui di seguito, tra i più rilevanti,
per contenuto e finalità:
- Convenzione di
Bruxelles del 29 maggio 2000, relativa all'assistenza giudiziaria in materia
penale tra gli Stati membri dell'U.E., che semplifica e rende piu' efficaci le
formalità e le procedure inerenti alle richieste di assistenza giudiziaria,
introducendo forme e tecniche specifiche di collaborazione
"rafforzata" con le autorità giudiziarie degli altri Paesi europei
(ad esempio, audizioni mediante videoconferenza e teleconferenza, squadre
investigative comuni, intercettazioni di telecomunicazioni, operazioni di
infiltrazione e consegne sorvegliate,ecc.). Il nostro Stato è tra i pochi,
nell'ambito dell'U.E., a non averla
ancora ratificata, nonostante la Convenzione sia entrata in vigore dal 23
agosto 2005;
- Protocollo del 16
ottobre 2001 alla Convenzione di Bruxelles del 29 maggio 2000, volto ad
agevolare le richieste di informazioni sui conti correnti bancari e sulle
operazioni bancarie, introducendo ulteriori e specifiche misure ai fini della
lotta contro la criminalità organizzata, il riciclaggio del denaro e la
criminalità finanziaria (la cui ratifica sarebbe dovuta avvenire
contestualmente alla Convenzione del 29 maggio 2000 e, comunque, in tempi
estremamente rapidi, già entro la fine del 2002, secondo l'auspicio formulato
dai Ministri della Giustizia nelle conclusioni adottate all'esito del Consiglio
congiunto GAI - ECOFIN di Lussemburgo del 16 ottobre
2001);
- II° Protocollo
addizionale alla Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia
penale del 20 aprile 1959, firmato a Strasburgo l'8 novembre 2001, ed entrato
in vigore il 1° febbraio 2004, dall'Italia neanche sottoscritto, che riprende
nel piu' vasto ambito territoriale del Consiglio d'Europa le importanti innovazioni
introdotte dalla su citata Convenzione di Bruxelles del 29 maggio 2000 nel piu'
ristretto ambito dell'U.E.;
- Decisione quadro
2006/783/GAI del Consiglio dell'Unione Europea, del 6 ottobre 2006, relativa
all'applicazione del reciproco riconoscimento delle decisioni di confisca dei
proventi di reato, che mira a realizzare un efficace ed uniforme contrasto sul
territorio europeo della formazione dei profitti economici della criminalità
organizzata (il cui termine di attuazione negli ordinamenti degli Stati membri
è fissato allo scadere della data ultimativa del 24 novembre 2008, dovendosi
tener conto, peraltro, a tale riguardo, dell'indispensabile esigenza di
coordinamento di tale strumento con la connessa Decisione quadro sulla confisca
di beni del 24 febbraio 2005, oggetto di una articolata delega al Governo,
secondo la su citata Legge comunitaria 2007);
- Decisione quadro
del Consiglio dell'Unione Europea del 13 giugno 2002, relativa alle squadre
investigative comuni 2002/465/GAI), che mira ad introdurre nei vari ordinamenti
interni uno strumento di collaborazione giuridicamente vincolante, da applicare
nelle indagini congiunte in materia di criminalità organizzata e, soprattutto,
in materia di traffico di stupefacenti, terrorismo e tratta degli esseri umani
(il termine per conformarsi alle relative disposizioni normative è ormai
scaduto il 2 gennaio 2003). A tale riguardo, un D.D.L. di iniziativa
governativa (S 1271)è stato presentato al Senato della Repubblica durante la
passata legislatura, il 26 gennaio 2007, al fine di garantire il rispetto degli
obblighi assunti dal nostro Paese nei numerosi accordi e convenzioni
internazionali che, oltre alla Decisione quadro sopra citata, prevedono tale
istituto;
- Convenzione del Consiglio
d'Europa sul riciclaggio, controllo, sequestro e confisca dei proventi del
reato e sul finanziamento del terrorismo internazionale, adottata dai Paesi
membri del Consiglio d'Europa a Varsavia il 16 maggio 2005 ed entrata in vigore
il 1° maggio 2008, che aggiorna ed estende gli obiettivi già fissati nella
precedente Convenzione dell'8 novembre 1990, allargando al finanziamento del
terrorismo l'applicazione dell'ampio ed articolato dispositivo di contrasto
previsto per il riciclaggio, in tema di assistenza giudiziaria, monitoraggio
delle transazioni bancarie e potenziamento delle tecniche investigative
speciali e delle misure cautelari reali;
- Convenzione del
Consiglio d'Europa sulla prevenzione del terrorismo, firmata a Varsavia il 16
maggio 2005 ed entrata in vigore il 1° giugno 2007. Sia lo strumento
convenzionale in oggetto che quello citato nel punto che precede, non sono
stati ancora ratificati dal nostro Paese, anche se per quest'ultima
Convenzione, durante la XV legislatura, è stato presentato dal Governo un
D.D.L. di ratifica contenente norme di adeguamento interno (S. n. 1799);
- Convenzione del
Consiglio d'Europa sulla lotta contro il traffico di esseri umani, firmata a
Varsavia il 16 maggio 2005 ed entrata in vigore il 1° febbraio 2008, ma
dall'Italia non ancora ratificata, nonostante abbia introdotto strumenti
importanti di prevenzione e contrasto del fenomeno in tutte le sue forme, a
livello nazionale e internazionale, siano esse legate o meno alla criminalità
organizzata. Il principale valore aggiunto dello strumento è l'adozione di una
prospettiva fondata sui diritti dell'uomo, con una speciale attenzione rivolta
alle esigenze di protezione delle vittime;
- Convenzione penale
sulla corruzione, adottata dai Paesi membri del Consiglio d'Europa a Strasburgo
il 27 gennaio 1999 ed entrata in vigore il 1° luglio 2002. L'Italia è tra i
pochissimi Paesi membri a non averla ancora ratificata. La Convenzione incide
sulle varie manifestazioni del fenomeno corruttivo, anche nel settore privato,
introducendo mirati obblighi di penalizzazione anche delle condotte connesse
(traffico d'influenza, riciclaggio dei proventi dei reati di corruzione,
violazioni in materia contabile, ecc.) e rafforzando i relativi strumenti di
cooperazione giudiziaria. Nel corso della passata legislatura, è stato
presentato alla Camera dei Deputati un D.D.L. di ratifica ed esecuzione di
iniziativa governativa (C. n. 3286);
- Convenzione
O.N.U. contro la corruzione (cd. Convenzione di Merida), aperta alla firma il 9
dicembre 2003 ed entrata internazionalmente in vigore il 14 dicembre 2005. La
Convenzione delinea un quadro "gobale" di disciplina del fenomeno
corruttivo, in tutte le sue forme, puntando a realizzare i seguenti obiettivi:
1) promuovere e rafforzare le misure di prevezione e contrasto della
corruzione, coinvolgendo anche le strutture della società civile e le
organizzazioni non governative; 2) promuovere ed agevolare la cooperazione
internazionale e l'assistenza tecnica; 3) promuovere l'integrità e la gestione
adeguata delle procedure amministrative e dei beni pubblici. Estremamente
importante la previsione di misure di asset recovery, ossia di recupero dei
beni che rappresentano il provento o lo strumento dei reati di corruzione. Lo
strumento non è stato ancora stato ratificato dal nostro Paese, anche se
durante la XV legislatura, il 13 giugno 2007, è stato presentato alla Camera
dei Deputati un D.D.L. di ratifica ed esecuzione di iniziativa governativa (C.
n. 2783).
A tale riguardo, potrebbe rivelarsi opportuna l'istituzione di una specifica
Commissione Ministeriale, al fine di velocizzare e coordinare i lavori per la
predisposizione e la messa a punto delle norme di ratifica e adeguamento dei
numerosi strumenti convenzionali ora citati, nonchè di quelli in corso di
negoziazione ai quali il nostro Paese riterrà di aderire.
Per quanto attiene all'adeguamento del nostro sistema alle pronunce della Corte
europea dei diritti dell'uomo, un obiettivo di centrale importanza è costituito
dalla predisposizione di uno strumento che consenta la riapertura dei processi
nei quali siano state riscontrate dalla Corte gravi violazioni dei diritti
protetti dalla Convenzione di Roma.
La mancanza di un tale strumento è evidenziata con chiarezza da alcune note
vicende giudiziarie, che, negli anni passati, sono divenute un simbolo
del grave ritardo del nostro ordinamento nel conformarsi agli obblighi
riparatori conseguenti alla constatazione di una violazione della Convenzione
Europea dei Diritti dell'Uomo.
Questa valenza emblematica si è manifestata con forza, anzitutto, sul piano
internazionale: con varie risoluzioni ad interim, infatti, il Comitato dei
Ministri del Consiglio d'Europa ha sollecitato lo Stato italiano all'adozione
di misure, tanto individuali che generali, in grado di garantire la riapertura
del processo.
A livello nazionale, non hanno però avuto esito positivo le numerose iniziative
di riforma legislativa avviate in tale direzione.
Nella recentissima sentenza n. 129 del 30 aprile 2008, la Corte Costituzionale
ha rivolto al legislatore "un pressante invito ad adottare i provvedimenti
ritenuti più idonei, per consentire all'ordinamento di adeguarsi alle sentenze
della Corte europea dei diritti dell'uomo che abbiano riscontrato, nei processi
penali, violazioni ai principi sanciti
dall'art. 6 della CEDU".
8. I GIOVANI MAGISTRATI.
Fare questo mestiere, in certe zone del paese, è molto difficile, in alcune
regioni è anche molto rischioso: le tanto discusse sedi disagiate esistono
veramente, sul territorio, non solo nelle leggi e nelle circolari, sono lì, in
quelle regioni dominate dalla criminalità, dove i magistrati sono sopraesposti
e spesso sono chiamati a operare in ambienti difficili.
Nell'attuale momento storico che vive la magistratura, non si può non
riconoscere una nuova centralità al significato dell'essere giovani magistrati,
che spesso vengono destinati proprio in queste sedi, in realtà territoriali
nuove e lontane da casa.
E l'azione associativa deve sapere realmente rappresentare le problematiche
concrete dei giovani colleghi nel quotidiano svolgimento delle funzione e,
quindi, deve essere attenta alle assegnazioni non trasparenti, ai dirigenti
autoritari, alle prassi, alle organizzazioni inefficienti degli uffici che conducono
a lungaggini processuali, alle regole che determinano i
trasferimenti, nonché alla questione retributiva.
Sul punto, mi pare doveroso rilevare che, a fronte delle nuove disposizioni
dell'ordinamento in materia di accesso alla carriera, di controlli più incisivi
e ravvicinati di valutazione, di maggiori oneri di responsabilità, di
innumerevoli incombenze di aggiornamento, nessuna adesione vi è stata delle
ripetute istanze della ANM per pervenire ad una rimodulazione della carriera
economica dei magistrati, anche per attenuare le eccessive ed inaccettabili
differenze retributive che oggi si riscontrano nelle carriere dei magistrati
ordinari più giovani rispetto ai colleghi di anzianità omogenea delle altre
magistrature.
I giovani magistrati che sono stati chiamati in prima nomina a svolgere le
funzioni di giudici e p.m. hanno saputo, spesso, fornire un prezioso contributo
agli uffici ai quali sono stati destinati.
Ma oggi, anche in questa sede, non possiamo fare a meno di segnalare che il
recente art. 2, IV comma, della l. 30 luglio 2007 n. 111, ha introdotto
il divieto assoluto di destinare i magistrati, al termine del tirocinio,
a funzioni requirenti o giudicanti monocratiche penali.
Tale previsione rischia di condurre in tempi brevissimi ad una situazione
drammatica: in molti uffici meridionali della procura della repubblica,
che da sempre si reggono su un organico composto in massima parte, se non
esclusivamente, proprio da magistrati di prima nomina, si andrà
rapidamente incontro alla totale assenza di magistrati, alla
paralisi; ad uffici fantasma che non solo non saranno in grado di fronteggiare
la criminalità organizzata, ma neanche di assolvere agli elementari compiti che
ogni cittadino si attende da un ufficio di procura in un paese civile: non
avremo la possibilità di processare il violentatore, il rapinatore, il
pedofilo, non avremo la possibilità di assicurare un presidio minimo di
giustizia in tante fette del territorio dello stato.
Tutto ciò dimenticando che in quelle stesse sedi vi sono magistrati che sono
stati assegnati in veste di uditori e sulle cui spalle rimarrebbe il peso di
uffici sguarniti. Certo ciò introduce il difficile tema della mobilità dei
magistrati e della revisione delle circoscrizioni!
9. UN PROGETTO PER LA GIUSTIZIA
Concludo richiamando gli impegni sui quali si fonda la Giunta che ho l'onore di
presiedere, contenuti nel documento approvato il 23 aprile 2008: la difesa
intransigente dei principi costituzionali posti a garanzia dell'autonomia e
dell'indipendenza dei magistrati giudicanti e del pubblico ministero. In
particolare, l'unità dell'ordine giudiziario, pur nella distinzione delle
funzioni e il mantenimento in capo al Consiglio Superiore della Magistratura
delle competenze assegnate dalla Costituzione, tra cui quella in materia di
giurisdizione disciplinare.
La contrarietà della Associazione a nuovi interventi in materia di ordinamento
giudiziario, da valutare solo all'esito della fase di attuazione e
sperimentazione della riforma in corso.
L'impegno per la attuazione delle riforme necessarie a restituire efficacia e
funzionalità al sistema giudiziario.
Un "PROGETTO PER LA GIUSTIZIA", è il titolo che abbiamo scelto di
dare al nostro Congresso.
Le relazione dei segretari dei gruppi associativi che seguiranno e gli
interventi dei congressisti dei prossimi giorni saranno l'espressione del
dibattito nella magistratura.
Per la realizzazione di questo progetto, l'Associazione Nazionale
Magistratiè pronta a fornire tutto il contributo di esperienza e di elaborazione
culturale che scaturisce dal quotidiano esercizio della giurisdizione per
avviare finalmente una vera riforma della giustizia che i cittadini esigono più
di una ulteriore riforma della magistratura.
La sfida della modernità che intendiamo affrontare non può farci dimenticare il
nostro passato e soprattutto non può farci dimenticare i nostri valori morali,
che, unitamente ai valori costituzionali, costituiscono il patrimonio della
nostra associazione.
Oggi, come espressione di un rinnovamento generazionale, mi sono trovato io a
dover svolgere questa relazione; ed il mio pensiero in questi giorni è spesso
andato ad un mio coetaneo, il quale, una mattina di circa diciotto anni orsono,
mentre si recava con la propria automobile a svolgere il mestiere di
magistrato, in una terra difficile, veniva barbaramente ucciso dalla mafia. A
Rosario Livatino e a tutti i colleghi caduti per causa di servizio
nell'espletamento delle loro funzioni, tra cui permettetemi di ricordare
mio padre Rocco, in questo momento voglio rivolgere il mio pensiero, come
espressione di magistrati che hanno dedicato la loro vita alle istituzioni
democratiche, combattendo l'illegalità a difesa dei diritti
e che per tutti noi devono rimanere un modello indelebile.
IL PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI
Luca PALAMARA
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[1] Queste le parole pronunciate dal Capo dello Stato all'incontro con gli
uditori giudiziari : "Voi sarete soggetti soltanto alla legge e, quindi,
innanzitutto alla legge fondamentale della Repubblica, a quella Costituzione
di cui stiamo celebrando il 60° anniversario. Non traggano in inganno i
dibattiti del passato e l'impegno che legittimamente si rinnova per
obbiettivi di riforma della Carta costituzionale. Da nessuna forza politica
sono stati finora messi in discussione i principi e gli indirizzi
fondamentali, che non si esauriscono nei soli primi 12 articoli della Carta,
ma ne abbracciano tutta la prima parte e nel suo nucleo essenziale anche il
Titolo IV, d'altronde di recente già significativamente riformato
nell'articolo 111.
Alla salvaguardia di questi valori fondamentali e irrinunciabili è preposto
il Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a tutelare i magistrati
da qualsiasi forma di delegittimazione, ma anche a richiamarli a non
discostarsi dal loro codice etico.
Per parte mia sarò sempre garante dei valori a presidio dei quali
l'autogoverno della Magistratura è stato pensato nella Costituzione".
[2] Sul punto, quanto mai attuale risulta essere il documento approvato
all'unanimità dal Comitato Direttivo Centrale dell'ANM il 13 luglio 2002:
"L'ANM guarda con vivissima preoccupazione alla reiterazione di iniziative
(proposte di legge e istanze li adottate od annunziate) che appaiono mettere
in discussione la legittima e trasparente adesione dei magistrati alle
correnti e alla stessa ANM e la partecipazione dei magistrati e dei gruppi
associativi al dibattito sui temi della giustizia. L'associazionismo
giudiziario in Italia ha una forte e radicata tradizione che risale agli
inizi del secolo scorso. Nell'ultimo mezzo secolo, esso si è articolato con
la formazione di "correnti" all'interno dell'unica Associazione
Nazionale
Magistrati, che da tale situazione trae indiscutibile rappresentatività e
particolare autorevolezza per il fatto di esprimere il risultato del
dibattito pluralistico, ricco ed articolato, dei gruppi associativi.
L'associazionismo giudiziario costituisce ad un tempo: l'esercizio da parte
dei magistrati delle libertà costituzionali di pensiero e associazione; lo
strumento per la crescita della consapevolezza nei magistrati della
specificità della funzione e della essenzialità dell'indipendenza per il suo
esercizio: il contributo dei magistrati al dibattito sul ruolo della
magistratura nella società e nelle istituzioni. In tutti questi anni, la
molteplicità delle esperienze associative non si è mai posta in contrasto
con l'imparzialità, l'apparenza di imparzialità e la terzietà rispetto alle
parti del processo, che sono sempre state considerate valori irrinunciabili
di riferimento, per l'attuazione del principio cardine di ogni sistema di
giustizia: la eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3
Cost.). In virtù della condivisione del comune patrimonio associativo, se ci
chiedono chi sono gli iscritti a Magistratura Democratica, rispondiamo che
tutti i magistrati dell'ANM sono iscritti a Magistratura Democratica; se ci
chiedono chi sono gli iscritti a al Movimento per la Giustizia, rispondiamo
che tutti i magistrati dell'ANM sono iscritti al Movimento per la
Giustizia; se ci chiedono chi sono gli iscritti ad Unità per la
Costituzione, rispondiamo che tutti i magistrati dell'ANm sono iscritti ad
Unità per la Costituzione; se ci chiedono chi sono gli iscritti a
Magistratura Indipendente, rispondiamo che tutti i magistrati dell'ANM sono
iscritti a Magistratura Indipendente."
[3] Cfr. Fernando Venturini, Un sindacato di giudici da Giolitti a
Mussolini, Il Mulino, Bologna, 1987.
[4] Di seguito riporto il seguente passaggio del Presidente della Repubblica
"Chi svolge attività politica non solo ha il diritto di difendersi e di
esigere garanzie quando sia chiamato personalmente in causa, ma non può
rinunciare alla sua libertà di giudizio nei confronti di indirizzi e
provvedimenti giudiziari. Ha però il dovere di non abbandonarsi a forme di
contestazione sommaria e generalizzata dell'operato della magistratura; e
deve liberarsi dalla tendenza a considerare la politica in quanto tale o
la
politica di una parte, bersaglio di un complotto da parte della