Luigi PREITI non è un pazzo e non era seguito per problemi mentali. A smentire le prime valutazioni sono i parenti più stretti dello stesso Luigi PREITI. Lo conferma la Procura di Roma che non intende chiedere una perizia sulla salute mentale del soggetto.
Luigi PREITI salì da Rosarno per una ventina d'anni ad Alessandria. Lì si sposo e poi si separò.
Ad Alessandria lavora, nella zona di Novi Ligure, con una sua piccola impresa edili. La chiude nel 2011 etorna in Calabria, a Rosarno, dai genitori.
Luigi PREITI afferma agli inquirenti:“la pistola l’ho acquistata quattro anni fa quando vivevo ad Alessandria. La comprai a Genova, al mercato nero”. Quattro anni fa, non era separato, lavorava con la sua ditta (con cui lavorerà ancora per altri 2 anni).
Luigi PREITI afferma sempre agli inquirenti: “Ho pianificato ogni cosa venti giorni fa”. Ovvero dopo 4 anni che aveva comprato illegalmente la pistola con matricola abrasa. Dopo 2 anni dal ritorno a Rosarno.
Luigi PREITI afferma ancora agli inquirenti di aver “preso cocaina nell'ultimo periodo” e di aver fatto uso di “ansiolitici, perché stavo male, sono stato davvero male”. Ma era disperato economicamente a Rosarno, come la pagava la cocaina?
C'è chi dice che era disperato per il gioco d'azzardo delle macchinette, ma anche qui: dove prendeva i soldi da giocarsi con le macchinette?
Andiamo al contesto...
A Rosarno, i parenti del Luigi PREITI risultano aver avuto contatti e frequentazioni con esponenti dei PELLE e dei BELLOCCO. Famiglie 'ndranghetiste che hanno diramazioni elegami con i territori liguri e piemontesi, oltre che con altre aree del centro-nord. Famiglie che hanno legami con i GULLACE-RASO-ALBANESE.
Ad Alessandria vi era (e vi è) uno dei crocevia della 'Ndrangheta. Una forte colonizzazione del territorio che va ben oltre a quanto già emerso dall'indagine MAGLIO 1 ed il “locale” della 'Ndrangheta del Basso Piemonte.
Nel 2011, in parallelo alla chiusura del ditta del PREITI, si chiude con gli arresti l'Operazione MAGLO 1 (con gli 'ndranghetisti già allertati a seguito dell'Operazione “IL CRIMINE”). Nell'operazione finiscono gli uomini del “locale”della 'Ndrangheta, a partire dal capo-locale Bruno Francesco PRONESTI' (cugino del boss Carmelo “Nino” GULLACE, capo della cosca GULLACE-RASO-ALBANESE in tutto il nord-ovest del Paese), il consigliere comunale Giuseppe CARIDI (affiliato alla 'ndrangheta ed in contatto con il COSMA Salvatore che a Genova è uno dei principali contatti politici dei MAMONE, imparentati e legati ai GULLACE-RASO-ALBANESE) ed altri tra cui il Sergio ROMEO che con la sua impresa, come abbiamo già documentato, aveva una sorta di “monopolio” nella zona, apartire proprio dal territorio di Novi Ligure (dove operava l'impresadel PREITI).
Nel 2010 già si confermava che la 'ndrangheta nella zona dell'alessandrino custodisce arsenali di armi. A Castelnuovo Scrivia tal DE NOTARIS Mirko, tenta di investire un maresciallo dei Carabinieri ad un posto di blocco. In un vecchio cascinale di Sale, a breve distanza dall'abitazione di SCICCHITANO Francesco, vennero rinvenute armi, munizioni e quattro passamontagna (uno dei quali con tracce di dna del DE NOTARIS). L'indagine ha fattoemergere che lo SCICCHITANO era “figura cardine” come intermediario tra il canale svizzero d'importazione delle armi e gli acquirenti, tra cui i vari esponenti delle cosche 'ndranghetiste.
Nella zona di Tortona già esano stati sequestri beni dei FACCHINERI, prima nemica, nella faida di Cittanova, dei GULLACE-RASO-ALBANESE, ma poi piegatasi a questi, a seguito della soccombenza nella "guerra" persa a suon di morti ammazzati.
Tra Alessandria (ed Asti) e Liguria (Genova, Savona, Imperia) la capacità di controllo del territorio, di condizionamento dell'economia locale, come anche il traffico emercato illecito di armi, è saldamente in mano alle cosche della'ndrangheta. Così come anche il mercato della cocaina vede propriola 'ndrangheta ad aver assunto una posizione dominante, quasi incontrastata, a livello internazionale e non solo quindi nazionale.
L'alessandrino è territorio considerato sicuro dalla 'ndrangheta (così come anche era, ed inparte è ancora, per Cosa Nostra). Lo dimostrano non solo le attività promosse dagli 'ndranghetisti e l'influenza da questi svolta siasulla politica (trasversalmente) sia sull'economia, ma soprattutto il fatto che questa è terra di latitanti. Nelle ultime settimane è stata al centro delle cronache proprio per questo. Prima l'arresto nella zona di Tortona del latitante STRANGIO Sebastiano, e poi per larete di supporto del latitante TRIMBOLI Domenico – detto Pasquale-, arrestato in Colombia ma con la famiglia ormai stabilmente insediatasi proprio ad Alessandria. E da Alessandria si sviluppava il traffico di cocaina della 'ndrangheta, rifornito direttamente dalla Colombia, dal TRIMBOLI Domenico.
Alessandria è territorio – come le altre province piemontesi – di affari importanti della 'ndrangheta. Su tutti quelli della cosca GULLACE-RASO-ALBANESE (da Biella a Novara, dalla provincia di Torino, scendendo giù nel basso Piemonte). Qui, proprio, di nuovo a Novi Ligure vi è la famiglia SOFIO, storicamente legata ed in contatto con il GULLACE Carmelo e dai MAMONE (coinvolti con la Eco-Ge nell'indagine “Pesciolino d'oro”). Qui i traffici illeciti di rifiuti erano e sono ancora una delle attività principali. Qui, nella zona di Tortona, ad esempio anche a Sale, vi sono cave-discariche usate per smaltimenti illecitidi rifiuti speciali, tossici... terre altamente inquinate che andavano bonificate e che invece, con la complicità di diversi Centri di Recupero che rilasciavano certificazioni false, venivano smaltite illecitamente. E' uno scenario che ancora una volta vede protagonisti anche i MAMONE, che ha un contorno fatto di corruzione su larga scala che arriva in alto. Un traffico illecito che ha tra i protagonisti anche quel RUBERTO Francesco, imprenditore già oggetto di un agguato davanti alla sua villa, in cui sparato riuscì a sfuggire.
Ci sono due maxi Operazioni pronte al via a Torino (ma non solo). Due indagini lunghe e complesse che, ormai chiuse, possono decapitare e schiacciare la rete d'affari della 'ndrangheta. Due indagini che la 'ndrangheta vorrebbe fermare, così come l'Appello per “MAGLIO 1”. Soggetti senza scrupoli, come il GULLACE Carmelo. Nato killer e rimasto tale che mentre era agliarresti a Torino non ebbe timore di indicare la necessità di attentare alla vita del Giudice Istruttore di Torino che lo aveva arrestato, così che poi, il fratello Elio GULLACE con il Rocco PRONESTI' vennero individuati per tempo, in macchina, con una pistola occultata ma pronta all'uso, davanti all'entrata dell'ufficio del Giudice Istruttore. Una cosca che già a commesso omicidi su omicidi tra Genova, savonese, ma anche a Roma - all'EUR, in Piemonte, oltre che in Calabria. Una cosca, quella del GULLACE, che a Roma conta la presenza e la rete del numero "1" dell'organizzazione, RASO Girolamo, detto “Mommo” o “il Professore” (che una volta aveva gli incubi chenon lo lasciavano dormire, incubi in cui i bambini dei Facchineriuccisi nella faida di Cittanova gli facevano visita, così come la facevano a “Ciccio”, alias GULLACE Francesco, fratello del Carmelo). Una cosca che aveva avuto vantaggi inspiegabili dall'azione di taluni magistrati e che aveva, grazie anche al ruolo svolto dal FAMELI Antonio (di Rosarno, già attivo in Piemonte e poi insediatosi e radicatosi fortemente nel savonese), pesanti entrature nell'Arma. Una cosca che oggi si sente all'angolo e "tradita" da quanti dovevano garantirgli l'impunità.
Ora, Luigi PREITI sale da Rosarno e siinsedia per una ventina d'anni nell'Alessandrino. Dove, la comunità calabrese è forte. Dove la comunità calabrese è piegata da una consolidata presenza, radicata e potente, della 'ndrangheta. Inizia alavorare il quel territorio, lo fa per vent'anni, sino a quando, in parallelo all'indagine MAGLIO 1, chiude la ditta e torna in Calabria. Ora è difficile pensare che non avesse contatti con quell'ambiente che lì dominava (e domina), protetto da una rete di omertà spaventosa. E' difficile pensare che per reperire la pistola (4 annianni fa, non ora, non “venti giorni fa” quando dice che ha decisodi organizzare l'attentato a Roma) non abbia avuto contatti con quell'ambiente. Ecco, quindi, perché è necessario approfondire i suoi rapporti, i suoi contatti, le sue relazioni tra alessandrino, sin giù, a Rosarno.
Non ho elementi per affermare o perescludere nulla.
Ho elementi, per ciò che è emerso, per avere seri dubbi sulle dichiarazioni del PREITI. Dichiarazioni contraddittorie, fortemente contraddittorie... anche rispetto alla indicata "disperazione" come causa scatenante.
Ho elementi su un contesto tra alessandrino, Rosarno e Roma che brevemente ho cercato di descrivere, auspicando che si riesca a sondare, nelle indagini, ogni minimo particolare, perché occorre non tralasciare nulla, vista la gravità dell'accaduto e per evitare che, se non fosse un gesto isolato, la storia tragica si ripeta... ma anche per non lasciare spazio a tesi complottiste che in Italia appaiono sempre lo “sport” preferitoda molti dopo le tragedie.
P.S. (30.04.2013)
Sempre più particolari, come ovvio, emergono sulla vicenda del PREITI...
Esce di casa, a Rosarno, senza borsa ma a Gioia Tauro, alla stazione ce l'ha.
Ha una piantina di Roma con indicati la Stazione Termini, l'albergo dove alloggiava e Piazza Montecitorio (non Piazza Colonna). Non stava cercando di entrare o di puntare a politici ma ha estratto l'arma e puntato direttamente ai Carabinieri. Quando era in viaggio per Roma (o quando qui era giunto) ha chiamato qualcuno. Nel caricatore della pistola sarebbero rimasti tre colpi inesplosi e quindi non è vera la dichiarazione per cui avrebbe voluto suicidarsi ma non poteva perché aveva finito i colpi.
P.S. 2 (02.05.2013)
Ma poi guarda che casi... il PREITI Luigi, che odia i politici tanto da compiere l'attentato in Piazza Colonna (colpendo i Carabinieri), chi si sceglie come avvocato difensore? Un politico, già candidato sindaco a Rosarno alle ultime elezioni con il PDL, Raimondo Paparatti. Quello stesso Paparatti perse le elezioni del 2012 è capogruppo del PDL in Comune, ed è indicato come vicino al Gaetano RAO che, secondo gli inquirenti, è politico legato alla cosca PESCE.
02.05.2013 – Mediterranenews.org
Sparatoria a Palazzo Chigi.
Il pentito Bonaventura: c'è la mano dell'ndrangheta. Ecco perché
L’attentato a Palazzo Chigi continua a far parlare di sé. E se fosse proprio questo uno degli scopi degli attentatori?
Il Primo Maggio a quanto pare in alcune città italiane sono apparsi striscioni in solidarietà al gesto di Preiti.
Intanto dopo l’interrogatorio, Luigi Preiti resta in carcere, fermo convalidato l’uomo si trova in stato d’arresto. L’interrogatorio a quanto si apprende è durato ben 4 ore, e Preiti avrebbe sostenuto di volersi suicidare in hotel sabato notte, poi però avrebbe desistito e, riporta la Repubblica, “ha desistito pensando che sarebbe stato interpretato come uno dei tanti suicidi legati alla crisi”.
Ancora valide dunque le accuse di tentato omicidio per 3 uomini dell’arma, per detenzione illegale di arma clandestina e ricettazione.
Sulla vicenda abbiamo sentito Luigi Bonaventura, ex boss crotonese, oggi collaboratore di giustizia con diverse procure italiane e non solo.
Le parole di Bonaventura rilasciateci in precedenza, a confronto con il resoconto televisivo della sparatoria sembravano delle fotografie: Preiti è in ottima posizione da tiratore, mira i suoi bersagli, ovvero Giangrande e Negri, Carabinieri, uomini dello Stato.
Gambe larghe, braccio teso, quasi un record: con sette colpi, su 4 carabinieri presenti ne ha colpiti 3,andando 4 volte a bersaglio. Bonaventura osserva “Un vero record soprattutto se si pensa che quel modello di pistola, una Beretta 7,65 non ha affatto una certa gettata e quindi non è precisissima. Preiti non stava sparando a bottiglie o barili. Impressionante la preparazione di quest’uomo! Se la uniamo al look, la borsa, la camminata, la posizione di tiro, i dubbi che quest’uomo abbia molto da nascondere, o chi per esso, si affievoliscono”
Non solo, ci sono altre stranezze, il telefonino intestato al migrante, perchè?
Come ci fa notare l’ex boss “In genere per rendersi invisibili e comunicare meglio non si usano mai sim o cellulari intestati a sé stessi”. Ci sarebbe anche lo strano mistero della punta di trapano che alcuni sostengano potesse essere usata per cancellare la matricola della pistola ma su questo Bonaventura ci spiega che “La punta, senza il trapano non cancella proprio nulla”. Potrebbe essere depistaggio? Perchè era nella borsa di Preiti quella punta? A cosa serviva veramente? Probabilmente a nulla, chissà potrebbe essere una dimenticanza in una borsa usata per lavoro o potrebbe essere stata messa lì per far credere qualcosa, depistare appunto.
Dalle cronache apprendiamo che comunque Luigi Preiti, ex imprenditore calabrese non è una persona “normale”: possiede una pistola illegalmente, ha il vizio del gioco,e, come riportano le cronache, fa uso di cocaina.
Anche l’uso di stupefacenti si potrebbe inserire in un quadro ipotetico che avvicinerebbe il Presti al mondo del crimine organizzato, spesso infatti chi gioca d’azzardo assume anche stupefacenti, due dipendenze che ben vengono coltivate dal crimine organizzato.
“Senza fare due più due, a chi ci si rivolge per rifornirsi di armi e droga e altra domanda: essendo in Calabria, a chi possono appartenere i rifornitori, le sue conoscenze?!?.” Così ci dice l’ex boss: la risposta da qualsiasi lato la si possa leggere porta sempre e comunque alla criminalità.
Bonaventura fa un’altra osservazione“ Tutti dicono che sia uno squattrinato ma, torniamo ai conti, oltre quelli che abbiamo già fatto l’altro volta, a questo punto lievitano: pistola, viaggio,alimentazione, abiti eleganti, albergo , cocaina. Emerge ancora veramente la figura dello squattrinato, disperato, squilibrato……come molti vogliono fare credere? “ “Perchè vogliono farci credere che questo uomo sia una vittima della crisi?” Le motivazioni possono essere tante, troppe forse, e ci potrebbe essere anche qui l’intento di voler allontanare ogni sospetto.
”L’ho fatto perché non potevo mantenere mio figlio” sostiene Preti. “Forse avrà preso qualche buon soldino e tanti anche, magari altri vantaggi, per ciò che ha fatto. Contrariamente con questo drammatico gesto non ha certo salvato quel ragazzino ma lo ha rovinato del tutto.” Argomenta Bonaventura.
Altro interrogativo altro messaggio che si affaccia. Preiti ha lasciato la sua macchina a Gioia Tauro e non a Rosarno. Perché? Come mai questa scelta? Le ipotesi possono essere tante, potrebbe essere, spiega Bonaventura che dietro non ci siano solo le cosche di Rosarno ma ci potrebbe essere tutto il mandamento della Piana o Tirrenico quindi anche la mamma!”
Certo si tratta sempre di ipotesi ma dette da un pentito che in passato è stato boss probabilmente assumono un altro significato.
Forse l’auto a Gioia Tauro è un ulteriore messaggio, “Forse Preiti sapeva che non avrebbe fatto più ritorno e forse con questo ci fa capire che dietro alla sua sciagurata azione ci potrebbero essere organizzazioni criminali che agiscono in Calabria e non solo. E comunque se voleva o no colpire i politici il messaggio che doveva passare lo ha fatto passare lo ha fatto arrivare! “volevo colpire i politici=colpiremo voi politici “
Con questo lungi da noi voler creare un mostro e tanto meno accomunare tutti i calabresi come affiliati all’ndrine o al crimine organizzato, ma una cosa è certa: in Calabria, come in tutto il Paese, termini quali “pistola abrasa,” “gioco d’azzardo”, “cocaina” portano comunque ad avvicinare chiunque al mondo della criminalità sia essa micro o macro.
Cosa si nasconde dietro l’attentato?
C’è l’ombra dell’ndrangheta? Il crimine organizzato? Qualcuno ha anche detto che ci potrebbero essere i servizi segreti deviati. E’ possibile? E se ancora una volta massoneria, servizi deviati e criminalità organizzata si fossero uniti per colpire la Politica?
E se le cosche o comunque associazioni a delinquere di qualsiasi stampo, avessero deciso di cavalcare l’onda del malcontento politico, sociale ed economico per cercare di trovare un altro spazio di azione?
Tanti sono gli interrogativi a cui è necessario cercare di dare una risposta. Ne parleremo ancora con Luigi Bonaventura che continua a sottolinearci: “ In Calabria c’è ed è nata tanta gente che non ha nulla a che fare con nessun crimine organizzato, io e la mia famiglia, da quanto ho scelto di dissociarmi dall’ndrine, siamo orgogliosi di essere calabresi, si,” continua” La Calabria non è solo la terra del crimine organizzato ma qui c’è tanta parte buona del nostro Paese, magistrati, poliziotti, imprenditori, gente di valore”.
Ipotesi senz’altro quelle presentate in questo post, parole, termini e ipotesi che non vogliono nè intralciare l’inchiesta tanto meno significare che l’attentatore di palazzo Chigi fosse affiliato ad associazioni criminali di stampo mafioso.
02.05.2013 – Gurdie e Ladri
Luigi Preiti, l’attentatore “solo” con tutto un mondo dietro e mille dubbi intorno – Colpi di Beretta 7.65 e “colpi riservati”
di Roberto Galullo
Ho aspettato giorni prima di scrivere alcune riflessioni sul maledetto attentato con il quale Luigi Preiti, disoccupato calabrese di Rosarno, domenica scorsa ha gravemente ferito due Carabinieri di stanza a Palazzo Chigi, oltre a ferire una donna.
Sarò sincero e sarò (forse) deviato in quel che penso ma dietro ciò che è stato c'è molto da analizzare (al netto dell'indubitabile dramma socio-ecomico alla base del gesto che è già stato descritto nei giorni, a partire dall'editoriale del direttore del Sole-24 Ore e da cui bisogna comunque partire per analizzare l'evento).
Vedrete (mi sbaglierò e mi auguro di sbagliarmi) che se non sarà attentamente seguito in carcere, Preiti sarà esposto ad un altissimo rischio di morte.
E già che ci siamo partiamo proprio da qui e dalle parole che Preiti ha pronunciato subito dopo essere stato messo a faccia in giù dai colleghi dei due Carabinieri feriti: «Ero io che volevo morire».
Gli avvocati di Preiti, che ieri hanno chiesto al Gip di «valutare la compatibilità del regime carcerario con lo stato di alterazione in cui si trova Preiti», hanno dichiarato che, quando è stato immobilizzato, Preiti gli ha domandato: «Perché non mi avete sparato? », precisando che Preiti si attendeva «che la sua azione dimostrativa culminasse con la sua morte».
Devo essere sincero? Credo a questa frase che suona come una rassicurazione a se stesso. Ma soprattutto al mondo esterno. Eccezion fatta – ovviamente - per i suoi familiari stretti che, a questa affermazione, avranno sentito salire un colpo al cuore.
Io credo che Preiti volesse e – soprattutto – dovesse morire. La permanenza in vita è un incidente di percorso che lui (solo lui?) non aveva messo nel conto o, forse, lo aveva messo in conto come rischio residuale ma rimediabile.
Rimediabile immediatamente con quella frase che suona – ripeto: sarò deviato – come una garanzia per se stesso e per il mondo esterno, così come suona a garanzia ciò che avrebbe ulteriormente precisato nelle scorse ore e cioè che si sarebbe voluto suicidare sabato sera in hotel. Ma per suicidarsi bisogna salire a Roma?
Preiti aveva messo nel conto di morire perché – tanti o pochi che fossero – prevedeva che gli agenti di Polizia e i Carabinieri, al fuoco avrebbero risposto con il fuoco. Tanto fuoco, lui sperava (lo avrebbe dichiarato). Tanto da ucciderlo e chiudere una partita che ora, invece, si complica.
LA PARTITA SI COMPLICA
A dire il vero, complicata, è apparsa da un nanosecondo dopo in cui Preiti è rimasto in vita.
Da quel momento, infatti, il nastro è stato riavvolto e i dubbi su alcuni punti da chiarire, anziché diminuire, aumentano. In questo articolo - senza giungere ad alcuna conclusione fantasiosa o mirabolante da 007 - li metto in fila anche perchè in questi giorni i colleghi ne hanno già messi molti in evidenza (a partire dai colleghi del Corriere della Sera, della Repubblica, ad alcuni servizi di Mediaset). Non mi invento nulla, dunque, ma con voi, rifletto.
Partiamo dalla permanenza a Rosarno. Ci sia stato un anno, due anni (come ha dichiarato) o 24 ore – credetemi – non cambia nulla. In quel paese – dove la ‘ndrangheta controlla anche i singoli respiri – non c’è una mosca che possa volare senza che chi deve sapere sappia. Anzi: deve sapere tutto e di tutti.
PIGNATONE GIUSEPPE
Il 17 febbraio 2012 (la fonte: Agi) l’ex capo della Procura di Reggio Calabria, Pignatone Giuseppe, dichiarò a Palermo, intervenendo al convegno “Il giudice, il processo, realtà giudiziaria e nuovo codice antimafia”: «Esiste in Calabria una densità criminale che non ha paragoni nemmeno con la Sicilia. A Rosarno, una cittadina con 15.000 abitanti, ci saranno non meno di 250 affiliati e se ne affacciano non meno di 7 ogni settimana. Se a ciò aggiungiamo parenti, amici e conoscenti, significa che la ‘ndrangheta controlla la vita cittadina con un metodo quasi democratico perché ha la maggioranza».
L’avessi detta io questa cosa su Rosarno e sui suoi abitanti (che in vero ho scritto e detto mille volte, a partire dal dicembre 2010, mese e anno in cui seguii per il Sole-24 Ore la rivolta dei neri “schiavizzati” negli agrumeti della Piana) sarei stato giudicato come il solito giornalista del Nord (anche se sono romano!) che spara a raffica sulla Calabria. Visto che l’ha detto (e in verità anche ridetto) l’ex capo della Procura di Reggio Calabria, qualche attimo di riflessione bisogna considerarlo e, di grazia, applicarlo al caso di specie.
E applicarlo al caso di specie vuol dire che tanto più prolungata e stanziale è la permanenza a Rosarno di un “forestiero” (per quanto originario del luogo), tanto più sicura e oserei dire quasi matematica è la certezza che ogni suo passo sia seguito e controllato. «…la‘ndrangheta controlla la vita cittadina…»: parole e musica di Pignatone Giuseppe, ripeto, non le mie. Anche se io le ho dette e scritte prima di lui (scripta manent, verba volant).
Le ho scritte e le ho dette perché prima le ho vissute: nella mia permanenza di giorni e giorni a Rosarno mi muovevo da solo per seguire la rivolta dei neri e non c’è stato un momento in cui non sia stato seguito io come gli altri giornalisti presenti: dagli incontri con i neri nelle baraccopoli alle sere e notti in cui ho seguito i giovani rosarnesi armati di bastoni che facevano le ronde per la cittadina che – bombardata com è di buchi per le strade e nei palazzi mai finiti – sembra Beirut. Persino al Comune – dove andavo ad incontrare la terna commissariale – mi aspettavano e mi davano il benvenuto. Sono stato persino scortato fino a che non sono entrato in un taxi e l’ho scritto, vivaddio, nel post che chiunque può reperire nell’archivio di questo blog il 10 gennaio 2010!
Ho anche fotografato a loro insaputa – e ho ancora con me le immagini – le persone che si fermavano con la macchina o per strada con una scusa banalissima per chiedermi chi ero, cosa facessi, perché fossi a Rosarno. E dire che il motivo per cui fossi li era evidente: la rivolta dei neri e il fastidio che avevano procurato alle cosche Pesce e Bellocco che come tutte le cosche detestano i riflettori.
Vi sembra dunque possibile che la vita di un rosarnese, seppur di “ritorno” – con problemi di lavoro, familiari, sembra di gioco, forse di cocaina visto che nell’ultimo periodo ne avrebbe fatto uso, così come di ansiolitici – possa sfuggire alle cosche che tutto controllano? La risposta (per me) è: no. Assolutamente no.
Il disagio, a Rosarno, è un humus favorevolissimo ma che deve (ripeto: deve) essere tenuto costantemente sotto controllo e/o canalizzato a uso e consumo dei padroni e dei padrini. Nessuno può alzare la testa o dare in escandescenza: le mafie non tollerano rumori ma predicano silenzio, mimetismo e omertà assolute.
Un uomo del genere – che, a quanto raccontano le vertiginose cronache di questi giorni e di queste ore a Rosarno ha vissuto senza dare apparentemente nell’occhio anche se vorrei capire chi gli forniva eventualmente la cocaina – poteva sfuggire ai radar dei padroni e dei padrini? Sicuramente no. Non è un giudizio né la volontà di arrivare a strampalate conclusioni, anzi il contrario: è la logica conseguenza di quanto è dato a vedere in loco, certificato da un capo di una Procura antimafia.
LA PARTENZA DA GIOIA TAURO: PERCHE’?
Preiti è partito dalla stazione di Gioia Tauro. Il TG5 ha mostrato le immagini della telecamera della stazione di Gioia che lo riprendono mentre sabato scorso si avviava verso l’ingresso della stessa.
La scelta di Gioia Tauro per la partenza è anomala.
Ho controllato i collegamenti tra Rosarno (dove abitava) e Roma, dove si è fermato a dormire.
C’è un treno che, anche il sabato, parte alle 8.43 (comodo dunque) da Rosarno e arriva a Roma Termini alle 15.21. Sei ore e 38 minuti con un Intercity a partire da 53.50 euro.
Troppo presto? Bene ce n’è uno che parte sempre da Rosarno alle 9.42 e arriva nel cuore di Roma alle 15.15. Ci mette solo 5 ore e 33 minuti e costa 70.50 euro. E di diretti – si badi bene – ce ne sono molti nell’arco della giornata.
E invece no. Cosa fa Preiti? Parte da Gioia Tauro. Volutamente. Una scelta. Non può essere altrimenti. Una scelta condivisa? Con chi?
Preiti parte dunque da Gioia Tauro alle 9.35 di sabato (e sappiano che è partito la mattina anche perché i genitori lo attendevano per pranzo), scende (secondo tabella di marcia consultabile sul sito www.trenitalia.com) a Napoli alle 13.15 da dove riparte alle 14 alla volta di Roma dove giunge alle 15.10 al prezzo base di 92 euro anziché alla tariffa minima con la soluzione di un treno diretto (Preiti è uno squattrinato per sua ammissione e non certo per mia consapevolezza) che avrebbe potuto prendere a Rosarno, comodamente sotto casa, oltretutto senza cambiare a Napoli. O forse a Napoli doveva fermarsi?
Ah, che sbadato: dimenticavo un particolare. La stazione di Gioia Tauro è a 6, dico sei minuti di distanza da quella di Rosarno che si coprono con un “regionale” al costo di 1.05 euro. Soldi che equivalgono più o meno al consumo di benzina per coprire la stessa distanza.
Preiti doveva partire dalla stazione ferroviaria di Gioia Tauro e da quelle videocamere – non da quelle di Rosarno – doveva essere ripreso. In quei 10 minuti che in macchina ha percorso e che potevano essere tranquillamente evitati, potrebbe esserci stato (il condizionale è d’obbligo) l’incontro di chi gli ha fornito la borsa che con se teneva? Certo, quella borsa potrebbe averla anche attrezzata prima e nascosta ai genitori, che attestano che quando ha varcato l’uscio di casa, con sé non l’aveva.
Starà agli investigatori accertarlo, fatto sta che in quella borsa sarebbe stata trovata una cartina di Roma (utilissima per chi a Roma non è di casa) e una punta di trapano (utilissima per chi volesse sviare e confondere le acque).
LA PISTOLA
Solo un pazzo o uno squilibrato – e sappiamo per ammissione dei familiari e dei congiunti, anche degli amici, che Preiti pazzo non è tanto che persino la Procura di Roma ha escluso la necessità di una perizia psichiatrica – punzonerebbe la matricola di una pistola il giorno stesso dell’attentato e si porterebbe con sé, così, per ricordo!, la punta del trapano che ha abraso la matricola. Voi lo fareste?
Chiunque – e dico: chiunque – abbia bazzicato Rosarno anche solo per raccontarla (come io ho fatto più volte) sa che trovare lì una pistola è facile come bere un bicchier d’acqua. A Rosarno ci sono più armi che abitanti.
La scoperta di depositi di armi - spero che anche in questo caso si colga il paradosso - sono più frequenti dei gol di Zlatan Ibrahimovich e gli arresti per detenzione illegittima o abusiva di armi più frequenti degli assist di Francesco Totti. E uno – uno chiunque – per prendere un’arma che a Rosarno schizza pure dai tombini, prende e parte (quattro anni fa sembra!) e va a comprarla al mercato nero ad Alessandria, a Genova o in qualunque altro posto voi vogliate? A voi giudicare: io sto mettendo in fila gli elementi di dubbio. Tanti. Troppi. Al netto - ripeto - del dramma socio/economico che viveva e vive quest'uomo.
Vi siete domandati poi che razza pistola è quella che ha usato? Ve lo dico io (anche se ovviamente lo avrete già letto su tutti i giornali o sentito sui media televisivi e radiofonici). Una Beretta calibro 7.65 che ha meno probabilità di incepparsi della carabina di un tiratore alle Olimpiadi! Non per altro è l’arma preferita da molti killer di ‘ndrangheta. E chiarisco subito che – ovviamente e questo lo capirebbero anche i lettori più maliziosi ma non forse gli imbecilli la cui mamma è sempre incinta – Preiti NON è un killer di ‘ndrangheta. Non lo è. Sottolineo e risottolineo il passaggio dell’arma e di chi ne fa generalmente uso solo perché è fondamentale: è un’arma certa, sicura, garantita. Fatta apposta per colpire. Un’arma che a Rosarno e nella Piana di Gioia è di casa. Un souvenir per i turisti (ari-paraosso, che utilizzo per estremizzare i concetti e renderli più comprensibili).
IL TELEFONO CELLULARE
Un altro elemento fa capire che la pianificazione dell’attentato è stata meticolosa e l'uomo potrebbe – a mio modesto avviso – essere stato magari aiutato.
Si scopre che la sim usata da Preiti sarebbe stata acquistata (e dunque intestata) ad un extracomunitario. Spiace ripetermi anche in questo caso: chiunque frequenti Rosarno, la Piana di Gioia Tauro ma il discorso vale per tutte le aree “calde” del Sud sa che l’intestazione fittizia di schede per cellulari è un trucco vecchio quanto il mondo utilizzato da chi vuole comunicare (raggiungere ed essere raggiunto) da persone che non devono e non possono essere visibili. Quegli stessi “invisibili” – sia ben chiaro – che a Rosarno, nella Piana e in tutte le aree “caldissime” del Sud gestiscono il traffico di sim intestate a extracomunitari e che stabiliscono dunque “se”, “quando”, “a chi”, “per quale motivo” e “per quanto tempo” darle. In altri termini: senza autorizzazione e senza scopo è praticamente impossibile (o altamente, altamente rischioso) far registrare e poi utilizzare una sim intestata a persona diversa dal titolare (quasi sempre extracomunitario).
Non è secondario il fatto che i genitori abbiano inutilmente cercato di mettersi i contatto con Preiti visto che a casa per pranzo non era tornato.
E non è dunque da escludere – aggiungo io – che di cellulari “diversamente intestati” ne avesse più di uno.
L’ARRIVO A ROMA
Anche questo aspetto – non sottolineato abbastanza – è atipico. Anziché partire il giorno stesso dell’attentato per Roma – la domenica c’è un treno che da Rosarno parte alle 6.45, arriva a Lamezia alle 7.18 da dove riparte alle 7.56 alla volta di Roma dove giunge alle 11.55 al costo base di 79.50 euro e dunque con orari compatibili con il momento in cui ha tentato il duplice omicidio e in ogni caso con notevoli risparmi di denaro, che al nostro stava giustamente a cuore viste le sue misere finanze - Preiti parte il giorno prima e va in un anonimo hotel della stazione, vai a capire tu se scelto a caso o suggerito.
Da lì, il giorno dopo, si veste con la cravatta della festa e parte per Palazzo Chigi dove sa che i politici non arriveranno prima delle 13/14 e, oltretutto, verosimilmente protetti da un cordone di Forze dell’Ordine (al netto dei “papaveri” che arrivano nella macchina blindata).
Il nostro arriva sulla piazza di buon’ora e a un certo punto, innervosito per l’attesa, spara contro due Carabinieri perché, dice, capisce che con il montaggio delle inferriate non avrebbe potuto raggiungere facilmente il suo vero (!) obiettivo: i politici. E cosa credeva di trovare un tappeto rosso che lo portava dentro la stanza del premier?
E come spara? Braccio teso e…pum…pum…pum da distanza ravvicinatissima (perché la Beretta 7.65 è precisa ma non precisissima) contro il primo Carabiniere che è dotato di giubbotto antiproiettile. Poi mira al secondo che viene colpito alle gambe. Poi viene fermato.
Però che mira! Ma per uccidere o per ferire? Fatto sta che non sarà un professionista ma è avvezzo allo sparo. Un’ora, 10 ore, un giorno, una settimana di allenamento? Chi lo sa, fatto sta che questo “piccolo” particolare ci riporta a Rosarno e nella Piana di Gioia Tauro perché – a meno che Preiti non potesse permettersi un poligono di tiro a pagamento che da quelle parti peraltro non esiste – è nelle campagne di Rosarno e zone vicine che forse avrà sparato per allenarsi. Contro una pecora, una bottiglia o un fiore, ma si sarà allenato, vivaddio! E vi pare possibile che - se questa ipotesi trovasse riscontro - da quelle parti uno possa allenarsi al tiro-a-segno senza che nessuno lo noti e lo sappia? E vi pare possibile che da quelle parti qualcuno come Preiti spari (oltretutto uno come lui non collegato direttamente ad ambienti mafiosi) e che quegli spari (che chi deve sentire sente, siatene certi) passino inosservati e non siano quantomeno passati ai raggi X? Nessuno che si chiede, in un paese dove padroni e padrini controllano anche il polline primaverile, a cosa servano quegli spari e perché quella persona spari?
Uno dei tanti misteri di Rosarno e della Piana se (mai) sarà possibile accertare che lì si è esercitato a sparare.
SPARI INDIRIZZATI E MIRATI
Ma ritorniamo a Roma e veniamo a quella che appare a mio modesto avviso – e fin dal primo secondo in cui ho appreso della notizia – una tra le incongruenze maggiori.
Preiti ha (avrebbe) dichiarato che «…tutto era previsto, tutto…». E qui, come ho già detto, sono d’accordo con lui: tutto era previsto, tranne la mancata morte che comunque era stata messa nel conto perchè rimediabile con un silenzio granitico.
Tra le cose previste – a modesto avviso di chi scrive – c’era anche l’attentato ai Carabinieri e non ai politici contro i quali Preiti avrebbe voluto sfogare la sua rabbia. «Un paio di giorni addietro ricordo che Luigi era con noi in casa a guardare la televisione – ha dichiarato la madre nel primo interrogatorio con i Carabinieri - ed in un frangente ebbe un momento di sfogo, per il lavoro che mancava e addebitava tale stato di cose al nostro attuale governo che a suo dire non faceva nulla per dare delle certezze, intese come un futuro. Lui si lamentava e criticava parecchio i politici, accusandoli di non volersi mettere d’accordo e che se avessero continuato così, non si sarebbe mai riuscito a formare un governo e mentre questi continuavano a perdere tempo, intanto in Italia un sacco di persone senza lavoro si stavano uccidendo».
Badate bene a due dettagli: 1) il bersaglio delle lamentele con la famiglia erano i politici; 2) quei politici che «non si mettevano d’accordo».
Voleva colpire i politici? Poteva farlo.
Leggete qui il lancio di agenzia dell’Agi delle 22.48: «(AGI) - Roma, 28 apr. - Enrico Letta ha giurato questa mattina come Presidente del Consiglio. Il premier ha ascoltato in piedi la lettura del verbale da parte del segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, quindi ha letto la formula di rito. Arrivo low profile per i ministri del governo di Enrico Letta al Quirinale dove alle 11,30 giureranno sulla Costituzione davanti al Capo dello Stato. A piedi arrivano il democratico Andrea Orlando, l'Udc Giampiero D'Alia ed anche Emma Bonino, scesa dal taxi, in Piazza del Quirinale e' stata accolta dall'applauso della folla. Si presenta al Colle il nuovo ministro della Giustizia, il prefetto Anna Maria Cancellieri. Con lei anche le nipotine. In taxi, la neo ministro per l'Integrazione Cecile Kyenge. Oggi il Quirinale, nonostante il giuramento del nuovo Esecutivo, e' rimasto aperto al pubblico che in fila attende di visitare il palazzo. A piedi e tra gli applausi e' arrivata anche Josefa Idem, accompagnata dal marito e da un figlio. Con tutta la sua numerosa tribù, nove figli, e' entrato al Quirinale anche Graziano Delrio».
Avete letto vero? Arrivo “low profile”, cioè di basso profilo al Quirinale, scrive il collega dell’Agi. Alcuni ministri sono arrivati perfino a piedi con folla plaudente e il ministro Cancellieri è arrivata anche con i nipotini. Cuore di nonna! Di più: porte aperte al Quirinale.
E quale migliore occasione per colpire i politici che filare dritti dritti al Quirinale dove fare fuoco? E si badi bene: già il giorno prima alcuni media avevano lanciato la notizia che alcuni ministri sarebbero arrivati senza fanfare e scorte tanto al Quirinale quanto, al termine della cerimonia, a Palazzo Chigi. Avesse anche voluto colpirli davanti alla sede del Governo poteva attenderli al varco confuso tra la folla nonostante le transenne che, ovviamente, sarebbero state montate. Invece non lo ha fatto.
La verità – a mio modesto avviso – è che voleva colpire le Forze dell’Ordine dalle quali sperare poi di essere ucciso. E voleva colpirle ovviamente quel giorno – il giorno del giuramento del nuovo Governo – e lì davanti, di fronte alla sede dell’Esecutivo nascente. La forma che diventa contenuto.
Ma veniamo, di conseguenza, all’altro dettaglio che dettaglio, per me, non è. Preiti dichiara alla madre che i politici «non si mettevano d’accordo».
Ma a lui che gliene fregava che non si mettessero d’accordo? Ah già, per il lavoro e più tempo si perde per la creazione di un Governo e più tardi si aggredisce la crisi. Già…E ovviamente se i politici si fossero messi d’accordo, magicamente gli sarebbe arrivato un lavoro.
E ora – pensateci un attimo – che il suo presunto intento di uccidere non è riuscito, pensate che il figlio, al quale pure ha detto di pensare in continuazione perché non poteva permettersi di mantenerlo, se la passerà meglio?
LA STABILITA’ POLITICA
E’ solo una coincidenza ma ogni qualvolta in Italia si assiste ad una svolta epocale (trovereste voi altro aggettivo per descrivere un Governo Bersani-Berlsuconi-Monti?) c’è un fattore esterno che aggrega e che ricrea quell'armonia necessaria. Un fattore che mette d’accordo. Tutti. Tranne le ali ma le ali vengono tagliate e non piegate.
Accadde con la strage di Capaci. Bum…e l’autostrada saltò per aria! Accade oggi (con tutti i distinguo e ripetendo per l'ennesima volta che il disagio socio/economico per come è stato immediatamente acclarato è alla base del gesto). Pum…e la politica si unisce a coorte! Avete fatto caso che perfino nel Pd – che fino al giorno prima aveva i “giovani turchi” e chi più ne ha più ne metta che sbraitavano all’interno del partito – è calata la pace consensuale per il bene del Paese? Solo il povero Pippo Civati, che evidentemente non è turco ma è l’ultimo dei giapponesi, continua ad aggirarsi da solo per la foresta.
Nell’informativa alle Camere, che naturalmente si basa su quanto riferito dagli investigatori dei Carabinieri ai magistrati romani, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha ripetuto che «al momento risulta che Preiti abbia agito senza ricevere alcun tipo di sostegno, il che rafforza l'ipotesi investigativa, subito affacciata peraltro, che si tratti di un gesto isolato» ma ha poi chiarito che «sono in corso ulteriori accertamenti, con particolare riguardo alla provenienza dell'arma, la cui matricola risulta abrasa».
Ecco, forse è il caso di indagare e molto sul passato prossimo, sulle amicizie, sulle conoscenze e sui percorsi che può aver attraversato anche inconsapevolmente quest’uomo fragile e vizioso e di conseguenza magari avvicinabile e magari senza una sua consapevolezza diretta, da quei mondi (ripeto: mondi). Non sono certezze (quelle appartengono ad altri), sono solo riflessioni in corso d'opera.
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