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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
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vuole anche riaprire la Discarica.
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Maggio 2006![]()
Strategia finanziarie della 'Ndrangheta
Flussi sporchi in canali puliti
di Pietro Calabrese e Riccardo Piccinni
La mafia calabrese non teme di usare le maniere forti per trovare nuovi equilibri politici. Ma la sua anima imprenditoriale cresce silenziosamente, spesso operando in circuiti legali, come i finanziamenti dell’Unione Europea e i servizi di money transfer. L’avvertimento arriva da due dirigenti della Guardia di Finanza.
La ’Ndrangheta ha nel tempo operato una sostanziale trasformazione strutturale, per consentire di rendere l’intero apparato criminale, da un lato, più gestibile da parte delle cosche per coordinare al meglio le infiltrazioni all’interno delle grandi opere infrastrutturali e, dall’altro, meno vulnerabile attraverso la costituzione di “commissioni provinciali”, modificandone gli assetti organizzativi anche per far fronte a eventuali manifestazioni di pentitismo. In questo modo sono stati aumentati i livelli di segretezza delle riunioni tra gli esponenti di vertice, non più a diretto contatto con le figure rappresentative delle singole cosche, le quali così non dispongono di adeguate informazioni.
Il criminale e il capitale . Sotto il profilo funzionale viene perseguita una logica di profitto imprenditoriale che, nel tempo, ha imposto una tendenziale separazione tra le attività tradizionalmente illecite e la gestione dei patrimoni.
Tale distinzione sta divenendo sempre più netta, tant’è che attualmente si deve discernere la sfera più tradizionalmente “criminale”, improntata prevalentemente sul traffico nazionale e internazionale di sostanze stupefacenti, da quella spiccatamente economico-finanziaria, volta alla realizzazione di complesse e sofisticate operazioni di riciclaggio (anche con la complicità di “esperti” operanti nel settore dell’intermediazione finanziaria e creditizia) e di reimpiego (attraverso il controllo e l’acquisizione di attività industriali e commerciali “pulite”) degli ingenti capitali illecitamente acquisiti nel tempo.
Eco-business: facile e redditizio. L’attività di condizionamento e infiltrazione nel settore delle opere pubbliche continua ad avere una posizione di rilievo, particolarmente per quelle che richiedono un consistente impegno finanziario. In alcuni casi l’inserimento della malavita organizzata si è spinto sino a una sorta di co-gestione degli appalti (in primis i lavori di ammodernamento dell’autostrada A3, la Salerno-Reggio Calabria), secondo un criterio razionale di spartizione della ricchezza che assicuri alle cosche, in ragione del peso specifico di ciascuna, una compartecipazione all’affare.
L’eco-business rappresenta, invece, uno tra i più recenti settori di interesse della malavita organizzata calabrese. Il crimine ambientale, infatti, è in grado di assicurare profitti altissimi, a fronte di costi modesti e rischi limitati, consentendo nel contempo la possibilità di acquisire nuovi spazi per le attività di riciclaggio di denaro all’interno dell’economia legale.
In particolare, i filoni fondamentali di rilievo ambientale che emergono dalle indagini sono il ciclo del cemento – che comprende le attività estrattive, di movimento terra, le produzioni di calcestruzzo e di cemento e, infine, l’abusivismo edilizio – e il ciclo dei rifiuti, dalla raccolta, al trasporto, allo smaltimento.
Denaro trasferito, denaro ripulito. La spiccata connotazione economico-finanziaria della ’Ndrangheta trova sostanziale conferma nell’elevata capacità di operare nei circuiti finanziari, anche internazionali. Tra questi, va ricordato il money transfer, un canale ufficiale di trasferimento di denaro alternativo a quello bancario offerto, nella realtà italiana, principalmente da due circuiti internazionali: Western Union e MoneyGram.
L’elevata velocità, la facilità di accesso e la diffusione capillare sul territorio delle agenzie preposte a tale attività (phone center, supermercati, cartolerie, ricevitorie del lotto, Internet point, piccole aziende commerciali, cambiavalute, etc.), fanno del money transfer uno strumento appetibile per l’organizzazione mafiosa. L’operatività dei trasferimenti è contraddistinta, infatti, dall’esclusivo impiego di denaro contante, aspetto che favorisce la non rintracciabilità dell’origine dei fondi impiegati nonostante l’osservanza di obblighi antiriciclaggio (operazioni in contanti non superiori a 12.500 euro), riducendo così sensibilmente l’efficacia degli strumenti di controllo.
La comparazione dei flussi di denaro inviati verso determinati Paesi evidenzia troppo spesso gravi incongruenze rispetto agli immigrati ufficialmente registrati in Italia; in particolare, tra i principali Paesi destinatari di fondi sovente figurano, ad esempio, quelli sudamericani, il più importante dei quali – in base ai flussi di denaro registrati – è risultato essere la Colombia, pur non risultando in Italia un elevato numero di colombiani residenti.
Un piede in Calabria e uno a Bruxelles. Tra i principali obiettivi dell’organizzazione mafiosa troviamo inoltre i finanziamenti erogati dalla Comunità Europea.
Gli investimenti ammissibili, rispetto ai singoli settori economici, sono connessi alla realizzazione di nuovi impianti, ovvero all’ampliamento, all’ammodernamento, alla ristrutturazione, alla riconversione, alla riattivazione o trasferimento di unità produttive esistenti.
Conseguentemente, i finanziamenti provenienti dalla legge 488/92 rappresentano per la criminalità organizzata un’indubbia fonte di potenziale arricchimento, che può essere realizzata attraverso il semplice meccanismo della truffa, costituita dalla parziale o, spesso, totale assenza dei lavori che dovevano essere svolti e, al tempo stesso, illecitamente comprovati dall’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e dalla redazione di documenti contabili falsi.
A fronte di tutto questo, va ricordato che, anche alla luce dei recenti arresti di esponenti di spicco delle principali consorterie calabresi, nonché di alcuni fatti di sangue, è sorta l’esigenza per le locali ’ndrine di ricercare nuovi equilibri per il controllo delle attività economiche presenti sul territorio. In tale quadro organizzativo, che coinvolge in maniera particolare la provincia di Reggio Calabria, si registra la recrudescenza degli episodi intimidatori nei confronti, soprattutto, di alcuni amministratori pubblici.
Al nord o in Germania, ma non per lavorare. In talune realtà locali, il grado di condizionamento e di con altre infiltrazione della criminalità organizzata si manifesta anche attraverso la possibilità di condizionare le scelte elettorali. Come naturale conseguenza, negli ultimi anni sono stati adottati diversi provvedimenti di scioglimento di Consigli comunali, tra i quali quelli di Cirò (Kr), Lamezia Terme (Cz), Briatico (Vv), Botricello (Cz) e Isola Capo Rizzuto (Kr).
Ma pericolosi segnali di infiltrazioni delle cosche calabresi giungono anche da alcune amministrazioni pubbliche extra-regionali – significativo il recente scioglimento del Comune di Nettuno (vedi «Narcomafie» 4/06, ndr.) – e da tentativi di veri e propri radicamenti nella parte centro-settentrionale del Paese (Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana e Lazio), in ragione delle maggiori opportunità di reinvestimento dei proventi illeciti offerte dalle più favorevoli condizioni socio-economiche presenti in tali territori. Trova poi conferma la tendenza delle cosche di reimpiegare in Stati esteri i proventi derivanti dai traffici illeciti: ad esempio in Germania, dove i clan dell’area alto-ionica risultano aver rilevato locali pubblici e supermarket.
L’insieme di tale quadro favorisce dunque la tendenza della ’Ndrangheta a conformarsi sempre più a modelli di tipo imprenditoriale, seguendone le stesse caratteristiche: specializzazione, crescita, espansione nei mercati internazionali e rapporti con altre realtà economiche.
Aprile 2006
L'ARRESTO DI BERNARDO PROVENZANO
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
Gioia, incredulità, senso di liberazione. Sono le sensazioni che abbiamo provato quando, la mattina di martedì 11 aprile, le agenzie hanno battuto la notizia più inaspettata: la cattura del ricercato numero uno di Cosa Nostra, del “capo dei capi”, del “fantasma di Corleone”.
Eravamo rassegnati alla sua evanescenza, alla possibilità che l’unica immagine che avremmmo visto di lui sarebbe rimasta quella truce disegnata dal suo identikit. Eravamo abituati alle notizie di blitz falliti per un soffio, o meglio, per una soffiata degli infiniti complici che per anni ne hanno garantito l’inafferrabilità, anche dall’interno delle stanze più inaccessibili del Palazzo di Giustizia. Così, dopo l’annuncio della sua cattura – dopo 43 anni di latitanza, a pochi passi dalla sua Corleone – ci siamo inchiodati davanti alla televisione saltando nervosamente da un canale all’altro, nell’ansia morbosa di scorgere finalmente il volto dell’uomo senza volto. Per vedere quale mostro si celasse sotto il lenzuolo del fantasma. L’istinto ci avrebbe portato a Palermo, in mezzo alla folla che davanti alla Questura gridava “bastardo” e “assassino”. Poi finalmente le telecamere lo hanno inquadrato. Abbiamo scoperto un uomo più vecchio di quello raffigurato dall’identikit, non corrucciato ma con un’espressione sicura, quasi sorridente: il ghigno di chi è abituato a vivere braccato ed è già rassegnato alla sua condizione di prigioniero. Abbiamo visto un uomo malato, con la cicoria a bollire sul fuoco di un misero fornello, trascinato via da una masseria che assomiglia a una stalla. Si è saputo nei giorni successivi che teneva nascosti mille euro nel pannolone, divenuto indispensabile per gestire l’incontinenza dovuta alla patologia alla prostata.
I sentimenti di felicità e soddisfazione sono stati presto affiancati da un senso di inquietudine: è questo l’uomo che ha tenuto in scacco la Sicilia negli ultimi dieci anni? È lui il vertice dell’organizzazione che terrorizza migliaia di persone e che blocca lo sviluppo economico di un’intera Regione? È lui che ha tenuto le fila di un’organizzazione che fattura miliardi di euro?
Ne abbiamo parlato con Salvatore Lupo, professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo, uno dei massimi esperti di storia della mafia, intellettuale allergico alle semplificazioni giornalistiche che si rincorrono intorno alle ultracentenarie vicende di Cosa Nostra.
Prof. Lupo, ci può dire chi è Provenzano e che differenze ci sono tra la sua figura e quelle di altri leader storici dei Corleonesi, come Salvatore Riina e Luciano Liggio?
Liggio è un personaggio la cui biografia è ben nota: il suo ruolo storico è stato quello, tra gli anni 60 e 70, di mettere il gruppo corleonese al centro degli equilibri della mafia palermitana. Salvatore Riina e Bernardo Provenzano erano i suoi luogotenenti.
La vicenda di Riina la conosciamo attraverso le testimonianze dei collaboratori: la sua storia si caratterizza per il processo di centralizzazione senza precedenti di Cosa Nostra e per la strategia dello stragismo. È evidente che la figura di Provenzano non ha lo stesso rilievo. Per un lungo periodo si pensava che fosse morto, non se ne sapeva più niente. Dissi questo molto tempo fa, ben prima delle recenti dichiarazioni del suo ex avvocato, l’avvocato Traina.
Provenzano emerge come leader solo quando gli altri due non ci sono più. Ne raccoglie l’eredità senza averne le doti di capo. La leadership di Provenzano si consolida in una fase in cui la mafia si inabissa: allora inizia ad esercitare il ruolo del grande mediatore in una società che si sta riorganizzando in relazione a diversi ambienti politici e affaristici.
Dunque il mito dell’uomo imprendibile per quasi mezzo secolo è stato gonfiato, visto che fino ad anni recenti la sua cattura non è stata prioritaria…
Sì, quando si parla di latitanti non significa che li si stia effettivamente cercando. Negli anni 60-70 nessuno si preoccupava di cercare nessuno, negli anni 80 gli obiettivi delle forze dell’ordine erano ben altri. Provenzano viene cercato seriamente dai primi anni 90. Voglio dire una cosa in controtendenza: è vero che fa impressione l’idea di una persona latitante per quasi 50 anni. Ma bisogna considerare che intanto tutti gli altri sono stati presi: lui è quello che resta. Per questo penso che il mito della sua onnipotenza sia ingiustificato. Ne hanno presi tanti, lui è rimasto fuori e quindi in un momento di grande crisi ha potuto garantire la difficile continuità dell’organizzazione, esposta ai contraccolpi della strategia stragista. Insisto: è stato un mediatore; l’enfasi dei media nella definizione “capo dei capi” non ha fondamento. Provenzano mica dava ordini a Giuffré. Dai verbali di interrogatorio di “Manuzza” non mi risulta che ricevesse ordini. E anche nei rapporti con altri mafiosi emergono trattative, consigli, non ordini.
Provenzano è stato il promotore della strategia dell’inabissamento o dopo la risposta repressiva successiva alle stragi del 1992-93 è stata una scelta obbligata?
Tutte e due le cose. La mafia non ha certamente scelto questa strategia, è stata costretta dalle circostanze. A differenza di quanto molti credono non è onnipotente e deve adeguarsi anche a ciò che succede indipendentemente dalla sua volontà. Si attribuisce poi a Provenzano – se sono vere le voci dall’abisso da cui provengono (pentiti e confidenti, nda.) – un’esplicita presa di distanza dalla strategia dell’ex capo Riina. Questo è possibile, ma questa scelta non va valutata ideologicamente: ha una sua razionalità contingente.
Tutti sono stati presi un po’ di sorpresa da questo arresto. Forse perché è avvenuto in un momento di tranquillità, mentre molti arresti eccellenti del passato sono avvenuti in periodi di emergenza: penso a Riina, Brusca e Bagarella, presi dopo le stragi del 92-93 e ancora prima agli arresti successivi agli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici…
Non sono incline a vedere le cose in maniera così assoluta. Al maxiprocesso sono state incriminate e condannate persone che erano liberi cittadini: nessuno li cercava perché non erano ricercati. Ci sono poi storie di capimafia vissuti in libertà perché nessuno si impegnava a prenderli. Poi ci sono storie di capimafia che sono stati indagati e condannati, e alcuni di loro sono riusciti a mantenersi a lungo latitanti. E poi ci sono i capimafia latitanti che finalmente sono stati cercati, grazie a tecniche e a gruppi investigativi specializzati. In questo senso, non mi stupisco che ci sia un latitante da 43 anni perché, ripeto, in tanto ne hanno presi tanti altri, e alla fine hanno preso anche questo.
Cosa pensa delle teorie che mettono in relazione la tempistica della cattura con le recenti elezioni politiche?
Sciocchezze. Ho sentito dire anche da autorevoli personaggi, in genere credibili, che alcuni esponenti di vertice della Polizia, avendo la possibilità di prenderlo prima delle elezioni, avrebbero ritardato per evitare un vantaggio elettorale al Governo. Sarebbe stato gravissimo, visto che gli era sfuggito già una volta. Direi che avrebbero commesso un reato.
Ritiene che abbia un significato il fatto che sia stato catturato dalla Polizia e non dai Carabinieri?
Penso di no. Mi auguro che la smettano di farsi guerra l’un con l’altro e che si coordinino sempre meglio.
Mi riferivo alle voci circolanti dentro Cosa Nostra – secondo quanto ha riferito il pentito Giuffré – che parlano di un passato del boss da confidente dell’Arma…
Può darsi. Queste sono dinamiche possibili, purtroppo. Certo, se è vero quello riportato dal pentito, a maggior ragione la carica di “capo dei capi” non gli si addice molto. Nella costruzione di questa figura ci sono molte incongruenze, che meriterebbero studi approfonditi.
Alcuni magistrati della Procura di Palermo, come Antonio Ingroia, hanno parlato di Provenzano come di una figura quasi folcloristica…
L’aggettivo “folcloristico”, di per sé, mi pare eccessivo e fuorviante. Però se si voleva dire che l’eccessiva attenzione mediatica su Provenzano è un modo per ridurre questa fenomenologia alla cosiddetta ala militare, al nucleo iniziatico di Cosa Nostra, sottolineando che ci sono altri reticoli e intrecci con gruppi esterni alla mafia, e che questo rapporto avviene su un piano di maggiore equilibrio rispetto ai tempi di Riina – quando gli alleati della mafia vivevano con la pistola puntata alla tempia – allora sono d’accordo.
Al momento dell’arresto avrebbe detto ai poliziotti: «Non sapete quello che fate». Cosa intendeva dire?
È l’ennesima manifestazione dell’ideologia mafiosa, che di fronte all’autorità si mostra sempre come collaboratrice. Questo episodio mi ricorda quello che disse il brigante Ferrarello nel 1924 quando fu arrestato: «E adesso chi manterrà l’ordine nelle campagne?». Il mafioso, messo di fronte all’autorità, si pone sempre come collaboratore nella difesa dell’ordine e rimprovera ai poliziotti di aver fatto un gesto eccessivo che danneggerà loro stessi. Tipica ideologia mafiosa, distillato purissimo.
Perché gli inquirenti hanno insistito così tanto nell’evidenziare che si è arrivati all’individuazione del super latitante grazie a indagini tradizionali, senza soffiate né indicazioni di pentiti?
Ho trovato quell’enfasi sospetta. Non ci sarebbe stato nulla di male a servirsi di indicazioni confidenziali. D’altra parte lo si è sempre fatto. Mi sembra quasi un depistaggio. Una excusatio non petita, che diventa una accusatio manifesta. Oppure, semplicemente, poiché si polemizza sempre con i pentiti, hanno voluto pararsi le spalle da contestazioni.
È compatibile la figura di questo anziano malato, incontinente, segregato in una stanza poverissima, con la leadership di una organizzazione che, secondo le varie agenzie investigative che operano nel nostro Paese, fattura miliardi di euro? O è il nostro modello concettuale di mafia che va rivisto?
Un po’ entrambe le cose. È difficile stabilirlo. L’idea di una mafia come di una corporation che fattura miliardi di euro è un’idea sbagliata, anche se molti mafiosi fatturano miliardi. Ma non è detto che tra loro ci sia Provenzano. Lui è un broker d’affari che se le cose si mettono male può anche utilizzare la risorsa dell’intimidazione violenta. Non risulta da nessuna fonte che la mafia sia una corporation, se non da fonti giornalistiche e di altra natura, comunque superficiali. E non lo era neanche ai tempi di Riina. La mafia è un sistema di relazioni in cui ci sono numerosi uomini d’affari che fanno soldi grazie all’illegalità. È un’altra cosa. Quando i soldi li facevano i Salvo e i Sindona, non necessariamente li faceva Riina.
C’è poi la possibilità appunto che la figura di Provenzano sia residuale, che abbia avuto un ruolo rilevante dopo gli arresti degli anni 90, ma poi braccato si sia rifugiato nel suo paesello di campagna. Al contrario, però, bisogna dire che anche Saddam Hussein è stato preso in un buco, ma ha certamente avuto un tempo in cui ha accumulato ricchezze. È difficile rispondere al suo quesito, ma è evidente che c’è qualcosa che non torna.
Per la successione alla guida di Cosa Nostra sui giornali si è già scatenato il “toto nomine”…
Un altro segno del semplicismo con cui si affrontano questi argomenti. Ma chi l’ha detto che ci deve essere un capo? Cosa faranno, le elezioni come per il Presidente della Repubblica? È una rappresentazione non realistica. È chiaro che in certe fasi ci sono elementi carismatici che possono favorire processi di centralizzazione. Ma non è un percorso obbligatorio. Non detto che la mafia abbia bisogno di un grande capo. E se in certe fasi lo ha avuto, non è detto che ne abbia bisogno adesso. E se anche fosse così, non è detto che debba essere per forza un latitante. Storicamente la maggior parte dei leader mafiosi non sono stati latitanti. Se ne stavano a casa loro, perché nessuno riusciva a individuare la loro responsabilità, o neanche ci provava. Storicamente la mafia non si vede.
Si può dire che dopo l’arresto di Riina e dei suoi figli e dopo la cattura di Provenzano sia giunta al suo termine la saga dei Corleonesi che per trent’anni hanno guidato Cosa Nostra?
Sì, ma non credo che sia rilevante ragionare sulla provenienza geografica delle persone. La mafia è un’organizzazione collettiva, che ha tanti luoghi di vita e di attività; è una federazione di gruppi locali o affaristici che ha bisogno di qualcuno che assuma la gestione degli affari comuni. Per un certo periodo hanno centralizzato queste funzioni i leader corleonesi, magari ora non sarà così. Anche sui corleonesi si è fatto un investimento mitologico non da poco: i “corleonesi” non sono altro che la grande alleanza della mafia palermitana con quella dell’hinterland.
Luciano Violante ha affermato che dopo questa operazione importantissima è possibile assestare il colpo di grazia. Lei ci crede? Non lo si diceva anche negli anni 90 quando in più, rispetto a oggi, c’erano centinaia di collaboratori di giustizia?
No, non ci credo, ma non sottovaluto affatto l’importanza di queste operazioni per raggiungere il risultato tanto agognato. Però non vedo perché Provenzano non possa essere facilmente sostituito da uno o più successori. Si ragiona spesso in uno schema carismatico che non condivido.
Se potesse incontrare Provenzano cosa gli chiederebbe? A proposito di quali pagine della storia vorrebbe conoscere la sua versione dei fatti?
I mafiosi dicono sempre le stesse cose: loro sono buoni, mantengono l’ordine. Tutte sciocchezze. Ma se fosse per assurdo disponibile a dire la verità gli chiederei in che misura la mafia si è mossa in una logica di supremazia verso altri poteri, ovvero di collaborazione o di subordinazione. Su questo abbiamo solo le testimonianze dei gregari, ma loro queste cose non le sanno. Il gregario che ha visto Andreotti baciare Riina non sa cosa significhi quel bacio, chi è subordinato a chi. Su questo sarebbe interessante conoscere la versione di Bernardo Provenzano
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Con la cattura di Provenzano è finito un incubo (quello del supercapomafia onnipotente, al centro di tutte le trame criminali del nostro tempo), è finita la farsa (quella della “primula rossa” inafferrabile, nonostante fosse, come tutti pensavano e dicevano, a due passi da casa, e inconoscibile, nonostante la pioggia di identikit presentati pure a “Chi l’ha visto”, delle esternazioni che lo davano per morto o dei filmati che lo reclutavano tra i fantasmi), ma non è detto che sia finito lo stereotipo (secondo cui Provenzano avrebbe incarnato l’“altra mafia”, quella della moderazione e della pax mafiosa).
Un uomo per tutte le stagioni. La “pista del bucato” (il latitante da 43 anni è stato trovato seguendo il viaggio di un pacco con la biancheria pulita inviato dalla moglie, dalla sua casa di Corleone) questa volta è andata in porto e non ci si può non chiedere quante altre piste, in più di quattro decenni, sono state percorse invano o sono state lasciate a metà o non sono state neppure avviate.
Premono altre domande: chi è stato realmente Provenzano, chi ha coperto la sua latitanza, cosa può succedere dopo la sua cattura?
Provenzano è stato presentato come lo stratega e il garante della pax mafiosa e il campione della moderazione. In realtà è stato un uomo per tutte le stagioni: killer con Luciano Liggio in gioventù, stragista con Riina negli anni 80 e nei primi anni 90, ha riverniciato la moderazione quando Cosa Nostra ha ricevuto dei colpi e bisognava far buon viso a cattivo gioco. Più una scelta obbligata che una vocazione. Un’ennesima dimostrazione della capacità della mafia di coniugare continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto.
Chi ha coperto la sua latitanza? Ormai è il segreto di Pulcinella: Provenzano è stato coperto da professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. Di parecchi si sanno nome e cognome, qualcuno è sotto processo, con varie incriminazioni, che vanno dall’associazione mafiosa al concorso esterno e al favoreggiamento.
Non so se Provenzano collaborerà (più d’uno pensa di no), comunque ora che è stato catturato ci sarà modo di aggiungere altri nomi a una lista che è già abbastanza nutrita. E va ribadito che coloro che hanno garantito una latitanza così lunga sono gli stessi o sono amici e colleghi di tutti coloro che hanno messo in piedi la struttura imprenditoriale-finanziaria e assicurato proficui collegamenti con il mondo politico e istituzionale.
Gli altri protagonisti. Ormai tutti, o quasi, parlano di “borghesia mafiosa”, espressione che utilizzo dai lontani anni 70 e che fino a poco tempo fa era considerata frutto di fantasie estremistiche e di “suggestione”, ma si tratta di un concetto concretissimo che, lungi dal configurare una criminalizzazione generalizzata, individua in soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, lo zoccolo duro su cui si regge il fenomeno mafioso. Se la mafia fosse soltanto qualche migliaio di criminali di professione, sarebbe certamente un fenomeno grave, ma è questo legame, storico e attuale, con questa frazione di classe dominante e con un più vasto blocco sociale che ne fa un protagonista del sistema di accumulazione e di potere.
Avere puntato i riflettori solo su Provenzano e su altri campioni della mafia militare ha significato ignorare tutto il resto, nonostante che non ci sia occasione in cui il presunto “sommerso” viene a galla, ma si fa finta di non vederlo.
Mala tempora currunt. Un tempo la lotta contro la mafia avveniva soprattutto sul terreno politico; da decenni la politica ha delegato tutto alla magistratura, rilasciando una cambiale in bianco quando si tratta di rispondere all’esplosione della violenza mafiosa, e ritirando la delega quando la violenza si attenua o viene a cessare; battendo le mani quando si arrestano e condannano capimafia e gregari e gridando al complotto delle “toghe rosse” quando si comincia a far luce più in profondità. Quello che è avvenuto negli ultimi anni va ben oltre l’oscenità. Un Governo e una maggioranza che hanno teorizzato e praticato la “legalizzazione dell’illegalità” e hanno attaccato frontalmente chi esercita il controllo di legalità, magistrati in testa. L’illegalità è diventata una risorsa, l’impunità una bandiera.
Al di là del folklore. E in questo contesto, si può anche arrestare Provenzano, ma l’alt ad andare oltre è più esplicito che sottinteso. Per averne una riprova si legga la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare antimafia che esclude il rapporto mafia-politica, ma anche l’opposizione non ha fatto il suo dovere (non per caso nel 2005 mi sono dimesso da consulente della Commissione).
Cosa rispondere all’altra domanda posta all’inizio: che succederà dopo l’arresto di Provenzano? Riprenderà la vocazione stragista, ci sarà una guerra di successione? Non è da escludere, ma credo che parecchi mafiosi abbiano capito che la pax è un ottimo affare. Il problema è un altro: il sistema relazionale che fa forte l’organizzazione criminale reggerà o sarà incrinato dal quadro socio-politico che si profila in Sicilia e nel Paese? L’arresto del capomafia cade in un momento emblematico, che può preludere a dei cambiamenti che possono essere solo marginali e di facciata o delle autentiche rotture.
C’è da augurarsi che i giorni a venire portino a un impegno non solo contro l’organizzazione criminale, ma anche contro un sistema di accumulazione e di dominio, che sappia misurarsi su vari terreni, andando oltre il folklore delle ricotte della masseria corleonese e l’ermeneutica dei pizzini di un criminale che si è inventato un ruolo di maestro di sapienza e sacerdote di un dio che maschera la ferocia sotto le vesti del paciere.
Dalla prefazione al libro di Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo Bernardo Provenzano, Rubettino 2006
Marzo 2006
ANTIMAFIA IN PIEMONTE
Un torinese in Commissione antimafia
"Mafia-politica? Questione rimossa"
Intervista a Gianpaolo Zancan di Marco Nebiolo
Alla fine la spaccatura è arrivata insanabile anche in Comissione antimafia. La XIV legislatura, caratterizzata da una contrapposizione quasi assoluta tra forze di maggioranza e di opposizione sui temi più importanti della politica italiana, non ha fatto storia a sé neanche sul tema fondamentale della lotta alle mafie. L’opposizione non ha firmato la relazione presentata dal presidente Centaro, e ha presentato una corposa relazione di minoranza. Punto di rottura fondamentale: l’oscuramento da parte della maggioranza del tema della commistione tra mafia e politica.
Ne abbiamo parlato con il senatore Giampaolo Zancan, torinese, avvocato penalista di chiara fama, eletto nel 2001 come indipendente dell’Ulivo e iscritto al gruppo dei Verdi. Oltre a essere membro della Commissione antimafia, è stato vicepresidente della Commissione Giustizia, segretario della Commissione Mitrokhin, membro della Commissione Telekom Serbia e della Commissione sull’occultamento dei fascicoli sui crimini nazifascisti. Un’intensa attività che però non proseguirà nella prossima legislatura, perché «la legge elettorale voluta dalla maggioranza prevede che gli eletti siano decisi dai partiti, non lasciando alcuno spazio agli indipendenti. Continuerò in altre forme la mia battaglia per i diritti».
Senatore Zancan, perché l’opposizione ha presentato una relazione di minoranza?
Perché il Governo ha cancellato la questione mafia dall’agenda politica dell’ultima legislatura, che si è caratterizzata negativamente anche per un attacco ai magistrati antimafia senza precedenti, nel quadro più complessivo del ridimensionamento dell’autorità e del prestigio dell’ordine giudiziario. Un filo rosso attraversa le dichiarazioni del Governo sin dal 2001. Gli esempi sono numerosi, dall’assenza di riferimenti alla mafia nel discorso programmatico del presidente del Consiglio Berlusconi, alle dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture Lunardi sulla necessità di convivere con la mafia, al recente discorso di inaugurazione dell’anno giudiziaro di Castelli, in cui il Ministro si è limitato a parlare genericamente di criminalità organizzata, lodando l’efficacia dei provvedimenti del Governo in questo campo.
Quali provvedimenti del Governo e della maggioranza hanno segnato un arretramento nella lotta alle mafie?
L’elenco è lungo, e la cosa grave è che questi provvedimenti non hanno trovato opposizione da parte della maggioranza in sede di Commissione antimafia. Pensi alla c.d “Legge obiettivo” sulle grandi opere: il ritorno agli affidamenti diretti degli appalti senza gare rende più facile l’infiltrazione della malavita nei lavori. Oppure alla mancata ratifica della Convenzione di Palermo del 2000 sulla lotta alla criminalità organizzata transnazionale. E cosa dire della cacciata di Tano Grasso dal ruolo di Commissario straordinario antiracket e usura? Ne abbiamo abbastanza per affermare che non solo la legislatura è stata carente, ma in molti punti addirittura favorevole all’antistato. Pensi che al funerale di un magistrato della statura di Nino Caponnetto il Governo non mandò in sua rappresentanza neanche l’ultimo dei sottosegretari.
Perché la maggioranza ha interesse a cancellare in modo così esplicito la questione mafia dall’agenda di Governo?
La maggioranza aveva vinto, in Sicilia, 61 collegi a zero, un capitale elettorale enorme, che forse pensa di preservare in questo modo. Ma credo che una risposta si possa trovare nelle emblematiche vicende giudiziarie di Dell’Utri e di Totò Cuffaro. Sono avvocato penalista da più di 40 anni e sono un garantista per natura. Dell’Utri è stato condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa a nove anni di reclusione. Fino a sentenza passata in giudicato lo si deve ritenere innocente, ma un conto è il piano giudiziario, un conto è il piano politico. Da questo punto di vista, il fatto che l’onorevole Dell’Utri abbia un ruolo centrale nella gestione della campagna elettorale di Forza Italia ha un significato enorme. Come il rinvio a giudizio del presidente della Regione Sicilia Totò Cuffaro per favoreggiamento a Cosa Nostra, che ha ricevuto, prima e dopo il rinvio a giudizio, la solidarietà del presidente della Camera Casini: questo gesto su un piano politico e sul piano dell’intensità del contrasto alla mafia ha un valore devastante, a prescindere dall’esito dei processi.
Nella relazione di maggioranza questi casi emblematici come vengono trattati?
Su Dell’Utri in circa 1600 pagine non è spesa neanche una parola. La questione Cuffaro viene liquidata in poche battute, insignificanti. Non c’è alcuna reazione di fronte a questi casi. È l’abdicazione del contrasto alla mafia.
Al caso Andreotti, invece, sono state dedicate centinaia di pagine…
Qui la cosa grave è che la Commissione non se ne è mai occupata. E credo giustamente, perché essendosene occupata ampiamente la magistratura ordinaria, salvo in presenza di elementi nuovi – che non sono mai pervenuti– la Commissione non aveva titolo per farlo. Tuttavia, molto inopinatamente – e altrettanto significativamente – la relazione di maggioranza dedica quasi 400 pagine al caso Andreotti. La mia impressione è che si tratti di un salvataggio richiesto. E anche se non è stato richiesto si tratta comunque di un salvataggio.
Che interesse c’è a compiere un’operazione di questo tipo?
C’è un filo conduttore che si vuole preservare tra una certa politica del passato e una certa politica di oggi: la convivenza con la mafia.
A proposito del presidente Cuffaro, sono molti gli esponenti del suo partito coinvolti in inchieste di mafia. Secondo lei esiste una questione Udc in Sicilia?
Il problema della commistione mafia-politica è un problema che non riguarda un solo partito. Tuttavia è vero che l’Udc presenta un numero di casi di coinvolgimento in indagini giudiziarie notevole. Ricordo che durante una delle missioni in Sicilia la Commissione interrogò il presidente Cuffaro. Io gli dissi: «Presidente, lei deve essere un uomo molto sfortunato, perché le persone che lei conosce spesso vengono arrestate». Disse che ero eccessivamente maligno. Risposi che potevo fare ben di peggio.
Il procuratore generale Caselli racconta che quando, nel 1993, giunse in Sicilia per guidare la procura di Palermo ebbe un impatto non facile con una certa mentalità siciliana molto complessa, fatta di sfumature difficili da decifrare per chi è originario del Nord. Durante questi anni, durante le missioni nelle regioni del Sud, ha riscontrato la stessa difficoltà?
La mafia, così radicata in Sicilia, si nutre di tutti gli stilemi comportamentali di quella realtà locale, con la quale cerca di vivere in simbiosi. Certamente è difficile comprendere come si realizza questa simbiosi, come si nutra di linguaggi, di culture, di modi di essere e di vivere. Si tratta però di una difficoltà iniziale assolutamente superabile. E poi sono sempre stato un grande lettore di Sciascia.
C’è qualche stereotipo di cui si è liberato?
Secondo me non bisogna neanche accentuare le difficoltà di comprensione. Bisogna attenersi ad alcuni punti fermi, tenere la barra dritta. Individuare gli intrecci e cercare di dipanarli.
Com’è affrontato il tema della responsabilità politica nella relazione di minoranza?
Lanciamo la proposta di promuovere, tra i partiti, un codice etico per escludere dalla politica le persone condannate in primo grado, o anche solo rinviate a giudizio, per fatti di mafia.
Come si concilia questa proposta con il principio di presunzione di innocenza?
Il garantismo è un fatto giudiziario. Kant diceva che la moralità è l’“a priori” della politica, non un dato posteriore alla medesima. Questo significa che un uomo politico ha doveri diversi rispetto a un privato cittadino. Chi si occupa della cosa pubblica ha vincoli di trasparenza maggiori, e per essere candidati è necessaria la trasparenza sin dal momento della candidatura. Per il semplice cittadino, invece, si può e si deve attendere la conclusione del procedimento penale.
La maggioranza come ha affrontato la questione ’Ndrangheta?
La sottovalutazione generale che pervade la relazione di maggioranza della commistione mafia-politica si ripercuote anche sulla lettura dell’emergenza Calabria. Secondo la maggioranza, tutto si riduce a episodi locali, limitati a casi autonomi. Invece la questione del rapporto mafia-politica è un problema di penetrazione a largo raggio, magari priva di una programmazione, ma accettata e condivisa nel metodo. Tutto ciò si ripercuote sul voto, spesso pesantemente condizionato. In quella Regione ci sono esempi clamorosi di quel rapporto malato.
Lei partecipò alla trasferta della Commissione a Locri dopo l’omicidio Fortugno. Cosa la colpì di quell’esperienza?
La scarsa consapevolezza da parte degli amministratori locali della gravità della situazione. Alle nostre domande su quali fossero le loro necessità più urgenti, c’era chi chiedeva qualche vigile urbano in più o provvedimenti di questa natura. È come se nel corso di una tempesta in mezzo al mare ci si preoccupasse delle scarpe che non riparano a sufficienza. Manca la coscienza di essere in una Regione dove la presenza mafiosa raggiunge la massima invasività a tutti i livelli.
Nella relazione di minoranza scrivete che il comportamento della maggioranza in commissione ha ricalcato quello della maggioranza di Governo e del Governo stesso: carenza di senso dello Stato e di responsabilità istituzionale. Quali comportamenti vi hanno portato a queste affermazioni?
Questa è la realtà, purtroppo. Se pensiamo al comportamento della maggioranza in antimafia rispetto all’attacco portato alla normativa sui beni confiscati – iniziato con il passaggio al Demanio della gestione di questi beni, scelta assolutamente incongrua, criticata aspramente dalla Corte dei Conti – non si può che rimanere sconcertati. E non dobbiamo dimenticare che la legislazione antimafia di questo Governo si inserisce in un quadro di legislazione del privilegio. Non c’è stata nessuna reazione degli esponenti della maggioranza in Commissione contro leggi manifestamente favorevoli alla mafia, prima fra tutti la legge sul rientro dei capitali dall’estero: quello è uno scudo fiscale per beni di riciclaggio illecito e mafioso. Avrebbe dovuto suscitare la reazione di tutta la Commissione antimafia, cosa che non è accaduta.
A proposito di riciclaggio, il procuratore Maddalena ha dichiarato che gli strumenti attuali di contrasto sono insufficienti e che sarebbe necessaria l’inversione dell’onere della prova sull’origine degli arricchimenti. Cosa ne pensa?
È una proposta che urta il mio garantismo. L’origine degli arricchimenti può essere lecita e tuttavia può essere interesse del proprietario mantenerne riservata l’origine. Il procuratore Maddalena ama le provocazioni intelligenti, ma sono convinto che non sia necessario arrivare a questi estremi per poter fare di più.
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Marzo 2006
Il reclutamento di infermieri extracomunitari
Corsia d'emergenza
di Elena Ciccarello
Un sistema sanitario a corto di fondi che si rifornisce da imprenditori con
pochi scrupoli. Una normativa che lascia spazio ai ricatti. A farne le spese sono gli infermieri stranieri, nuovo anello debole delle corsie
In Italia mancano gli infermieri, e Torino e Piemonte non fanno eccezione. Le stime dell’ultimo rapporto Ires parlano di un buco di 40 mila unità a livello nazionale. Per rispondere a questa “emergenza”, la legge Bossi-Fini ha esteso agli infermieri extracomunitari le regole d’ingresso riservate a calciatori, studiosi e gente di spettacolo, ma ne ha vincolato la permanenza sul territorio al datore di lavoro. Ne è derivato un mercato di braccia specializzate cui attinge, senza scrupoli, anche il sistema sanitario nazionale.
Questo il business: in un clima d’urgenza e di tagli, in cui i direttori sanitari badano più alle spese che alla scelta dei loro fornitori, alcuni imprenditori si sono specializzati nel reclutamento di personale all’estero e vendono “pacchetti di infermieri” ad aziende pubbliche e private, per un giro d’affari milionario. «L’impresario arriva nelle aziende sanitarie italiane con il suo catalogo, mostra le foto delle infermiere, con tanto di dati sulla loro nazionalità e specializzazione, contratta il numero e il prezzo, e poi partecipa insieme ad altri alla gara d’appalto», racconta l’avvocato Dario Gamba, consulente legale del Collegio degli infermieri di Torino.
La soluzione più comoda. Maria Adriana Bernardotti, che per l’Ires Cgil ha realizzato una ricerca sulla condizione in Italia degli infermieri non comunitari, ci spiega che «chi non ha cittadinanza italiana non può partecipare ai concorsi della sanità pubblica, e ciò autorizza le Asl ad appaltare interi reparti e servizi a cooperative o a fornirsi di personale in affitto presso le agenzie interinali». Le aziende sanitarie, infatti, anziché assumere direttamente gli infermieri stranieri con contratti a tempo determinato, come consentito dalla legge, si rivolgono invece, per comodità e risparmio, ad agenzie ex interinali (oggi chiamate “di somministrazione di lavoro”) e, ancora più spesso, a società cooperative, cui delegano la gestione di interi reparti, o chiedono il semplice affitto di personale. Queste ultime infatti, grazie alla loro particolare natura fiscale, riescono a proporre i prezzi più bassi: il costo della prestazione infermieristica scende così dai soliti 35/40 euro all’ora degli infermieri di ruolo ai 26/27 euro richiesti dalla cooperativa (dei quali solo 10, e si tratta dei casi migliori, vanno all’infermiere extracomunitario). Così la sanità spende mediamente 10/15 euro in meno all’ora per ogni lavoratore, e le società ne guadagnano migliaia al giorno. Tutto a scapito degli infermieri e del servizio.
Eppure non si tratta solo di risparmio, «c’è una forma di pigrizia, una certa indolenza burocratica e insensibilità al problema che spinge a rivolgersi al “caporale” che fornisce il pacchetto completo di infermieri e garantisce le sostituzioni», dice l’avvocato Gamba. Quando non si tratta di cinismo, come nel caso di direttori sanitari capaci di dire che preferiscono le rumene perchè «non mi restano incinte». Che poi i tassi di aborto tra le infermiere straniere siano altissimi, spesso proprio per la paura di perdere il lavoro, è un altro capitolo su cui varrebbe la pena ritornare.
Sono possibili ricatti “legali”? Quello degli infermieri è un mercato ormai fuori controllo in cui, accanto a soggetti che rispettano la norma, proliferano società molto meno serie. «Chi fornisce manodopera infermieristica senza l’autorizzazione ministeriale vìola la legge. Ma se guardiamo alla realtà dei fatti, scopriamo che molti ingaggi infermieristici oggi ricadono proprio in questa forma di somministrazione illecita», continua Gamba. Viene da chiedersi come ciò sia possibile. «Le sanzioni non scattano perché la sensazione è che si andrebbe a colpire un intero sistema, ormai sedimentato su queste forme più o meno legittime di caporalato», spiega ancora l’avvocato.
Le agenzie e cooperative per il reclutamento di personale hanno aperto filiali all’estero, selezionano le domande, preparano i documenti, provvedono al trasporto dei lavoratori nonchè alla loro sistemazione una volta arrivati. Spesso questi passaggi vanno oliati con il denaro: «Alcuni imprenditori, che avevano aperto proprie sedi in Romania per reclutare personale, ci hanno segnalato di essere stati minacciati da altre società presenti sul territorio, solite chiedere la “stecca” per portare personale in Italia», denuncia Pierino Crema, segretario provinciale per la funzione pubblica della Cgil di Torino. Nelle pratiche di reclutamento il confine tra lecito e illecito appare molto sottile. «Posso capire che una società che anticipi i soldi per il viaggio dei suoi dipendenti poi ne chieda la restituzione, ma quando si parla di 3/4.000 euro, allora è chiaro che si tratta di forme di tangenti», continua Crema.
Vessazioni e speculazioni non finiscono neppure con l’arrivo in Italia, alcuni infermieri raccontano infatti di essere stati privati dei documenti. Eppure la paura di perdere il permesso di soggiorno e la prospettiva del guadagno spegne le eventuali proteste. «Il caporale ha un potere enorme sull’infermiere, poiché gestisce il suo lavoro e la sua possibilità di restare in Italia. Così il contratto d’affitto e l’assunzione, documenti perfettamente legali ma indispensabili per ottenere il permesso di soggiorno, nelle mani del datore di lavoro possono diventare strumenti di sfruttamento» dice Gamba, che aggiunge: «Spesso accanto ai “ricatti legali” ne sorgono altri del tutto illeciti, come la sottoscrizione di impegni a pagare 5/6.000 euro in caso di recesso dall’impiego. Per cui capita che alcuni infermieri, trovato un lavoro meglio pagato, non abbandonino il loro caporale convinti di aver firmato un atto vincolante».
La paura mette a tacere. Abdel Rahim Belgaid, infermiere marocchino di 42 anni, che lavorava all’ospedale Molinette di Torino per conto della cooperativa “Vita serena”, oggi non cammina più perché ha subito una grave lesione spinale. La sera del 12 dicembre scorso era andato a reclamare dei pagamenti arretrati al suo datore di lavoro, Michele Arcuri, ma dall’edificio è uscito in barella. La sua storia, riportata dai giornali, ha aperto uno squarcio su un mondo difficile da investigare: «È stato difficilissimo intervistare gli infermieri stranieri: sono rimasta veramente impressionata, è stata la prima volta in tanti anni di studi sull’immigrazione. Questa difficoltà è una spia delle condizioni di ricattabilità e di paura in cui vivono questi lavoratori», dice la ricercatrice Adriana Bernardotti.
C’è molta riluttanza a denunciare, e gli infermieri più consapevoli dei propri diritti tendono a risolvere la loro situazione privatamente, magari riuscendo ad ottenere migliori condizioni lavorative al costo del proprio silenzio. Molti hanno paura, o semplicemente non hanno coscienza di essere sfruttati. «Mi è capitato di accompagnare personalmente dalle autorità giudiziarie degli infermieri che avevano raccontato di storie terribili, e vederli ammutoliti dal terrore. Talvolta c’era il loro caporale ad aspettarli all’uscita», dice l’avvocato Gamba. C’è la storia paradossale di un’infermiera extracomunitaria che si era resa disponibile, purché ne fosse garantito l’anonimato, a testimoniare la propria condizione di sfruttamento davanti alle telecamere. Il servizio era stato trasmesso su Rai tre all’interno della trasmissione “Shukran”. Ma davanti alle forze di polizia la donna aveva poi ritrattato tutto, tra le lacrime. «Ci sono dei pettegolezzi in merito, che sostengono si sia fidanzata con un caporale e che adesso lavori in quel giro. Il dato certo è che sempre più stranieri stanno diventando a loro volta intermediari, favoriti anche dalla conoscenza della lingua. Tornano in patria e raccontano ai connazionali i vantaggi di venire a lavorare in Italia, facendosi strumenti di reclutamento», conclude il legale.
Razzismo in corsia. A fare le spese di questa situazione, naturalmente, sono anche i pazienti. Non sempre infatti gli infermieri extracomunitari hanno una preparazione adeguata, né conoscono bene la nostra lingua. Il loro ruolo tende a ridursi a quello di assistenti. «Spesso si pongono in maniera subalterna, e qualcuno dei nostri può essere gratificato dall’avere degli aiutanti disponibili per le mansioni meno professionali», dice Michele Piccoli, ex presidente del Collegio degli infermieri di Torino. Il rapporto con i colleghi italiani non è dei più facili. «Alcuni di loro mostrano un buonismo peloso rapportandosi agli stranieri come a gente incapace. Li lasciano seduti a far niente» continua Piccoli. «Il razzismo che talvolta si manifesta nei reparti è frutto di una lotta tra poveri, perché le assunzioni di stranieri hanno effetti devastanti sul sistema contrattuale». Capita infatti che lavorino fianco a fianco persone retribuite 1.500 euro al mese e altre, straniere, che ne guadagnano, per lo stesso lavoro, 900, e che le aziende sanitarie, per contenere le spese, tendano sempre più ad esternalizzare i servizi, favorendo così la privatizzazione e la precarizzazione del settore. Se ne lamentano i professionisti italiani, ma anche le agenzie ex interinali, le uniche che per legge possono intermediare lavoro e che sono costrette a rispettare le condizioni contrattuali nazionali di settore, ma che si vedono frequentemente rimpiazzate dalle cooperative.
Laureati pendolari. Eppure il personale straniero potrebbe tradursi in una preziosa risorsa per le nostre strutture, per il suo potenziale di mediazione culturale. «Pensi ad una infermiera che venga dal Maghreb e si sia laureata in Italia: avrebbe un’ottima preparazione, spendibile sia da noi che nel suo Paese, conoscerebbe entrambe le lingue e culture: una straordinaria possibilità di mediazione senza alcuna spesa aggiuntiva», fa notare Piccoli. «Trovo paradossale che circa il 10% degli iscritti ai nostri corsi universitari siano extracomunitari che, finiti gli studi, sono costretti a tornare nel loro Paese d’origine e passare per gli intermediari per tornare a lavorare in Italia. La nostra Università, i nostri contribuenti pagano l’istruzione di persone che poi diventano strumenti di profitto per i “caporali” della sanità», si sfoga Piccoli, che ha in mente un progetto: «Una collaborazione tra l’Università di Sibiu e quella di Torino, che preveda il riconoscimento in Italia del titolo di studio straniero, periodi di stage e corsi di lingua italiana, di modo che ci sia uno scambio solidale e trasparente attraverso le istituzioni pubbliche e nessuna intermediazione privata». I vantaggi sarebbero reciproci: «Noi avremmo personale adeguatamente preparato, e i giovani che volessero rientrare nel Paese d’origine porterebbero con loro professionalità e coscienza dei propri diritti».
Il Piemonte fa il primo passo. Chiediamo se c’è una specificità piemontese sulla questione, e Gamba ci risponde positivamente: «Nella nostra Regione c’è una volontà particolare di reagire e risolvere il problema. Non a caso è l’unica il cui assessore alla sanità, Mario Valpreda, si è attivato firmando, lo scorso 22 dicembre, un protocollo con le parti sociali per “il superamento delle forme improprie di reclutamento di personale”». Lo scopo immediato è infatti sollecitare le Asl ad assumere direttamente gli infermieri attraverso contratti di diritto privato a tempo determinato. Ma è solo l’inizio, e il segretario Cgil Pierino Crema si dice convinto che l’assunzione nel pubblico impiego, anche di personale senza cittadinanza italiana, sia una strada obbligata: «È una politica già utilizzata all’estero. Le figure dei mediatori culturali non possono essere occasionali, soprattutto nei servizi in cui più alta è l’utenza straniera, come la sanità».
Ma non esiste alcuna strategia nazionale per la risoluzione del problema, relegato alle realtà locali; del resto il giro di denaro che sta dietro questi problemi, e l’enormità del sistema coinvolto, è tale da allontanare la possibilità di soluzioni a breve scadenza.
Gennaio 2006
Le ganasce dell'Onu
di Lucia Vastano
Dallo scorso dicembre le Nazioni Unite hanno un’arma in più contro la corruzione: la “Convenzione di Merida”, primo strumento globale per coadiuvare gli Stati nella lotta contro il fenomeno
Pedro Alvarez conosce molto bene il significato della parola tangente. Per lui è l’arma con la quale “el diablo”, il diavolo, ha distrutto la sua vita per sempre. Un diavolo che ha nome e cognome, quelli del funzionario del suo villaggio, nello Yucatan, che gli ha chiesto una tangente per far arrivare la corrente elettrica fino a casa sua e mettere così in moto la pompa per irrigare i suoi campi. All’inizio si era rifiutato di pagare, sperando che prima o poi quella firma arrivasse ugualmente. Ma il tempo passava, e ben presto non gli rimasero alternative: o si decideva a sborsare il denaro, o tutto sarebbe andato in rovina. Nel villaggio altri erano nelle medesime condizioni. Sempre più capifamiglia avevano deciso di accettare la proposta. In fondo, meglio pagare un funzionario corrotto che soccombere. Così sul tavolo del funzionario arrivò nuovamente la richiesta di Pedro Alvarez. Ma quel timbro gli costò più di quanto poteva permettersi. Fu l’inizio della fine.
Miliardi di “favori”, nessun diritto. Arrivò a chiedere prestiti agli usurai, poi fu costretto a vendere la terra. Da allora sono passati dieci anni. Pedro non ha più niente, neppure la famiglia, che ha lasciato per la vergogna di non riuscire più a mantenerla. È un ubriacone che chiede l’elemosina all’uscio della cattedrale nello zocalo, la piazza principale di Merida. Non entra più nemmeno nella chiesa, perché “el diablo” in persona lo ha corrotto. «Mi ha marchiato a fuoco per sempre», dice mentre allunga la mano per elemosinare.
Non basta offrire qualche pesetas per aiutare la gente come lui. Non basta tutta la generosità del mondo per mettere fine alla piaga della corruzione. L’Onu ha stimato che ogni anno vengono pagate tangenti per circa 840 miliardi di euro per ottenere “favori” di diverso tipo, spesso soltanto per avere accesso a beni primari a cui si ha diritto. «La corruzione, distogliendo risorse che andrebbero destinate allo sviluppo, minando la capacità dei Governi di garantire i servizi essenziali, alimentando la disuguaglianza e l’ingiustizia e scoraggiando gli investimenti e gli aiuti esteri, colpisce soprattutto le fasce più povere», ha affermato Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite.
Un storico accordo. È per questo che, proprio vicino a quella cattedrale dove Pedro consuma la sua esistenza, il 9 dicembre 2003 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) ha presentato ai 129 membri presenti la “Convenzione contro la corruzione”, firmata immediatamente da 96 Stati (tra cui l’Italia, con la firma apposta dal ministro della Giustizia Roberto Castelli), mentre il Kenya l’ha anche ratificata. «Si tratta di un avvenimento storico: in 50 anni di vita delle Nazioni Unite non era mai accaduto che in occasione dell’apertura alla firma un Paese consegnasse anche gli strumenti di ratifica. Questa è ovviamente una chiara manifestazione dell’impegno considerevole del Kenya, ma soprattutto testimonia la fiducia che questo nuovo strumento a disposizione della Comunità internazionale possa realmente essere incisivo», ha dichiarato Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Unodc.
Il 14 dicembre scorso, con la ratifica della 30a nazione (l’Ecuador), come previsto nel suo testo, la “Convenzione di Merida” è entrata in vigore. Un successo per le Nazioni Unite e una rivincita, anche se tardiva, per i milioni di Pedro sui loro “diablos”. Se la giustizia espressa dalla Convenzione non rimarrà sulla carta, i “diavoli” avranno una vita sempre più difficile.
Prima tappa: Palermo. Ma quali armi ha messo a punto l’Unodc per combattere la corruzione? «La Convenzione – dice Costa – va inserita nel contesto più generale della lotta alla criminalità ed ha una sua storia alle spalle che è bene ricordare. Nel campo della prevenzione del crimine e della giustizia era già entrata in vigore la “Convenzione contro il Crimine Organizzato Transnazionale”. Negoziata a Vienna dal 1998 al 2000 e aperta alla firma a Palermo nel dicembre di quest’ultimo anno, tale convenzione già conteneva articoli che fanno riferimento al problema della corruzione. A Palermo si sottolineò l’importanza di avviare una concreta discussione mirata all’elaborazione di una distinta e specifica Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione. Quali sono ora gli elementi di novità? Io la definisco una convenzione dalle “ganasce potenti”. Questa convenzione vincola i Paesi contraenti ad armonizzare i loro dettati legislativi a quanto da essa previsto. Per capire fino a che punto sia imperativo l’impegno richiesto ai Governi è sufficiente leggere i 72 articoli della Convenzione e ci si imbatte frequentemente in disposti quali: “Governments shall do, shall engage, shall commit themselves” (i Governi devono fare, devono impegnarsi, nda.), mentre solo per un numero limitato di articoli i Paesi sono semplicemente invitati, o si richiede loro soltanto di “compiere i loro migliori sforzi per...”. Ora che è entrata in vigore la Convenzione, le Nazioni Unite – in particolare gli organi di Vienna e l’Unodc –, che svolgeranno un’azione di verifica della sua applicazione, potranno chiedere ai Paesi contraenti l’adempimento degli obblighi previsti».
Scavalcare il segreto bancario. «La Convenzione – ha affermato Costa – punta il dito su uno degli elementi tipici della corruzione: l’interazione privato-pubblico. Un esempio: il funzionario pubblico che autorizza la costruzione di una strada e impone una tangente alla ditta costruttrice. Ma la Convenzione considera in modo rilevante anche l’aspetto prettamente “privato” del fenomeno, dal momento che l’analisi statistica dei reati di corruzione dimostra come questi assumano un particolare rilievo e nuocciano ad interessi fondamentali anche quando vengano esercitati completamente da parte di entità private. È questo il caso di quelle vicende, come quello di Enron, in cui vengono violati i diritti dell’azienda o dell’azionista e dell’interesse generale al mantenimento di un corretto sistema di concorrenza. Non ci devono essere zone di ombra. I principi sanciti devono riguardare tutta la Comunità internazionale anche quando siano coinvolte organizzazioni come le stesse Nazioni Unite o la Banca Mondiale. La Convenzione pone l’accento sull’aspetto specifico delle rogatorie, dei mandati di cattura e dell’estradizione.
A livello di cooperazione internazionale è fondamentale aver scavalcato quello che fino ad oggi era un grande ostacolo: il segreto bancario. La Convenzione sancisce in due articoli, uno sulla criminalizzazione l’altro sulla cooperazione internazionale, che i Paesi e le loro istituzioni finanziarie non possono più appellarsi al segreto bancario per impedire l’impiego di strumenti giudiziari quali rogatorie, mandati di arresto ed estradizione. Anche in Europa dovranno cambiare molte cose, soprattutto in quei Paesi in cui il segreto bancario è tutt’oggi considerato invalicabile».
Buoni propositi solo sulla carta? Dei 129 Stati firmatari ad oggi solo 30 hanno ratificato la Convenzione sulla corruzione. Tra quelli più industrializzati, solo Francia e Sud Africa. Che cosa significa ciò? Rimarranno, quelle scritte nelle pagine di Merida, solo delle belle parole?
«Per quanto riguarda l’Europa e gli Stati Uniti, le prescrizioni della Convenzione sono già contenute nei Codici nazionali. Per questo, il fatto che ancora non sia stata ratificata potrebbe non costituire un problema – sostiene Maria Teresa Brassiolo, presidente di Transparency International Italia, un’associazione che si batte contro la corruzione –. Ma non è certo un messaggio positivo che viene lanciato a livello internazionale. Il rischio che gli auspici rimangano buoni propositi sulla carta esiste. Io guardo con più convinzione la “Convenzione contro la corruzione” siglata dall’Ocse nel 1997. Essa rappresenta una tappa sicuramente epocale che ha cambiato radicalmente l’approccio al problema, soprattutto perché si è data delle regole di controllo annuale che vengono rispettate. È con questa Convenzione che si è stabilito a livello internazionale che le società che commettono atti di corruzione ne sono responsabili e quindi sono perseguibili. Non è un passo da poco visto che nel diritto romano, a differenza di quello anglosassone, “la società non può delinquere”. Spero che la Convenzione di Merida venga ratificata anche dall’Italia perché è fondamentale che siano lanciati messaggi forti per cambiare la cultura della corruzione nel nostro Paese. Le leggi da sole non bastano se mancano l’educazione e la percezione che la corruzione non è un atto di furbizia, ma un reato, un atto di delinquenza che castra lo sviluppo. A volte la stampa contribuisce a creare questa cultura errata. Per esempio, usando il termine “furbetti del quartiere” e non il più opportuno “disonesti del quartiere”. Chi ruba, truffa, corrompe non può essere rappresentato come uno più sveglio degli altri. Senza l’educazione alla legalità, le leggi non servono a nulla. Educazione significa anche che tutti i cittadini abbiano modo di venire informati sui loro diritti, sulle opportunità a loro offerte, senza discriminazione alcuna in modo che vi possa anche essere una leale concorrenza.
Non vi deve essere da parte di alcuni un accesso privilegiato alle informazioni. Lavorare sull’educazione richiede tempi lunghi, ma porta a successi ben più profondi e radicali. Per questo i messaggi lanciati a livello istituzionale sono importanti. In questo senso la ratifica da parte dell’Italia della Convenzione di Merida è un momento di crescita per il nostro Paese ed è pertanto auspicabile che venga attuata in tempi brevi».
Gennaio 2006
dal Dossier: Tratta di esseri umani
Più tutela per le vittime
Intervista a Elsa Valeria Mignone di Manuela Mareso
Sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lecce, Elsa Valeria Mignone si occupa di tratta da quando il fenomeno non era ancora individuato specificamente come tale. Erano gli anni Novanta, quando le coste leccesi vennero prese d’assalto dagli scafi albanesi: all’epoca si parlava di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. «La tratta è stato all’inizio un incidente di percorso, ci si limitava a prendere cognizione e ad assistere», ci dice. Il distretto leccese, quello più a est d’Italia, resta ancora oggi un osservatorio privilegiato per la conoscenza del fenomeno migratorio e dunque della tratta e dei crimini accessori. Sono inoltre molto significativi i dati della provincia di Lecce relativi alle richieste ex art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione, che prevede il permesso di soggiorno per protezione sociale (vedi box p. 18, ndr.): 222 fino al 2002, circa il 15% del dato nazionale.
Dottoressa Mignone, quali erano le caratteristiche dei primi sbarchi?
Inizialmente gli sbarchi nel Salento avvenivano prevalentemente a sud di Brindisi, fino al capo di Santa Maria di Leuca, e non al Nord, nell’area compresa tra Brindisi e Bari perché con lo smuggling (il contrabbando di persone, ndr.) non si voleva interferire negli altri traffici della criminalità organizzata: c’era quindi un chiaro accordo tra gruppi criminali. Tutto questo bastava a dimostrare che il fenomeno dell’immigrazione era un fenomeno di criminalità organizzata, indipendentemente dal fatto che questo dato riuscisse, o riesca, ad emergere processualmente.
Dunque la vittima di tratta è vittima di criminalità organizzata?
Certamente, ed è questa la premessa fondamentale per comprendere qual è la posizione processuale di queste vittime. Con questo intendo dire che non è solo il rapporto della vittima di tratta e del suo sfruttatore che va considerato.
Alla vittima del traffico, proprio per la sua storia di particolare violenza, psicologica, ma nella maggior parte dei casi anche fisica, deve inoltre essere assicurata piena dignità processuale in senso lato sin dal primo momento dell’approccio con gli investigatori, che devono avere già una professionalità. Ad operare dovrebbero essere squadre appositamente formate, che sappiano approcciare la vittima e che non si trovino a operare casualmente. Anche l’agente che intercetta per strada la vittima dovrebbe avere sempre una squadra di riferimento.
Il rapporto recentemente redatto dal Gruppo esperti della Commissione europea segnala come estremamente problematica la distinzione tra “vittime innocenti” e “vittime colpevoli” (cioè consapevoli del fatto che sarebbero state sfruttate), specie in relazione alla tratta per scopi di prostituzione forzata. A lei risulta che questa distinzione, dichiarata dal Gruppo “falsa”, rappresenti un problema per la tutela delle vittime?
Assolutamente sì, anche perché dal mio osservatorio registro un’involuzione, un deterioramento complessivo dell’importanza della posizione processuale della vittima della tratta. I processi che noi abbiamo instaurato inizialmente si fondavano sul concetto di schiavitù (usavamo gli artt. 600 e 602 del codice penale: riduzione e mantenimento in schiavitù). Abbiamo raccolto testimonianze di ragazze che venivano visionate come animali, guardate addirittura in bocca per controllare i denti. Non veniva lasciato loro nulla: i documenti anzitutto, ma anche vestiti e accessori erano forniti dai loro sfruttatori. Una condizione di assoggettamento totale. Inizialmente le parole di queste ragazze, un po’ per la novità, un po’ per l’efferatezza delle cose che raccontavano, venivano considerate con grande rispetto, che invece ho poi visto scemare successivamente. Un collega che doveva sostituirmi nel corso di una udienza dibattimentale mi disse: “Ma perché ti raccomandi tanto? In fondo è solo una prostituta”. Ho visto, insomma, crescere progressivamente una sorta di sfiducia e diffidenza.
Dovute a cosa?
Sostanzialmente all’interesse che la vittima avrebbe ad accedere ai programmi di protezione sociale previsti dall’art. 18. Il paragone che meglio spiega quanto sto rilevando è quello con la parola del collaboratore di giustizia: si parte già con una svalutazione della collaborazione della parte offesa, dovuta al sospetto da parte di chi giudica e da parte del magistrato inquirente che le dichiarazioni rilasciate siano strumentali (per la possibilità, appunto, di usufruire dei benefici previsti dall’articolo 18) e non genuine, perché le vittime, o presunte tali, potrebbero riproporre come proprie le vicende vissute da altre, magari sentite raccontare in seguito al trasferimento in luoghi in cui si trovano altre ragazze che hanno già riferito le proprie storie.
Sono rischi così comuni?
Personalmente mi sono capitati solo due casi, pochi ma sufficienti a dire che il rischio esiste. Ma il fatto che la parola della vittima possa essere screditata per l’interesse ad accedere all’articolo 18 deve essere assolutamente superato, tanto più che esiste oggi una giurisprudenza della Corte di Cassazione relativa ai collaboratori di giustizia, che può essere mutuata per quanto riguarda l’art. 18.
La Cassazione in sostanza dice che noi non possiamo dire che la parte offesa non è attendibile solo perché può essere incentivata alla collaborazione con la giustizia per usufruire di benefici premiali, perché questo costituisce da sempre una prassi della nostra organizzazione giudiziaria.
Dovrebbe essere provato un intento calunniatorio da parte della parte offesa, che dovrebbe dunque rispondere poi del reato di calunnia.
Eppure in diverse sentenze ho visto screditare la parola della parte offesa adducendo come motivazione gli incentivi offerti dall’art. 18.
In merito invece al rischio che la ragazza intercettata usi le storie sentite da altre ragazze?
Anche questa è una eventualità più che reale, ma a questo punto sta a noi fare in modo di evitare i contatti. A Montecatini, a spese del Comune, le ragazze intercettate venivano fatte alloggiare in alberghi e poi solo dopo le prime dichiarazioni in centri. Quindi la non genuinità può essere evitata se c’è una procedura attenta e rigorosa della raccolta delle informazioni.
La parola deve avere una sua credibilità e deve rimanere deposizione di parte offesa, che sebbene non possa essere equiparata a quella del testimone estraneo ai fatti, può tuttavia essere assunta come unica fonte di prova della colpevolezza del reo.
Cioè quella parola non deve essere posta sullo stesso piano di un chiamante in correità, ma di parte offesa. Quindi la posizione deve essere equiparata a quella del testimone di giustizia e non del collaboratore di giustizia.
Dunque, premesso che sia sottoposta con rigore a una indagine positiva sulla credibilità, la parola della vittima deve essere assunta da sola come fonte di prova della colpevolezza?
Sì, e senza richiedere riscontri esterni. Invece, purtroppo, nel corso del giudizio questi ci vengono richiesti. Mi è capitato il caso di un trafficante che aveva contattato la madre di una ragazza, dicendole di farlo chiamare. La ragazza denuncia il fatto, gli investigatori si muovono e quando trovano il soggetto, al momento del fermo, questi aveva effettivamente un cellulare con quel numero. La ragazza viene allora dichiarata attendibile, ma non doveva essere questa la motivazione della credibilità della parte offesa, altrimenti la sua posizione, da parte offesa, diventa chiamante in correità.
Quanto è importante il ruolo delle vittime per l’emersione del fenomeno tratta?
È indispensabile, e dunque deve esserlo anche la loro protezione. La tratta è un fenomeno difficilissimo da individuare, le ragazze si fermano negli appartamenti a volte per non più di sette giorni, c’è una invisibilità di fondo; oltretutto la vittima spesso ha sfiducia nelle Istituzioni, visto, per esempio, che le polizie albanese e turca un tempo prendevano parte al gioco, o agevolando i trafficanti o ostacolandoli solo al fine di subentrare nella gestione della vittima, o quanto meno di percepire una tangente. Una ragazza ci ha raccontato che i suoi trafficanti erano preoccupati della polizia, ma solo perché temevano di dover versare una tangente. E il grosso problema è che per le ragazze una polizia equivale all’altra. È stato proprio su questo punto che le ong si sono rivelate una risorsa insostituibile: il percorso sociale previsto dall’art. 18 costituisce un’azione di sostegno, crea un rapporto di fiducia non solo con le associazioni, ma anche con le Istituzioni e può diventare un incentivo per una collaborazione giudiziaria successiva.
Quali sono gli elementi da considerare per tutelare il più possibile la vittima di tratta, non solo per ragioni umanitarie, ma alla luce della sua preziosità ai fini del contrasto al fenomeno?
È importante che la prostituzione non abbia rilevanza penale in relazione a chi la pratica proprio perché è importante che la vittima rimanga parte offesa. Criminalizzare la prostituta vuol dire svilire le sue dichiarazioni e dunque non voler combattere lo sfruttamento della donna vittima di tratta. In questo senso dar seguito ad eventuali proposte che accreditino in ambito governativo la perseguibilità del reato di prostituzione su strada sarebbe deleterio per il lavoro della magistratura.
Occorrono poi ulteriori cautele processuali: ad esempio la notifica degli atti processuali dovrebbe essere senza indirizzo, in località note alle Forze dell’ordine.
Va poi riconosciuta l’inadeguatezza dell’incidente probatorio, allorchè consente il confronto diretto tra la vittima e il carnefice. In Belgio esiste una forma analoga all’incidente probatorio in cui è garantita la presenza del difensore dell’imputato, ma non dell’imputato stesso. Questo perché spesso la vittima non regge il confronto con il carnefice, e arriva a ritrattare la sua testimonianza. L’esame potrebbe avvenire con vetro a specchio o a distanza, in videoconferenza, già prevista per le persone ammesse a protezione ex articolo 147 bis delle disposizioni di attuazione. Questa previsione normativa dovrebbe essere allargata.
L’incidente probatorio ha poi la sua durata: in questo periodo è importante che i soggetti rimangano in stato di custodia cautelare, perché se escono trovano il modo di contattare le ragazze anche quando sono all’interno dei Centri.
Dovrebbe sempre essere assicurata alla vittima la costituzione di parte civile. Può sembrare scontato e per noi di Lecce lo è, ma non è così in tutta Italia. Il procuratore aggiunto di Venezia, nel corso di un incontro, faceva presente che in quel distretto raramente si assiste alla costituzione di parte civile della vittima. Questa a mio avviso non deve essere assistita da un avvocato d’ufficio, ma da uno di fiducia, magari ricorrendo all’espediente del gratuito patrocinio, deve cioè avere una tutela effettiva nel corso del dibattimento. A Lecce questo viene garantito dall’associazione che l’ha presa in carico.
Le vittime di tratta vanno dunque protette…
Alla vittima di tratta si devono applicare le norme per la protezione dei testimoni di giustizia, di cui al decreto legge 15 gennaio 91 numero 8.
Quante volte le vittime, soprattutto dell’Est, mi hanno riferito di aver paura perché i loro familiari erano stati minacciati! In tale frangente mi sono sentita tremendamente impotente. Effettivamente, allo stato delle cose, non si può far altro che informare la vittima su questa effettiva evenienza, poiché, per poter far fronte a tali situazioni, occorrerebbe una sostanziale e concreta strategia di collaborazione tra Stati. Finché le legislazioni tra i vari Stati, almeno a livello europeo, non saranno ravvicinate, noi potremo solo prendere atto di questo fenomeno senza poter intervenire in altro modo.
Cosa possono fare di più le Istituzioni?
La provincia di Lecce ultimamente si sta costituendo come parte civile per il danno subito dal fenomeno. Essere assistita da un ente pubblico locale per la vittima di tratta è importantissimo!
Ma dico di più: a mio avviso sarebbe auspicabile la costituzione in giudizio dell’avvocatura dello Stato, in rappresentanza o del ministero dell’Interno o del ministero delle Pari opportunità su cui grava in parte l’onere finanziario del programma di quell’articolo 18. Lo Stato deve schierarsi anche perché quel reato offende anche i suoi cittadini.
Dicembre 2005 
Vent'anni per lavare i panni sporchi
Manuela Mareso
Il 12 dicembre del 1985 una diciassettenne di Saponara, impiegata in una tintoria, veniva uccisa dalla mafia per aver trovato in una camicia da lavare un documento che non avrebbe dovuto leggere. A un anno dalla condanna in primo grado degli esecutori, le motivazioni della sentenza ancora non sono state rese note
Oggi Graziella avrebbe 37 anni. Forse un marito e dei bambini. Di sicuro una famiglia numerosa – i genitori, quattro sorelle e tre fratelli con i rispettivi coniugi e figli – cui dedicarsi. L’aveva sempre fatto, del resto: poco più che adolescente, era sempre attenta alle esigenze dei suoi cari; per la nipotina di tre mesi, poi, aveva un debole. Appena poteva, libera dal lavoro, si occupava di lei e le confezionava piccoli indumenti. Come quel maglioncino di lana che ancora oggi suo fratello Piero, padre di quella bambina oggi ventenne, conserva. È rimasto a metà, perché una sera che avrebbe dovuto essere come tante altre, trascorsa in famiglia a sferruzzare dopo una giornata di lavoro in tintoria, Graziella non fece più ritorno a casa.
La camicia dell’ingegnere. Originaria di Saponara (Me), Graziella scomparve a Villafranca Tirrena, dopo essere uscita dal lavoro, la sera del 12 dicembre 1985. Il suo cadavere, barbaramente sfigurato da cinque colpi di fucile a canna mozza, sarebbe stato ritrovato due giorni dopo a Forte Campone, sui monti Peloritani, al confine tra Villafranca e Messina.
Dopo anni di indagini depistate, processi aggiustati e disinteresse da parte dei grandi organi di informazione, l’11 dicembre 2004 (a diciannove anni dall’accaduto) la Corte di Assise di Messina ha finalmente emesso una sentenza contro i due esecutori dell’assassinio, Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera (condannati all’ergastolo), e contro Agata Cannistrà e Franca Federico, rispettivamente collega e titolare della lavanderia presso cui Graziella lavorava (condannate a due anni per favoreggiamento).
All’epoca dell’omicidio la lavanderia “La Regina” era frequentata da due palermitani presentatisi come l’ingegner Toni Cannata e il geometra Gianni Lombardo. In realtà si trattava, appunto, di Gerlando Alberti junior (nipote di Gerlando Alberti senior, detto “’u paccarè”, braccio destro di Pippo Calò) e Giovanni Sutera, due latitanti ricercati per associazione mafiosa e narcotraffico internazionale, da tre anni nascosti nei pressi di Villafranca. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Graziella è stata uccisa perché, il 9 dicembre, aveva trovato in una camicia, lasciata in tintoria a lavare, un documento dal quale si capiva che l’ingegner Cannata aveva un’altra identità. Di quel documento, strappatole dalle mani dalla collega Agata Cannistrà, a cui la ragazza l’aveva fatto vedere, non si è più avuta traccia.
Non tutto è chiarito. «Quello che ci interessa è sì che siano condannati i colpevoli, ma soprattutto che si porti alla luce il fitto reticolo di connivenze a livello istituzionale che si nasconde dietro questo omicidio». A parlare è Nadia Furnari, presidente dell’associazione antimafia “Rita Atria”, che da dieci anni, in collaborazione con il Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina e grazie alla dedizione e alla tenacia dell’avvocato di parte civile Fabio Repici, sostiene la famiglia Campagna nella ricerca di giustizia.
La vicenda di Graziella – sconcertante quando si pensa quale prezzo la mafia costringa a pagare persone anche del tutto estranee agli affari dell’organizzazione – presenta molti nodi irrisolti. Certo il suo omicidio avvenne in un periodo caldissimo della storia di Cosa Nostra, e poteva apparire marginale: erano gli anni delle stragi e degli omicidi eccellenti (proprio nell’estate del 1985 erano stati uccisi Montana e Cassarà, vedi «Narcomafie» 7-8/2005, nda.), e si era alla vigilia del maxiprocesso; Messina, poi, era da sempre considerata – a torto – periferia di mafia e non luogo strategico per i traffici di armi e droga e per il riciclaggio di denaro sporco.
Ma la cronaca dei vent’anni in cui si è cercata la verità per l’omicidio Campagna rivela fatti di una gravità inaudita. A partire dagli ostacoli posti al fratello Piero, carabiniere all’epoca ventiduenne, mobilitatosi immediatamente per far luce sull’accaduto e redarguito dai suoi superiori per aver collaborato con i poliziotti della Squadra Mobile.
La verità era a un passo. «Che ci fossero delle collusioni a livello istituzionale – ci racconta Piero – fu subito chiaro. Contrariamente alla prassi istituzionale in casi analoghi, la Magistratura tolse la conduzione delle indagini alla Polizia, giunta per prima sul luogo del delitto e che aveva denunciato Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera già un mese dopo l’omicidio di mia sorella, e la delegò al Nucleo Operativo dei Carabinieri di Messina». Questi solo il 3 settembre del 1986, 8 mesi dopo rispetto alla Polizia, e dopo molte resistenze, tra cui un tentato depistaggio per omicidio passionale, arrivarono a redigere un rapporto contro Alberti e Sutera. Fino ad allora i due erano comparsi nei loro verbali solo a seguito di un fermo avvenuto quattro giorni prima dell’omicidio di Graziella: l’8 dicembre 1985 vennero infatti fermati a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano e il Cannata-Alberti, consegnando i documenti (falsi), cercò insistentemente di tranquillizzare i militari dicendo di essere amico del loro superiore, il maresciallo Carmelo Giardina. Approfittando poi di una distrazione dei due Carabinieri, Alberti e Sutera fuggirono.
Infiltrati nell’Arma. «Pochi giorni dopo l’omicidio di mia sorella – racconta ancora Piero Campagna –, fui invitato da alcuni poliziotti della Squadra mobile a fornire ulteriori dettagli. L’auto della Polizia su cui salii venne fermata dai Carabinieri e sorse una colluttazione giustificata con l’accusa di imprecisate ingerenze investigative. Fui poi convocato in caserma dal maresciallo Giardina e redarguito per aver fornito notizie alla Polizia, e in seguito mandato dal comandante del Reparto operativo, il maggiore Antonio Fortunato, che mi intimò di riferire ogni dettaglio a lui solo o al maresciallo Giardina. Nella stanza era presente anche un’altra persona, Giuseppe Donia, che mi venne presentata dal maggiore come proprio collega e che mi rassicurò sullo scrupolo che avrebbero adottato nelle indagini. Qualche giorno dopo, Donia mi confidò di essersi occupato personalmente della perizia balistica». Anni dopo Piero Campagna avrebbe incontrato Giuseppe Donia a Falcone, un paese in provincia di Messina, e avrebbe appreso dai Carabinieri del luogo che in realtà non era affatto un carabiniere, ma si spacciava come tale, e che era molto vicino a Gerlando Alberti.
Il mandato di cattura, a seguito del rapporto dei Carabinieri del 3 settembre 1986, venne spiccato il 18 marzo dell’anno dopo dal giudice istruttore Pasquale Rossi, che rinviò a giudizio Alberti e Sutera il 1° marzo 1988. Ma il 13 febbraio 1990 il pm Giuseppe Gambino chiese e ottenne (28 marzo) dal giudice istruttore Marcello Mondello il “non doversi procedere” nei confronti dei due imputati per non aver commesso il fatto: il movente dell’agendina-documento (tirato fuori per la prima volta a un mese dall’omicidio dal barbiere di fiducia dell’Alberti – che vide sussultare il latitante quando si rese conto di aver dimenticato il documento nella camicia – e poi rinforzato dal ricordo della madre di Graziella depositato quasi quattro anni dopo, nel maggio del 1989, che raccontò che il 9 dicembre la figlia le disse: «Sai mamma che l’ingegner Cannata non è lui?») viene giudicato troppo debole.
Caso riaperto, grazie alla tv. Da allora il silenzio, fino al 1996, quando in una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? Indagine viene letta la richiesta di un’anonima professoressa di tornare a indagare sull’omicidio. Contemporaneamente, grandi e piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a dire ciò che sanno sull’omicidio Campagna. Nove di loro fanno i nomi di Gerlando Alberti jr. e Giovanni Sutera, e spiegano l’agghiacciante contesto mafioso in cui era stato deciso l’assassinio. «Dal 1992 al 1996 – dice l’avvocato Repici – i collaboratori di giustizia interrogati a Messina erano stati un centinaio. A nessun magistrato era venuto in mente di chiedere cosa sapessero dell’assassinio di Graziella, che viste le modalità – cinque colpi di fucile a distanza ravvicinata – era chiaramente di stampo mafioso».
Furono queste testimonianze dei pentiti a far sì che la Procura di Messina richiedesse il 24 settembre 1996 la revoca della sentenza di proscioglimento e la riapertura delle indagini preliminari. Il tribunale di Messina riaprì il caso a dicembre. In realtà il processo avrebbe potuto ricominciare due anni prima: già nel marzo del 1994 il pentito messinese Salvatore Giorgianni aveva riferito al pm di Reggio Calabria Francesco Mollace sia le responsabilità di Gerlando Alberti, sia l’intervento di Santo Sfameni, un grande boss messinese con contatti in ambienti massonici, per addomesticare l’esito del primo processo, che si concluse con il proscioglimento degli imputati.
Ancora proroghe? Ma anche nella seconda metà degli anni Novanta molti elementi facevano intravedere la rete di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici avevano tessuto attorno all’omicidio. Sollecitato dall’accurato e indefesso lavoro dell’avvocato Repici, nel 2000 Nichi Vendola presentò un’interrogazione parlamentare. Nel 2001 Carlo Lucarelli, con una puntata dei suoi Misteri d’Italia, riportò i riflettori su un omicidio ingiustamente dimenticato.
Oggi finalmente si è arrivati a una sentenza di primo grado che l’11 dicembre 2004 ha condannato gli imputati, ma le ombre sembrano non essere svanite del tutto: a un anno dal suo pronunciamento, non è stato ancora possibile averne le motivazioni (su queste «Narcomafie» tornerà appena saranno disponibili). «Il termine di 90 giorni per il deposito delle motivazioni, già prorogato una volta – spiega Fabio Repici – in realtà non è perentorio. Mi hanno inoltre informato che il giudice a latere incaricato della scrittura è sovraccarico di lavoro. Certo è curioso che del processo Dell’Utri-Cinà, la cui sentenza era stata pronunciata negli stessi giorni – e si trattava di un processo complicatissimo – le motivazioni si siano avute già a luglio».
«Mai arrendersi». Lo scorso 12 dicembre a Forte Campone si sono ricordati i vent’anni dell’omicidio. Alla presenza di coloro che in questi anni si sono battuti per la ricerca della verità (in primis l’associazione antimafia “Rita Atria”, la cui presidente Nadia Furnari, proprio a seguito della trasmissione Chi l’ha visto? Indagine, contattò Piero Campagna offrendogli appoggio e ridando nuova forza alla soluzione del caso coinvolgendo l’avvocato Repici, all’epoca giovane praticante), è stata inaugurata una lapide voluta dai familiari di Graziella e da alcuni amici del fratello. Piero in questi vent’anni si è battuto strenuamente per portare giustizia all’omicidio della sorella. «Sono stati anni terribili, di abbandono e solitudine inimmaginabili. Nei primi 11 anni ho visto uccidere mia sorella due volte: dai suoi assassini e poi dalla Giustizia, che oggi sembra invece aver imboccato, con la sentenza di primo grado, una strada nuova. Continuare a fare il carabiniere in queste condizioni è stato durissimo, ma non ho mai voluto mollare, perché credo in questo mestiere svolto da tanta brava gente che sacrifica la propria vita. Le mele marce ci sono, ma non ci si può arrendere»
Novembre 2005 
Il disarmo dei paramilitari
Nè giustizia nè pace
Stefania Bizzarri
L’”amnistia” in cambio della smobilitazione: Uribe sceglie la via del negoziato con le Auc, i sanguinari gruppi paramilitari. Infiamma la protesta: il fine giustifica i mezzi? Il Presidente ne è convinto, ma intanto temporeggia, in equilibrio precario tra i dictat dei paras e i paletti di Washington, timorosa che anche i narcotrafficanti approfittino della “sanatoria”
Quando Álvaro Uribe Vélez vinse le elezioni presidenziali, il 26 maggio del 2002, Salvatore Mancuso fu tra i primi a complimentarsi. Dal proprio sito Internet, il capo e portavoce dei gruppi paramilitari Auc (Autodefensas unidas de Colombia) dichiarava: «È stato eletto un presidente degno per una patria che vuole pacificarsi e crescere nella solidarietà». E lui, il candidato liberale indipendente (già fondatore e finanziatore di “cooperative” di sicurezza armata), fedele al proprio slogan elettorale “mano firme, corazón grande”, gli avrebbe presto dimostrato di saper ricambiare la fiducia.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale – con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace – ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e – grave affronto – di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale – con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace – ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e – grave affronto – di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Liberi di uccidere. Ma la straordinaria benevolenza di Uribe nei confronti delle Auc non si esaurisce così. Il 1º luglio 2004 entra in vigore l’atto che permette di dare avvio al tavolo dei negoziati. Nel dipartimento di Cordoba viene istituita una “zona di concentrazione” in cui le migliaia di paras avranno il tempo di deporre le armi; e Uribe dichiara che entro la fine del 2005 la smobilitazione sarà compiuta. Intanto le milizie sono libere di agire nella totale impunità: il Governo ha sospeso tutti gli ordini di cattura per narcotraffico (vedi box p. 55).
Uccisioni e torture contro chiunque sia ritenuto “sovversivo” (primi fra tutti, i guerriglieri di ispirazione comunista delle Farc) continuano regolarmente, con la differenza che ora sono trattate «con il maggior riserbo, per evitare uno scandalo pubblico» che danneggi il processo di pacificazione, afferma l’Alto commissario per la pace Luis Carlos Restrepo. Stampa e associazioni umanitarie denunceranno per tutto l’anno assassinii e sparizioni di circa 2000 persone ad opera dei paras e l’arruolamento di milizie fino a 48 ore prima della cerimonia di smobilitazione. Ma i negoziati non possono saltare, Restrepo sostiene la causa con fervore: «Nonostante tutte le irregolarità, abbiamo convalidato il processo perché crediamo sia un metodo effettivo per recuperare istituzionalità».
Ingiustizia è fatta. L’ultimo favore in ordine di tempo si chiama Ley de Justicia y Paz (legge di Giustizia e Pace), ufficialmente legge 975. Approvata dal Congresso il 22 giugno di quest’anno, deve regolare giuridicamente il processo di disarmo dei paras e il loro reinserimento nella società civile (come poliziotti, vigili urbani, vigilantes...); con loro si salveranno anche tutti quei narcos che avranno l’“abilità” di definirsi paramilitari pur di approfittare delle generosissime concessioni offerte da Uribe.
Per usufruire delle riduzioni di pena, e dell’ampia possibilità di sfruttare la libertà condizionata, basta che i responsabili ammettano le loro colpe, raccontino con precisione ogni dettaglio del loro operato e dichiarino di collaborare con la giustizia. Le pene, allora, non saranno aspre: per gravi violazioni dei diritti umani sono previsti dai 4 agli 8 anni di carcere. Netta la contestazione di Amnesty International (priva di una sede a Bogotà per motivi di sicurezza): «Considerare il paramilitarismo come un delitto politico permette di coprire con l’impunità i colpevoli»; secondo la Costituzione colombiana, infatti, i delitti politici possono essere oggetto di amnistia e indulto. “Colombia’s capitulation” titolerà qualche giorno dopo l’«International Herald Tribune» (6 luglio 2005).
Per ora, nulla di fatto. Mentre scriviamo, la legge ha compiuto quasi quattro mesi (è in vigore dal 27 luglio). Eppure, anche se costata lunghi e rabbiosi scontri in seno al Governo, al Congresso e al Paese, è tuttora inapplicata. In contrasto con quanto detto durante il dibattito parlamentare, il Governo non dimostra nessuna premura, nonostante i paramilitari desmovilizados siano già circa 11 mila. E c’è da credere che non sia per l’accesa protesta delle ong locali e non.
Secondo analisti, politologi, parte dell’opposizione e lo stesso quotidiano della capitale, «El Tiempo», a prescindere da tutte le sue lacune, applicare la 975 sarebbe quantomeno una prova della serietà degli intenti presidenziali.
A consolidare lo status quo, c’è, inoltre, la consegna alla Fiscalia (magistratura) della lista dei soggetti che beneficeranno della legge. Fino a quando Uribe non renderà noti questi nomi, il processo resterà bloccato.
Nessun affanno. Ci sono precise ragioni che giustificano questo ritardo o, semplicemente, il Governo non è preparato a garantirne un’adeguata applicazione? Da dove usciranno i 30 mila milioni di pesos (10 milioni di euro) che si calcola serviranno per creare solo l’infrastruttura legale? Come garantire che in 60 giorni (termine previsto dalla legge) un pool di giudici possa investigare delitti impuniti per anni? Quali meccanismi consentiranno a migliaia di desplazados di ritornare ad essere legittimi proprietari dei beni e delle terre sottratti dai paramilitari? Nulla obbliga le Auc a restituire il maltolto.
Il ritardo si può imputare a propositi elettorali: la scadenza delle presidenziali è il 2006 e siamo in piena campagna elettorale. Gli interrogativi però si sommano all’inquietante dubbio manifestato sulle colonne di «El Tiempo»: che le fasi siano dettate dalle stesse Auc, che avrebbero posto come condizione la “necessità” di regolare la situazione dei propri beni. Per usufruire dei benefici della legge, la struttura in cui si militava deve essere smantellata in toto, i minori e i sequestrati devono essere liberati, la fine delle ostilità deve essere accertata e, dulcis in fundo, si deve presentare una lista dei beni illecitamente posseduti. «Sarebbe bene che il Governo spiegasse tutti questi e altri sospetti di un processo che ne ha già a sufficienza», sollecita «El Tiempo» i primi di settembre. La risposta non si farà attendere troppo. Dalle colonne del «Colombiano» di Medellin, il 25 settembre, il vice ministro della Giustizia e procuratore generale, Mario Iguaran, preciserà che anche se Uribe consegnasse la lista dei beneficiari ora, la magistratura non sarebbe comunque pronta.
Ipse dixit. Se entro il 31 dicembre la legge non sarà applicata decadrà; intanto, comunque, il paramilitarismo si è affermato politicamente. Si è raggiunto l’obiettivo per cui Carlos Castaño si spese fino all’ultimo, vale a dire prima di sparire, senza lasciare nessuna traccia, il 16 aprile 2004, nel pieno delle negoziazioni. Salvatore Mancuso, neocapo dei desmovilizados e portavoce dei “reinseriti”, ha ritenuto opportuno dichiarare dal suo sito Internet che la legge «è imperfetta, ma sufficiente» e ha saggiamente detto che «era impossibile fossero tutti pienamente soddisfatti». Tra questi ultimi c’è anche Amnesty International, che paventa l’applicazione della 975 anche ai “classici” guerriglieri, Farc in testa... È davvero improbabile, certi favori si fanno solo agli amici.
Ottobre 2005 
La "strana" ripartizione dei fondi antimafia
Fatta la legge...
Antonio Pergolizzi
Cosa accomuna un omicidio di stampo mafioso e una sciagura naturale? Apparentemente nulla. Eppure i benefici previsti dalla normativa antimafia della Regione Sicilia sono concessi anche ad altre categorie di vittime. Generosità? Leggendo i destinatari, si direbbe raccomandazione
A Palermo la mafia non è più una priorità. Anzi. Un mafioso vale quanto un terrorista, una disgrazia, un raptus di follia: lo ha stabilito il Parlamento siciliano che con un’insolita attività legislativa ha esteso i benefici previsti dalla legge 20/99 – “Misure contro la mafia e misure di solidarietà in favore delle vittime della mafia” – a tutta una serie di soggetti che nulla hanno a che fare con la mafia. Ma andiamo con ordine.
Sfugge il nesso. Sul fatto che la legge 20/99 non fosse mai stata un granché erano d’accordo un po’ tutti, ma con i successivi interventi legislativi della Regione Sicilia è divenuta un tale assurdo giuridico da indignare persino il dirigente che si occupa della gestione delle pratiche e dei fondi previsti dalla stessa, dott. Pietro Fina, nonché qualche assessore e deputato regionale. Quando è troppo è troppo.
C’è pure chi si è spinto fino a ricomporne i cocci per stilare un dettagliato rapporto: Salvatore, detto Totò, Cernigliaro, presidente della cooperativa sociale “Solidaria”. Un rapporto che è un atto d’accusa di una chiarezza esemplare, che smaschera i vizi di una legge regionale che si sovrappone e si contraddice con la legislazione nazionale, che è rimasta inapplicata in molte sue parti, che crea confusione sulle concessioni di contributi, che prosciuga avidamente il bilancio regionale, e soprattutto che introduce discriminazioni inaccettabili proprio ai danni delle vittime di mafia.
Insomma, proprio a «una categoria di vittime che il senso comune riconosce di più alto valore etico e morale» – sottolinea Cernigliaro – si riconoscono minori benefici che ad altre (ad es. le vittime di Nassiriya, i cui familiari possono cumulare – chissà perché loro sì gli altri no – i benefici regionali con quelli nazionali) o gli stessi benefici concessi ai parenti delle vittime dei disastri aerei di Montagna Longa e di Punta Raisi (avvenuti nel 1972 e 1978, ndr.), o dell’incidente di mare verificatosi al largo delle coste di Marina di Avola il 25 marzo 2001, o della strage di Acicastello del 2003 dove un disoccupato uccise cinque persone, compreso il sindaco.
Cosa possa unire le vittime di mafia alle vittime di una sciagura non è dato sapere. E soprattutto che c’entra tutto questo con la lotta alla mafia, unica ragione della legge 20?
Così si arriva all’assurdo che mentre i familiari delle vittime di mafia devono aspettare anche dieci anni per ottenere il riconoscimento necessario per usufruire dei benefici di legge, per altri soggetti, come quelli sopra citati, ci pensa la stessa legge regionale a estendere loro i diritti previsti in origine solo alle vittime di mafia.
Presentare c.v. e albero genealogico. E fra i benefici garantiti dalla legge 20/99, l’assunzione nella Pubblica Amministrazione è, guarda caso, la norma più impiegata. Così se in Sicilia manca il lavoro ci pensa la Regione. A tal proposito, Cernigliaro ricorda che è lo stesso andamento delle assunzioni effettuate dalla Regione a sollevare più di un dubbio: «Da un lato si assiste ad una sensibile riduzione del numero di assunzioni in favore delle vittime della criminalità organizzata, dall’altro lato si vede crescere vertiginosamente quello frutto delle estensioni ad altri soggetti».
A sorprendere ulteriormente è la legge regionale 7 del 2004 (che, seppur distinta dalla legge 20, ne condivide i contenuti) che prevede, tra i tanti benefici, «l’assunzione da parte del Comune di Cattolica Eraclea di un familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo (sindaco di Cattolica Eraclea ucciso dalla mafia negli anni 50, ndr.)». Perché entro il IV grado? «Se non si avesse certezza – sottolinea Cernigliaro – che la norma che prevede l’assunzione del familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo non nasconda un preciso nome e cognome, ci si dovrebbe chiedere come il Comune di Cattolica Eraclea avrebbe dovuto individuare detto familiare. Forse per concorso? Non è chiaro, però, qual è il senso che lega l’onorare la memoria di uno, assassinato cinquant’anni fa, con l’assunzione di un pronipote. C’è da chiedersi, allora, se per caso non ci sia qualcuno alla ricerca degli eredi di Joè Petrosino (famoso poliziotto e detective assassinato nel 1909 per la sua importante attività antimafia, ndr.)».
Misteriosi criteri selettivi. Ma la legge 7/04 non si ferma qui. All’art. 6 si prevede addirittura una speciale elargizione di 50 mila euro ai “familiari dei cittadini Roberto Granvillano, Francesco Salaniti (entrambi annegati nel 2004, in circostanze diverse, nel tentativo di salvare bagnanti in difficoltà, ndr.) e Antonio Lanzafame; a ciascuno dei due figli del bracciante agricolo Giuseppe Scibilia, deceduto in seguito ai fatti del 2 dicembre 1968 avvenuti nella città di Avola (Sr); al sig. Domenico Giudice”.
Soldi pubblici elargiti ai tanti eroi “per legge” di Sicilia, indicati semplicemente con nome e cognome, alcuni dei quali senza sapere per quali meriti e per quali ragioni.
Come e in base a quale criterio è stato scritto l’albo? E che succederebbe in caso di omonimia? Perché se nella strage di Avola morirono due braccianti agricoli (l’altro fu Angelo Sigona, ndr.) si riconosce un contributo regionale ad uno solo? Perché in un caso – e solo in quello – i benefici economici vengono riconosciuti “a ciascuno dei due figli” e non “ai familiari”? Perché per questi soggetti si è previsto un contributo maggiore di quello riconosciuto alle vittime superstiti di Portella della Ginestra (limitato a 10 mila euro, ndr.)?
E ora chi paga? Anche sul piano economico la legge 20 è un completo disastro. A cominciare dai rimborsi delle spese legali delle parti civili nei processi contro la mafia. Secondo la norma regionale, le spese sono calcolate sulla base di parcelle professionali vistate dall’Ordine degli Avvocati, diversamente da quanto prevede la norma statale (L. 512/99) che riconosce alle parti civili solo quanto stabilito in sentenza dal giudice. Sembra una differenza da poco, ma sono cifre impressionanti. Già, perché le parcelle degli avvocati siciliani sono salate ed hanno superato anche di dieci volte quelle riconosciute con sentenza dal giudice: così, solo nel 2004, a fronte di un rimborso stabilito dai giudici pari a 307.320 euro, sono arrivate alla Regione richieste per un milione 495 mila euro. Debito che gonfia, quindi.
E per finire, accanto alla sempre crescente spesa per il rimborso delle parti civili, si assiste invece ad una costante riduzione dei trasferimenti delle risorse a favore delle associazioni antiracket e del sul fondo istituito ad hoc. Insomma, c’è aria di smobilitazione nella lotta al racket: poche le domande per i contributi del fondo (solo 2 quelle accettate, 20 quelle ancora in attesa di riconoscimento), pochi i soldi per esso stanziati.
E già sono in molti a chiedersi se con l’“inabissamento” della mafia non si siano “inabissate” anche le Istituzioni. A Palermo e dintorni.
Settembre 2005 
La sentenza Dell'Utri
Leggi il testo integrale della sentenza (formato .pdf)
Marcello Dell’Utri è stato il mediatore tra gli interessi di Cosa Nostra e di Silvio Berlusconi. Lo sostengono i giudici di Palermo, che hanno ricostruito quasi trent’anni di frequentazioni pericolose del braccio destro del Cavaliere
Il grande intermediario
Marco Nebiolo
L’11 dicembre 2004 il senatore Marcello Dell’Utri è stato condannato dalla seconda sezione del tribunale di Palermo alla pena di 9 anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza pesante, giunta a dieci anni dall’iscrizione nel registro degli indagati dell’imputato, per un processo a dir poco complesso: sette anni di dibattimento, 257 udienze, centinaia di testimoni ascoltati, 12 giorni di camera di consiglio per raggiungere il verdetto, 1800 pagine di motivazioni. E per ora siamo solo al primo round. Prima di avere la parola fine su questa complicata vicenda ci vorranno diversi anni: ci sarà l’Appello, quasi certamente un ulteriore ricorso in Cassazione, e non è detto che finisca lì.
Per il principio di presunzione di innocenza, il sen. Dell’Utri deve essere considerato non colpevole fino al verdetto definitivo. Tuttavia, avendo ben chiara tale premessa, riteniamo che questa sentenza – solo un passaggio intermedio sulla strada che porterà alla verità processuale – meriti di essere divulgata e conosciuta, fondamentalmente, per tre motivi. Primo, perché riguarda un uomo al centro di alcune delle vicende politiche e imprenditoriali più rilevanti degli anni 80 e 90 e al culmine della sua parabola umana e professionale (non un ex potente, come, per esempio, era ormai Giulio Andreotti a metà degli anni 90). Secondo, perché si fonda non solo su dichiarazioni di pentiti, ma su una serie di fatti, di ammissioni dello stesso imputato, di documenti scritti, fotografici, filmati difficilmente contestabili (al limite diversamente interpretabili). E terzo, perché fornisce uno spaccato incredibilmente nitido di come la mafia e il potere “legale” (politico, finanziario, economico) si tocchino, interagiscano e si nutrano a vicenda grazie ad alcune figure di “raccordo”, solitamente personaggi insospettabili, ben noti agli studiosi del fenomeno mafioso e ai sociologi, ma sempre molto abili a districarsi tra le maglie del processo penale.
Amicizie pericolose.Le motivazioni della sentenza dipingono uno scenario articolato, all’interno del quale Dell’Utri gioca sempre lo stesso ruolo: quello del mediatore tra gli interessi di Cosa Nostra e quelli del grande imprenditore del Nord (e principale uomo politico della cosiddetta seconda Repubblica) Silvio Berlusconi. Un ruolo ambiguo, che Berlusconi in parte avrebbe subito, e del quale, in parte, si sarebbe avvantaggiato.
Ma Dell’Utri com’è entrato in contatto con la mafia? Principalmente attraverso due amicizie pericolose: quella di Gaetano Cinà, presunto mafioso della famiglia del quartiere di Malaspina – imparentato tramite la moglie con boss del calibro di Stefano Bontate e Mimmo Teresi (boss di Santa Maria del Gesù) – coimputato al medesimo processo per associazione mafiosa e condannato a sette anni di reclusione; e quella di Vittorio Mangano (deceduto nel 2000), mafioso della famiglia di Porta Nuova, entrato ed uscito dal carcere più volte tra gli anni 70 e 80 per diverse imputazioni. Amicizie strette a Palermo nei primi anni 70 nell’ambiente della squadra di calcio dilettantistica della Bacigalupo, nella quale Dell’Utri svolgeva l’attività di allenatore e di direttore sportivo. Sono questi due dei nomi più importanti che segnano il processo Dell’Utri. Perché furono, assieme a lui, gli attori principali dell’avvicinamento della mafia a Berlusconi.
Il Cavaliere poteva servire. Sono diverse le ragioni per cui Stefano Bontate (ai vertici di Cosa Nostra negli anni 70) e i suoi sodali erano interessati al Cavaliere. Innanzitutto a scopo di estorsione. Berlusconi era già un importante costruttore e il suo patrimonio faceva gola alla mafia. Ma non solo. Tra la seconda metà degli anni 70 e primi anni 80 Cosa Nostra accumulava ingenti somme di denaro attraverso molteplici attività illecite, ma in primo luogo grazie al businness del narcotraffico. Necessitava quindi di canali sicuri di riciclaggio. Un imprenditore in espansione come Berlusconi, che stava inventando la televisione commerciale, e che presumibilmente aveva bisogno di grandi somme di denaro, poteva, nell’ottica dei mafiosi, servire allo scopo. Non esiste la prova che Berlusconi, entrato in contatto con Cosa Nostra come “vittima”, abbia fatto buon viso a cattivo gioco e si sia prestato come “riciclatore”, accettando Cosa Nostra come socio occulto della sua avventura imprenditoriale. Tuttavia, i periti dell’accusa e della difesa non sono stati in grado di ricostruire l’origine di circa 113 miliardi di vecchie lire affluiti nelle Holding Fininvest tra il 1975 e il 1983 (vale a dire circa 250-300 milioni di euro attuali) e dei quali non è stato possibile ricostruire l’origine. Il perito della difesa, il dott. Iovenitti, ha dichiarato che alcuni di quei finanziamenti sono inspiegabili e «potenzialmente non trasparenti».
I timori per l’Anonima sequestri. Ma quando inizia l’avvicinamento tra Berlusconi e la mafia? Nel 1974 Dell’Utri, nonostante la recente promozione negli uffici della direzione generale di Palermo della Sicilcasse, si dimette per trasferirsi nel capoluogo lombardo dall’amico Berlusconi (conosciuto all’Università Statale di Milano) e diventare il suo segretario particolare. Deve seguire i lavori di ristrutturazione della villa di Arcore, ma il vero problema che assilla il Cavaliere in quel periodo è quello della sicurezza: teme, per sè e la sua famiglia, di essere, in quanto imprenditore lombardo emergente, nel mirino dell’“Anonima sequestri”. Timore fondato visto che tra il 1972 e il 1979, nel milanese, vengono perpetrati oltre 70 rapimenti a scopo di estorsione. Per far fronte a tale minaccia, secondo i giudici, inizia, il rapporto con Cosa Nostra e inizia a delinearsi il ruolo di Dell’Utri. Questi infatti, su suggerimento di Cinà, propone a Berlusconi di assumere ad Arcore, come fattore, proprio Vittorio Mangano. Il quale, naturalmente, non si sarebbe limitato alla cura del parco e degli animali della villa, ma avrebbe rivestito il ruolo di garante di Cosa Nostra presso Berlusconi. Secondo il pentito Di Carlo (il cui racconto è confermato da altri collaboratori) la decisione di assumere Mangano viene presa dopo un incontro avvenuto a Milano tra Berlusconi, Mimmo Teresi e il super boss Stefano Bontate, a cui partecipa personalmente lo stesso Di Carlo. Al di là dei racconti dei collaboratori, tuttavia, non esistono riscontri ulteriori di questa riunione. Quel che è certo è che grazie a Cinà e a Dell’Utri, Mangano si trasferisce ad Arcore. È plausibile che la personalità criminale dello stalliere fosse ignota a Dell’Utri? Secondo i giudici no: Mangano, durante il suo soggiorno a villa San Martino viene arrestato per scontare una condanna per truffa. Tuttavia, dopo il suo rilascio torna tranquillamente al suo posto di lavoro e non viene licenziato. Non solo, un amico di Berlusconi, il principe D’Angerio, subisce un tentativo di rapimento uscendo dalla villa dopo una serata con il Cavaliere. I giornali locali cominciano a parlare del siciliano residente ad Arcore. Solo allora – è il 1976 – Mangano, nonostante che Fedele Confalonieri e Dell’Utri avessero tentato di dissuaderlo, decide di lasciare Berlusconi.
Tuttavia, anche dopo questi episodi, i rapporti con Mangano sarebbero continuati per molti anni, almeno fino al 1993-1994.
Lo “stalliere” ritorna. Nel 1980 Mangano viene arrestato da Giovanni Falcone nell’ambito di indagini sul traffico di stupefacenti tra Italia e Usa. Poco prima del suo arresto, la Criminalpol di Milano intercetta una telefonata tra l’ex fattore e Dell’Utri in cui il primo dice al secondo di avere un affare da proporgli e di «avere il cavallo che fa per lui». Molto si è discusso sul significato di questa espressione. In una intervista concessa pochi giorni prima di essere ucciso, Paolo Borsellino dichiarò che Mangano, parlando di cavalli, faceva riferimento a partite di droga. Quel che è provato è che dopo l’allontanamento da Arcore Dell’Utri continua ad avere rapporti con il mafioso di Porta Nuova. E che questi rapporti continuano anche dopo il lungo periodo di carcerazione degli anni 80.
Mangano infatti ricompare prepotentemente in questa storia circa 20 anni dopo i primi contatti con Dell’Utri e Berlusconi. Quando Berlusconi decide di entrare in politica e la costituzione di Forza Italia è già in una fase operativa, l’ex stalliere, secondo i pentiti Cannella e Calvaruso, contatta Dell’Utri in nome e per conto di Cosa Nostra, che, dopo la caduta della Prima Repubblica, è in cerca di nuovi referenti politici. Dell’Utri nel 1993 non è più solamente il segretario personale di Berlusconi, il tramite per raggiungere le sue aziende e il suo denaro. È diventato il suo braccio destro politico, l’organizzatore di Forza Italia, ed è tra coloro che più si sono battuti per la discesa in campo del Cavaliere. Intanto Mangano è diventato reggente della famiglia di Porta Nuova.
Cosa vuole da Dell’Utri? Cerca garanzie sul fatto che il nuovo partito, in cambio dell’appoggio elettorale della mafia, risponderà ad alcune esigenze politiche di Cosa Nostra: alleggerimento del 41 bis (carcere duro), della legge sui beni confiscati e del 416 bis (associazione di stampo mafioso). Ne parla tra gli altri il pentito Savatore Cucuzza, ritenuto dai giudici «un collaborante di sicura attendibilità, dotato di notevoli capacità intellettive e dialettiche, già positivamente apprezzato con riferimento ad altri argomenti». Cucuzza ha parlato di un paio di incontri avvenuti prima di giugno del 1994, tra Mangano e Dell’Utri. Di questi incontri esiste una prova documentale: le agende dello stesso Dell’Utri, che riportano due appuntamenti avvenuti il 2 e il 30 novembre 1993. Il senatore ha cercato di giustificarsi dicendo che Mangano (noto mafioso, già imprigionato per truffa e narcotraffico...) era solito andare a trovarlo nel suo ufficio (a Milano, non proprio comodo per chi vive a Palermo…) per esporgli non meglio precisati problemi di carattere personale.
Dopo questi incontri alcuni pentiti affermano che dentro Cosa Nostra è circolato l’ordine di appoggiare Forza Italia in quanto Marcello Dell’Utri avrebbe dato ampie rassicurazioni circa la possibilità di assecondare le richieste fatte dalla mafia.
La raccomandazione dell’amico Cinà. Sicuramente quella con Mangano non è l’unica frequentazione pericolosa di Dell’Utri. Il 19 aprile 1980, a Londra, partecipa al matrimonio tra Girolamo Maria Fauci e Shanon Green. Fauci è un pregiudicato che gestisce il traffico di stupefacenti per conto delle famiglie Caruana-Cuntrera tra Canada, Gran Bretagna e Italia. Dell’Utri è accompagnato da Cinà. Al ricevimento sono presenti anche Mimmo Teresi e il futuro pentito Di Carlo (quello che parlò dell’incontro a Milano nel 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri, Bontate e Teresi). Della partecipazione al matrimonio londinese di Fauci ha parlato il Di Carlo, ma è lo stesso Dell’Utri a confermare la sua presenza, dicendo però che lui si trovava a Londra per visitare una mostra sui Vichinghi e che fu condotto al ricevimento dall’amico Cinà.
Ma già nel 1977 Dell’Utri, dopo aver lasciato Silvio Berlusconi, che, secondo l’imputato, non credeva abbastanza nelle sue capacità manageriali, va a lavorare presso Filippo Alberto Rapisarda, «personaggio complesso – scrivono i giudici – i cui rapporti con diversi soggetti vicini alla criminalità organizzata, più volte emersi nel corso del dibattimento, non paiono sufficientemente chiariti». Secondo quanto emerso nel processo, il senatore azzurro viene assunto grazie alla raccomandazione di Cinà, evidentemente persona capace di influenzare Rapisarda, allora alla guida della Inim (terzo gruppo immobiliare italiano) nonostante sia – ufficialmente – solo il modesto titolare di una lavanderia. Dell’Utri diventa amministratore delegato della “Bresciano costruzioni”, un’azienda del suo gruppo, che in poco tempo fallisce. Rapisarda fugge all’estero, ospite in Venezuela dei narcotrafficanti Cuntrera-Caruana e si muove grazie a un passaporto intestato al fratello gemello di Dell’Utri, Alberto.
Lo sconto sul pizzo.
C’è poi il capitolo del pizzo pagato a Cosa Nostra da Berlusconi e dalle sue aziende. Secondo diversi pentiti, Berlusconi pagava sia all’epoca di Bontate sia dopo la sua uccisione (1981) quando, dopo la seconda guerra di mafia, a comandare erano i Corleonesi. Lo stesso Rapisarda ha dichiarato di aver saputo da Dell’Utri che, grazie alla sua mediazione, Berlusconi aveva pagato meno di quanto gli fosse richiesto. Dell’Utri ha ammesso di aver formulato queste dichiarazioni a Rapisarda, ma sostiene di averlo fatto per mera “vanteria”. Difficile capire la mentalità di chi si vanta di conoscere grandi boss mafiosi e di essere in grado di trattare con loro. Comunque le affermazioni dei pentiti unite alle dichiarazione del testimone Rapisarda, confermano ancora una volta il ruolo svolto da Dell’Utri: mediatore tra Cosa Nostra e Gruppo Berlusconi.
All’improvviso, Berlusconi all’inizio degli anni 80 richiama Dell’Utri alla sua corte e lo nomina in un ruolo strategico per il suo Gruppo: ai vertici di Publitalia 80, la società concessionaria della pubblicità per la Fininvest. Iniziativa curiosa, viste le perplessità precedentemente dimostrate sulle sue capacità dirigenziali e considerata la cattiva prova di sé data presso la “Bresciano costruzioni” di Rapisarda.
Quello che il tribunale ritiene pienamente provato è che anche sotto il dominio di Riina, la Fininvest, tramite Dell’Utri e Cinà, continua a pagare Cosa Nostra. E i rapporti continuano negli anni 90. Nel 1990, per esempio, la Standa di Catania subisce alcuni attentati a scopo estorsivo. Dietro queste azioni c’è Nitto Santapaola, capomafia di Catania, molto vicino a Riina. Secondo i pentiti e un testimone, Dell’Utri incontra Santapaola per cercare una mediazione. Quel che è certo è che gli attentati cessano all’improvviso e che la Standa non sporge denuncia.
I buchi neri. I fatti presi in considerazione dai giudici Leonardo Guarnotta (componente, negli anni 80, assieme a Falcone, Borsellino, Di Lello, del pool guidato da Caponnetto e già presidente del collegio che ha assolto in primo grado Calogero Mannino), Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari sono innumerevoli, è non è possibile trattarli tutti in questa sede, neppure sommariamente. Rinviamo per l’approfondimento alla lettura degli stralci che pubblichiamo di seguito, e al nostro sito Internet (www.narcomafie.it) per il testo integrale della sentenza.
Cio che va ribadito è che il quadro probatorio è complesso, fondato su prove documentali, filmati, fotografie, dichiarazioni di pentiti e di testimoni, nonché su dichiarazioni e ammissioni dello stesso imputato. Il quale ha tenuto una condotta processuale tutt’altro che encomiabile, visto il tentativo di inquinamento delle prove effettuato cercando di minare la credibilità di alcuni collaboratori attraverso dichiarazioni pilotate di falsi pentiti.
Rimangono tuttavia dei buchi neri in questa ricostruzione processuale. Dell’Utri è stato una pedina utile alla mafia, anzi fondamentale, esclusivamente per il suo ruolo di amico e collaboratore dell’attuale Presidente del Consiglio, che interessava alle cosche sotto diversi profili. E nonostante non si trattasse di un processo contro Berlusconi, la sua presenza ha aleggiato nell’aula del tribunale in tutti questi anni e rimbalza continuamente nelle pagine della sentenza. Berlusconi avrebbe potuto chiarire molti lati poco chiari di questa vicenda e diradare ogni fumus, ogni sospetto sul suo conto. Avrebbe potuto chiarire nei dettagli le modalità e il contesto dell’assunzione e dell’allontanamento di Mangano; avrebbe potuto chiarire la natura del rapporto con Dell’Utri, prima considerato un manager poco dotato e dopo il fallimento di Rapisarda nominato a capo di Publitalia; avrebbe potuto spiegare il senso di tante intercettazioni telefoniche in cui parla con disinvoltura di attentati e richieste di estorsione mai denunciate; avrebbe potuto chiarire l’origine di certi oscuri finanziamenti delle holding Fininvest tra il 1975 e il 1983. E tanto altro ancora. Purtroppo il 26 novembre 2002, quando i magistrati si recarono a Palazzo Chigi per sottoporgli queste e altre domande, il Presidente del Consiglio scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Un suo diritto, senza dubbio. Il cui esercizio ha lasciato intatto, intorno alla verità, una densa coltre di nebbia.


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