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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
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Le cementificazioni hanno un
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in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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19.06.2005 – Famiglia Cristiana
Un crimine chiamato evasione
di Adriano Sansa
formato .pdf – clicca qui
17.06.2005 - Diario
"Sì, i lanzichenecchi ci piacciono"
"Diario" ha posto un problema: i rapporti tra la composita compagnia degli scalatori e la "finanza rossa". Sono arrivate smentite. Ma anche una conferma: gli outsider non sono peggio degli altri. Ricucci "non ha la rogna". Intanto giungono nuove informazioni sullo scalatore del "Corriere". E Berlusconi...
Compagno Ricucci?
Nel numero scorso, "Diario"
ha allineato gli indizi sul campo,
nel tentativo di comprendere
la scalata Rcs, un giallo con troppi indiziati. Nell’ultima settimana, sono arrivati commenti, smentite, conferme, arricchimenti, nuove scoperte... Ma, come nei gialli,
è capitato che alcuni indiziati, sentendosi gli occhi addosso, abbiano fatto un passo falso: hanno dichiarato di amare
gli outsider, i lanzichenecchi,
la rude razza romana. Intanto
si rafforza un’altra pista indicata da "Diario", quella che fa capo
a un ricco imprenditore italiano,
forte anche in politica, con fedeli alleati Oltralpe.
Nei gialli capita che gli indiziati, sentendosi gli occhi addosso, facciano un passo falso. Chissà se è quello che è successo a proposito del grande assalto alla finanza italiana raccontato nel numero scorso da Diario. Volevamo capire e illustrare i movimenti in corso su Rcs, Bnl, Antonveneta, Mediobanca, Fiat, Generali... Poiché sono movimenti in gran parte sotterranei, per niente trasparenti, con soldi che non si sa da dove vengono e protagonisti che non mostrano il loro volto, Diario ha scelto di allineare indizi. Ha raccontato diverse piste, tra cui la "pista Berlusconi" e la "pista rossa" (in copertina si leggeva: "Compagno Ricucci").
La reazione di Massimo D’Alema e degli uomini a lui vicini è stata inaspettata. Ci si poteva immaginare una secca smentita, accompagnata da un elogio della trasparenza e del mercato. La prima c’è stata, il secondo no. Anzi. "Non conosco nessuno di quei personaggi che si citano. Io questo Ricucci non so neanche chi sia", dichiara D’Alema il 10 giugno 2005 all’Unità. C’è da credergli. Ma poi aggiunge: "Certe campagne si concludono perché, immagino, si vogliono tutelare degli interessi specifici, di persone che ritengono che i loro interessi personali sono una nobile battaglia in difesa degli interessi del mercato, mentre gli interessi degli altri sono un ignobile complotto dietro cui si cela un qualche Belzebù". Dunque gli assalti finanziari in atto sono invece, per D’Alema, un corretto scontro di mercato a cui assistere con distacco, tanto una parte vale l’altra, e vinca il migliore.
Claudio Velardi, che fu il braccio destro di D’Alema a Palazzo Chigi (anche se oggi, civettando un po’, si definisce un "disilluso del dalemismo"), parla ancora più chiaro. L’11 giugno sul Corriere della sera ammette che sì, D’Alema quando era presidente del Consiglio avrebbe fatto meglio a stare zitto, a non dire in pubblico ciò che pensava dei protagonisti dell’opa su Telecom ("Avrebbe dovuto risparmiarsi quella frase sui capitani coraggiosi"). Ma poi gli scappa che cosa pensa, oggi, dei nuovi capitani coraggiosi, della rude razza romana degli immobiliaristi d’assalto: "Effettivamente Caltagirone è un grande imprenditore. Ma Ricucci cos’ha, la rogna?".
Ce ne vorrebbero di più. Il giornale di cui Velardi è editore, il Riformista, è più esplicito e afferma (nell’editoriale del 7 giugno) che "gli outsider, i lanzichenecchi, gli immobiliaristi, i redditieri" non sono un problema per il capitalismo italiano. Anzi, ce ne vorrebbero di più. "Il problema italiano è proprio quello di una certa carestia di outsider; sì, proprio di gente che viene dal nulla e si fa da sola, e mentre si fa da sola produce sviluppo, pil e benessere". Come Michele Sindona? Come Roberto Calvi? Come Giancarlo Parretti e tanti altri outsider della finanza italiana (i fratelli Canavesio, Florio Fiorini, Orazio Bagnasco, Paolo Federici, Vincenzo Cultrera, Luciano Sgarlata, Gianmario Borsano, Giorgio Mendella, Virgilio De Giovanni e tanti altri il cui elenco completo riempirebbe pagine e pagine)?
Pierluigi Bersani, ministro di D’Alema all’epoca della scalata Telecom da parte della "rude razza padana" (riunita attorno al finanziere bresciano Chicco Gnutti), ha dichiarato che è un "ragionamento preistorico" affermare di vedere lo zampino della "finanza rossa" dietro le operazioni in corso, solo perché "fra i player c’è una cooperativa": perché è una cooperativa che "agisce sul mercato nel modo che ritiene più appropriato, senza chiedere il permesso a nessuno". Bene. Benissimo. Ma allora come mai i banchieri "rossi" o considerati "dalemiani" (Giovanni Consorte, Vincenzo De Bustis) agiscono liberamente sul mercato, mentre invece chi li critica è certamente eterodiretto, parte di un complotto?
"E che dubbio c’è? Non siamo mica nati ieri", ha dichiarato infatti D’Alema. "Conosciamo i salotti e le persone che contribuiscono a tutto questo". Non si fanno nomi, ma si può ipotizzare che il complotto sia stato architettato sull’asse Montezemolo-Della Valle-Rutelli. O forse i salotti evocati sono quelli di Giuliano Amato e Franco Bassanini? Il tutto con la compiacenza, evidentemente, del Corriere della sera, forse del Sole 24 ore e, buon ultimo, di Diario. Ma questo tracciar complotti non è un "ragionamento preistorico"?
Allora forse è meglio lasciarli stare, i complotti, da una parte e dall’altra. E ragionare serenamente sul solo materiale che abbiamo a disposizione, per ora: gli indizi, i rapporti, le alleanze.
1. È vero che nelle diverse partite in corso c’è, schierato a geometria variabile, un composito gruppo che riunisce soggetti diversi. Banchieri di provincia che stanno tentando l’estremo azzardo, la mano di poker da cui dipende la loro vita o la loro morte. Finanzieri della "rude razza padana", anch’essi un po’ in affanno dopo il colpo grosso della scalata Telecom che non ha avuto repliche. Oscuri immobilieri della "rude razza romana" di cui si conosce più la vita privata che il curriculum professionale. Insomma, tanto per non far nomi, Gianpiero Fiorani della Popolare di Lodi, Chicco Gnutti con la sua Hopa e Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e compagnia mattona...). Il tutto, sotto l’incredibile ala di colui che dovrebbe essere l’arbitro della partita, e invece fa il giocatore e il padrino: il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.
2. È vero che una parte di questi player sono variamente legati alla cosiddetta finanza rossa. Sarà anche "preistorico" dirlo, ma così è. Tanto che dentro alla finanza rossa medesima si sta oggi combattendo una guerra silenziosa in cui alcuni (per esempio Pierluigi Fabrizi del Monte dei Paschi, o Turiddo Campaini di Unicoop) stanno differenziando i loro comportamenti e non stravedono certo per le avventure finanziarie del boss di Unipol Giovanni Consorte. E tanto che perfino la stessa Unipol sta lentamente cambiando la sua architettura di controllo e il suo sistema delle alleanze: meno scatole cinesi e partecipazioni incrociate, più separazione dai capitali di Chicco Gnutti.
3. È vero, infine, che questa "finanza rossa" – come dimostrato dalle dichiarazioni di questi giorni – ama i lanzichenecchi, subisce il fascino degli animal spirits della nuova razza mattona.
Non è in questione soltanto l’indicazione del puparo di Ricucci (Se c’è. E se Ricucci, spalleggiato dai suoi amici lodigiani e bresciani, non gioca in proprio, con l’aiuto di uno stratega vero, magari made in Lodi, e con la speranza di vendere, al momento buono, al miglior offerente). Ma si potrà pur ragionare sulle frequentazioni, le alleanze, i metodi e le subalternità culturali di una parte della sinistra?
D’accordo, nessuno crede alla favola del vecchio Capitalismo Sano, delle Grandi Famiglie, dei Salotti Buoni. Non è però un buon motivo per buttarsi nelle braccia dei nuovi avventurieri. Non viviamo in Svezia, da noi in genere gli outsider si sono fatti spazio con i soldi – non è trendy dirlo, ma è così – della mafia. E anche senza andare tanto in basso, gli attuali protagonisti (almeno quelli che si vedono, per gli altri chissà) sono oggi sotto indagine per una fila di comportamenti contro il mercato che farebbe impallidire qualunque finanziere di un normale Paese d’Europa o d’America: aggiotaggio, insider trading, finanziamenti a rischio concessi agli amici e agli amici degli amici, false comunicazioni al mercato e alle autorità di vigilanza, creazione di un patto di sindacato occulto... È questo il modello che piace tanto?
Un vecchio leader del Pci siciliano, Michelangelo Russo, mentre attorno a lui crescevano gli affari di Cosa nostra e chi si opponeva veniva ammazzato, diceva che "non si può fare le analisi del sangue alle imprese". Più recentemente, un altro leader comunista, Emanuele Macaluso, spiegava che non c’è motivo di stupirsi se uomini come Giulio Andreotti o Silvio Berlusconi hanno avuto rapporti o hanno fatto affari con la mafia. E chi si stupisce, ormai, se il Teatro Lirico a Milano sarà gestito dal senatore Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno a Cosa nostra?
Bruno Tabacci, uomo che di politica e finanza se ne intende, ribadisce a Diario che "la politica non conta più un piffero". Che ormai non crede alla politica che guida la finanza: semmai è il contrario. Appunto: non è che sta succedendo questo anche a sinistra?
Attenzione, però: anche chi, dall’altra (?) parte, lancia lodi ad altri soggetti in campo, non fa certo un bel servizio alla politica. Così Francesco Rutelli, quando dichiara al Corriere, il 10 giugno, che "Francesco Gaetano Caltagirone è un imprenditore. Anzi, un grande imprenditore", cancella in un attimo tutte le cose belle declamate fino a quel momnento. Nulla contro il Calta, per carità, ma "la politica dovrebbe preoccuparsi solo delle regole e della trasparenza", commenta Tabacci. Che poi aggiunge: "Qui non abbiamo più arbitri, solo tifosi. E penso anche al governatore di Bankitalia".
Intanto, nell’ultima settimana, agli indizi allineati da Diario se ne sono aggiunti altri. Che però peggiorano la situazione. Per esempio: Ricucci sarebbe meno ricco e meno pulito di quello che vuol far credere. E accanto al suo gioco piccolo si è ormai avviato il gioco grande della finanza internazionale, con la discesa in campo, per la conquista di Mediobanca e Generali, di finanzieri come Tarak ben Ammar, grande alleato e amico di Silvio Berlusconi. Ecco dove porta il gioco degli apprendisti stregoni, commenta un finanziere milanese. Evocano forze più grandi di loro e finiranno per esserne stritolati. A meno che il nuovo arrivato, alla fine, non si ricordi, grato, di loro.
Pista siciliana. Ricucci? "Panna montata", ha dichiarato Carlo De Benedetti a Venezia, in margine a un convegno della Fondazione Cini. Un vero "maestro del bluff", secondo Claudio Gatti del Sole 24 ore. Dichiarazione dei redditi 1995 (a 32 anni, mica a 18): 5 milioni di lire. Poco, per un grande immobiliarista già in affari. Anche oggi, conti alla mano, il patrimonio di oltre 2 miliardi di euro si smagrisce parecchio, malgrado le repliche di Ricucci. Le valutazioni degli immobili risultano gonfiate. Le acquisizioni sono spesso complicate operazioni ricche di contratti di leasing e d’interventi bancari, ma povere di soldi veri. Le banche sono la vera bacchetta magica di Gastone, come lo chiama la promessa sposa Anna Falchi. Ma non tutte le banche: alcune, come Credito italiano e Cariplo, lo depennano dall’elenco dei clienti perché non si fidano di lui; altre, come la Banca agricola mantovana e poi la Popolare di Lodi, invece lo gonfiano di soldi e stanno dietro alle sue operazioni.
Quanto alla fedina penale, non è brillante. Quella che Ricucci ha inviato al Sole 24 ore è candida come la neve, ma è quella per usi amministrativi. Quella per usi di giustizia, invece, scovata da Claudio Gatti, racconta di due pazienti che denunciarono l’odontotecnico Ricucci per truffa (nel 1986) e per esercizio abusivo della professione dentistica (nel 1988). Sostenendo che, dopo essersi presentato come dentista, aveva sbagliato intervento: una sua iniezione aveva provocato una "semi-paresi dell’occhio sinistro, della guancia e del collo". Storie vecchie, cancellate dall’amnistia del 1989. Più imbarazzante una vicenda del 2002: Ricucci è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Processo, patteggiamento per quattro mesi di detenzione, pena sospesa.
Ma le storie più preoccupanti vengono dalla Sicilia. Uno degli uomini di fiducia di Ricucci è Guglielmo Fransoni, avvocato quarantenne: è il tributarista che presenta la sua faccia quando c’è da trattare con le banche. Fransoni opera a Roma; insegna Diritto tributario all’università di Foggia, in Puglia; è nato a Vibo Valentia, in Calabria. Però gli affari lo portano spesso a Messina. Tanto che nel 1997, scrivono Peter Gomez e Vittorio Malagutti sull’Espresso, nella città siciliana Fransoni è stato denunciato per riciclaggio. Colpa di alcune società domiciliate nel suo studio, tra cui la Telecom Sicilia spa, e di un suo cliente, Giuseppe Cuminale, che nel 2003 stava per essere arrestato dalla procura antimafia. La Cassazione bloccò il provvedimento, ma confermò la gravità degli indizi raccolti. Il metodo era ottenere sostanziosi appalti da Telecom Italia per la posa di cavi, far fallire le società che avevano ottenuto gli appalti, far sparire i soldi degli appalti (con un vorticoso giro di denaro e opere d’arte) grazie all’aiuto di uomini di Messina e di Barcellona Pozzo di Gotto considerati dagli investigatori legati a Cosa nostra.
Oggi Fransoni si occupa di tutt’altro. È nel consiglio d’amministrazione di Magiste International, la holding di Ricucci domiciliata in Lussemburgo. Ed è stato fermato al valico di Chiasso, il 21 febbraio scorso, dal Nucleo valutario della Guardia di finanza: nella Mercedes su cui viaggiava in compagnia di un altro uomo di Ricucci, Luigi Gargiulo, c’erano preziosi documenti finanziari su società offshore e operazioni riservate. Stavano prendendo la strada dell’estero e invece ora sono al vaglio dei magistrati di Milano Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco.
Assalto alla cassaforte. La faccenda intanto si è estesa. Dopo la scalata Rcs, si sono palesati movimenti su Mediobanca e Generali. È davvero iniziato il grande assalto al cuore del (debole) capitalismo italiano che Diario ha ipotizzato nel numero scorso. Ma se gli eventuali protagonisti dietro Ricucci e i suoi amici sono invisibili nel blitz sul Corriere, quelli che stanno comprando titoli Mediobanca e Generali sono imprendibili. "Non capiamo che cosa sta succedendo", confessa un grande banchiere del Nord. "Non vedo una strategia, da nessuna parte. Forse ci sono solo movimenti opportunisti, nel senso che uno o più soggetti si stanno muovendo cogliendo le opportunità che si presentano, senza un vero piano".
Ha smentito con decisione di essere dietro a qualunque operazione su Mediobanca e Generali Vincent Bollorè, socio francese della banca d’affari che fu guidata da Enrico Cuccia. "Io non vedo nessun attacco", ha dichiarato anche l’altro grande sospettato, Tarak ben Ammar. Il finanziere franco-tunisino è al centro di una complessa rete di rapporti che tiene insieme George Bush e i capitali arabi, Rupert Murdoch e Silvio Berlusconi.
Fu Tarak, la sera del 24 novembre 1995, che tirò fuori dai guai l’amico Silvio. Con un’intervista al Tg5 di Enrico Mentana in cui dichiarò che i 15 miliardi di lire versati su conti esteri da Berlusconi erano pagamenti di diritti televisivi all’estero. Era una balla: risulterà che erano la più grande tangente mai pagata in Italia a un singolo uomo politico, Bettino Craxi. Si può credere a quest’uomo? o
Per la laurea, paga a Hong Kong
Stefano Ricucci potrà appendere al muro i certificati che attestano la conquista dei titoli di "Bachelor" e "Doctor" in Economia (7.640 euro investiti, per un totale di 36 esami e due tesi finali). La sua signora non è da meno: Anna Falchi si è laureata su Pasolini grazie a un corso da "Doctor Degree" (costo variabile fra i 10 e i 13 mila euro) e pare che ora miri a specializzarsi in Storia del cinema. Lo sfizio di avere un "Dott." sul biglietto da visita, entrambi se lo sono tolti grazie alla Clayton University, università con base a Hong Kong che sul suo sito si definisce "il padre dell’apprendimento a distanza". Nata nel 1972, oggi la Clayton si vanta di avere studenti in ogni parte del mondo. Chi clicca per compilare i formulari d’iscrizione (tutto online) può parlare giapponese, italiano, francese o urdu.
Gli esami sono scritti, ma da spedire per posta. Gli iscritti devono studiare con un tutor scelto da loro, ma la cui esistenza non viene mai verificata dall’università (Anna dice di aver studiato con la sua tutor tre volte a settimana). Oltre ai corsi canonici in Business administration o Scienze sociali, alla Clayton si può studiare Psicofisiologia, Fitoterapia ed Erbologia, o Pianificazione ambientale. I titoli rilasciati non sono riconosciuti in Italia e nemmeno negli Stati Uniti, quasi tutto si svolge online e gli accrediti delle rette finiscono sulla Hong Kong and Shanghai Banking Corporation di Hong Kong, banca nota per essere stata assolutamente impenetrabile alle rogatorie italiane durante le indagini di Tangentopoli. Se nonostante tutto questo non siete ancora perplessi, l’indirizzo per voi rimane www.culhk.com.
Parla un boss
Così lo Stato pagava la 'ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici
Condannato per traffico di droga. Ha collaborato con l' Antimafia. Ritenuto attendibile, ora ha consegnato ai giudici un memoriale. Esplosivo.
di Riccardo Bocca
A partire dal giugno 2004 "L'espresso" ha pubblicato una lunga serie di articoli riguardo al traffico internazionale di rifiuti tossici e radioattivi. Un lavoro che ha avuto come prima tappa la ricostruzione del caso Rosso, la motonave che nel 1990 si è arenata su una spiaggia calabrese e che tutt' oggi è al centro di un'indagine della Procura di Paola. In seguito, l'inchiesta del nostro giornale si è allargata all'intera vicenda delle cosiddette "carrette del mare", le navi che tra gli anni Ottanta e Novanta sarebbero state affondate volontariamente con il loro carico di scorie tossiche e nucleari.
(...) Ora "L'espresso" è venuto a conoscenza di un nuovo documento. Un lungo e dettagliato memoriale scritto da un ex capo della 'ndrangheta (vedi scheda), qui tenuto anonimo per ragioni di sicurezza, già in passato collaboratore di giustizia e oggi con un cumulo di pena pari a trent' anni per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti. (...) Tutto materiale che, ovviamente, dovrà essere vagliato nei minimi particolari dai magistrati, i quali peraltro stanno già da tempo lavorando su fronti connessi, in modo da confermare o smentire tutte le responsabilità delle persone citate. E soprattutto dovranno essere verificati con la massima attenzione i siti, italiani e non, dove l'autore del memoriale indica la presenza dei fusti con scorie tossiche e radioattive.
(...) Il primo capo della 'ndrangheta a capire l'importanza del business dei rifiuti tossici e radioattivi è stato Giuseppe Nirta. Nel 1982 era il responsabile del territorio di San Luca e Mammasantissima, ossia il vertice supremo dell'organizzazione. Per questo aveva contatti a Roma con personaggi dei servizi segreti, della massoneria e della politica... Inizia così il memoriale consegnato all'Antimafia da un ex boss della 'ndrangheta. Il quale precisa: "Allora non avevo rapporti diretti con i massimi vertici della famiglia di San Luca, a cui ero affiliato, in quanto il mio livello era quello cosiddetto dello "sgarro", e gestivo solo estorsioni. Nirta però era un lontano cugino di mia madre, e per questo avevo una corsia preferenziale con lui, il quale più volte mi assicurò che il business dei rifiuti pericolosi avrebbe portato tanti soldi nelle nostre casse". "In particolare", si legge, "Nirta mi spiegò che gli era stato proposto dal ministro della Difesa Lelio Lagorio, col quale aveva rapporti tramite l'ex sottosegretario ai Trasporti Nello Vincelli e l'onorevole Vito Napoli, di stoccare bidoni di rifiuti tossici e occultarli in zone della Calabria da individuare. L' ipotesi ventilata a Roma era quella di sotterrarli in alcuni punti dell'Aspromonte e nelle fosse naturali marine che c'erano davanti alle coste ioniche della Calabria. Nirta però mi disse che non voleva prendersi da solo questa responsabilità, e avrebbe quindi convocato i principali capi della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria per decidere cosa fare.
(...) "Da queste riunioni", scrive l' ex boss, "non uscì però un fronte comune. C'erano divergenze di opinione, perché non si voleva che sostanze pericolose fossero sepolte in Aspromonte, territorio amato dai capi e allo stesso tempo area dove abitualmente venivano nascosti i sequestrati. Alla fine fu deciso di entrare nel grande affare dei rifiuti pericolosi, con l'accordo che ogni famiglia avrebbe gestito le attività nel rispetto reciproco ma per i fatti propri. Si cercò così di trovare siti che fossero fuori dalla Calabria, oppure all'estero, e alla fine la scelta cadde per quanto riguarda l'Italia sulla Basilicata, perché terra di nessuno dal punto di vista della malavita. Quanto all'estero, si presero contatti con la mafia turca, referente della 'ndrangheta per l'acquisto dell'eroina, e la persona a cui facemmo riferimento era Mehmet Serdar Alpan, il quale è stato anche finanziatore dei Lupi Grigi.
(...) In questo contesto facevo affari con la famiglia Musitano di Platì, il cui capo era Domenico, detto 'u fascista per il suo piglio da dittatore, il quale era libero in attesa di processo ma che per un'ordinanza non poteva risiedere in Calabria, ragione per cui si era trasferito a Nova Siri, in provincia di Matera. Mi chiese un incontro", si legge, "e mi disse che c'erano da far sparire 600 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi, chiedendo se io e la mia famiglia potessimo interessarci per le varie fasi di trasporto e collocazione. Prima di tutto gli domandai quanto ci avremmo guadagnato, e chi gli aveva prospettato questo lavoro. Mi spiegò che era stato avvicinato dal dottor Tommaso Candelieri dell' Enea di Rotondella, il quale stoccava in quel periodo rifiuti provenienti da Italia, Svizzera, Francia, Germania e Stati Uniti, e che in quel preciso momento aveva l'esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell'Enea stessa. Quanto ai soldi, avrei intascato 660 milioni per tutte le fasi dell'operazione. Per questo incontrai a Milano, in piazzale Loreto, Giuseppe Romeo, fratello di Sebastiano, il quale scese poi in Calabria per riferire. Dopo una settimana, ritornò a Milano e mi diede il via libera". "Come appoggio", spiega l' ex boss della 'ndrangheta, "Musitano mi diede la disponibilità del genero, Giuseppe Arcadi, il quale mi aiutò a trovare i camion e gli autisti per il trasporto dei rifiuti. Calcolammo che per 600 fusti ci sarebbero voluti circa 40 mezzi, i quali dovevano prelevare i bidoni dai capannoni a Rotondella, trasportarli nel porto di Livorno e caricarli su una nave che sarebbe partita per la Somalia. Sembrava tutto pronto", scrive, "ma Musitano fu ucciso dalla 'ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un'udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro, che però riprese a gennaio del 1987, perché lo stesso Musitano poco prima di morire mi aveva presentato Candelieri, col quale avevo stretto i primi accordi nel corso di un incontro a casa del Musitano stesso".
(...) Il fatto è che, secondo i nostri calcoli, nella stiva ci sarebbero stati solo 500 bidoni, e dunque si poneva il problema di dove smaltire gli altri 100. Fu così che decidemmo di procedere con un doppio piano: 500 fusti sarebbero partiti per la Somalia, mentre i rimanenti 100 sarebbero stati nascosti in Basilicata. Per l'esattezza, diedi ordine che fossero trasportati e seppelliti nel comune di Pisticci, in località Coste della Cretagna, lungo l'argine del fiume Vella".
(...) "Partecipai direttamente all'operazione, che si svolse tra il 10 e l'11 di gennaio 1987", racconta l'ex boss. "Partimmo con i 40 camion caricati a Rotondella verso le due di notte e un'ora dopo arrivammo con sette o otto di essi al fiume Vella, dove era stata predisposta la buca che fu riempita con i bidoni e poi ricoperta. A preparare la fossa erano stati i macchinari messi a disposizione da Agostino Ferrara, uomo di Musitano che abitava a Nova Siri, il quale procurò anche i fari per illuminare l'area. Nelle stesse ore, gli altri camion proseguivano per il porto di Livorno, dove li aspettava la Lynx e dove finito il lavoro in Basilicata sopraggiunsi anch'io a bordo della mia Lancia Thema con Giuseppe Arcadi. Le fatture con descrizioni false per imbarcare le scorie tossiche e radioattive erano state preparate da un commercialista di Milano, che mi era stato presentato dal commercialista Vito Roberto Palazzolo di Terrasini (oggi latitante), ed erano intestate alla International consulting office di Gibuti. La nave infatti partì da Livorno diretta a Gibuti, ma invece di attraccare raggiunse Mogadiscio. A quel punto, entrò in azione l'appoggio che avevo chiesto al segretario generale della Camera di commercio italo-somala, il quale aveva organizzato camion e manodopera per lo scarico dalla nave e il carico su camion. I rifiuti", si legge, "sono stati portati alla foce morta del fiume Uebi Scebeli, dove sono stati seppelliti alla bene e meglio con gli escavatori reperibili sul posto, in accordo con il capo tribù della zona Musasadi Yalaitow". Tutto il lavoro, racconta l' ex boss, "ci costò 260 milioni, che furono aggiunti al compenso. Quanto ai 660 milioni concordati, provenivano dal conto criptato 'whisky' della Banca della Svizzera italiana di Lugano. Il faccendiere Marino Ganzerla mi diede appuntamento nella stessa Lugano ai primi di febbraio e mi pagò in contanti per conto di Candelieri. Mi consegnò la cifra in dollari, e io inviai 500 milioni di lire alla famiglia di San Luca".
(...) "Quelli che ho riferito fino a questo momento sono solo pochi episodi, rispetto alla realtà dell'epoca", scrive l'ex boss. "In quel periodo il traffico dei rifiuti tossici e radioattivi era molto praticato. Diversi erano i faccendieri che con coperture varie svolgevano questo genere di attività per conto dei governi internazionali, i quali già negli anni Ottanta non sapevano dove piazzare queste enormi quantità di materiali pericolosi. Uno dei personaggi più importanti che mi è capitato di conoscere", si legge nel memoriale, "è stato l'ingegner Giorgio Comerio, il quale gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) e poi da lui gestito in autonomia per sparare pattumiera radioattiva dentro missili sotto i fondali marini. Comerio si muoveva a livelli governativi internazionali, e le persone che contattava nei vari stati, europei e non, sapevano che aveva gli appoggi per mettere in pratica il suo studio sottomarino. Lui stesso mi raccontò che i fondali della Sierra Leone erano i migliori per la sua attività, in quanto non so perché accoglievano al meglio i suoi siluri con i rifiuti radioattivi.
(...) "Sempre con Giorgio Comerio", continua l'ex boss, "la famiglia di San Luca ha fatto nel 1995 un altro affare che riguardava il niobio, solitamente utilizzato per costruire reattori nucleari. Comerio in quell'occasione chiese a Giuseppe Giorgi, detto 'u capra, genero del boss Sebastiano Romeo, di trasportare una certa quantità di quella sostanza, e la cosa andò in porto. Il niobio fu caricato su un container e trasportato con un aereo della Air Cess da Budapest alla Sierra Leone, dove Giuseppe Giorgi in persona lo consegnò ai responsabili della società Transavia. La famiglia di San Luca ricevette in cambio 250 milioni di lire, e non fu un episodio sporadico. Lo stesso Comerio mi raccontò che già negli anni Ottanta aveva avuto diversi contatti con la 'ndrangheta, e in particolare con Natale Iamonte, capo dell'omonima famiglia di Melito Porto Salvo, che lo aveva aiutato riguardo all'affondamento di navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi in acque internazionali davanti alla costa ionica calabrese.
(...) "So per certo", racconta l'ex boss della 'ndrangheta, "che molti altri affondamenti avvennero in quel periodo, almeno una trentina, organizzati da altre famiglie, ma non me ne occupai in prima persona.
(...) In seguito sono stato arrestato, ma i rapporti tra servizi segreti e la mia famiglia della 'ndrangheta sono continuati, come d'altronde sono sempre stati costanti quelli con la politica. Cito per esempio l'incontro che ebbi nel dicembre 1992 al ristorante Villa Luppis a Pasiano di Pordenone con l'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che come ho spiegato alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria già conoscevo bene.
(...) "Preciso", conclude l'ex boss, "che dal 1994 ho iniziato a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria riguardo ai temi della criminalità organizzata e del traffico internazionale di stupefacenti, e da quel momento non ho più svolto attività per conto della 'ndrangheta".
maggio 2005 - dal sito La Voce della Campania
LA SCALATA ALLE BANCHE - ARRIVA "ER CASH"
di Andrea Cinquegrani
Il governatore punta a far bottino pieno. Per le due maxi operazioni Antonveneta e Bnl il numero uno di Bankitalia, Antonio Fazio, non fa l’arbitro, ma il tifoso. Anzi, l’ultrà. E un vero e proprio tsunami, in arrivo dalle commissioni europee, rischia di far traballare anche i palazzi più robusti. Fulmini e saette arrivano dall’Adusbef, l’associazione nata a tutela dei risparmiatori, guidata dal battagliero Elio Lanutti. «Lo scandalo delle cordate sotterranee - sbottano in un comunicato ufficiale del 26 aprile - ispirate dal Governatore della Banca d’Italia Fazio per contrastare le Opa Bbva e Abn Amro, sta rovinando la reputazione dell’Italia, che non si è ancora ripresa dagli scandali finanziari Cirio e Parmalat, agli occhi della comunità finanziaria internazionale. Perfino un professore prudente come Marco Vitale - sottolinea Lanutti nel messaggio di fuoco - afferma che ‘il venir meno di quel clima di sicurezza, sintesi di indipendenza, professionalità, rispetto, che ha rappresentato la Banca d’Italia in tutti i decenni di cui ho memoria diretta, è un evento nuovo e di inaudita gravità. E’ urgente, urgentissimo che il Governatore lasci libero il campo a qualcuno capace di ripristinare un alto livello di credibilità e di indipendenza della Banca d’Italia».
A sostenere che il supercontrollore italiano mostri scarsa imparzialità nel giudicare le offerte nostrane e straniere per la scalata ad Antonveneta e Bnl, è in prima linea il commissario europeo al mercato interno Charlie McCreevy. Che non ha peli sulla lingua: «ora si stanno muovendo anche i tribunali - afferma - ci sono indagini di polizia, un evento dietro l’altro come in un serial televisivo». Insomma, una bella figuraccia internazionale. L’aspra presa di posizione Ue ha fatto andare su tutte le furie non solo il vertice di Bankitalia, ma anche qualche pezzo grosso governativo. Come il forzista e ‘fazista’ Luigi Grillo, presidente della commissione Lavori pubblici del Senato, intervenuto a piedi uniti nella polemica non si sa bene a quale titolo. Strepita Grillo: «si tratta della più rilevante operazione di pressione e di ingerenza esercitata finora in un campo estraneo ai poteri della Commissione». Grillo, però, è sempre più loquace. E ha voglia di esternare a tutto campo. Entrando, anche questa volta in tackle, nel merito della vicenda Bnl. Uno dei soci, il numero uno della Fiorentina e di Tod’s Diego Della Valle, che con Generali affianca l’istituto basco nella scalata alla Banca del Lavoro, aveva infatti protestato contro «l’eccessiva tolleranza di chi dovrebbe regolare le cose e magari è distratto da altro», invitando i partiti a valutare «la qualità degli uomini che rappresentano le istituzioni che se ne dovrebbero occupare» e aggiungendo: «se non è adeguata, a casa». Immediata la replica di Grillo: «quando l’arbitro non piace, ecco che si invocano le forze esterne. E non si capisce il danno che si fa evocando fantasmi strampalati». Fantasmi a parte - commentano in parecchi a piazza Affari - «Fazio punta a portare a casa almeno uno dei due risultati, fra Bnl e Antonveneta, strizzando l’occhio a destra e a sinistra. Non pochi mattonari presenti nella cordata per la Bnl , infatti, fanno il filo con l’Ulivo, amici di Alfio Marchini, già editore dell’Unità».
E molti nomi, parecchie storie, svariate imprese portano proprio nella nostra regione. A Napoli e alla Campania, terra d’origine di alcuni yuppies del mattone stramilionario, e terra di grandi “operazioni”: come quella che ha coinvolto la Società pel Risanamento di Napoli, passata in un battibaleno, cinque anni fa, al tandem Marchini-Zunino, sotto gli auspici di Massimo D’Alema. Ma procediamo con ordine, passando in rassegna alcuni odierni protagonisti delle maxi operazioni finanziarie del nostro Paese.
OPERAZIONE BNL
C’era una volta la Bnl , il colosso bancario profumato di garofano ai tempi del super Psi craxiano, guidato con piglio da Nerio Nesi (poi passato ai lidi rifondaroli, quindi a quelli pdci) fino al maxi scandalo della filiale di Atlanta. Non affonda, la Banca Nazionale del Lavoro, ma è miracolata sulla via di San Gennaro: acquista per un pugno di dollari - una settantina di miliardi di vecchie lire - lo sforacchiato Banco di Napoli in partnership con l’Ina, poi lo smista per dieci volte tanto all’Imi San Paolo. Riceve cash altri miliardi dal Tesoro, supera brillantemente la ‘crisi’. Ora la desiderano con ardore gli spagnoli, il Banco de Bilbao in pole position con una maxi offerta. Ma gli azionisti scalpitano: non vogliono perdere il controllo di uno strategico istituto di credito; o comunque, hanno intenzione di vendere cara la pelle. In prima fila, tra i soci dell’istituto di via Veneto, tre rampanti palazzinari, tutti under 40. Un romano doc, un campano-romanizzato, un casertano altrettanto doc: “i russi de noantri”, li etichettano nella capitale, per via della loro enorme liquidità.
Il primo è Stefano Ricucci, nella hit delle cronache mondane per via della sua love story con Anna Falchi. Viene dal ventre de mamma Roma, Ricucci, figlio di un autista dell’Atac, apprendista dentista, capace nel giro di pochi anni di passare dalle borgate romane ai Campi Elisi. Lì, nel cuore di Parigi, prenderà sede il suo colosso societario - Magiste International - che ha pensato bene di acquartierarsi anche nella Londra dei vip, a Saint James Square, senza contare la maxi sede capitolina a un passo da piazza del Popolo (Magiste holding sa, invece, è acquartierata in Lussemburgo). Ciliegina sulla torta potrebbe essere - in un futuro non poi così lontano - la presidenza della squadra del cuore, la Lazio , di cui oggi è azionista (fra le altre partecipazioni ‘eccellenti’, uno strategico 7 per cento nella Rcs, editrice del Corsera). Il suo patrimonio immobiliare ammonta alla bella cifra di 600 milioni di euro.
BANCHE CON COPPOLA
E a una poltronissima calcistica punta anche l’altro socio di punta in Bnl col suo 4,9 per cento, Danilo Coppola, fresco acquirente di uno degli alberghi in della capitale, il Cicerone. A venderlo, Franco Sensi, il patron della Roma che - secondo ambienti sportivi locali - ha ormai tutta l’intenzione di lasciare il club. «Ha rifiutato l’offerta dei miliardari russi - viene precisato - potrebbe adesso cedere alla valanga di miliardi che Coppola è pronto a porgergli su un piatto». Non a caso il trentottenne Danilo - capelli lunghi, dandy al punto giusto - è soprannominato ‘er cash’. E tanto per far annusare qualcosa ai tifosi delusi da una stagione fallimentare, ha deciso di far uscire nelle edicole per settembre il Romanista, un quotidiano tutto giallorosso: del resto, nella formazione di Totti ha già fatto il suo ingresso da qualche mese, a bordo del 2,5 per cento di azioni acquistate, ovviamente, cash. L’altro albergo di prestigio che arricchisce il pedigree di casa Coppola è il Daniel’s di via Frattina. Un 5 stelle, e del resto la società che lo ha rilevato e lo gestisce si chiama Frattina Five Stars, amministrata da Fabrizio Spiriti e Francesca Garofalo.
Fitto l’arcipelago societario riconducibile al giovane Coppola. La ‘regia’ è in mano a tre fiduciarie ovviamente lussemburghesi, per tutelare - si sa - la privacy: Keope, Sfinge e Tikal Plaza. Capogruppo italiana è Pacop (amministrata da Lucia Necci, sorella della moglie di Danilo, Silvia) cui fanno compagnie tre reginette: Gruppo Coppola, Tikal e IPI, spa capaci di dar vita ad un giro d’affari - anche attraverso collegate e controllate - da quasi 300 milioni di euro all’anno. La prima, Gruppo Coppola, è riconducibile a sua volta alle tre finanziarie di famiglia: si tratta di Finpaco Real Estate, Finpaco Finance e Finpaco Properties, tutte società per azioni, of course, con diramazioni lussemburghesi. Tikal fa capo direttamente a Danilo Coppola (con una piccolissima quota, pari al 2 per cento, intestata a Francesca Garofalo). Controllata da Finpaco Properties, IPI è protagonista nelle travagliate vicende del gruppo Risanamento, proprietario di moltissimi immobili nel cuore antico di Napoli: una vendita molto chiacchierata, quasi cinque anni fa, un maxi affare in prima battuta per il palazzinaro romano Alfio Marchini (nelle grazie di Massimo D’Alema), e in seconda battuta per il gruppo Zunino, in sella ad IPI. Commentano alcuni immobiliaristi partenopei: «Hanno fatto l’affare in tutti, prima Marchini, poi Zunino, ora Coppola, che ha acquisito dallo stesso Zunino il pacchetto di maggioranza dell’Ipi, e quindi del Risanamento». L’operazione, condotta in porto a inizio febbraio di quest’anno, ha visto il passaggio del controllo di Ipi (65 per cento) nelle mani di Coppola. La quota di Luigi Zunino in Ipi è ora pari al 10 per cento (contro il precedente 75). Fa sapere, in un asciutto comunicato, la società di piazza Nicola Amore: «Le società hanno sottoscritto un patto parasociale che prevede l’impegno del gruppo Coppola nei confronti di Risanamento a mantenere in Ipi un amministratore a nomina Risanamento e uno a nomina Fiat Partecipazioni, azionisti in Ipi con il 10 per cento». Tra i soci di Risanamento figura anche Leonardo Del Vecchio, il re degli occhiali, con un 2 per cento. Quattro palazzi, quattro cantoni e affari a tanti zeri…
Mattoni e calcestruzzo nelle vene, a casa Coppola, dove il padre, Paolo, ha cominciato a cavalcare la ruspa una ventina d’anni fa, per edificare nella zona Sud di Roma. Sud chiama Sud, e parecchi scommettono su parentele ‘eccellenti’, quelle dei mattonari doc del litorale domizio, i Coppola di Pinetamare. In zona, però, smentiscono. «Mai sentito parlare di un Danilo». Forse ancora più a sud, qualcuno sostiene a Bagnoli. Anche in ambienti ministeriali arrivano non pochi echi. «Non ci sono solo i Caltagirone a farla da padrone nei maxi lavori di Bagnoli. Lavoreranno in tanti. Coppola? Il nome è rimbalzato». Intanto, Danilo può godersi la pace dei Castelli romani, nella magione degna di Dinasty a Grottaferrata tutta verde, piscine, campi da golf.
IL NUOVO STATUTO
Compagno di passeggiate è Giuseppe Statuto, altro rampante nell’azionariato Bnl, in sella al suo 4,9 per cento. Tra un footing nel green e l’altro, un paio di mesi fa è sbocciata l’intesa: in sostanza, dar vita ad un asse sindacale (bando agli equivoci, non si tratta di braccianti, ma del patto di sindacato all’interno di Bnl) in grado di fronteggiare l’altro rampante, Ricucci. Due cuori, un destino: del resto sono tutti e due quasi sessantottini, i nuovi finanzieri all’assalto della capitale: sono nati nel 1967, infatti, amano la buona musica e la buona pittura (nei saloni di casa Statuto fanno capolino De Chirico e Fontana). Da Aversa - suo paese d’origine - il salto è stato assai breve verso Roma, Milano e oltre. All’ombra del Madunina, a quanto pare, le imprese targate Statuto stanno lavorando per un ambizioso progetto (un centinaio di miliardi di vecchie lire l’importo dei lavori): il riassetto urbanistico nell’area dei Navigli. Grandi manovre anche a Rozzano, nell’hinterland milanese: qui dovrà sorgere un maxi complesso commerciale, partner d’accezione il gruppo Fininvest. Anche lui col pallino degli alberghi extra lusso, ha di recente comprato il Grand Hotel Duomo, che si aggiunge al mitico (per i milanesi e non solo) Palazzo Aliverti.
«Statuto in questi ultimi anni ha fatto una grande incetta di suoli e immobili a uso commerciale nel cuore della città», è il commento che si raccoglie fra molte operatori meneghini del settore. A dirigere l’orchestra Statuto è Lux, la cassaforte comodamente collocata - tanto per cambiare - in Lussemburgo, lontano da occhi indiscreti. Il gruppo – notano a piazza Affari – fa segnare fatturati a molti zeri (si parla di un giro d’affari da circa 100 milioni di euro), diversificazione al punto giusto, ma il core business sempre quello: i mattoni. E per questo la ‘corolla’ societaria di casa Statuto (accanto a lui il fratello Domenico, quarantunenne) è non poco folta: in prima linea Radogista Costruzioni, spa da 774 mila euro in dote, sede a Caserta. Poi, di seguito, Egis Immobiliare, Pontetetto, Ecom, l’impresa edilizia Figli di Statuto Raffaele, tutte società a responsabilità limitata. Quindi un’altra spa, dedita stavolta a questioni più ‘dure’: si chiama ILFA, ovvero Industria lavorazione ferro e alluminio, anche lei acquartierata a Caserta.
Un nome, una storia, una dinasty quella degli Statuto nell’agro aversano. A bordo della sua Italbeton, Rodolfo Statuto è stato il numero uno dei ‘cavaioli’ ai tempi del dopo terremoto, in grado di racimolare una fortuna. E proprio quello delle cave - insieme al movimento terra e al calcestruzzo - ha rappresentato il propellente per diverse imprese, soprattutto casertane: non solo con gli appalti della ricostruzione, ma anche con quelli della terza corsia Napoli-Roma (ovviamente via Caserta) e, in questi anni, per i lavori dell’alta velocità.
OI VITO, OI VITO MIO
A completare il dream team dei mattonari all’assalto di Bnl, non poteva mancare il numero uno, Francesco Gaetano Caltagirone, una fortuna che spazia in tutta Italia, a partire dalla capitale, naturalmente, passando per Napoli (dai maxi affari al Centro direzionale degli anni ottanta a quelli odierni per la Bagnoli del futuro), per allargarsi all’estero. In sella al Messaggero, al Mattino e al Corriere Adriatico, il gruppo Caltagirone può dormire sonni veramente ‘d’oro’. E la figlia Azzurra, al vertice dei destini aziendali di via Chiatamone, continua nel suo sogno d’amore con il presidente della Camera, Pierferdinando Casini.
Certo meno noto alle cronache e alle ribalte il quinto uomo, Vito Bonsignore, anche lui in sella a un abbondante 4 per cento in Bnl. Una vera e propria passione per le banche, quella coltivata dall’ex deputato siciliano di Forza Italia. Ha già dato adito a non pochi sospetti una sua presenza azionaria all’interno di Carige. Così hanno denunciato tre senatori ulivisti (Nando Dalla Chiesa, Aleandro Longhi e Francesco Martone) in un’interrogazione ai ministri dell’Economia e dei Trasporti: «nel maggio 2002 si è costituita a Genova la società Infrastrutture Lavori Italia, il cui 60 per cento delle quote è detenuto dalla Gefip Holding s.a. che a sua volta ha il 2,2 per cento della Banca Carige e che fa capo all’ex deputato Vito Bonsignore. Le ulteriori quote vedono la Carige al 15 per cento, la Camera di commercio di Genova e Imperia al 10 per cento, la Gepco-Infrastrutture di Cattaneo Adorno al 10 per cento, la Egis s.a. al 5 per cento. Del cda fanno parte il presidente Giovanni Berneschi, l’amministratore delegato e vicepresidente Bonsignore, l’esponente regionale dell’Udc Sergio Catozzo, nonché il marchese-imprenditore Adorno, fallito e latitante». I tre, in sostanza, si chiedano se in tutto ciò non via sia qualche piccolo conflitto d’interesse… Ma chi si è levato come un sol uomo in difesa di Bonsignore? Lo spiegano ancora i tre ulivisti: «il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, il quale, pur non essendo stato chiamato minimamente in causa, ha voluto rispondere sulla stampa agli interrogativi da noi sollevati». Senatore Grillo, senatore Grillo, ma quanto canta….
FAZZI AMARI
Eccoci alla seconda ‘spina’ per il Governatore Antonio Fazio, la Popolare di Lodi, guidata dal super amico Gianpiero Fiorani. Una piccola banca locale che, nel giro di pochi anni, è stata capace di una inarrestabile ascesa, a colpi di acquisizioni e incorporazioni di altri istituto, tanto che «il gruppo Bipielle - come si autodescrive nel suo sito - è uno dei primi 10 gruppi bancari italiani, con più di 650 mila clienti, attività totali per 65 mila miliardi di lire, una rete di oltre 500 sportelli in tutta Italia, oltre 7 mila dipendenti, con marchi consolidati ed elevate quote di mercato in Lombardia, Toscana e Sicilia». Vediamo, tappa per tappa, l’escalation che ha inizio nel 1999. A un passo dal nuovo millennio, le fervide menti finanziarie padane partoriscono il grande Progetto: quello di dar vita alla Banca Federale Europea, un polo bancario in grado rappresentare ed esprimere ‘il territorio’ - come usano dire i lumbard doc - aggregando casse di risparmio, popolari, e tutto quanto può fare raccolta di danaro fresco. La strategia, al via, fa segnare subito un colpaccio: sotto i vessilli della Lodi passa addirittura l’Iccri, ovvero l’istituto centrale delle casse di risparmio, per anni crocevia del potere finanziario targato Dc nei ruggenti anni ’70 e ’80. Tre piccioni con una fava, visto che Iccri (secondo operatore italiano nel sistema interbancario dei pagamenti, con una quota pari al 20 per cento) a sua volta controlla Fondiari - società per la gestione di fondi comuni - e la compagnia assicurativa Eurovita. Un colpo grosso tira l’altro, ed ecco che, magicamente, la neoacquisita Iccri incorpora, a sua volta, Efibanca, altro pezzo da novanta del parastato parafinanziaio (e para qualche altra cosa…): Efibanca, infatti, opera nel segmento del credito a medio e lungo termine e del merchant banking. L’appetito vien mangiando. Così spunta Bipielle Asset Management SGR, frutto delle ‘nozze’ - celebrate in casa Lodi - tra Agos Gestioni Patrimoniali Sim e Fimedit Fondi. E subito inizia la ‘campagna acquisti’ in lungo e in largo. Puntando molto sul centro e sul mezzogiorno. Prima stoccata, l’acquisizione dell’intero gruppo Casse del Tirreno, 200 sportelli sparsi soprattutto in Toscana, fra Livorno, Lucca e Pisa: l’operazione porta in dote altre creature, Ducato, Professional Ducato Leasing e Grifogest, tre significative realtà nel panorama regionale del risparmio gestito e della locazione finanziaria. Strategia simile in Emilia, pochi mesi dopo, con le vincenti Opa sulla Banca Popolare di Ferrara e Rovigo, nonché sulla Popolare di Forlì.
Le maggiori soddisfazioni, però, arrivano dal profondo Sud. Dalla Sicilia. Sette colpi, in rapidissima sequenza, tra fine ’99 e inizio 2000. La raffica comincia con l’operazione Banca del Sud, l’importante istituto messinese al cui vertice ha seduto per anni l’ex onorevole dc Giuseppe Merlino, andreottiano doc, sindaco, poi assessore regionale e deputato all’assemblea siciliana, molto legato al gruppo armatoriale dei Franza. « La Popolare di Lodi - raccontano nel capoluogo - è stata la prima ad annusare l’affare del ponte sullo stretto, stanziando 500 milioni di euro in crediti agevolati a favore delle imprese interessate alla realizzazione del ponte». Una famiglia molto dinamica (vedi Voce aprile 2005), quella dei Franza, anche nel ramo finanziario. Lo stesso numero uno del Messina Calcio, il quarantenne Pietro, siede infatti nel cda della Banca di Credito Popolare di Siracusa, entrata nell’orbita dell’Antonveneta (e quindi, oggi, della stessa Popolare di Lodi, i casi della vita…). A lungo vice presidente della Popolare di Siracusa (e contemporaneamente direttore generale di Antonveneta) ha figurato Silvano Pontello, ex braccio destro di Michele Sindona ai tempi della Banca Privata.
Ma torniamo alle altre ‘consorelle’ sicule della Popolare di Lodi. In prima fila, la Banca Popolare di Belpasso: in zona la conoscono soprattutto come l’istituto tanto caro a ‘u malpassotu, ovvero il boss mafioso Giuseppe Pulvirenti, leader delle cosche catanesi. A seguire, la Banca Popolare di Carini, il cui intero consiglio di amministrazione fu rinviato a giudizio, qualche anno fa, per falso in bilancio. Passiamo quindi al Credito Siciliano, guidato a lungo dell’ex eurodeputato di Forza Italia Pietro Di Prima, oggi ai vertici della commissione di garanzia del partito azzurro, e membro del collegio sindacale della Autostrade Milano Mare-Milano Tangenziali spa. Lo stesso Di Prima è membro del collegio sindacale di ALER, ovvero Azienda Lombardia Edilizia Residenziale, una delle controllate d’oro nell’arcipelago dell’esecutivo targato Formigoni.
08.05.2005 – Famiglia Cristiana
L’arroganza americana e l’eroe Calipari
di Adriano Sansa
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Omicidio Alpi: la pista radioattiva di Riccardo Bocca
Dall'inchiesta sullo spiaggiamento della motonave "Rosso", una nuova ipotesi sull'assassinio della giornalista del Tg3. Un'esclusiva de "L'espresso"
E’ una sequenza sconcertante. Si parte dalle rivelazioni sulla morte della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin. Si passa ai rapporti tra grandi trafficanti d'armi e la 'ndrangheta. Si continua con lo spionaggio militare e la costruzione di telemine usate dagli argentini nelle isole Falkland. E ancora: si parla del piano per corrompere funzionari e parlamentari europei. Si torna a fare il nome del gran maestro Licio Gelli. Fino all'ultima, grave, novità: il ritrovamento in una discarica abusiva sulle colline calabresi di diossina e altre sostanze tossiche.
Tutto questo, e altro ancora, sta emergendo dalle indagini e le audizioni relative al caso della motonave Rosso, spiaggiata nel dicembre del 1990 a Formiciche, in provincia di Cosenza. Per 14 anni si è sospettato che l'imbarcazione dell'armatore Ignazio Messina trasportasse rifiuti nocivi o radioattivi, e che lo spiaggiamento fosse stato un fuori programma dopo il tentativo non riuscito di affondare la nave. Su questa ipotesi ha lavorato la Procura di Reggio Calabria, stoppata nel 2000 dall'archiviazione e dalla morte sospetta del capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave dei magistrati. Ora i faldoni sono passati alla Procura di Paola, la quale lavora su due capi d'accusa: l'affondamento doloso e lo smaltimento di rifiuti nocivi.
Ancora tre mesi, assicura il sostituto procuratore Francesco Greco, e l'inchiesta sarà chiusa. Nel frattempo sono in molti ad aspettare col fiato sospeso. Gli investigatori inseriscono infatti la vicenda della Rosso in un più ampio scenario ambientato tra gli anni Ottanta e Novanta, quando 47 navi affondarono misteriosamente nel Mediterraneo. La stragrande maggioranza degli indizi in possesso degli inquirenti fa pensare che a bordo di queste navi ci fossero rifiuti pericolosi, e che il traffico internazionale avesse come protagonisti industriali e politici, mafiosi e trafficanti d'armi. Un'ipotesi di gravità assoluta, anche per le coperture che una simile attività richiedeva. Come altrettanto gravi sono i sospetti che da sempre pesano sull'ingegner Giorgio Comerio, il faccendiere lombardo che in quel periodo propose a vari governi un singolare sistema per smaltire la pattumiera radioattiva: stiparla in missili-penetratori e spararla sotto i fondali marini.
Di tutto ciò si sta occupando, oltre che la magistratura, la Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti presieduta dal deputato di Forza Italia Paolo Russo, tra i primi a lanciare l'allarme nazionale. E proprio la sua Commissione ha convocato a Cosenza il 18 e il 19 novembre scorsi alcuni personaggi fondamentali della vicenda. Carabinieri, magistrati, esperti di radioattività, ufficiali delle capitanerie di porto, ambientalisti, testimoni oculari. Ciascuno ha raccontato nel corso di audizioni riservate o del tutto segretate particolari clamorosi e sconosciuti. Un impressionante quadro d'insieme che 'L'espresso' propone in queste pagine, partendo dal cosiddetto business delle 'navi a perdere' fino ai giorni nostri.
Per cogliere l'importanza del caso Rosso bisogna infatti tornare a 17 anni fa, quando al largo di Capo Spartivento, davanti a Reggio Calabria, affonda la nave Rigel. Gli inquirenti sospettano che trasportasse scorie radioattive, e le stranezze non mancano. "L'imbarcazione", dice Angelo Barillà di Legambiente alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, "affondò con il mare liscio come l'olio, senza nemmeno lanciare il mayday". "Dopodiché", continua il maresciallo dei carabinieri Domenico Scimone, "l'equipaggio fu tratto in salvo dalla nave Karpen, proveniente dalla Jugoslavia, e condotto in Tunisia, dove sparì dalla circolazione. A quel punto la Procura di La Spezia spiccò un ordine di cattura internazionale nei confronti del comandante, il quale aveva dichiarato l'affondamento con coordinate non veritiere", ma inutilmente.
Per la cronaca, il relitto della Rigel non è più stato individuato. In compenso è diventato il simbolo della stagione in cui le navi colavano a picco una dopo l'altra nel Mediterraneo. E soprattutto è stato l'elemento che ha permesso agli investigatori di intercettare il faccendiere Giorgio Comerio, titolare della società Oceanic disposal management (O.d.m.) e dell'omonimo progetto per sparare missili zeppi di scorie dentro i fondali marini. "Durante la perquisizione nella sua casa di Garlasco", ricorda l'ex titolare dell'indagine Francesco Neri (oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d'appello di Reggio Calabria), "ho trovato un'agenda con l'appunto 'Lost the ship' al giorno 21 settembre 1987: proprio quando la Rigel è affondata (...). Ecco come mi sono agganciato al Comerio: con questa annotazione sull'agenda e con la constatazione dell'International maritime organization che quel giorno nel mondo era affondata soltanto quella nave".
Da lì in avanti la figura di Comerio è diventata un punto fisso nell'inchiesta di Neri. Un nome che rispuntava sempre: quando si studiavano i traffici di rifiuti nucleari, quando si passava a quelli di armi, quando si indagavano le relazioni con la malavita o i più incredibili segreti militari. "Il giorno che lo interrogai (sulle scorie radioattive, ndr)", racconta Neri, "mi disse: questi rifiuti non si possono buttare nell'atmosfera con gli Shuttle perché esplodono. È pericoloso interrarli perché i gas che si sprigionano coi terremoti possono provocare catastrofi ancora peggiori. Quindi l'unico posto è il mare. Ha continuato dicendo che lui li gettava con boe oceaniche di rilevamento e coi satelliti che controllavano il sito. Affermava di aver scelto, tutto sommato, il modo meno criminale di di sfarsene. Questa fu la sua difesa...".
Una tesi che non convinse il sostituto Neri. Una copia del piano O.d.m. di Comerio era stato infatti trovato sulla plancia della motonave Rosso dopo il suo spiaggiamento. E c'era dell'altro: "A Garlasco", ricorda Neri, "ho sequestrato le telemine, i progetti di telemine e le loro fotografie. Credo sappiate benissimo", prosegue rivolgendosi alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, "che le telemine sono state costruite per affondare i tre incrociatori della marina militare inglese nella battaglia delle Falkland. Tant'è vero che poi, quando scoprirono che Comerio era al servizio del nemico e costruiva le telemine a Malta, tra gli inglesi stessi, fu espulso (dall'isola, ndr). Lo stesso Sismi rimase spiazzato dagli elementi probatori che acquisimmo durante le perquisizioni, perché Comerio veniva ritenuto un truffatore, un 'acchiappafarfalle', mentre invece, come abbiamo scoperto poi, godeva di copertura ad altissimo livello. Ad esempio ha sottratto (lo studio per l'affondamento dei siluri con le scorie radioattive, ndr) a Ispra, quindi all'Euratom ... Non so se qualcuno di voi (deputati, ndr) abbia il permesso di andare ad Ispra, ma credo di no. Penso che neanche i parlamentari italiani possano entrare lì come ci entrava Comerio... Fatto sta che lui sottrae questo progetto, comincia con l'O.d.m. e si contorna di tutti i grandi trafficanti d'armi - parliamo di Gabriele Molaschi, Jack Mazreku e via dicendo. Se ne va in Guinea Conakri e stipula un contratto; se ne va in Somalia e ne stipula un altro con Ali Mahdi. Praticamente i signori della guerra all'epoca operavano in Somalia, dove c'erano due fazioni, e lui si alleò con Ali Mahdi. Ci sono anche fax con i responsabili della Somalia...".
In questo clima, spiegano lo stesso Neri e il maresciallo dei carabinieri Nicolò Moschitta alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, scatta il nesso tra il traffico d'armi, quello delle scorie radioattive e la morte di Ilaria Alpi. Un tragico incrocio che parte da lontano. "Comerio", racconta Moschitta, "aveva progettato di affondare in mare le scorie radioattive, ma prima di fare questa attività doveva ottenere alcune licenze dal Parlamento europeo. Per riuscirci aveva redatto - sono atti e documenti che abbiamo trovato - un progetto di corruzione di membri e funzionari del Parlamento europeo. Una volta ottenuti questi permessi si sentiva autorizzato a inabissare in mare tutto quello che gli capitava. Il suo", dice Moschitta, "non era uno scherzo. Abbiamo trovato progetti di inabissamento riguardanti quasi tutte le coste dell'Africa. Era interessato a tutti i Paesi, ma in modo particolare a quelli dove la situazione politica era instabile, perché secondo lui l'instabilità del governo consentiva di corrompere i vari funzionari e gli stessi presidenti. Proprio come nel caso della Somalia".
Qui, testimonia il maresciallo Moschitta, "Comerio aveva corrotto Ali Mahdi, riuscendo così a ottenere le autorizzazioni per inabissare le sue scorie. Ricordo che un giorno, mentre svolgevamo questo tipo di accertamento, ci pervenne una comunicazione da Greenpeace di Londra nella quale si diceva che al largo della Somalia, nella zona di Bosaso, c'era una nave che inabissava in mare dei fusti. Quelle indicazioni, da noi riscontrate, erano identiche a quanto contenuto nel progetto O.d.m. di Giorgio Comerio". "Certo non potevo fare una rogatoria con Ali Mahdi", dice alla Commissione il sostituto Neri, "cioè andare in Somalia e farmi uccidere come hanno fatto con Ilaria Alpi, quindi ho mandato gli atti al collega competente per l'indagine. Dopo qualche tempo mi ha chiamato e mi ha detto che avevo ragione: la figlia del sindaco di Bosaso aveva dichiarato che Ilaria Alpi era stata uccisa perché seguiva il traffico dei rifiuti radioattivi in Somalia". "E l'unico che inabissava rifiuti radioattivi", fa notare il maresciallo Moschitta, "era questo signor Comerio".
Alla luce di tali testimonianze, si spiega il clima di pesantissime pressioni che ha accompagnato negli anni il lavoro dei magistrati. Anche per questo, racconta alla Commissione il sostituto Neri, "il Sismi ha collaborato molto con noi. Ci ha fornito una certa copertura, tutelandoci dalle minacce che abbiamo subito io, Domenico Porcelli e Nicola Maria Pace (addirittura Porcelli ha scoperto una microspia nella sua stanza, ndr)". Ma questo non ha evitato che l'indagine fosse segnata il 13 dicembre 1995 dalla misteriosa morte del capitano di corvetta Natale De Grazia, insignito nel giugno 2004 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi della medaglia al valore civile alla memoria. "Morì", ricorda alla Commissione Angelo Barillà di Legambiente, "in un momento cruciale dell'inchiesta, mentre si spostava da Reggio Calabria a La Spezia per interrogare l'equipaggio della Rosso. Fece una sosta a Nocera Inferiore e insieme ad altre persone si recò al ristorante. Lui fu l'unico a mangiare il dolce, dopodiché si rimise in viaggio in automobile, si appisolò e morì". Ucciso da cosa? "L'autopsia è stata effettuata una settimana dopo e allo svolgimento dell'esame autoptico prese parte anche il medico dei familiari", spiega Barillà: "Il risultato dell'autopsia fu: arresto cardiocircolatorio, ma ai partecipanti rimasero comunque dubbi. Così un anno dopo i familiari ottennero che si rifacesse l'autopsia, e a quanto mi risulta i parenti non hanno mai saputo l'esito".
Non c'è da stupirsi. Le indagini della Procura di Reggio Calabria hanno toccato livelli straordinariamente alti, degni tuttora della massima attenzione delle istituzioni. Il sostituto Neri, come riferisce lui stesso, ritenne opportuno "informare il presidente della Repubblica dell'epoca tramite il procuratore Agostino Cordova, che collaborava con noi, dicendo che c'erano elementi che attentavano alla sicurezza della nazione". Il Sismi, aggiunge il maresciallo Moschitta, "aveva già attenzionato il nominativo del Comerio per l'operazione che riguardava la fuga di Licio Gelli a Montecarlo. E il procuratore di Reggio Antonino Catanese, riferisce l'ambientalista Barillà, "ha parlato del coinvolgimento di personaggi legati alle cosche ioniche cointeressati ad attività con società tedesche rinvenute nei libri contabili e nella documentazione sequestrata all'O.d.m. per l'affondamento delle navi". Ma Neri e la sua squadra si erano spinti oltre: "A casa di Gabriele Molaschi, socio di Comerio nell'O.d.m., trovai i fax che gli erano stati inviati dalla Spectronix di Tel Aviv, nei quali si diceva di intervenire presso l'Otobreda di La Spezia per poter acquistare i congegni di protezione delle nostre autoblindo utilizzate in Somalia", dice alla Commissione il maresciallo Moschitta: "Si raccomandava di non proseguire per vie ufficiali, bensì sottobanco, e il Molaschi forniva l'ok, dicendo che era tutto a posto e con l'occasione faceva presente che aveva bisogno di tante armi". "Gli israeliani", riferisce il sostituto Neri, "controllavano tutti i movimenti delle nostre truppe in Somalia. Non so per quale motivo volessero controllarci, ma c'era spionaggio militare, vendita di armi, triangolazioni. Comerio, quest'uomo che sembrava un fesso, un quaqquaraquà, uno che andava abbindolando la gente, era invece al centro di un intrigo internazionale".
Poteva una grande impresa italiana come la Ignazio Messina & C. di scutere affari con un personaggio del genere senza sospettare nulla? Poteva trattare, com'è avvenuto nel 1988, la vendita della motonave Rosso senza temere di essere coinvolta in traffici clandestini? E soprattutto: poteva non sapere che sulla plancia della stessa Rosso c'era una copia del progetto O.d.m.? È quello che non convince gli investigatori. I quali partono da un punto certo: Comerio, come ha spiegato il sostituto Neri alla Commissione sul ciclo dei rifiuti, aveva per la Rosso due progetti, entrambi rinvenuti durante le perquisizioni: "Il primo prevedeva l'assemblaggio delle telemine dopo la sua cacciata da Malta; il secondo il montaggio dei cosiddetti penetratori (per sparare le scorie tossiche dentro i fondali, ndr)".
Eppure la Messina, 14 anni dopo lo spiaggiamento, continua a negare. Non conta che il piano O.d.m. sulla motonave Rosso sia stato trovato da Giuseppe Bellantone, allora comandante in seconda della Capitaneria di porto di Vibo Valentia, e che lo stesso Bellantone lo abbia confermato a verbale. Per la Messina è comunque un "falso ritrovamento", e lo scrive in un memoriale di 400 pagine che ha inviato alla magistratura e alla Commissione sul ciclo dei rifiuti. "Vogliamo ristabilire la verità e allontanare le illazioni e le pesanti accuse che pretenderebbero di collocarci al centro di una rete di faccendieri, trafficanti d'armi, agenti dei servizi segreti, uomini di governi e mafiosi", si legge. Parole che non convincono il presidente della Commissione Paolo Russo, il quale commenta: "Le incongruenze contenute nel dossier sono numerose e lampanti, sia riguardo alla fase dello spiaggiamento sia in quelle successive. D'altro canto la mancanza di chiarezza contraddistingue tutta questa storia, e la nostra trasferta calabrese lo dimostra. Ci sono persone che coraggiosamente collaborano e altre che hanno strani ripensamenti".
L'esempio più evidente è quello di un testimone fondamentale, qui senza nome per ragioni di sicurezza, interrogato dai carabinieri lo scorso 17 febbraio. In quell'occasione spiegò come due mesi dopo lo spiaggiamento della Rosso fossero stati portati nottetempo nella discarica pubblica di Grassullo, comune di Amantea, rifiuti della motonave "senza alcuna scorta della Guardia di Finanza o dei vigili urbani". La stessa persona, alla quale di recente è andato a fuoco un capannone agricolo, davanti alla Commissione ha negato tutto.
Strano, ma non raro. Un simile comportamento è stato tenuto da un altro testimone del caso Rosso: il marinaio Giuseppe Scardina, imbarcato sulla motonave Rosso durante l'ultimo viaggio. 'L'espresso' nella sua inchiesta ha pubblicato la deposizione del cuoco di bordo Ciro Cinque, il quale diceva: "Ho il sospetto che nel carico ci fosse qualcosa che doveva affondare con tutta la nave", aggiungendo che Scardina avrebbe commentato: "Tu hai ragione, quello che hai detto è la verità, però io non mi possono mettere contro la Messina: ho bisogno di lavorare". Lo stesso Scardina, tuttora dipendente dell'armatore genovese, ha smentito lo scorso 9 ottobre: "Ero imbarcato sulla Rosso al tempo del naufragio", ha scritto in una lettera ai suoi superiori, "conoscevo il cuoco, ma non ho mai detto ciò che riporta il giornale".
A questo punto 'L'espresso' è andato a rileggere cosa il marinaio Scardina dichiarava il 7 giugno 1997 alla Guardia di Finanza sulle condizioni della motonave e sullo scopo del viaggio: "Quando siamo partiti da La Spezia con la motonave Rosso la nave era sbandata di due-tre gradi sul lato sinistro, e quando prendeva mare lo sbandamento aumentava", diceva: "Tale sbandamento era causato dal fatto che le valvole delle zavorre non mantenevano, quindi perdevamo acqua e non mantenevamo la zavorra. La nave", continuava il marinaio, "era in pessime condizioni, tant'è che il marinaio Borrelli arrivati a Napoli da La Spezia volle sbarcare a ogni costo. Anzi, ricordo che mi disse: 'Scardina, questa nave non mi piace, so che va ma non so se ritorna'. Ricordo pure che a Napoli diede 50 mila lire al medico affinché gli facesse un certificato per sbarcare. Era in ottima salute, sicuramente (stava, ndr) meglio di me".
Non sarà facile per la magistratura sbrogliare questo groviglio di ammissioni e ripensamenti. Troveranno, le tante persone che sanno e ancora tacciono, il coraggio di parlare? E soprattutto: oltre agli eventuali responsabili, riusciranno i cittadini calabresi a conoscere il reale stato di salute del loro territorio? Sulla prima questione nessuno si sbilancia, visto il clima di tensione che regna in Calabria attorno al caso Rosso. Sulla seconda invece le ultime notizie sono importanti e preoccupanti assieme. Il super consulente della Procura Ornelio Morselli ha infatti trovato consistenti tracce di diossina in un sito che fonti confidenziali hanno indicato a Foresta, comune di Serra D'Aiello. Non solo. Nei campioni prelevati ci sono anche furani e policlorobifenili, suoi stretti parenti altrettanto tossici, oltre a rame, nichel e zinco in concentrazioni fuori legge.
"Visto il punto localizzato di rinvenimento, a un metro circa di profondità, si può sicuramente affermare che la presenza di tali sostanze è dovuta all'illecito smaltimento di rifiuti", scrive il consulente tecnico. E aggiunge: se è vero che diossina e furani sono oggi "appena inferiori ai limiti di legge", a differenza dei policlorobifenili che li superano, "si può supporre che la loro concentrazione al momento dell'illecita discarica fosse sicuramente superiore". Tra 1,2 e 1,5 volte maggiore dell'attuale contenuto, afferma Morselli, sottolineando "che potrebbe essere un valore sottostimato" e che "non considera l'accertata presenza, nello stesso tipo di fanghi, di idrocarburi con forte potere solvente".
Per la Procura di Paola è un evidente passo avanti. Le sostanze analizzate, scrive Morselli, non sono compatibili con la realtà artigianale calabrese, viceversa "sicuramente ricollegabili ad effluvi e fanghi prodotti da industrie". Dunque è sempre più teorizzabile che i fanghi provengano dalla motonave Rosso. Il che, se da una parte autorizza l'ottimismo degli investigatori, dall'altra pone serie domande sulla salubrità dell'area indagata. Lo stesso consulente Morselli scrive nella sua relazione: "Non si può escludere un possibile inquinamento delle acque fluviali adiacenti al sito per l'estrema vicinanza di un torrente alla zona di discarica". Né tantomeno si può calcolare "la pericolosità e la tossicità", visto che "ora come allora è strettamente correlata al contenuto complessivo delle sostanze in rapporto al quantitativo globale dei fanghi che le contengono, il quale attualmente non è accertato".
Urgono a questo punto nuove verifiche. Urgono nuove analisi per garantire la serenità della popolazione. Nel frattempo giunge dalle istituzioni locali un importante segnale di collaborazione. L'Agenzia calabrese per la protezione dell'ambiente ha predisposto un Piano di azione integrato e collaborerà alle indagini sulla Rosso. In tempi brevi, si spera.
16 settembre 2004
Indagini radioattive
Governo e Camere devono intervenire subito. E va rafforzato l'ufficio del magistrato che indaga sulla Rosso. Lo chiede il presidente della Commissione parlamentare
colloquio con Paolo Russo di Riccardo Bocca
Non è in vena di diplomazie Paolo Russo 44 anni, presidente della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e deputato di Forza Italia: "Ci troviamo di fronte a una vicenda di straordinaria gravità -, dice. "E’ indispensabile un'attenzione istituzionale a tutti i livelli, nel nostro Paese e non solo. E urgente che tutti sappiano quanto è successo nei mari e negli oceani del pianeta durante gli ultimi vent'anni. Ci sono elementi per ipotizzare un disastro di dimensioni assolute: ora dobbiamo sforzarci di trovare prove inoppugnabili". I fatti e le testimonianze diventano giorno dopo giorno più allarmanti. Come denunciato da "L'espresso" in due occasioni (la scorsa settimana e nel mese di giugno), dalla metà degli anni Ottanta governi europei e non avrebbero sottoscritto accordi per smaltire illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. I sistemi erano due: affondarli assieme alle navi sulle quali viaggiavano, oppure stiparli in missili e spararli dentro i fondali marini. Il tutto in combutta con mafiosi, faccendieri e trafficanti d'armi. Un piano scellerato su cui per anni hanno indagato, tra costanti minacce, varie Procure italiane. E che oggi torna all'attenzione grazie al lavoro del sostituto procuratore Francesco Greco di Paola, il quale parte da un episodio emblematico: lo spiaggiamento, il 14 dicembre 1990, della motonave Rosso sulla spiaggia calabrese di Formiciche. L'ipotesi della magistratura è che la nave dell'armatore Igniazio Messina dovesse essere affondata dolosamente, ma che il mare mosso abbia mandato a monte l'operazione, portando la Rosso a riva. Dopodiché, dicono gli inquirenti, sarebbe avvenuto lo smaltimento clandestino di rifiuti nell'entroterra. E non solo . Come raccontato da "L'espresso", ancora oggi sul fondale di Formiciche , dove si è spiaggiata la Rosso. c'è una distesa di materiali sconosciuti...
Inutile girarci attorno: se dopo 14 anni parliamo della Rosso è perché qualcosa di profondamente anomalo è successo. Ed è grave che un fatto tanto inquietante non sia ancora stato chiarito».
Le istituzioni hanno le loro responsabilità. La Capitaneria di porto di Vibo Valentia, ad esempio, ha scritto in un documento che il relitto della Rosso età stato completamente rimosso da Formiciche. Perché?
Tipiche leggerezze di quella stagione".
Leggerezze?
Diciamo cosi: comportamenti anomali che possono dipendere da mille ragioni, sarà la magistratura a dire quali. Resta il fatto che hanno portato a un disastro ambientale di rilievo enorme, rispetto a cui il nostro Paese ha il dovere di intervenire-.
Dopo la scoperta di materiali riconduciteli alla Rosso sul fondale di Formiciche gli ambientalisti ipotizzano oltre all'affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti nocivi, due nuovi reati: la mancata bonifica e la discarica abusiva. Concorda?
Si, ci sono tutti gli estremi. Il che conferma un mio pensiero fisso: bisogna introdurre quanto prima nel nostro codice penale il reato di delitto ambientale-.
Nel frattempo non basterebbe che le autorità calabresi, invece di disinteressarsi del caso Rosso, si mobilitassero per sostenere la Procura di Paola?
Fanno male a non attivarsi. Sbagliano se pensano che questa sia una storia senza fondamento, e ancor più se le ragioni sono altre. I cittadini calabresi hanno il diritto di sapere come hanno vissuto in questi anni. E di sentirsi tutelati oggi che c'è maggiore consapevolezza .
Non trova grave che la squadra del sostituto procuratore Greco non sia stata rafforzata, ma viceversa indebolita, con l'allontanamento dei due massimi conoscitori del caso Rosso?
Lo scriva: la nostra Commissione esprime formalmente il forre desiderio che sia dato al sostituto Greco tutto l'aiuto possibile. Devono rientrare i due collaboratori spostati. E devono aggiungersi, se necessarie, nuove forze».
La vostra Commissione come sta indagando?
"A luglio, dopo il vostro primo articolo, abbiamo attivato una procedura d'interesse. Stiamo cioè convocando i protagonisti del caso, compresi quelli istituzionali. Una volta ascoltati tutti, riferiremo a Camera e Senato e solleciteremo un intervento del governo".
A proposito del governo. Il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento Cosimo Ventucci ha dichiarato che le istituzioni erano al corrente del piano Oceanie Disposai Management: quello che faceva capo al faccendiere Giorgio Comerio e che prevedeva lo smaltimento di rifiuti radioattivi sparandoli dentro missili nei fondali marini (di cui sono state trovate carte anche a bordo della Rosso).
Una cosa incredibile, questa dei missili... Mentre nel mondo si discute, anche appassionatamente, sulle modalità di stoccaggio e smaltimento delle scorie nucleari, scopriamo un progetto in apparenza fantascientifico e invece molto più vicino alla realtà di quanto si pensi".
È incredibile anche che alcuni Paesi europei abbiano, parole di Ventucci. «trattato e concluso contraili di smaltimento delle loro centrali nucleari tramite i missili». Sono mai stati contattati, questi governi? E sono stati ascoltati i ministri citati nell'inchiesta dei magistrati?
A me risulta dì no.
Com'è possibile, in questa situazione, che l'Unione Europea tratti le questioni ambientali in piena serenità?
"Il nostro Paese deve fare chiarezza e imporre questa storia all'attenzione non solo europea ma mondiale".
Lei esclude che il nostro governo sìa stato coinvolto in questo piano di smaltimento di rifiuti nocivi?
"Non mi sento di escludere nulla, anche se non so immaginare come. Tutto sarà chiarito analizzando l'intreccio di interessi trasversali che negli ultimi venti anni ha condizionato la situazione ambientale, in Italia e fuori".
Non crede che sia urgente un intervento del ministro dell'Ambiente Altero Matteli?
Non è urgente: è necessario".
C'è molto da chiarire anche sulle cosiddette carrette del mare, ossia le decine di navi misteriosamente affondate nel mar Mediterraneo con presunti carichi radioattivi. Lei che idea s'è fatto?
« E dagli anni Ottanta che i Lloyd's di Londra ci segnalano questi affondamenti, diciamo cosi, atipici. I magistrati e le precedenti Commissioni parlamentari hanno indagato, trovando elementi di grande interesse. Ma non la prova sicura della presenza di rifiuti tossico-nocivi o radioattivi".
Si è mai andati tisicamente a verificare cosa c'è a bordo delle navi affondate?
«No. Credo che non sia mai stato fatto nessun accertamento concreto. E credo anche che a questo punto sia indispensabile farlo».
Nel frattempo possiamo escludere che l'affondamento delle "navi radioattive" continui ad avvenire?
Se lo dicessimo sarebbe un falso. Per questo dobbiamo muoverci immediatamente, sfruttando tutta la tecnologia oggi disponibile".
Forse così potrebbe essere chiarito anche il rapporto tra questa storia e la tragica fine di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, suggerito dall'indagine. Lei cosa ne pensa?
È un fatto che Giorgio Comerio avesse affari anche in Somalia. Con altri soggetti senza scrupoli ha proposto alle autorità il progetto Urano: un piano di smaltimento di rifiuti speciali industriali che è formalmente fallito. Ma che non si esclude sia stato portato a termine
Un'ultima domanda. Dal dossier The Network di Greenpeace risulta che Jack R. Mazreku. albanese con residenza a Montecarlo, è stato un manager della Oceanic Disposal Management di Giorgio Comerio. Lo stesso Mazreku ha versato per la concessione del porto di Lavagna, in Liguria. 56 miliardi di vecchie lire. Tutto normale?
La verità è che non ne sappiamo niente Ma approfondiremo, quanto prima.
Il segreto di Ilaria
Un gigantesco traffico di rifiuti tossici verso la Somalia. Servizi segreti deviati. Faccendieri. E il racconto di una teste somala: "La Alpi indagava su quella pista"
di Riccardo Bocca
C'è un filo invisibile che lega Mogadiscio a Reggio Calabria. Un nesso che unisce le indagini sull' omicidio di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa il 20 marzo 1994 in Somalia con l' operatore Miran Hrovatin, e quelle sul misterioso ingegnere Giorgio Comerio, protagonista secondo gli investigatori calabresi di un gigantesco traffico di rifiuti radioattivi con altri faccendieri, malavitosi e trafficanti d'armi.
(...) Basta tornare al settembre del 1999 per scovare un altro incredibile episodio che lega il traffico di rifiuti radioattivi alla morte della giornalista del Tg3. Al centro della scena questa volta è Francesco Gangemi, sindaco di Reggio Calabria per tre sole settimane nel 1992 e cugino dell' omonimo Francesco, condannato a 10 anni per camorra. Ma soprattutto direttore del mensile calabrese "Il dibattito", foglio a dir poco aggressivo con pirotecnici attacchi a politici e magistrati. A sua firma, sei anni fa, parte un' inchiesta dal titolo: "Chi ha ucciso Ilaria Alpi?". Più puntate precedute da una singolare introduzione: «Fin dai primi passi di questa mia lunga strada, che immagino irta di ostacoli e contraccolpi», scrive Gangemi, «voglio informare i nostri lettori e le autorità che eventuali rappresaglie che dovessi subire non sarebbero certo riconducibili alla 'ndrangheta o ad altre organizzazioni criminali, ma ai servizi segreti deviati e assoggettati a taluni magistrati inadempienti ai loro doveri d' ufficio e al governo, che rimane il fulcro delle operazioni sporche che stanno inginocchiando l'u manità intera a fronte di vantaggi di varia natura».
Di fatto oggi il mensile "Il dibattito" è stato sequestrato, e il suo direttore arrestato lo scorso novembre con l' accusa di aver esercitato pressioni su magistrati dell' Antimafia di Reggio Calabria per conto di una lobby di potere che voleva influenzare inchieste su politici e mafiosi locali. Ma allora, tra la fine del '99 e il 2000, Gangemi ha avuto il tempo e il modo di pubblicare molti documenti segreti dell' inchiesta reggina. Pagine e pagine dalle quali emergono notizie esplosive. Rivelazioni che aiutano a capire il sistema occulto con cui per anni è stata illecitamente smaltita la pattumiera nucleare, ma anche indizi preziosi per meglio comprendere l' intera vicenda Alpi. In questo senso vanno lette le dichiarazioni che il 10 luglio 1995 il teste chiamato Alfa-Alfa rilascia al sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri e al capitano di corvetta Natale De Grazia, consulente chiave morto poco dopo in circostanze non chiare. Il testimone in realtà si chiama Aldo Anghessa ed è un personaggio più che discusso, per sua stessa ammissione protagonista di azioni di intelligence e in quel momento agli arresti domiciliari, indagato per traffico di armi e materiale nucleare. «A partire dal 1987», spiega, «è attiva in Italia una lobby affaristico-criminale che gestisce le seguenti attività: traffico di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi, stupefacenti, armi, titoli di Stato falsificati e (...) materiali strategici nucleari». Per quando riguarda le scorie tossi-che e radioattive, continua Anghessa, «si ha certezza che lo smaltimento può avvenire con tre distinte modalità: l' interramento in località del sud Italia in vecchie cave o discariche, l'affondamento di navi normalmente in zone extraterritoriali o lo smaltimento presso paesi del Terzo mondo come (...) il Libano, la Somalia fino al 1992, la Nigeria e il Sahara ex spagnolo (...). Detti traffici», specifica Anghessa, «sono sicuramente gestiti a livello di vertice da soggetti iscritti a logge massoniche italiane ed estere». Quanto ai potentati della politica, secondo il teste Alfa-Alfa il loro ruolo è altrettanto centrale: «È opportuno far rilevare a questo ufficio», racconta, «che nell' occasione del sequestro di 29,5 chili di uranio effettuato a Zurigo furono fermati dalla polizia elvetica otto individui tra i quali due italiani. Uno di questi è Pietro Tanca, il quale ha affermato: "Io sono qui non per ritirare denaro (se ricordo bene 18 milioni di dollari), ma per verificare l'esistenza del denaro di competenza della parte politica italiana che copre l'operazione". I nostri tentativi per capire quale fosse la parte politica cui si riferiva », commenta Anghessa, «sono stati vani, anche per la proterva azione della polizia elvetica, che anziché collaborare ha scientificamente ostacolato le indagini ». Quanto a Tanca, «appena rilasciato dalla polizia elvetica e rientrato in Italia è stato arrestato su ordine di custodia cautelare emesso dal gip Felice Casson».
(...) Ad ogni parola il teste Alfa-Alfa allargava lo scenario, infilando nomi su nomi, particolari su particolari, indirizzi su indirizzi. Fino a sostenere l' esistenza di una rete di coperture istituzionali a livello internazionale: «Ne sono convinto», afferma Anghessa. E a riguardo cita Guido Garelli, arrestato in un'inchiesta sui traffici nocivi, più volte citato nell'inchiesta Alpi e a suo avviso «riconducibile a un organo di informazione dello Stato», tant'è che «era uso chiamare numeri telefonici di basi militari italiane e aveva pass Nato per entrare e uscire in basi militari italiane». Fa anche il nome, Anghessa, di Elio Sacchetto «tessera P2, arrestato nel 1988 assieme al Garelli».
Finché, parlando del «livello intelligente» dell' organizzazione criminale, costituito da «soggetti di classe sociale visibilmente elevata, di abitudini raffinate, tutti regolarmente riconducibili a logge massoniche più o meno segrete», spunta la figura di Giorgio Comerio: il titolare del sistema di affondamento delle scorie con missili, ma anche il protagonista di indagini delicate come quella sul naufragio della nave Rigel o sullo spiaggiamento della motonave Rosso, dove la Capitaneria di porto trova copia del suo progetto O.d.m..
Scrivendo di lui, il direttore del "Dibattito" Francesco Gangemi spende frasi pesanti: «La Procura di Reggio Calabria ha accertato l'esistenza di un brutto affare collegato allo scarico dei rifiuti in Somalia », si legge, «proprio dove la giornalista Ilaria Alpi si era recata per cercare la verità che altri hanno insabbiato, uccidendola per la seconda volta. La "cosa"», continua Gangemi, «girava sotto gli occhi consapevoli del governo somalo allora in carica, e a farla girare ci pensava il faccendiere Giorgio Comerio, considerato nell'ambiente della raffinata criminalità collegata ai servizi segreti e ai governi europei, e non solo europei, la mente eccelsa a disposizione dei primi ministri che avessero avuto interessi particolari nel traffico illecito (di rifiuti, ndr) a livello interplanetario».
(...) Uno scenario da apocalisse che secondo gli inquirenti riguarda anche la Somalia, dove stando alle informative pubblicate sul "Dibattito" Comerio è attivissimo. «Nella sua abitazione», spiegano gli investigatori, «è stata sequestrata una cartella gialla, tra le altre, contraddistinta dal numero 31 ed intestata alla "Somalia". All' interno vi era custodita documentazione inerente al progetto O.d.m. relativo ai siti marini somali. In particolare le cartine indicano due ampie zone di mare, di cui una a nord e l'altra al centro della suddetta nazione. La prima zona», riferiscono, «è indicata con sei punti di affondamento», dei quali il primo è «leggermente a sud rispetto allo specchio d'acqua antistante la città di Tohin». La segnalazione è importante, perché si aggiunge alle dichiarazioni fatte lo scorso novembre dal maresciallo dei carabinieri Nicolo Moschitta alla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti («Comerio era l' unico a inabissare lì rifiuti radioattivi» ) e coincide con altre notizie raccolte dagli investigatori. C'è infatti agli atti un fax nel quale Ali Islam Haji Yusuf, membro dell'Autorità del servizio mondiale per i diritti umani di Bosaso, scrive al dipartimento del nord-est somalo delle Nazioni Unite per denunciare che «al largo della città di Tohin, del distretto di Alula, nella regione del Bari, due navi sconosciute stavano effettuando un' operazione insolita, vale a dire che mentre una scavava sui fondali del mare, l' altra seppelliva in dette buche dei container dal contenuto sconosciuto. Tale operazione», spiegano i carabinieri, «stava creando tensione fra la popolazione locale, che è ostile al seppellimento in mare di rifiuti tossici e radioattivi», e pertanto Haji Yusuf «chiedeva aiuto per un intervento urgente (...)». Allo stato, concludono i carabinieri, «non è dato sapere sull' evoluzione di tali vicende», mentre è a loro avviso sicuro che il primo sito di affondamento indicato nella mappa di Comerio è «in prossimità della zona segnalata lo scorso novembre da Haji Yusuf (...) ». «Evidentemente», scrivono gli investigatori al sostituto procuratore Neri, «Comerio è già operativo in dette acque», E per cancellare eventuali dubbi aggiungono: «Non deve meravigliare il fatto che al posto dei penetratoti il Comerio stia utilizzando le trivelle, in quanto quest' ultima soluzione è stata sempre l' alternativa alla prima nell' ambito del progetto O.d.m.».
(...) È di tutta questa rete di traffici che molto probabilmente Ilaria Alpi era venuta a conoscenza nei primi mesi del 1994. Aveva scoperto la gigantesca macchina internazionale che scaricava rifiuti tossici in Africa, l'intreccio con la spirale delle armi, i segreti più occulti protetti dalla generica facciata della Cooperazione. Non per niente, scrive Francesco Gangemi, «il fascicolo 18 con gli atti relativi alla Somalia» della magistratura di Reggio Calabria «contiene pure il certificato di morte della Alpi ». E non per niente Fadouma Mohamed Mamud, figlia dell'ex sindaco di Mogadiscio, dichiara a verbale il 16 giugno 1999: «Ilaria mi aveva dichiarato che seguiva una certa pista, una pista abbastanza pericolosa (...) di cui non dovevo parlare con nessuno (...). Si interessava a certe cose orrende che venivano fatte sulle coste della Somalia, che venivano scaricate sulle nostre coste, sul mare dei rifiuti tossici». Elementi che fanno ripensare agli strani fatti avvenuti dopo l'omicidio: la sparizione degli appunti (quando le borse della giornalista arrivano in Italia, all'appello mancano tre block notes), la sottrazione di fogli con numeri telefonici, nonché le modalità dell' uccisione: a freddo, con un colpo solo, come un'esecuzione. Tutte ragioni per cui la Commissione parlamentare presieduta dall' onorevole Carlo Taormina dovrebbe ora investigare sul complesso intreccio di attività coordinato da Giorgio Comerio, oltre a seguire le tracce di Al Qaeda. Anche perché i genitori di Ilaria Alpi, a fianco della pista Bin Laden, vorrebbero saperne di più sul faccendiere lombardo, del quale non ricordano di avere sentito il nome durante le indagini sull'omicidio della figlia. E lo stesso vale per il loro avvocato, che non era finora a conoscenza dei punti di contatto tra la clamorosa inchiesta di Reggio Calabria e il capitolo somalo.
(...) Da un' informativa datata 25 maggio 1995, firmata dal comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Reggio Calabria Ivano Tore, emergono altri retroscena della O.d.m. connection, stavolta sul fronte internazionale delle armi ma sempre con un capitolo somalo. Il che conferma quanto dichiarato anche in questo senso dal maresciallo Moschitta alla Commissione sul ciclo dei rifiuti. «Interessanti», scrive Tore, «sono gli appunti manoscritti rinvenuti nell' abitazione di Gabriele Molaschi (socio di Giorgio Comerio nella O.d.m., ndr), sui quali vi sono annotazioni sulle armi da fornire, e più precisamente carri armati Leopard, autoblindo, mitragliatrici "Breda", elicotteri, Mig, artiglieria pesante e leggera. In questo contesto si inseriscono alla perfezione i suoi continui contatti con Mosca (...), così come sono importanti quelli con Israele ed in particolare con tale Sammy Elrom della Spectronix Ltd., con fabbrica in Sderot e uffici vendita a Tel Aviv. Tale agenzia, operante nel settore strategico militare, ha avviato via fax una trattativa per acquisire sistemi di protezione da attacchi aerei e terrestri da installare in autoblindo, facendo riferimento ai sistemi montati sui mezzi militari italiani in Somalia (...). In merito a ciò», continua Tore, «si segnala la corrispondenza tra il Molaschi e la società israeliana, poiché potrebbe interessare l'incolumità della sicurezza nazionale dello stato italiano». E come se non bastasse, sottolinea l'esistenza di una «corrispondenza in inglese tra il Molaschi e la suddetta ditta per la vendita di 2 milioni di cartucce per fucili kalashnikov». Sarebbe interessante, a questo punto, sapere che fine abbiano fatto tutte queste storie, tutti questi personaggi. Sarebbe anche importante capire perché, nel settembre 1999, il direttore del "Dibattito" di Reggio Calabria abbia deciso di pubblicare atti coperti dal segreto più assoluto.
Naufragio e contagio
Un aumento vertiginoso dei casi di leucemia nella zona in cui si arenò la Rosso. Di fronte alla Commissione parlamentare nuove e inquietanti rivelazioni
di Riccardo Bocca
Leucemia. È questa la terribile parola che il maresciallo dei carabinieri Nicolo Moschitta ha pronunciato durante un'udienza riservata della Commissione parlamentare bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Gli è stato chiesto di raccontare quello che sapeva sullo spiaggiamento della motonave Rosso, avvenuto in Calabria il 14 dicembre 1990, e lui lo ha fatto, rivelando i rischi corsi dalla popolazione locale. Un dato sconvolgente e mai reso pubblico. Finora si era ipotizzato che sulla Rosso potessero essere trasportate sostanze tossiche o radioattive, smaltite dopo un tentativo non riuscito di affondamento. Ma adesso il quadro diventa più cupo: «Su incarico del sostituto procuratore Francesco Neri», ha spiegato il maresciallo Moschitta alla Commissione, «mi sono recato nel 1995 ad Amantea, dove ho parlato con il comandante della stazione dei carabinieri. Ricordo che fornì un elemento che mi fece raggelare: dal momento dello spiaggiamento della nave, nel giro di quattro o cinque anni, i casi di leucemia erano aumentati in maniera vertiginosa. Il collega mi precisò che si trattava di dati ufficiali, e infatti erano forniti dall' allora Usl».
(...) Basti dire che gli inquirenti fino a poco tempo fa erano convinti che sui fondali di Formiciche, dove l'imbarcazione si arenò, non ci fosse più nulla. Lo aveva attestato la Capitaneria di porto di Vibo Valentia, scrivendo che «il relitto della nave» era stato «completamente rimosso». Poi i sub della Procura hanno trovato un'infinità di materiale e oggi il comandante di fregata Alfio Di Stefano (sempre della Capitaneria di Vibo) deve ammettere che «alcuni pezzi sono rimasti sotto la sabbia», per cui «verranno rimossi e messi a disposizione dell'autorità giudiziaria».
(...) Secondo una relazione riservata di Raffaella Trozzo, dirigente del dipartimento provinciale dell'Agenzia calabrese per l'ambiente, «due sub dei carabinieri hanno infatti rinvenuto una cassa seminterrata sul fondo. L'operazione completa prevedeva il rinvenimento, la disincagliazione dal fondo marino e il trasporto sull'arenile adiacente. A me», scrive la dirigente, «è stata affidata l'indagine strumentale per la verifica delle eventuali contaminazioni radioattive (...). Sono salita sul motoscafo messo a disposizione dal Villella (comandante della stazione dei carabinieri di Amantea, ndr) e abbiamo individuato numerosi rottami come tubi, piastre e lamine (...). Trascorse però quattro ore, durante le quali i sub hanno setacciato la parte di mare interessata, non è stato rinvenuto quanto cercato, ossia la famosa cassa. A quel punto è stato deciso di sospendere i lavori». Che fine ha fatto il misterioso contenitore? Qualcuno, considerata la totale assenza di sorveglianza, l'ha rimosso? O bisogna incolpare il mare, in grado di cambiare la geografia dei fondali? Una risposta non c'è.
L'unico fatto certo è la grande attenzione con cui il maresciallo Fabio Villella, citato nella relazione dalla dottoressa Trozzo, sta seguendo il caso Rosso. Lo si è visto il 6 novembre scorso, quando il Comitato civico Natale De Grazia per la verità ha tenuto un'assemblea pubblica. La serata, a cui hanno partecipato 500 persone tra cittadini, sindaci e consiglieri della zona, prevedeva interventi vari e la proiezione di un documentario. Fuori programma è arrivato invece Villella, che ha identificato i responsabili del comitato. Due dei quali, pochi giorni dopo, sono stati anche cercati al telefono da un dirigente della Messina.
Considerate le premesse, è giustificato lo scetticismo con cui il 10 dicembre scorso è stata accolta la pagina a pagamento pubblicata dal "Quotidiano della Calabria". Il titolo recitava: "Jolly Rosso, nessun mistero". Dopodiché l'armatore Messina invitava i lettori a leggere il suo memoriale, fonte di «risposte chiare, circostanziate ed inequivoche sulla natura assolutamente non nociva, non pericolosa e tanto meno radioattiva della merce trasportata». (...)


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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
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