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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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“Sono emerse dalle nostre indagini tutta una serie di rapporti tra esponenti politici e organizzazioni mafiose che nella requisitoria del Maxiprocesso vennero chiamati “contiguità”, cioè delle situazioni di vicinanza o di comunanza di interessi che però non rendevano automaticamente il politico responsabile del delitto di associazione mafiosa. Perché non basta fare la stessa strada per essere una staffetta, la stessa strada si può fare perché in quel momento si trova - almeno da punto di vista strettamente giuridico – si trova conveniente o fare convergere la propria attenzione sullo stesso interesse. Questo non ci ha consentito dal punto di vista giudiziario di formulare imputazioni sui politici, però stiamo attenti, vi è un accertamento rigoroso di carattere giudiziario che si esterna nella sentenza nel provvedimento del giudice e poi successivamente nella condanna, che non risolve tutta la realtà, la complessa realtà sociale. Vi sono oltre ai giudizi del giudice, esistono anche i giudizi politici, cioè le conseguenza, che da certi fatti accertati, trae o dovrebbe trarre il mondo politico. Esistono anche i giudizi disciplinari, un burocrate, un alto burocrate, che ad esempio, dell’amministrazione ha commesso dei favoritismi, potrebbe non aver commesso automaticamente, perché manca qualche elemento del reato, il reato di interesse privato in atto d’Ufficio, ma potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare perché non ha agito nell’interesse della buona amministrazione.
Ora l’equivoco su cui spesso si gioca è questo, si dice: quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria, che mi consente di dire quest’uomo è mafioso. Però siccome dall’indagine sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano reato, ma erano o rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo “schermo” della sentenza e detto: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia e non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al proprio interno di tutti coloro che sono raggiunti, ovunque, da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reato.”
Paolo Borsellino
(26 gennaio del 1989, incontro con gli studenti Istituto professionale di Stato per il commercio "Remondini" di Bassano del Grappa)
a distanza di molti anni da quell'incontro, e dagli anni che sono trascorsi dall'assassino di Paolo, sua sorella Rita, nel libro "Nata il 19 luglio", ha espresso la stessa tensione morale, da cittadino!
”Quasi quasi ci ridono in faccia quando parliamo di etica. Ma perché? Ma perché? La politica non deve astenersi dall’etica, l’economia non deve astenersi dall’etica. A furia di sentirsi dire (dai politici) che alla politica e all’economia non si devono applicare normalissimi principi di correttezza e rispetto, cioè le “regole” che rendono “civile” una società, ci si sta abituando a pensare che debba essere così. Finisce che si superano tutti i paletti e tutto diventa lecito. Sembra quasi che solo la Magistratura riesca a segnalare e far rispettare la presenza di questi paletti; e dunque non è un caso che si voglia imbavagliare la magistratura. Il giochetto dei politici inquisiti è astuto: dicono che devono rispondere solo alla Legge (bontà loro) e alla loro coscienza. Ma io, cittadino, perché devo fidarmi della coscienza di un altro? La coscienza individuale è qualcosa di non tangibile e controllabile, è un fatto privato, vale per me nei confronti di me stessa e di Dio, se ci credo, ma non garantisce nulla nei rapporti con gli altri. Al contrario, deve esistere una Questione Morale. Che non coincide con la questione giudiziaria.”
Rita Borsellino
Novembre 2005 
Il disarmo dei paramilitari
Nè giustizia nè pace
Stefania Bizzarri
L’”amnistia” in cambio della smobilitazione: Uribe sceglie la via del negoziato con le Auc, i sanguinari gruppi paramilitari. Infiamma la protesta: il fine giustifica i mezzi? Il Presidente ne è convinto, ma intanto temporeggia, in equilibrio precario tra i dictat dei paras e i paletti di Washington, timorosa che anche i narcotrafficanti approfittino della “sanatoria”
Quando Álvaro Uribe Vélez vinse le elezioni presidenziali, il 26 maggio del 2002, Salvatore Mancuso fu tra i primi a complimentarsi. Dal proprio sito Internet, il capo e portavoce dei gruppi paramilitari Auc (Autodefensas unidas de Colombia) dichiarava: «È stato eletto un presidente degno per una patria che vuole pacificarsi e crescere nella solidarietà». E lui, il candidato liberale indipendente (già fondatore e finanziatore di “cooperative” di sicurezza armata), fedele al proprio slogan elettorale “mano firme, corazón grande”, gli avrebbe presto dimostrato di saper ricambiare la fiducia.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale – con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace – ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e – grave affronto – di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Il coronamento di un sogno. Insediatosi a Palazzo Nariño, Uribe avvia immediatamente la macchina dei negoziati per la legalizzazione delle Auc. Il 29 novembre 2002 queste ultime dichiarano di cessare le ostilità e accettano di dialogare con il Governo, la missione di appoggio dell’organizzazione degli Stati Americani (Oea) e la Chiesa cattolica. Lo psichiatra Luis Carlos Restrepo è nominato Alto commissario per la pace. Muta la lettura del conflitto armato: le Auc passano da essere considerate un gruppo criminale – con cui, chiaramente, non si portano avanti negoziati di pace – ad attori politici, protagonisti del conflitto armato. Una decisione eclatante, con cui il Paese dovrà misurarsi. Un bel favore a Carlos Castaño, fondatore delle Auc, il quale, un anno prima, pur di presentare ai colombiani un paramilitarismo “dal volto umano” (o evitare l’estradizione negli Usa, da cui era partita una condanna per narcotraffico) lascia il proprio posto di comando al giovane italo-colombiano Salvatore Mancuso. Ma soprattutto un importante riconoscimento, considerato che il Dipartimento di Stato Usa, dopo l’11 settembre, aveva inserito le Auc nell’elenco delle organizzazioni terroristiche mondiali, in compagnia di Bin Laden, della rete di Al Qaeda, e – grave affronto – di Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), i nemici di sempre. Solo l’intervento diretto di Uribe aveva convinto Bush a togliere le Auc dalla lista nera.
Liberi di uccidere. Ma la straordinaria benevolenza di Uribe nei confronti delle Auc non si esaurisce così. Il 1º luglio 2004 entra in vigore l’atto che permette di dare avvio al tavolo dei negoziati. Nel dipartimento di Cordoba viene istituita una “zona di concentrazione” in cui le migliaia di paras avranno il tempo di deporre le armi; e Uribe dichiara che entro la fine del 2005 la smobilitazione sarà compiuta. Intanto le milizie sono libere di agire nella totale impunità: il Governo ha sospeso tutti gli ordini di cattura per narcotraffico (vedi box p. 55).
Uccisioni e torture contro chiunque sia ritenuto “sovversivo” (primi fra tutti, i guerriglieri di ispirazione comunista delle Farc) continuano regolarmente, con la differenza che ora sono trattate «con il maggior riserbo, per evitare uno scandalo pubblico» che danneggi il processo di pacificazione, afferma l’Alto commissario per la pace Luis Carlos Restrepo. Stampa e associazioni umanitarie denunceranno per tutto l’anno assassinii e sparizioni di circa 2000 persone ad opera dei paras e l’arruolamento di milizie fino a 48 ore prima della cerimonia di smobilitazione. Ma i negoziati non possono saltare, Restrepo sostiene la causa con fervore: «Nonostante tutte le irregolarità, abbiamo convalidato il processo perché crediamo sia un metodo effettivo per recuperare istituzionalità».
Ingiustizia è fatta. L’ultimo favore in ordine di tempo si chiama Ley de Justicia y Paz (legge di Giustizia e Pace), ufficialmente legge 975. Approvata dal Congresso il 22 giugno di quest’anno, deve regolare giuridicamente il processo di disarmo dei paras e il loro reinserimento nella società civile (come poliziotti, vigili urbani, vigilantes...); con loro si salveranno anche tutti quei narcos che avranno l’“abilità” di definirsi paramilitari pur di approfittare delle generosissime concessioni offerte da Uribe.
Per usufruire delle riduzioni di pena, e dell’ampia possibilità di sfruttare la libertà condizionata, basta che i responsabili ammettano le loro colpe, raccontino con precisione ogni dettaglio del loro operato e dichiarino di collaborare con la giustizia. Le pene, allora, non saranno aspre: per gravi violazioni dei diritti umani sono previsti dai 4 agli 8 anni di carcere. Netta la contestazione di Amnesty International (priva di una sede a Bogotà per motivi di sicurezza): «Considerare il paramilitarismo come un delitto politico permette di coprire con l’impunità i colpevoli»; secondo la Costituzione colombiana, infatti, i delitti politici possono essere oggetto di amnistia e indulto. “Colombia’s capitulation” titolerà qualche giorno dopo l’«International Herald Tribune» (6 luglio 2005).
Per ora, nulla di fatto. Mentre scriviamo, la legge ha compiuto quasi quattro mesi (è in vigore dal 27 luglio). Eppure, anche se costata lunghi e rabbiosi scontri in seno al Governo, al Congresso e al Paese, è tuttora inapplicata. In contrasto con quanto detto durante il dibattito parlamentare, il Governo non dimostra nessuna premura, nonostante i paramilitari desmovilizados siano già circa 11 mila. E c’è da credere che non sia per l’accesa protesta delle ong locali e non.
Secondo analisti, politologi, parte dell’opposizione e lo stesso quotidiano della capitale, «El Tiempo», a prescindere da tutte le sue lacune, applicare la 975 sarebbe quantomeno una prova della serietà degli intenti presidenziali.
A consolidare lo status quo, c’è, inoltre, la consegna alla Fiscalia (magistratura) della lista dei soggetti che beneficeranno della legge. Fino a quando Uribe non renderà noti questi nomi, il processo resterà bloccato.
Nessun affanno. Ci sono precise ragioni che giustificano questo ritardo o, semplicemente, il Governo non è preparato a garantirne un’adeguata applicazione? Da dove usciranno i 30 mila milioni di pesos (10 milioni di euro) che si calcola serviranno per creare solo l’infrastruttura legale? Come garantire che in 60 giorni (termine previsto dalla legge) un pool di giudici possa investigare delitti impuniti per anni? Quali meccanismi consentiranno a migliaia di desplazados di ritornare ad essere legittimi proprietari dei beni e delle terre sottratti dai paramilitari? Nulla obbliga le Auc a restituire il maltolto.
Il ritardo si può imputare a propositi elettorali: la scadenza delle presidenziali è il 2006 e siamo in piena campagna elettorale. Gli interrogativi però si sommano all’inquietante dubbio manifestato sulle colonne di «El Tiempo»: che le fasi siano dettate dalle stesse Auc, che avrebbero posto come condizione la “necessità” di regolare la situazione dei propri beni. Per usufruire dei benefici della legge, la struttura in cui si militava deve essere smantellata in toto, i minori e i sequestrati devono essere liberati, la fine delle ostilità deve essere accertata e, dulcis in fundo, si deve presentare una lista dei beni illecitamente posseduti. «Sarebbe bene che il Governo spiegasse tutti questi e altri sospetti di un processo che ne ha già a sufficienza», sollecita «El Tiempo» i primi di settembre. La risposta non si farà attendere troppo. Dalle colonne del «Colombiano» di Medellin, il 25 settembre, il vice ministro della Giustizia e procuratore generale, Mario Iguaran, preciserà che anche se Uribe consegnasse la lista dei beneficiari ora, la magistratura non sarebbe comunque pronta.
Ipse dixit. Se entro il 31 dicembre la legge non sarà applicata decadrà; intanto, comunque, il paramilitarismo si è affermato politicamente. Si è raggiunto l’obiettivo per cui Carlos Castaño si spese fino all’ultimo, vale a dire prima di sparire, senza lasciare nessuna traccia, il 16 aprile 2004, nel pieno delle negoziazioni. Salvatore Mancuso, neocapo dei desmovilizados e portavoce dei “reinseriti”, ha ritenuto opportuno dichiarare dal suo sito Internet che la legge «è imperfetta, ma sufficiente» e ha saggiamente detto che «era impossibile fossero tutti pienamente soddisfatti». Tra questi ultimi c’è anche Amnesty International, che paventa l’applicazione della 975 anche ai “classici” guerriglieri, Farc in testa... È davvero improbabile, certi favori si fanno solo agli amici.
08.11.2005 - Il Giorno
Il principe degli immobiliaristi entra nell’indagine Antonveneta. Nel mirino i rapporti con Danilo Coppola
«Aggiotaggio per Zunino»
di Marinella Rossi
MILANO — E’ il principe degli immobiliaristi. E’, anche, l’uomo che ha più comprato e ristrutturato e rivoluzionato Milano negli ultimi dieci anni. Ex area Porta Vittoria, ex area Carlo Erba di via Imbonati, ex area Falk di Sesto San Giovanni, e la città del futuro, la periferia di lusso automatizzata e robotizzata di Montecity Rogoredo, con la griffe di Norman Foster. Un curriculum d’autore, un uomo bipartisan, che negli affari mette d’accordo tutti: coop bianche, rosse, gialle. «Nasce», per così dire, negli anni 80, quando questo ragazzo che ora ha appena 46 anni, è iscritto alla Coldiretti come vitivinicultore. Ma l’ascesa è più che «ricucciana»: in un decennio dai filari d’uva a rappresentante legale di grappoli di società. Ora, sia pure con passi felpati, e proprio quando l’inchiesta pare appena declinare, Luigi Zunino, nel frattempo principe assoluto di Risanamento, con quel suo curriculum di immobiliarista di razza milionaria (in euro), entra nell’inchiesta Antonveneta che proprio dei palazzinari sembra fare strame. Entra, magari solo marginalmente, nel concerto per la scalata taroccata alla banca padovana che dei re del mattone sembra il tallone d’Achille. Anche lui, sia pure di fresca nomina, è indagato per aggiotaggio (un’ipotesi di concorso). Complici gli intrecciatissimi rapporti — di mattoni in continua compravendita — con altro reuccio palazzinaro, il romano Danilo Coppola, che in Antonveneta è implicato sin dalla prima ora.
L’ipotesi di reato sulla quale i sostituti procuratori Eugenio Fusco e Giulia Perrotti sono chiamati a indagare viene da un rapporto della Consob che affronta uno degli affari Zunino-Coppola, trait d’union le azioni Antonveneta. E’ infatti dalle carte Consob che emerge la sottolineatura all’operazione targata marzo 2005: nel pieno della scalata della Bpi di Gianpiero Fiorani ad Antoneventa, contro gli olandesi di Abn Amro, la Bpi si dichiara disponibile a concedere a Coppola una fideiussione da 44 milioni, necessaria per lanciare l'Opa sulla Ipi, ex gioiello immobiliare di casa Fiat quotato in Borsa e messo in vendita da Luigi Zunino. Grazie ai prestiti di Fiorani, a febbraio Coppola ha comprato titoli Antonveneta per circa 100 milioni, che poi rivende a metà aprile proprio a Zunino. Ma due giorni dopo la vendita (il 21 aprile), Coppola ricompra lo stesso stock di azioni appena cedute, a un prezzo del 25 per cento più elevato. Un comportamento in apparenza irrazionale. In apparenza. Perché in realtà assai spesso l’uomo di Risanamento e l’immobiliarista romano si scambiano i ruoli, da compratore a venditore e viceversa. Solo che stavolta, c’è di mezzo il pacchetto galeotto, Antonveneta.
«Siamo stati chiamati per dare chiarimenti sull'acquisto di azioni Antonveneta in merito a un operazione immobiliare della società del gruppo Zunino Nuova Parva con il gruppo Coppola», dichiara laconicamente un portavoce del gruppo Zunino. Certo è che l’operazione Ipi pare il punto di partenza e di arrivo: nel febbraio, chiuso l’affare Ipi, Zunino, attraverso società personali ha venduto al gruppo Coppola anche due immobili a Milano per 80 milioni di euro. Coppola paga in parte cash e in parte, 50 milioni di euro, con titoli Antonveneta.
A proposito di titoli: la guardia di finanza ha sequestrato altri 4 milioni e 600mila azioni Antonveneta sfuggite al sequestro del luglio, per un controvalore di circa 110 milioni di euro. Le azioni sono state trovate presso la sede milanese di Bnp Paribas, dove erano depositati in due fondi, Generation Fund e Momentum, entrambi collocati alle isole Cayman e riconducibili a Bpi, all'ex ad Fiorani e al suo entourage. Entourage che si arricchisce di dimissioni: ieri è toccato a Gianfranco Boni, oramai ex direttore finanziario, già sospeso dalla magistratura.
I colloqui tra un poliziotto e un uomo dei boss che lavorà con sottosegretari
Delitto Fortugno, tutte le telefonate
L'inchiesta sull'omicidio del vicepresidente della Calabria.
Traccia di contatti tra il suocero della vittima e un'affiliato dei clan
E’ un contesto ampio che può avere diverse spiegazioni quello che fa da sfondo ai contatti avuti da Francesco Fortugno e dalla sua famiglia con appartenenti al clan della ’ndrangheta dei Morabito. Un contesto che i magistrati vogliono chiarire per capire se possa fornire elementi utili a spiegare i motivi per cui nove giorni fa un killer è entrato nel seggio delle primarie dell’Unione a Locri e ha ucciso il vicepresidente del consiglio regionale con cinque colpi di pistola. Omicidio di stampo politico-mafioso che alza il livello di aggressione delle cosche nei confronti delle istituzioni e che viene letto come un avvertimento a tutti gli eletti alle ultime amministrative.
Un delitto tanto eclatante che impone la necessità di non tralasciare alcun particolare, alcun indizio sia pur minimo che possa consentire di afferrare il filo giusto e arrivare sino ai mandanti. Sono migliaia i documenti già acquisiti dai carabinieri e dalla polizia negli uffici della Regione. Perché gli inquirenti restano convinti che il segnale fortissimo lanciato all’intera classe politica con questo omicidio, rimanga ancorato all’operato della Giunta e alle decisioni prese o da prendere, su affari che riguardano la Calabria e in particolare il settore della Sanità dove Fortugno era certamente uno degli amministratori più impegnati. Anche per questo si è deciso di accertare subito da chi fossero utilizzate le due utenze intestate al ministero dell’Interno che risultano contattate da un cellulare in uso alle cosche. Secondo una nota diffusa in serata dal Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale a chiamare era «Vincenzo Cafari, 72 anni, che risulta aver avuto incarichi presso segreterie di Sottosegretari negli anni 1968-1974 ed è stato denunciato per associazione a delinquere finalizzata al sequestro di persona a scopo di estorsione, ricettazione e falso. Tra le sue proprietà c’è lo studio dell’avvocato Giuseppe Lupis, arrestato nel 2004 quale affiliato alla cosca dei Morabito». Dall’altra parte c’era «un funzionario di polizia, ma il contenuto dei contatti fu ampiamente chiarito quattro anni fa».
I CONTATTI SUL CELLULARE - In questo quadro si inserisce la decisione di esaminare i tabulati di tutte le telefonate contenute in una perizia firmata da Gioacchino Genchi e allegata agli atti del processo che si è concluso tre settimane fa a Milano contro i vertici delle potenti famiglie criminali di Africo, i motivi di queste chiamate e soprattutto di rintracciare le registrazioni dei colloqui, come ha più volte chiesto la moglie di Fortugno, Maria Grazia Laganà. Lei stessa ha già negato che il marito avesse subito minacce o intimidazioni. Ma i magistrati restano convinti che sia necessario verificare se possano esserci state, anche in anni lontani, pressioni o tentativi di condizionamento.
E così si torna indietro nel tempo, fino al 1996. E si insegue un cellulare «347...» intestato a Domenico Attinà, arrestato una prima volta nel febbraio del 1993 in un’indagine sul traffico di stupefacenti gestito dalle famiglie di Africo e definito nella sentenza del tribunale di Milano «soggetto in stretta relazione con Morabito Giovanni fratello del "Tiradritto"», vale a dire il boss Giuseppe Morabito arrestato in un casolare dell’Aspromonte insieme al genero Giuseppe Pansera il 18 febbraio del 2004. La prima telefonata annotata nel tabulato di Attinà il 10 aprile del 1996 arriva da Mario Laganà. E’ il suocero di Fortugno, ma è soprattutto l’avvocato che fu eletto in Calabria per la Democrazia Cristiana nel 1979 e nel 1986. Quel giorno la conversazione dura 112 secondi. L’11 aprile, alle 20.09 nuovo contatto, questa volta di un minuto. E poi altre due chiamate: il 12 aprile per 45 secondi e il 28 dicembre per 54 secondi. E’ possibile che si trattasse di un rapporto professionale e per questo gli investigatori stanno verificando se Attinà l’abbia mai nominato come difensore. Forse sarà lui a poter spiegare come mai proprio il cellulare dell’indagato abbia avuto anche un contatto con il portatile di Fortugno il 22 aprile del 1996.
LA CASA DEL DETENUTO - Si arriva al 1999 e si registrano le chiamate con Giuseppe Pansera, il medico di Melito Portosalvo genero del boss "Tiradritto". I contatti sono frequenti, ma secondo Maria Grazia Laganà hanno una spiegazione semplice: «All’epoca - ha spiegato - bisognava rinnovare le cariche nel consiglio dell’ordine e dunque era normale che fossero contattati i medici della zona». La prima chiamata la fa Pansera il 27 settembre. Dura 159 secondi. Poi ce ne sono altre. A volte chiama uno, a volte l’altro. Alcuni sono contatti di pochi secondi, altri di qualche minuto. Poi, nel novembre di quello stesso anno, Fortugno contatta l’abitazione di Leone Bruzzaniti. L’uomo è stato arrestato a Milano nel 1996, dopo essere sfuggito alla cattura ordinata dai giudici di Genova. Ed è ritenuto personaggio di primo piano all’interno della cosca, tanto da essere stato condannato a 19 anni e sei mesi che sta ora scontando nel carcere di Parma. Fortugno chiama il telefono fisso a lui intestato, tre volte: il 21 novembre alle 16.53, la conversazione dura 23 secondi; il 23 novembre alle 17.20 per 19 secondi, il 25 novembre alle 21.59 per 371 secondi. Gli inquirenti stanno cercando di capire chi occupasse la casa di Africo in quel periodo.
Fiorenza Sarzanini
LE INTERCETTAZIONI
La telefonata al presunto mandante: «Fratello mio»
Carlo Macrì
REGGIO CALABRIA — «Barone mio». Domenico Crea, consigliere regionale transitato dall'Udc alla Margherita alle elezioni del 2005, risponde così ad Alessandro Marcianò che, al telefono, gli chiede dove si trovasse. Marcianò per la procura di Reggio Calabria sarebbe il mandante dell'omicidio di Francesco Fortugno, vice presidente del consiglio regionale della Calabria, anche lui della Margherita, che più di tutti si è speso per frenare la candidatura di Crea con il partito di Rutelli.
Alessandro Marcianò e un tale Pino sostenitori di Mimmo Crea, commentano quello che sta succedendo in campagna elettorale.
Pino: «Ti posso dire una cosa. Ma una grande delusione, se per caso arriva secondo. Lui (Crea), è a venti voti dal primo che è Fortugno e a quattro voti di Naccari (attuale vice presidente del Consiglio regionale, Margherita) che è il secondo, però secondo me, perché a Villa recupera Naccari ed esce il primo Naccari, e se la giocano lui e Fortugno e all'ultimo Fortugno ci fotte per pochi voti».
I due poi commentano la mancata elezione di Crea: «Ma guarda tu questo cazzo di Fortugno ma chi cazzo se lo credeva ma...».
Pino: «Voi dicevate un cazzo pieno d'acqua...».
In un'altra telefonata Marcianò si sfoga con Crea per la mancata elezione».
Marcianò: «Ciao Mimmo sono Sandro. Sono demoralizzato».
Crea: «Eh fratello pensa tu io».
Marcianò: «Io penso che ci hanno preso per il culo tutti».
Crea: «E purtroppo vedi quando uno parla e non è ascoltato bene... per cento voti noi siamo fuori».
Marcianò: «Perché fino alle due di notte tu eri primo di più di duemila voti».
Crea: «Eh apposta ti dico».
Marcianò: «Secondo me qui hanno fatto degli imbrogli. Secondo me lui a Reggio avrà fatto carne da macello».
Crea: «Ora vedo come ci possiamo difendere perché ora è inutile che piangiamo».
Marcianò: «Ma tu a Reggio non avevi 2500 voti... 1000».
Crea: «Ma che vuoi che ti dica cioè io guarda il calo che ho avuto ... perché in base alle previsioni... io ne dovevo prendere quattordici quindicimila...».
Marcianò: «A Bagnara tu mi dicevi 400 o 500... a Reggio 2500 sono rimasti 1000... a Locri sti bastardi della dottoressa e avvocato non mi hanno votato quelli sono tutti voti miei. Mimmo dimmi se hai bisogno di me in qualsiasi momento che sono lì da te... . Te lo giuro sull'anima dei miei morti e sui miei figli che manco se mi hanno scannato....» «Benissimo.... Lo so fratello mio... perché noi gli abbiamo dato l'anima».
24.10.2005 - Repubblica
I magistrati convinti che qualcuno abbia voluto screditare il politico ucciso una settimana fa
Depistaggi sul caso Fortugno a Reggio è caccia alla talpa
Nell'indagine della procura di Milano, il boss Giuseppe Pansera venne ascoltato per due anni dalle microspie. La polizia gli piazzò cimici nel salotto di casa, nella sua auto, in ospedale, una perfino nella camera da letto. Mai una sola volta nelle conversazioni del medico venne citato il nome del collega. Per questo la procura sta valutando se indagare su manovre volte a confondere le acque
di Attilio Bolzoni
REGGIO CALABRIA - Cercano gli assassini di Francesco Fortugno ma cercano anche la talpa che l'ha voluto "sporcare" da morto. È la caccia a chi ha provato a depistare, a gettare ombre sull'uomo politico ucciso una settimana fa dalla ‘ndrangheta. Tentativo raffinato e maldestro insieme, quello di far entrare nell'inchiesta sul suo omicidio 12 brevi conversazioni avute nell'arco di tre anni con Giuseppe Pansera, il boss genero di Giuseppe Morabito detto "Tiradritto". Raffinato e maldestro perché quelle 12 chiamate sono state "pescate" in un mare grande, grandissimo: qualcuno le ha abilmente trovate e selezionate tra un milione e 543 mila e 386 contatti, tutti incrociati dentro e ai margini di un colossale traffico di droga dove alcune sorprendenti triangolazioni telefoniche arrivano anche al Viminale.
La cercano negli apparati la talpa del caso Fortugno. E forse non solo lì. Di un'inchiesta sul depistaggio se ne parla a Reggio da un paio di giorni, l'aveva addirittura in qualche modo annunciata ieri l'altro anche il prudentissimo procuratore capo Antonio Catanese. Conferma Giuseppe Creazzo, il magistrato che investiga sul delitto del vicepresidente del parlamento della Calabria: «Il problema ce lo stiamo ponendo, una decisione giudiziaria la prenderemo presto». Ma trovare la talpa nell'inferno che è la Calabria dei boss e dei potenti alleati che hanno in ogni Palazzo, non è solo scoprire chi depista ma soprattutto perché depista in questo omicidio, il primo delitto eccellente mai avvenuto da queste parti. La vicenda delle 12 conversazioni tra la vittima e il boss - tutte "ininfluenti" da un punto di vista investigativo - è molto significativa anche per un'altra vicenda, che al contrario è rilevante. In quella maxi indagine sui trafficanti calabresi della Locride, Giuseppe Pansera è stato ascoltato ininterrottamente per 24 mesi dalle microspie.
E proprio nello stesso periodo in cui venivano intercettate quelle telefonate con Francesco Fortugno. Mai in una sola registrazione ambientale eseguita in quei due anni, il nome di Fortugno viene pronunciato dal genero del boss "Tiradritto". Mai una volta. E gli avevano piazzato cimici nel salotto di casa, una in auto, una in ospedale, un'altra perfino nella camera da letto. Dai primi giorni del gennaio 1998 agli ultimi giorni del febbraio 2000, Giuseppe Pansera non ha fatto un solo riferimento a quello che sarebbe diventato poi il vicepresidente del Consiglio regionale.
Il giallo di quei tabulati per qualcuno doveva entrare di forza nell'inchiesta sull'omicidio di Fortugno e di forza vi è entrato. Ma il fronte si è aperto, si è allargato, tra quel milione e mezzo di conversazioni e tracce telefoniche se ne sono trovate tante altre che portano in varie direzioni. E più o meno indirettamente anche al Viminale. Moltissime strisce telefoniche in entrata ed uscita da utenze intestate al ministero degli Interni sono assolutamente fuori dalle indagini vere e proprie (ce n'è una valanga tra alcuni cellulari e il ministero e le questure, tra il ministero e funzionari di polizia) ma qualcuna è stata ritenuta sospetta. Tant'è che un magistrato di Milano ha delegato con un decreto la Squadra Mobile «ad acquisire» nei primi giorni del 2002 due utenze, entrambe intestate al ministero degli Interni, dipartimento di Pubblica Sicurezza. Due numeri «sotto indagine» insieme ad altri 462, numeri confrontati con altri, «seguiti» nei loro tracciati per mesi e anche per anni. «L'analisi dei dati di traffico di quei due cellulari del ministero degli Interni, acquisiti dalla polizia di Stato, non ha fatto emergere in alcun modo contatti diretti con Giuseppe Pansera o con altri esponenti della ‘ndrangheta», assicura oggi Gioacchino Genchi, il consulente che la procura di Milano ha incaricato per una «elaborazione analitico-relazionale» di tutte le telefonate della grande inchiesta sul business calabrese degli stupefacenti. La perizia l'ha cominciata nel febbraio scorso e l'ha consegnata a giugno, quando era ancora in corso l'ultima tranche di un processo ai trafficanti. I due numeri del ministero hanno avuto, nel periodo dell'indagine, 17.626 contatti, 12.356 uno e 5.270 l 'altro. Contatti "indiretti", come si dice tecnicamente, ce ne sono stati. E nella consulenza vengono riportati tutti. Come ad esempio alcune telefonate fatte a un numero (un telefono fisso) intestato a un uomo, che poi ha contattato quattro volte in undici mesi (dal 23 aprile 2000 al 28 marzo 2001) un'utenza cellulare che è passata molto velocemente di mano in mano. Attivata nell'ottobre del 1997 dal signor X dopo appena 26 giorni è risultata intestata al boss Giuseppe Pansera, dopo 9 mesi a una donna e ancora dopo 14 giorni al signor X che l'aveva attivata all'inizio. Tanti passaggi, un po' troppi per rientrare nella normalità. Chi cambia così facilmente cellulare? Chi si disfa di un numero dopo solo 14 giorni o dopo 26 giorni, e poi magari se lo riprende con il suo nome? Chi, se non uno che vuole sfuggire ai controlli? Misteri telefonici. Come quegli altri, sempre ritrovati in quel magma di numeri schedati dall'indagine di Milano. Quei numeri che chiamano e vengono chiamati dai due cellulari del Viminale e che risultano «non identificati». Ce ne sono fissi e ce ne sono mobili. Abbiamo provato a chiamarne, a caso uno fisso e a caso uno mobile. Sono attivi tutti e due ancora oggi.


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di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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