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21.10.2005 - L'inchiesta vecchio stile
Giuseppe Statuto, storia del primo miliardo
È più defilato di Stefano Ricucci. Più presentabile di Danilo Coppola. Meno provvisorio di entrambi. Ma non meno misteriosa è l’origine della sua improvvisa ricchezza. Che ha una data: 22 maggio 2003. E un luogo di nascita: le Isole Vergini Britanniche. Ecco, società per società, come è avvenuto il parto
di Domenico Marcello
Non porta stivali texani e chiome alla spalla come Danilo Coppola. Non ha le frequentazioni patinate del socialite de noantri Stefano Ricucci. Eppure è amico, e socio, di entrambi. La stampa finanziaria, che apprezza il basso profilo, lo tratta con rispetto. Gli evita le insinuazioni che, a volte, riserva ad altri immobiliaristi scalatori di banche. Lui è serio. Lui si sa da dove viene. Lui non si paragona a Bill Gates, come è incredibilmente riuscito a fare il Magiste elegantiarum in un’intervista al Corriere. Lui ha un modello che incute reverenza e si chiama Francesco Gaetano Caltagirone, uomo fra i più liquidi d’Italia con 2 miliardi di baiocchi in contanti, padrone di giornali che non parla coi giornali, suocero del successore politico di Silvio Berlusconi, Pierferdinando Casini. Direbbero a Roma: uno che mena.
Giuseppe Statuto, di anni 38, ha molto in comune con il costruttore ed editore del Messaggero. Come le origini dei Caltagirone sono sicule, così quelle di Statuto si trovano a Casaluce, nell’agro aversano, dove nacque il capostipite Raffaele, appaltatore. Gli Statuto sono arrivati nella capitale in tempi recenti. Hanno incominciato a costruire, cose piccole. Ma non è questo l’importante. A Roma, l’importante è parlare latino, la lingua per niente morta del potere. E il latino, o lo sai o non lo impari. Gli Statuto lo sapevano per dono di natura, soprattutto Giuseppe. E lui, secondo di tre figli, ha saputo conquistarsi i canali giusti. Una volta consolidatosi a Roma, è sbarcato in forze nella capitale morale del mattone, Milano.
Tutto questo è successo in poco più di dieci anni in totale, contando dalla scomparsa del capofamiglia. Quando Raffaele Statuto è morto, nel 1992, le redini dell’azienda sono passate a Giuseppe, non al primogenito Domenico, maggiore di tre anni. Laureato in Filologia musicale all’università di Pavia ed esperto suonatore di clavicembalo, Domenico oggi si dedica principalmente alla ristorazione (Il bicchiere di Mastai e la Cappa Manzoniana a Roma, la Città della scienza a Napoli), mentre il minore, il trentenne Ivan, fa esperienza in società minori del gruppo Michele Amari.
Soldi Amari. Michele Amari: è così che si chiama la holding romana o, per esattezza, la ex holding della famiglia Statuto con sede in piazza San Bernardo, in cima a via Barberini. La società era stata fondata nel 1991 da un altro costruttore poco più anziano di Giuseppe Statuto ma, al tempo, molto più noto. A vendere la Michele Amari nel 1994 fu la Fimar dell’allora trentenne Alfio Marchini, il nipote di Alfio senior, detto il palazzinaro rosso perché era così comunista da regalare il palazzo di Botteghe Oscure al Pci. Ma non così comunista da disdegnare i soldi di Italcasse, banca dei palazzinari bianchi per eccellenza, i fratelli Caltagirone. Il rapporto si è conservato nelle generazioni. Marchini e Caltagirone a Roma sono un asse di ferro negli affari, confermato dalla tentata opa sulla spagnola Metrovacesa.
Ai tempi della cessione da parte della Fimar, Michele Amari era poco più che una scatola. Oggi è un prodigio dell’economia italiana del duemila, periodo che conta ben pochi miracoli. Alla fine del 2001, l’immobiliare degli Statuto era una piccola società che portava a casa 79 milioni di euro di ricavi con una perdita di bilancio di 1,4 milioni. Nel 2002 il fatturato era passato a 100 milioni con un utile di 10. Nel 2003, l’anno in cui inizia la scalata alla Banca nazionale del lavoro, ci sono vendite più che raddoppiate: 269 milioni di euro. L’anno scorso, il gruppo ha incassato 531 milioni di euro con 20 milioni di utile. Nel giro di tre esercizi, dal 2002 al 2004, Statuto è passato da piccolo imprenditore a Mister 1.000 miliardi di vecchie lire con un ruolo strategico non solo nella vicenda Bnl, ma in una serie di salotti e salottini finanziari dove si costruiscono plusvalenze di Borsa e bolle speculative assortite. Le ultime stime riferite al 2005, ed elaborate da lui stesso, parlano di un patrimonio che sfiora il miliardo di euro. L’ascesa di Statuto è di certo fulminante, ma non sembra provvisoria come quelle di Ricucci e Coppola, che sono emersi in cronaca prima del collega casertano e però oggi hanno il fiato corto. Coppola tenta di farsi perdonare le origini lussemburghesi e piuttosto oscure dei suoi investimenti portando le società in Italia. Ricucci si è visto presentare il conto dalle banche che lo hanno finanziato e che sono le vere vincitrici di questi anni di vacche magre.
Statuto, uno che sa stare al suo posto, continua invece ad andare d’amore e d’accordo con gli istituti di credito. Compra e vende a getto continuo, tanto che le immobiliari controllate dal gruppo Michele Amari sono diventate 19 nel bilancio consolidato dell’anno scorso. Come ha fatto? La sua versione è semplice.
Nel maggio 2003 Statuto ha costituito una joint-venture fra la sua Michele Amari e l’immobiliare della banca Lehman Brothers, rappresentata in Italia da Ruggero Magnoni. Questa società 50/50 è stata chiamata Resitalia scarl ed è domiciliata in Lussemburgo. Michele Amari avrebbe messo in Resitalia alcune immobiliari. In cambio, avrebbe ottenuto da Lehman Brother Real Estate Partners 105 milioni di euro. Con questi soldi, colto da illuminazione, Statuto si è messo a comprare azioni Bnl a più non posso. I valori sono cresciuti, lui ha continuato a comprare e, al momento di vendere nel mese di luglio, si è trovato straricco. L’acquirente Unipol ha consentito alla Michele Amari una plusvalenza valutata in circa 200 milioni di euro. Facile come scriverlo.
Non per sfiducia, ma le autobiografie dei nuovi immobiliaristi possono contenere aspetti romanzati alla Paperon de’ Paperoni. Per citare di nuovo Ricucci, il neosposo di Anna Falchi riuscì a fare scrivere che il primo miliardo lo aveva fatto con il trading di sportelli bancari, un’attività economica sulla cui natura gli esperti tuttora si interrogano.
Nel caso di Resitalia, i documenti parlano di quattro società conferite nel maggio 2003: Lodi, Agrippa, Magolfa e Navigli. Secondo quanto si legge nel bilancio 2003 della Michele Amari, si tratta di «quattro società che detengono ogn’una (sic) quattro distinte iniziative immobiliari nel Comune di Milano con valori di vendita totali stimati in euro 153 milioni». Si direbbe, quindi, che la metà di Resitalia valga al massimo 76,5 milioni, a non volere fare un soldo di profitto e comprando al prezzo di dettaglio. Invece, arrivano oltre 100 milioni.
Difficile pensare che il partner abbia largheggiato, soprattutto se il partner è uno come Magnoni, banchiere di lunghissimo corso, ottimo amico di Carlo De Benedetti, consigliere di Roberto Colaninno nella scalata alla Telecom e fratello di quel Piersandro che aveva sposato la figlia di Michele Sindona. Fatto sta che l’accordo con Lehman è una svolta. Nel giro di pochi mesi del 2003, l’oscuro immobiliarista aversano si avvia a diventare un protagonista. Un po’ di cronologia dei documenti della Michele Amari può aiutare a ricostruire questa fase cruciale.
Come per i giocatori di serie A, esiste una data certa di esordio. Il debutto in pubblico avviene il 5 novembre 2003 sul Sole 24 ore. Prima, Giuseppe Statuto o le aziende della sua famiglia non erano mai apparsi una sola volta sulla stampa nazionale. La cronaca si occupa del giovane imprenditore come del raider che ha già comprato un pacchetto di Bnl vicino all’1,6 per cento per un controvalore di 60 milioni. Sotto il 2 per cento, per i regolamenti Consob, non ci sarebbe l’obbligo di dichiarare l’investimento. Ma Statuto, sua sponte, rivela di avere incominciato a rastrellare sette mesi prima, ossia ai primi di aprile del 2003, ossia un mese prima di avere chiuso l’accordo con Lehman Brothers Real Estate Partners, dunque quando, in teoria, i soldi non li aveva.
Come gli sia venuto in mente di giocarsi tanti euro in Bnl (per lui, tantissimi) non lo dice. Avrà avuto i suoi motivi. Ma ci sono altre iniziative importanti che Statuto prende nel corso del 2003 e di cui non parlano né lui né la stampa. Il teatro dell’azione è fra Roma e il Lussemburgo dove il piccolo gruppo immobiliare viene riorganizzato in grande stile attraverso uno schema piuttosto complicato di ingegneria societaria.
Calendario del successo. Il giorno chiave è il 13 maggio 2003. Nel giro di poche ore vengono costituite quattro finanziarie attraverso due rami che confluiscono. Da una parte, la Michele Amari dà vita a Resitalia Equity che fonda Resitalia Management e l’accomandita Resitalia Holding. Il secondo tronco è quello di Vesta Italia Equity, fondata lo stesso giorno da una Vesta Italia allocata nel paradiso societario delle Bermude e rappresentata da Mark Newman ed Edward Williams, due uomini di Lehman Brothers International, Londra. Vesta Italia diventa proprietaria del 50 per cento di Resitalia Holding attraverso due aumenti di capitale fissati il 22 maggio e il 20 novembre 2003 (198 mila euro con facoltà di arrivare a 200 milioni). Vesta compra azioni privilegiate, che non votano in assemblea. Sembra il classico investimento finanziario che lascia la gestione all’altro socio. L’altro socio dovrebbe essere Michele Amari che, però, ha retto i fili di questa architettura per appena nove giorni. Al suo posto, è subentrata un’altra lussemburghese nuova di zecca.
Si chiama Statuto Lux Holding ed è nata il 22 di maggio 2003. Il socio unico di questa finanziaria si chiama Sidney Nominees Limited e ha sede a Tortola, Isole Vergini Britanniche. La Sidney è, quindi, una fiduciaria con sede in un paradiso offshore noto per la sua impenetrabilità. Oltre alle varie Resitalia, Statuto Lux diventa proprietaria di circa il 48 per cento della Michele Amari che, fino a quel momento, era stata posseduta direttamente da Giuseppe Statuto. Il 25 luglio 2003, l’immobiliarista cede il pacchetto alla finanziaria lussemburghese al prezzo non certo esorbitante di 14 milioni di euro da pagarsi entro il 31 dicembre dello stesso anno.
Nell’arco di un anno Statuto Lux Holding, la controllata di Sidney Nominees, rileva il 100 per cento delle azioni Michele Amari. A tutt’oggi, insomma, il gruppo da 1.000 miliardi è controllato da una fiduciaria di Tortola. Cioè da uno, nessuno e centomila. Chiunque siano, i fiducianti di Sidney hanno fatto un investimento spettacolare.
La Michele Amari è arrivata a comprare fino al 4,93 per cento di azioni della Banca nazionale del lavoro. Questo pacchetto è stato prima schierato nelle file dei cosiddetti contropattisti (oltre a Statuto, Caltagirone, Ricucci, Coppola, il socio di Emilio Gnutti Tiberio Lonati, l’eurodeputato Udc Vito Bonsignore, socio di Caltagirone nel terzo polo autostradale, e il principe don Giulio Grazioli) e poi venduto il 18 luglio 2005 a un prezzo di 2,7 euro per azione. Il guadagno netto di Michele Amari supera il 100 per cento nell’arco di circa due anni.
Ma non di sola finanza vive l’uomo. Statuto si dice infastidito dalla polemica su rendita e produzione, il nuovo manicheismo economico per cui i buoni fanno, i cattivi oziano e campano sugli interessi. L’imprenditore aversano fa. Non solo compravende case ma costruisce anche. E c’è una terza attività che sta in mezzo, lucrosissima: la ristrutturazione. Per dare qualche esempio, nell’ultimo anno le società del gruppo Michele Amari hanno costruito-ristrutturato a Roma un complesso in via Spalla per un valore di 20,7 milioni, un ex convento del diciottesimo secolo alla Camilluccia per 13 milioni e il villino Whitaker ai Parioli per 8,5 milioni.
Alchimie immobiliari. È andata ancora meglio a Milano con un palazzo di nove piani in via Brera per 34,5 milioni e altri 7.500 metri quadri in via Bagutta, nel quadrilatero della moda, per un valore di 36,4 milioni. Inoltre, sono partiti i lavori all’area di via Magolfa (quartiere Navigli) per 13 milioni e in via Segantini, sempre Navigli, per quasi 21 milioni.
I soldi veri si fanno nella fase successiva, quando l’immobile, che sia nuovo o ristrutturato, viene messo in vendita. Ancora qualche esempio dall’anno scorso. Milano: 45,5 milioni incassati da un immobile in Foro Buonaparte, 41 milioni in via Verri, 45 in via Manzoni, quasi 36 nella periferica via Scarsellini. Roma: 33,4 milioni via Naide, 21 milioni in via Piemonte e 38,5 milioni di euro per piazza San Bernardo, dove la Michele Amari ha la sua sede legale e i suoi uffici, venduti e riaffittati con una magia immobiliare che si chiama lease-back. Non è l’unico gioco di prestigio per rivalutare costantemente il patrimonio.
Il meccanismo funziona in modo abbastanza semplice. L’immobiliarista compra. Si fa finanziare la ricostruzione da una banca e rivende agli inquilini oppure a una società di leasing a prezzo molto maggiore. È successo quest’anno a Milano, quando Statuto ha rilevato l’hotel Duomo dalla famiglia bolognese Marabini e lo ha girato a Banca Italease. A ogni passaggio di mano, il prezzo sale. Funziona un po’ come nel calcio di qualche anno fa. Si decideva che Hernán Crespo valeva 100 miliardi di vecchie lire e così si scriveva sulle carte di bilancio. L’immobiliarista è contento, la banca è stracontenta. L’inquilino, giocoforza, un po’ meno.
Per le 312 famiglie di via Tintoretto 88, nel quartiere romano del Laurentino, l’arrivo di Statuto non è stata una grande notizia. Comprato per 61,2 milioni di euro, il complesso da 40 mila metri quadri è stato offerto in vendita per 92 milioni nel giro di qualche settimana. Anche confrontata ad altri casi d’archivio della bolla immobiliare, la plusvalenza si presenta eccezionale. Vediamo come è stata costruita.
La vicenda del complesso di via Tintoretto incomincia nel novembre 2003, cioè nei giorni in cui Statuto appare per la prima volta sui giornali. A Milano i commercialisti Angeloguido Mainardi e Giuseppe Berghella (oggi indagato come mediatore delle tangenti pagate da una società del gruppo Gavio a dirigenti dell’Agenzia delle Entrate) costituiscono una piccola srl, la Vis , attraverso due fiduciarie (Mythos e Fortune). Sei mesi dopo, il 20 aprile 2004, il proprietario, che allora è il gruppo Generali, delibera la cessione dei 312 appartamenti di via Tintoretto e firma un preliminare di accordo con la Vis.
Passan o altri sei mesi e il 21 ottobre 2004 la Michele Amari , holding di Statuto, firma a sua volta un preliminare di acquisto della Vis stimando 5,8 milioni le quote della srl e accollandosi 5,7 milioni di crediti vantati dai soci fondatori Mythos e Fortune. In tutto, sono 11,5 milioni promessi alla chiusura dell’affare. In quel momento, il patrimonio di Vis è costituito da un terreno di poco prezzo a Lerici e da negozi in una via periferica di Milano (zona viale Monza). Ma l’asset patrimoniale più pregiato è un pezzo di carta: appunto, il preliminare di acquisto di via Tintoretto. Il 15 novembre 2004 Derilca, controllata al 100 per cento da Michele Amari, subentra alla capogruppo come aspirante azionista di controllo della Vis e, un mese dopo, il 16 dicembre, Generali Properties firma la vendita dell’immobile libero da vincoli o ipoteche per un prezzo di 61,2 milioni. Lo stesso giorno è formalizzato il passaggio di Vis al gruppo Statuto che ottiene un finanziamento di 57,2 milioni dalla Banca popolare di Milano. Appena due settimane dopo, il 30 dicembre 2004, la compravendita viene registrata all’Agenzia del territorio di Roma. La perizia allegata attribuisce al portafoglio immobiliare Vis un valore di 95 milioni.
La plusvalenza è nell’ordine del 50 per cento in poche settimane e Statuto tenta di incassarla. Così apre una trattativa con le organizzazioni sindacali (Sicet-Cisl e Sunia-Cgil) chiamate a rappresentare gli inquilini dello stabile. Per fare cassa in tempi brevi, la Vis-Derilca di Statuto si accorda per cedere in blocco i 312 appartamenti a Conit Casa, un consorzio della Confcooperative, per 92 milioni di euro.
Alleanze d’oro. Ma gli inquilini, fra i quali c’è la parlamentare Ds Marcella Lucidi, respingono l’offerta, contestano la mediazione sindacale in quanto troppo morbida con la controparte e scatenano una guerra di interpellanze parlamentari ed esposti al sindaco Walter Veltroni. La trattativa con Conit salta e a fine giugno del 2005 Vis annuncia decaduta l’offerta da 92 milioni. «Quel prezzo di vendita», si legge in un documento della società di Statuto datato 13 luglio, «non è più applicabile perché fissato solo in funzione della straordinarietà degli eventi, vendita in blocco e tempi di attuazione». In via Tintoretto, per ora, il colpo non è riuscito. E se l’immobiliarista non fa cassa, anche le banche restano insabbiate. Per adesso, niente di allarmante. L’indebitamento finanziario netto della Michele Amari nel 2004 era di 721 milioni di euro. Di contro, Statuto dichiara di possedere oltre 600 milioni di euro di immobili e forse di più, dato che la bolla immobiliare non dà segno di sgonfiarsi. In più, ci sono pur sempre i circa 200 milioni e rotti di guadagno sul pacchetto Bnl.
Fra i sostenitori di Statuto, c’è la Banca intermobiliare (Bim) che ha appoggiato direttamente il rastrellamento dei titoli Bnl. La Bim , che ha finanziato anche Ricucci, è una piccola Mediobanca torinese che vanta fra i suoi soci e clienti un gruppo assortito in modo bizzarro. Nel circuito Bim figurano il contropattista Danilo Coppola, Luca Cordero di Montezemolo, amicissimo del pattista Diego Della Valle, il finanziere e ciellino di ferro Angelo Abbondio, il meglio della finanza ebraica torinese ( la Bim è presieduta da Franca Bruna Segre, socia della Carlo De Benedetti e figli, cassaforte dell’Ingegnere), l’opusdeista Giuseppe Garofano (ex Montedison), Salvatore Ligresti, l’immobiliarista di Risanamento Luigi Zunino e Massimo Caputi, l’uomo che rappresenta Francesco Gaetano Caltagirone nel comitato esecutivo del Monte dei Paschi di Siena, la cosiddetta banca rossa di cui Caltagirone è azionista storico.
Il piano delle alleanze non si ferma qui. Ad aprile del 2006 in Rozzano, paese turbolento dell’hinterland milanese, sarà inaugurata una colossale multisala realizzata da Michele Amari insieme all’altra immobiliare Aedes (già di De Benedetti, oggi della famiglia di acciaieri Amenduni con una quota Fininvest) e a Cinema 5 (Fininvest). Poi ci sono gli affari fra Statuto e la Netcorp. Anche questa è una realtà imprenditoriale recente, animata da giovani. I cognomi, però, sono di peso. Netcorp appartiene a Luigi Carraro, 28 anni, figlio di Franco, il presidente di Federcalcio e banchiere di Mcc (gruppo Capitalia), e a Benedetta Geronzi, 34 anni, figlia di Cesare Geronzi, numero uno della stessa Capitalia. Fra Michele Amari e Netcorp ci sono in ballo tre joint-venture, tutte a Roma: una in via Calamatta (quartiere Prati), una in via del Corso e una in piazza Pitagora ai Parioli. Uffici e abitazioni per un totale di 6.238 metri quadrati e un valore di diverse decine di milioni di euro.
La partnership con Netcorp è forse quella più indicativa per il futuro di Statuto. Un futuro molto simile al recente passato, diviso fra la passione immobiliare e i noiosi, pazienti, lucrosi movimenti sulla scacchiera delle banche. Appioppare etichette politiche (rossi/bianchi, destra/sinistra) in questo campo dove tutto si muove in diagonale, con il passo dell’alfiere, è insensato. Contano gli oligarchi della finanza e le loro amicizie mutevoli. Magnoni è amico di Matteo Arpe dai tempi in cui l’amministratore delegato di Capitalia era in Mediobanca. Arpe è, per ora, allineato al suo presidente Geronzi che ha pochi mesi di tempo per risolvere un problema colossale: l’uscita dall’azionariato di Capitalia già annunciata dagli olandesi di Abn-Amro per l’ottobre 2006. È azzardato riproporre, via Caltagirone, azionista di Mps, e via Marchini, azionista di Capitalia, il blocco fra Roma e Montepaschi già tentato in passato?
La risposta non è legata a varianti elettorali. Tutt’al più, dipende dal successo del resistente Antonio Fazio nel bunker di Bankitalia e da qualche problemino giudiziario (crac Cirio, Parmalat, Italcase) incombente su Cesare Geronzi. Una cosa, però, è certa. In qualunque modo prosegua la partita, Giuseppe Statuto sarà lì, disciplinatamente. Alla fine, quello che gli assomiglia di più è proprio il genero di Caltagirone, Casini. Magari entrambi hanno chiesto consiglio sulle rispettive carriere. E Caltagirone a dire: «Bboni, state bboni». Soprattutto, niente colpi di testa.
19.10.2005 - Rainews 24
Funerali di Fortugno. La vedova ai calabresi: bisogna reagire
Si sono svolti nella cattedrale di Locri i funerali di Francesco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria ucciso domenica scorsa dalla ndrangheta. Migliaia le persone riunite in chiesa. La cerimonia è stata officiata dal vescovo di Locri, Giancarlo Bregantini.
Molti gli amministratori e i funzionari pubblici che hanno partecipato alle esequie. In rappresentaza del governo era presente il ministro per gli Affari regionali Enrico la Loggia , presenti anche il leader dell'Unione Romano Prodi e poi Francesco Rutelli, insieme a molti altri esponenti della Margherita, il partito nel quale militava Fortugno.
Prodi: senza legalità inutile parlare dello sviluppo del Sud
Il candidato premier dell'Unione, Romano Prodi, parlando con i giornalisti prima di entrare nella Cattedrale ha detto: "Siamo qui per piangere la salma di Francesco e consolare, se si può, la famiglia, la moglie e i figli. Siamo qui - ha continuato Prodi - anche per dichiarare la nostra ferma volontà perché questi delitti non rimangano impuniti e non si ripetano". "Fa impressione che sia stato ucciso mentre esercitava un diritto politico, una scelta, perché in questi casi è chiaro che vuole essere un ammonimento per chi quella scelta la esercita", ha aggiunto. "L'omicidio è stato commesso per un obiettivo politico". Alla domanda se è un avvertimento al centrosinistra, Prodi ha risposto: "E' un ammonimento a chi vuole la fine dell' illegalità e dell'omertà".
"Bisogna reagire"
"Ai calabresi dico che bisogna reagire come far io per il futuro dei miei figli", ha detto commossa la vedova di Francesco Fortugno, Maria Grazia Laganà conversando con i giornalisti.
"Non lo dico per retorica - ha detto - ma spero che il sacrificio di mio marito valga a qualcosa. Francesco un simbolo? Avrei preferito non lo fosse diventato. Non abbiamo mai avuto minacce, nessuna avvisaglia. Eravamo tranquilli. Hanno colpito l'anello debole della catena, ma non come uomo, ma perché non avendo ricevuto avvisaglie eravamo impreparati. Sarebbe stato meglio ricevere due bossoli in una busta". La signora Laganà ha poi escluso che dietro l'omicidio del marito vi possano essere vicende legate ad appalti della Sanità.
"Mio marito non aveva a che fare con nessun tipo di appalto - ha spiegato ai giornalisti - anche all'opposizione non poteva avere legami con amministratori e dirigenti Asl e adesso era vicepresidente di un organo legislativo e non di governo come il Consiglio regionale. Questa storia degli appalti l'ho appresa dai giornali e sentendo la televisione. Non ne avevo mai sentito parlare".
17.10.2005 – Corriere
La pista: il controllo della sanità. La 'ndragheta sfida i partiti
di Fiorenza Sarzanini
formato .pdf - clicca qui
Ottobre 2005 
La "strana" ripartizione dei fondi antimafia
Fatta la legge...
Antonio Pergolizzi
Cosa accomuna un omicidio di stampo mafioso e una sciagura naturale? Apparentemente nulla. Eppure i benefici previsti dalla normativa antimafia della Regione Sicilia sono concessi anche ad altre categorie di vittime. Generosità? Leggendo i destinatari, si direbbe raccomandazione
A Palermo la mafia non è più una priorità. Anzi. Un mafioso vale quanto un terrorista, una disgrazia, un raptus di follia: lo ha stabilito il Parlamento siciliano che con un’insolita attività legislativa ha esteso i benefici previsti dalla legge 20/99 – “Misure contro la mafia e misure di solidarietà in favore delle vittime della mafia” – a tutta una serie di soggetti che nulla hanno a che fare con la mafia. Ma andiamo con ordine.
Sfugge il nesso. Sul fatto che la legge 20/99 non fosse mai stata un granché erano d’accordo un po’ tutti, ma con i successivi interventi legislativi della Regione Sicilia è divenuta un tale assurdo giuridico da indignare persino il dirigente che si occupa della gestione delle pratiche e dei fondi previsti dalla stessa, dott. Pietro Fina, nonché qualche assessore e deputato regionale. Quando è troppo è troppo.
C’è pure chi si è spinto fino a ricomporne i cocci per stilare un dettagliato rapporto: Salvatore, detto Totò, Cernigliaro, presidente della cooperativa sociale “Solidaria”. Un rapporto che è un atto d’accusa di una chiarezza esemplare, che smaschera i vizi di una legge regionale che si sovrappone e si contraddice con la legislazione nazionale, che è rimasta inapplicata in molte sue parti, che crea confusione sulle concessioni di contributi, che prosciuga avidamente il bilancio regionale, e soprattutto che introduce discriminazioni inaccettabili proprio ai danni delle vittime di mafia.
Insomma, proprio a «una categoria di vittime che il senso comune riconosce di più alto valore etico e morale» – sottolinea Cernigliaro – si riconoscono minori benefici che ad altre (ad es. le vittime di Nassiriya, i cui familiari possono cumulare – chissà perché loro sì gli altri no – i benefici regionali con quelli nazionali) o gli stessi benefici concessi ai parenti delle vittime dei disastri aerei di Montagna Longa e di Punta Raisi (avvenuti nel 1972 e 1978, ndr.), o dell’incidente di mare verificatosi al largo delle coste di Marina di Avola il 25 marzo 2001, o della strage di Acicastello del 2003 dove un disoccupato uccise cinque persone, compreso il sindaco.
Cosa possa unire le vittime di mafia alle vittime di una sciagura non è dato sapere. E soprattutto che c’entra tutto questo con la lotta alla mafia, unica ragione della legge 20?
Così si arriva all’assurdo che mentre i familiari delle vittime di mafia devono aspettare anche dieci anni per ottenere il riconoscimento necessario per usufruire dei benefici di legge, per altri soggetti, come quelli sopra citati, ci pensa la stessa legge regionale a estendere loro i diritti previsti in origine solo alle vittime di mafia.
Presentare c.v. e albero genealogico. E fra i benefici garantiti dalla legge 20/99, l’assunzione nella Pubblica Amministrazione è, guarda caso, la norma più impiegata. Così se in Sicilia manca il lavoro ci pensa la Regione. A tal proposito, Cernigliaro ricorda che è lo stesso andamento delle assunzioni effettuate dalla Regione a sollevare più di un dubbio: «Da un lato si assiste ad una sensibile riduzione del numero di assunzioni in favore delle vittime della criminalità organizzata, dall’altro lato si vede crescere vertiginosamente quello frutto delle estensioni ad altri soggetti».
A sorprendere ulteriormente è la legge regionale 7 del 2004 (che, seppur distinta dalla legge 20, ne condivide i contenuti) che prevede, tra i tanti benefici, «l’assunzione da parte del Comune di Cattolica Eraclea di un familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo (sindaco di Cattolica Eraclea ucciso dalla mafia negli anni 50, ndr.)». Perché entro il IV grado? «Se non si avesse certezza – sottolinea Cernigliaro – che la norma che prevede l’assunzione del familiare entro il IV grado di Giuseppe Spagnolo non nasconda un preciso nome e cognome, ci si dovrebbe chiedere come il Comune di Cattolica Eraclea avrebbe dovuto individuare detto familiare. Forse per concorso? Non è chiaro, però, qual è il senso che lega l’onorare la memoria di uno, assassinato cinquant’anni fa, con l’assunzione di un pronipote. C’è da chiedersi, allora, se per caso non ci sia qualcuno alla ricerca degli eredi di Joè Petrosino (famoso poliziotto e detective assassinato nel 1909 per la sua importante attività antimafia, ndr.)».
Misteriosi criteri selettivi. Ma la legge 7/04 non si ferma qui. All’art. 6 si prevede addirittura una speciale elargizione di 50 mila euro ai “familiari dei cittadini Roberto Granvillano, Francesco Salaniti (entrambi annegati nel 2004, in circostanze diverse, nel tentativo di salvare bagnanti in difficoltà, ndr.) e Antonio Lanzafame; a ciascuno dei due figli del bracciante agricolo Giuseppe Scibilia, deceduto in seguito ai fatti del 2 dicembre 1968 avvenuti nella città di Avola (Sr); al sig. Domenico Giudice”.
Soldi pubblici elargiti ai tanti eroi “per legge” di Sicilia, indicati semplicemente con nome e cognome, alcuni dei quali senza sapere per quali meriti e per quali ragioni.
Come e in base a quale criterio è stato scritto l’albo? E che succederebbe in caso di omonimia? Perché se nella strage di Avola morirono due braccianti agricoli (l’altro fu Angelo Sigona, ndr.) si riconosce un contributo regionale ad uno solo? Perché in un caso – e solo in quello – i benefici economici vengono riconosciuti “a ciascuno dei due figli” e non “ai familiari”? Perché per questi soggetti si è previsto un contributo maggiore di quello riconosciuto alle vittime superstiti di Portella della Ginestra (limitato a 10 mila euro, ndr.)?
E ora chi paga? Anche sul piano economico la legge 20 è un completo disastro. A cominciare dai rimborsi delle spese legali delle parti civili nei processi contro la mafia. Secondo la norma regionale, le spese sono calcolate sulla base di parcelle professionali vistate dall’Ordine degli Avvocati, diversamente da quanto prevede la norma statale (L. 512/99) che riconosce alle parti civili solo quanto stabilito in sentenza dal giudice. Sembra una differenza da poco, ma sono cifre impressionanti. Già, perché le parcelle degli avvocati siciliani sono salate ed hanno superato anche di dieci volte quelle riconosciute con sentenza dal giudice: così, solo nel 2004, a fronte di un rimborso stabilito dai giudici pari a 307.320 euro, sono arrivate alla Regione richieste per un milione 495 mila euro. Debito che gonfia, quindi.
E per finire, accanto alla sempre crescente spesa per il rimborso delle parti civili, si assiste invece ad una costante riduzione dei trasferimenti delle risorse a favore delle associazioni antiracket e del sul fondo istituito ad hoc. Insomma, c’è aria di smobilitazione nella lotta al racket: poche le domande per i contributi del fondo (solo 2 quelle accettate, 20 quelle ancora in attesa di riconoscimento), pochi i soldi per esso stanziati.
E già sono in molti a chiedersi se con l’“inabissamento” della mafia non si siano “inabissate” anche le Istituzioni. A Palermo e dintorni.
Micromega, 5/2005, ottobre 2005
I furbetti del Botteghino
di Gianni Barbacetto
Strana estate, quella del 2005. Estate di patti occulti, scalate sotterranee, finanza d’avventura, personaggi spregiudicati, arbitri venduti, matrimoni da vip, feste al Billionaire, intercettazioni telefoniche, declassamenti dell’Italia, commistioni tra affari e politica, ritorno della “questione morale”, polemiche vere e polemiche false. Le contese per conquistare un paio di banche italiane, l’Antonveneta di Padova e la Banca nazionale del lavoro di Roma, e l’assalto al principale giornale italiano, il Corriere della sera, sono diventati il grande giallo dell’estate. Tracimati fuori dalla finanza, sono diventati da una parte questione politica, dall’altra materia di gossip.
All’inizio potevano sembrare tre diverse storie, tre distinte scalate. Si sono invece presto dimostrate un’unica vicenda: un grande assalto al potere, in un momento per l’Italia di declino economico e di confusione politica; un tentativo di ridisegnare il volto del (debole) capitalismo italiano. Con istituzioni e partiti che, in maniera occulta, facevano il tifo per i contendenti e intervenivano nelle contese. Tangentopoli, al confronto, è archeologia. E non ci sono soltanto le tre scalate ufficialmente dichiarate. Sotto pressione, in Borsa, sono stati anche i titoli Mediobanca, Fiat, Generali...
Ora, con l’autunno, sono cadute alcune delle foglie che coprivano protagonisti, comprimari, tifosi. Ed è apparso il disegno, fallito ma non del tutto, dell’avventura d’estate. I protagonisti di prima fila sono un poker d’assi: il banchiere della Popolare di Lodi Gianpiero Fiorani, il finanziere bresciano Emilio Gnutti, l’immobiliarista romano Stefano Ricucci, il manager di Unipol Giovanni Consorte. Sono loro il commando d’assalto che si è lanciato, fuori da ogni regola, nelle operazioni.
Alle loro spalle: il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, l’istituzione che rinuncia finanche al decoro, l’arbitro della partita che si trasforma in commissario tecnico di una delle squadre in campo; poi una folla di “amici”, sostenitori e complici; e infine tutta una schiera di politici, parlamentari, uomini di partito, di destra e di sinistra, che si muovono sotterraneamente, contando sul fatto che delle loro mosse e delle loro parole nulla trapelerà. Invece: la professionalità della Guardia di finanza, l’intelligenza di alcuni magistrati e soprattutto le norme europee (quelle sul market abuse), da poco diventate legge italiana, fanno venire alla luce almeno parte della trama.
Dei quattro campioni della compagnia scalante, ognuno ha un suo piano da realizzare, un suo disegno di potere. Progetti diversi, anche con margini di competizione tra di loro: c’è chi sogna la Grande Banca Padana, chi persegue l’ingresso nei Salotti Buoni dopo tanto purgatorio, chi vuole la Banca Rossa e chi, semplicemente, tanti, tanti soldi... Ma ciascuno entra nella partita convinto che potrà approfittare degli altri e portare a casa il suo risultato. Antonveneta, Bnl, Rcs, poi – chissà – Fiat, Capitalia...
Il governatore Fazio è il grande protettore istituzionale, senza di lui nulla sarebbe potuto accadere. Silvio Berlusconi, invece, è il grande beneficiario, colui che, a lungo respinto dai “salotti buoni” della finanza italiana, ha tutto da guadagnare dalla destabilizzazione degli attuali equilibri: per “normalizzare” il Corriere e poi magari puntare a due prede che gli stanno particolarmente a cuore: Telecom e Generali. Sarebbero davvero un bel premio di consolazione, in caso di sconfitta elettorale.
Ma c’è anche la sinistra, in questa grande storia italiana di soldi, banche, giornali e potere. Perché se la variopinta compagnia degli scalatori cerca sponde a destra e conta sull’aiuto di Berlusconi per conquistare Antonveneta e Corriere, ha a sinistra una sua solida sponda per portare Bnl a Unipol. Questa sotterranea complicità produce effetti. Il primo, già devastante: l’impossibilità per la sinistra, che ha interessi nella partita, di osservare serenamente ciò che sta succedendo, di capire davvero, di giudicare criticamente gli assalti.
Le parole/1. D’Alema sdogana Ricucci
Questa storia d’estate ha una lunga gestazione. Ma s’impone all’attenzione dell’opinione pubblica quando appare chiaro che un sconosciuto immobiliarista romano noto fino ad allora per essere il fidanzato di Anna Falchi, Stefano Ricucci, che nel 1995 (a 32 anni, mica a 18) dichiarava redditi per 5 milioni di lire, nella primavera 2005 è miliardario e scala il Corriere della sera. Inevitabili le domande: Ma chi è ’sto Ricucci? Chi c’è dietro? Dove prende i soldi?
Ci sono i finanziamenti dell’amico Fiorani, certo. Le alchimie immobiliari della razza mattona. I “capitali scudati” rientrati in Italia grazie al governo Berlusconi... Ma qualcuno, alle soglie dell’estate, suggerisce che c’è anche una “pista rossa” da seguire, per tentare di rispondere a quelle domande. Il settimanale Diario la spara in copertina già agli inizi di giugno: «Compagno Ricucci». È un modo giornalistico per sottolineare, in un contesto ancora in gran parte opaco e oscuro, le strane alleanze e le cattive compagnie degli scalatori.
Gran finanziatore di Ricucci è la Deutsche Bank, guidata in Italia da quel Vincenzo De Bustis passato alla storia, o almeno alla cronaca, come il banchiere vicino a Massimo D’Alema fin dai tempi della Banca del Salento. E poi chi è il grande alleato del gruppo Ricucci-Fiorani-Gnutti in tutte le partite più rischiose che ha in corso? È Giovanni Consorte, il finanziere creativo di Unipol, l’uomo che ha trasformato il vecchio mondo delle cooperative rosse in una macchina da guerra da scatenare nelle operazioni finanziarie più spregiudicate: dalla madre di tutte le opa, lanciata da Gnutti su Telecom, fino agli odierni arrembaggi a Bnl e Antonveneta. Consorte ha stretto un patto di ferro con Fiorani e Gnutti, con cui fa cordata nelle operazioni benedette dal governatore Fazio.
La “pista rossa”, dunque, porta ad ambienti vicini a D’Alema. Chi lo conosce è pronto a giurare che al presidente Ds piace l’attacco al cuore dello stato di cose presente sferrato dai nuovi capitani coraggiosi. Dopo la «rude razza padana» è la volta della «rude razza romana»?
In tutta sincerità, alle soglie dell’estate 2005, questi sono solo indizi. Ma giornalismo, quando l’opacità trionfa, è cercare di porre domande, seguire piste, allineare indizi. A questo punto però già succede una cosa inaspettata: quella parte della sinistra chiamata giornalisticamente in causa sul «Compagno Ricucci», invece di cavarsela con una secca smentita e un bell’elogio della trasparenza, s’incammina su un percorso tortuoso.
«Non conosco nessuno di quei personaggi che si citano. Io questo Ricucci non so neanche chi sia», dichiara D’Alema il 10 giugno 2005 all’Unità. Ma poi aggiunge: «Certe campagne si concludono perché, immagino, si vogliono tutelare degli interessi specifici, di persone che ritengono che i loro interessi personali sono una nobile battaglia in difesa degli interessi del mercato, mentre gli interessi degli altri sono un ignobile complotto dietro cui si cela un qualche Belzebù». Dunque gli assalti finanziari in atto sono, per D’Alema, un corretto scontro di mercato a cui assistere con distacco, tanto una parte vale l’altra, e vinca il migliore.
Così D’Alema sdogana Ricucci, che non è un Belzebù. E il capitalismo non è questione di pedigree. Torna sulla questione il 2 luglio con una battuta sulla (risaputa) debolezza del capitalismo italiano: «Se degli oscuri immobiliaristi, dietro ai quali si è finalmente appurato che non ci sono io, spaventano i salotti buoni del capitalismo italiano, evidentemente c’è una fragilità di quegli assetti proprietari che non ha uguali al mondo». Gli risponde indirettamente Vittorio Merloni, sostenendo che nel capitalismo non conterà il pedigree, ma la trasparenza sì: «Ricucci è un mistero. Quanto meno, si può dire che il suo percorso non è tracciabile».
Claudio Velardi, che fu il braccio destro di D’Alema a Palazzo Chigi (anche se oggi, civettando un po’, si definisce un «disilluso del dalemismo»), parla ancora più chiaro. L’11 giugno sul Corriere della sera ammette che sì, D’Alema quando era presidente del Consiglio avrebbe fatto meglio a stare zitto, a non dire in pubblico ciò che pensava dei protagonisti dell’opa su Telecom («Avrebbe dovuto risparmiarsi quella frase sui capitani coraggiosi»). Ma poi gli scappa che cosa pensa, oggi, dei nuovi capitani coraggiosi, della rude razza romana degli immobiliaristi d’assalto: «Effettivamente Caltagirone è un grande imprenditore. Ma Ricucci cos’ha, la rogna?».
Il giornale di cui Velardi è editore, il Riformista, è più esplicito e afferma (nell’editoriale del 7 giugno) che «gli outsider, i lanzichenecchi, gli immobiliaristi, i redditieri» non sono un problema per il capitalismo italiano. Anzi, ce ne vorrebbero di più. «Il problema italiano è proprio quello di una certa carestia di outsider; sì, proprio di gente che viene dal nulla e si fa da sola, e mentre si fa da sola produce sviluppo, pil e benessere». Come Michele Sindona? Come Roberto Calvi? Come Giancarlo Parretti e tanti altri outsider della finanza italiana (i fratelli Canavesio, Florio Fiorini, Orazio Bagnasco, Paolo Federici, Vincenzo Cultrera, Luciano Sgarlata, Gianmario Borsano, Giorgio Mendella, Virgilio De Giovanni e, per non parlare di Sergio Cragnotti e Calisto Tanzi, tanti altri il cui elenco completo riempirebbe pagine e pagine)?
C’è sempre qualcuno che resta affascinato dall’assalto dei “nuovi”, spregiudicati ma pieni d’energie, contro i “vecchi”, spompati e senza una lira. Evviva, dunque, Ricucci, Coppola, Statuto, Fiorani, Gnutti...?
Pierluigi Bersani – ministro di D’Alema all’epoca della scalata Telecom da parte della «rude razza padana» riunita attorno al finanziere bresciano Chicco Gnutti – dichiara che è un «ragionamento preistorico» affermare di vedere lo zampino della «finanza rossa» dietro le operazioni in corso, solo perché «fra i player c’è una cooperativa»: perché è una cooperativa che «agisce sul mercato nel modo che ritiene più appropriato, senza chiedere il permesso a nessuno».
I «player rossi», dunque, si muovono liberamente sul mercato. Chi li critica, invece, è parte di un complotto: «E che dubbio c’è? Non siamo mica nati ieri», dichiara D’Alema. «Conosciamo i salotti e le persone che contribuiscono a tutto questo». Il presidente Ds non fa nomi. I salotti evocati sono quelli di Giuliano Amato e Franco Bassanini, che remano contro le scalate? O ce l’ha con l’asse Montezemolo-Della Valle-Rutelli, spalleggiato da Corriere della sera e Sole 24 ore?
Fatto sta che mentre l’Italia intera s’interroga preoccupata e cerca di capire da dove venga questo Ricucci e la sua rude razza romana, chi lo sdogana è – chi l’avrebbe mai detto – la sinistra dalemiana
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Le parole/2. Fassino sdogana Ricucci
Il segretario dei Ds Piero Fassino interviene nel dibattito il 23 giugno e, a sorpresa, scavalca lo stesso D’Alema nella difesa di Stefano Ricucci e compagnia scalante: «Incomprensibile la puzza sotto il naso» che circonda i palazzinari, dichiara a Sky Tg24. Lo stesso giorno diventa pubblica la notizia che Ricucci e la sua holding Magiste, come anche Chicco Gnutti e la sua Fingruppo, sono indagati dalla procura di Milano per aggiotaggio.
Il 7 luglio, con un’intervista al Sole 24 ore, Fassino rincara la dose: «Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. È tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare».
Tenta di rispondergli Andrea Pininfarina, vicepresidente della Confindustria: «Non mi pare il caso di mettere sullo stesso piano, dal punto di vista dello sviluppo di tutto il Paese, chi fa impresa e chi di mestiere fa il raider finanziario».
Ma mentre Ricucci va sotto indagine penale e la sua trasparenza è vicina allo zero, Fassino sembra non vedere il problema: «Spetta a Consob, Antitrust, Autorità delle comunicazioni, Vigilanza della Banca d’Italia garantire le regole, non a me», dichiara al Sole il segretario Ds, che concede la sua benedizione invece alla scalata di Unipol su Bnl: «Se le cooperative crescono, a me fa piacere».
Replica bruciante, sempre sul Sole, di Marco Follini, segretario dell’Udc: «Credo che ci sia un certo eccesso di zelo in una cultura politica che ha scoperto il mercato in tarda età e ha finito qualche volta per farsi affascinare dai suoi aspetti più ambigui e tortuosi. E non mi convince una sinistra finanziaria che benedice, come ha fatto Fassino, l’eventuale opa di Unipol su Bnl ponendo le sue mani sul mercato al modo di quei re taumaturghi che nel Medioevo guarivano gli scrofolosi».
Il 21 luglio diventa noto che la procura di Roma sta indagando anche sulla scalata di Ricucci su Rcs. Lo stesso giorno, torna in campo D’Alema, che dichiara ad Alberto Statera di Repubblica: «Gnutti non lo conosco, come non conosco quello che è stato definito il “compagno” Ricucci. Compagno di chi? Falsità montate ad arte per depistare, per difendere altri interessi. In questo Paese è fortissimo l’intreccio tra interessi in campo e proprietà dei giornali. E il giornalismo economico è inquinato». I nomi, gli chiede Statera? «Non ne faccio». Subito dopo D’Alema dedica però un accenno benevolo agli immobiliaristi: «Gli speculatori fanno plusvalenze. Se rispettano le leggi dello Stato, perché criminalizzarli?».
Nessuno naturalmente li vuole criminalizzare per le plusvalenze. Semmai qualcosa da dire c’è sui metodi con cui le realizzano, visto le indagini e le condanne per insider trading. E nessuno ha mai detto o scritto che D’Alema sia il «socio» di Ricucci: la critica era semmai rivolta al sistema delle alleanze e alle “cattive compagnie”. Ma il presidente dei Ds preferisce drammatizzare, per poi sostenere che la “finanza rossa” non esiste: «Lo dimostra il fatto che su Bnl il Monte dei Paschi di Siena ha fatto come voleva». Vero: Montepaschi ha rifiutato di seguire Consorte nella scalata a Bnl, ma lo ha fatto rompendo con i vertici Ds e dopo insistenti pressioni di Roma e ripetute telefonate di Fassino.
D’Alema si spinge fino a difendere Gnutti, variamente indagato per reati finanziari e già condannato per insider trading. L’8 agosto dichiara infatti a Orazio Carabini del Sole 24 ore: «E che cos’ha che non va Gnutti? È socio anche di Olimpia (la finanziaria che controlla Telecom Italia, ndr) e nessuno ha mai detto niente. In queste critiche c’è un evidente elemento di ipocrisia». E poi: «Non si può fare di ogni erba un fascio. Da una parte un capitalismo buono, produttivo. Dall’altra quello degli speculatori legati al mondo politico. È una rappresentazione deviante, falsa... La verità è che il sistema è fragile. Raffigurarlo come sano, produttivo, aggredito dall’esterno da speculatori manovrati dal mondo politico è lontano dalla realtà. E si può fare solo perché gran parte dei giornali fanno capo agli stessi gruppi. Purtroppo il dibattito è inquinato perché i giornali possono scrivere male dei politici, ma non dei loro proprietari».
E Unipol? «Io nell’operazione Unipol non c’entro nulla», risponde D’Alema a Statera su Repubblica. «Quella è un’azienda, una grande azienda quotata in Borsa da anni. Se l’operazione che sta facendo sarà buona o cattiva lo giudicherà il mercato. A me sembra un’operazione del tutto limpida, fatta con tre grandi banche internazionali. Ma sa che le dico? Nei confronti dell’Unipol c’è una campagna razzista».
Comunque, conclude D’Alema, «se ci sono profili illeciti, intervengano le procure della Repubblica». Qualcosa di simile aveva detto anche Fassino: «Spetta a Consob, Antitrust, Autorità delle comunicazioni, Vigilanza della Banca d’Italia garantire le regole, non a me». Ma la politica non ha proprio nulla da dire, prima che arrivi la magistratura? Esistono comportamenti che non sono reati penali, ma possono essere politicamente inopportuni?
Le parole/3. Quanta cautela su Fazio
Lo scandalo scoppia quando le trame sotterranee vengono svelate dalle intercettazioni telefoniche: diventano visibili a tutti il disegno dei quattro scalatori, le connessioni tra loro, le alleanze reciproche, l’incredibile “concerto” con Fazio, i rapporti con la politica. Reazioni? Una parte della sinistra se la prende non con gli intercettati ma con le intercettazioni. E quanta cautela, agli inizi, su Fazio...
La situazione è più grave che dopo il più grave crac italiano, quello Parmalat, perché questa volta è compromessa la massima istituzione bancaria del Paese, Bankitalia. Eppure il vertice Ds fa a gara per tenere, per giorni e giorni, bassi i toni, per non insistere sulle dimissioni: non si può cacciare il governatore, sostiene una parte dei Ds, perché sennò poi, eliminata l’anatra zoppa, dovremo tenerci per chissà quanto un nuovo e più forte governatore messo lì da Berlusconi; e perché Fazio – ma questo lo sussurrano solo i critici interni – serve anche a quella parte della sinistra che è impegnata nella scalata di Unipol su Bnl.
Prudenti. Cauti. Cautissimi. Dichiarazioni a scandalo caldo, il 27 luglio. Il segretario Ds Piero Fassino: «Dobbiamo stare attenti a non indebolire l’istituzione Bankitalia». Pierluigi Bersani, europarlamentare Ds ed ex ministro di D’Alema ai tempi dei “capitani coraggiosi”: «Non possiamo aprire adesso il tormentone estivo “Fazio sì, Fazio no”, in questo modo si va allo sfascio». Un altro ex ministro del governo D’Alema, Vincenzo Visco, il 3 agosto: «Dimissioni? È una decisione che deve valutare a livello personale... No, non c’è stata una richiesta di dimissioni da parte dei Ds... Le riforme in corso comunque non toccherebbero l’attuale governatore, intervenire sarebbe contrario al trattato della Banca centrale europea. L’eventuale mandato a termine riguarderà il successore... Al momento, non vedo illeciti in senso stretto».
D’Alema in persona, l’8 agosto, sul Sole 24 ore dichiara che, a proposito delle dimissioni di Fazio, «la scelta è affidata alla sua sensibilità. Non tocca certo all’opposizione». Fino al 7 settembre, quando Bersani dichiara alle agenzie che per Fazio «andarsene in queste condizioni sarebbe come cedere alla canea» (anche se subito viene corretto e smentito da altri esponenti del suo partito: ormai a sinistra è finalmente prevalsa la linea del rigore; del resto di lì a poco lo stesso Berlusconi giungerà a “sfiduciare”, almeno formalmente, Fazio).
Le parole/4. Contro le intercettazioni
Anche le intercettazioni telefoniche e ambientali, permesse nelle inchieste sui reati finanziari dalla nuova disciplina europea introdotta in Italia con la Legge comunitaria del maggio 2005, sono guardate con sospetto e fastidio da una parte della sinistra. Eppure sono uno dei pochi metodi d’indagine efficaci per scoprire ciò che viene progettato e realizzato in segreto, ai danni del mercato e dei risparmi di milioni di cittadini.
Eppure, ecco come le giudica Visco il 27 luglio: Fazio ha avuto un «comportamento discutibile, ma non bisogna esagerare con le intercettazioni». E il 3 agosto: «Le intercettazioni, comunque, sono assolutamente disdicevoli...». D’Alema rincara la dose: «C’è qualcosa di violentemente impudico in quanto sta succedendo. Intrufolarsi nelle conversazioni private della signora Fazio è roba da tricoteuses, da voyeurs».
Fin qui, le parole. Ma ci sono anche i fatti. Ai tempi dell’opa Telecom, la madre di tutte le scalate, Guido Rossi criticò il ruolo in quella vicenda di D’Alema, che nel 1999 era presidente del Consiglio, sentenziando: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Ma al confronto delle scalate dell’estate 2005, quella Telecom (che non è né una banca né un giornale) era un modello di correttezza.
I fatti/1. Soldi ai mattonari
Il 18 luglio Giovanni Consorte diventa ufficialmente il protagonista (player, direbbe Bersani) della scalata a Bnl. Acquista le quote rastrellate sotto traccia nei mesi precedenti dagli immobiliaristi. Così chi continuava a chiedersi chi c’è dietro a Ricucci, chi gli ha dato i soldi, ha finalmente una risposta: «La finanza rossa», dice sorridendo un banchiere, indicando i 408 milioni di euro che saranno versati a Ricucci da Unipol. I cosiddetti “contropattisti” incassano infatti dalla compagnia bolognese oltre 2 miliardi di euro e portano a casa delle belle plusvalenze: complessivamente 1,2 miliardi: Ricucci 210 milioni di euro, Francesco Gaetano Caltagirone 255, Danilo Coppola 230, Giuseppe Statuto 207, Vito Bonsignore 180, Ettore Lonati 105, Giulio Grazioli 42.
Così Ricucci, Statuto, Coppola, Bonsignore e compagnia scalatante avranno carburante per nuove avventure: l’assalto a Rcs? a Mediobanca? a Generali? Commenta a caldo un banchiere del Montepaschi: «I partner degli affari vanno scelti. Che senso ha dare più di 2 miliardi di euro a gente come quella? È carburante per nuovi incendi».
Continua qualche irriducibile critico: se ora Ricucci conquisterà il Corriere, magari per offrirlo a Berlusconi o a qualcuno dei suoi alleati, sarà chiaro da quale Bicamerale sotterranea della finanza sarà nata la spartizione delle spoglie degli ex salotti buoni del capitalismo italiano in declino... Ma questa, a fine luglio 2005, era solo un’ipotesi, fantascienza, delirio complottista. Nel giro di qualche settimana, quell’ipotesi si è trasformata in una possibilità concreta.
I fatti/2. Concerto rosso
Tra i protagonisti della composita compagnia di scalatori, schierati a geometria variabile su diversi fronti, esiste una solidarietà di fondo. I contatti tra Fiorani, Gnutti, Ricucci e Consorte sono fittissimi. Insieme decidono tutte le loro mosse. Si parlano e prendono decisioni solo dopo essersi consultati. Fra i quattro del poker d’assi sembra esserci una comunicazione costante e un continuo scambio d’informazioni.
Esiste, allora, una scalata “cattiva” (quella di Fiorani su Antonveneta) e una scalata “buona” (quella di Consorte su Bnl), come hanno ripetutamente affermato Fassino («La vicenda Bnl è molto diversa dalla scalata Antonveneta») e D’Alema («Non possiamo omologare le storie, in Antonveneta c’è la magistratura che indaga, staremo a vedere»)?
Certo, Fiorani è inarrivabile, nei pasticci che ha creato dentro i conti della sua banca, nei prestiti agli “amici”, nei fondi creati ai Caraibi, nell’aumento di capitale, nelle finte cessioni messe in scena per ricostruire il patrimonio... Ma che le due scalate siano radicalmente diverse è difficile da dimostrare. Non ne sono convinti gli investigatori: scrive infatti il giudice preliminare Clementina Forleo, nella sua ordinanza su Antonveneta, che «dalle intercettazioni emerge l’esistenza di accordi riservati in ordine a entrambe le scalate bancarie». Ma non ci credono neppure i diretti protagonisti, che nelle telefonate del 23 luglio, temendo le indagini in corso, discutono addirittura se anticipare i magistrati e dichiarare essi stessi l’allargamento del “concerto” anche a Unipol: discutono cioè se ammettere formalmente che l’alleanza sotterranea Fiorani-Gnutti-Ricucci (e compagnia scalante) è allargata anche a Consorte.
È la giornata più delicata per il manager “rosso”. Ecco com’è raccontata nel brogliaccio della guardia di finanza:
Ore 19.02, Fiorani per Gnutti. Fiorani gli dice che sta mettendo a punto un ricorso al Tar e parla di estendere il patto a Ricucci, ma allo stesso prezzo. «L’unica cosa che cambierebbe è che il patto parasociale è di quattro soci e non più di tre, dichiarando che prima non c’era e che questo patto è nuovo». A quel punto Fiorani propone di «estendere il patto anche a Unipol».
Ore 19.25. Gnutti dice a un certo Manuele che «ieri sera pareva che volessero concertare anche Unipol». Manuele commenta che «è tutta politica, è una partita che stanno giocando a colpi bassi».
Il “concerto” non sarà dichiarato dagli scalatori, né richiesto dai magistrati di Milano Eugenio Fusco e Giulia Perrotti, coordinati da Francesco Greco (che indagano su Antonveneta, non su Bnl, su cui lavora la procura di Roma). Ma che i rapporti tra i quattro siano costanti e intensi è fuor di discussione.
Nella settimana tra lunedì 18 e venerdì 22 aprile (la settimana in cui, secondo la Consob, si mostra l’evidenza del “concerto” per Antonveneta), avvengono imponenti movimenti d’azioni Bnl. Passa di mano il 10 per cento della banca romana, per un valore di 700 milioni di euro. Ricucci, Coppola, Statuto portano pacchi di titoli Bnl alle banche (soprattutto alla Popolare di Lodi, ma anche a Meliorbanca, al Sanpaolo, al Banco di Sardegna controllato dalla Popolare dell’Emilia). In cambio ottengono nuove aperture di credito, che usano per rastrellare azioni Antonveneta. Mario Gerevini, sul Corriere della sera del 19 maggio, scrive che è in atto una «partita doppia» tra cordata Bnl e cordata Antonveneta. Un doppio “concerto”, con connessioni pianificate tra le due scalate, che coinvolge anche Consorte.
Un appunto della guardia di finanza, il 3 luglio riferisce che Caltagirone (chiamato nelle telefonate «l’ingegnere») secondo Fiorani vuole troppo. Il banchiere di Lodi dice, a questo proposito, che bisogna aiutare invece Consorte:
«Fiorani dice che l’ingegnere, rivendicando il fatto di controllare loro tre e anche Lonati, vuole la presidenza per almeno nove anni, e il diritto di veto: non vuole nessuno che gli giri intorno, vuole mettere i suoi uomini. Fiorani riferisce che sotto questo profilo fa fatica a dare torto a Gianni (Consorte)». Gnutti risponde che «se c’è bisogno di aiutare Gianni non c’è nessun problema». La conclusione di Fiorani è che prima bisogna chiudere la vicenda Antonveneta, «dopo di che salderanno Bnl».
Il 5 luglio Consorte parla con un certo Pierluigi (Bersani?) e a proposito dei rapporti con gli immobiliaristi del “contropatto” gli dice: «Si sta mettendo bene e quindi domani tornerò a Bologna perché bisogna convocare un po’ di cooperative» (povere cooperative, ridotte a massa di manovra per i progetti di Consorte). Pierluigi gli chiede se usciranno tutti da Bnl. Consorte risponde che sì, uscirà anche Caltagirone, perché tra loro, banche, Hopa e coop hanno il 52 per cento.
Il patto segreto tra gli scalatori delle due banche, Antonveneta e Bnl, prevede che tutti i “concertisti” abbiano la possibilità di guadagnare da entrambe le operazioni. Poi non esclude che, alla fine, alcuni degli alleati possano lanciarsi in altri affari: l’assalto a Rcs, grandi manovre su Capitalia, un’opa sulla Fiat... Giovanni Consorte ne parla il 6 luglio con il tesoriere Ds Ugo Sposetti. E a lui chiede di avere notizie per sapere se davvero nel progetto di opa sulla Fiat «c’è di mezzo anche Berlusconi». Il brogliaccio annota:
«Consorte dice che ha chiuso l’operazione con quelle persone (i sette che hanno il 27,5 per cento di Bnl) e spiega che domani sarà a Roma per definire le ultime cose e chiudere definitivamente». Poi riferisce a Sposetti dei contatti con i suoi interlocutori politici. «Dice che più tardi chiamerà Fassino per informarlo della vicenda. Spiega che Isvap e Bankitalia gli hanno dato l’autorizzazione. Dice che anche con Berlusconi non ci sono problemi, dato che uscendo l’ingegnere (verosimilmente Caltagirone) diventa un’operazione totalmente della sinistra (Unipol, Popolari e cooperative)». Poi si parla di una possibile nuova scalata. «Consorte chiede a Sposetti di fare una cosa per lui e cioè di verificare la notizia secondo la quale sembra che stiano preparando una opa sulla Fiat, e che nell’opa c’è di mezzo anche Berlusconi. Sposetti sostiene che la cosa è molto possibile». A questo punto «Consorte raccomanda di usare la massima discrezione perché il conflitto di interessi è enorme».
I contatti tra Consorte, Fiorani e Gnutti restano intensi. Si delinea l’esistenza di un «progettone» comune, si palesa la presenza di prestanome e s’intuisce la speranza di uno scambio tra i due fronti («Più piaceri ora fanno di qua e più Gnutti potrà chiedere di là»):
7 luglio, ore 19.29. Un certo Ettore (Lonati?) dice a Gnutti «che hanno finito e si ritroveranno lunedì a Roma a vedere di concludere. Ettore dice che Unipol deve riunire i suoi per vedere di fare accettare quello che hanno proposto. Aggiunge che non perderanno una cifra e che più piaceri ora fanno di qua e più Gnutti potrà chiedere di là».
10 luglio. Un certo Ugo dice che «Fazio ha dovuto prendere le distanze da Fiorani e dai vari Geronzi e ora si trova con persone per bene che siamo noi di Unipol. Se non ci fossimo stati noi, Fazio sarebbe stato perso».
12 luglio. Caltagirone chiama Consorte e gli chiede di «confermare i tre nomi romani». Consorte gli risponde che «il terzo nome non può dirlo perché è il prestanome di una banca».
13 luglio, ore 20.06. Consorte comunica a Gnutti che per Bnl «è tutto fatto». Gnutti gli risponde che anche loro per Antonveneta «hanno chiuso con i giapponesi, con tutti, col governatore» e aggiunge che «ora stanno chiudendo gli accordi insieme a Caltagirone e domenica faranno tutto».
15 luglio, ore 9.02. Cirla, dirigente di Interbanca (gruppo Antonveneta), chiede a Gnutti «se ci sono novità». Gnutti dice che prenderanno il 5 per cento di Bnl e lo faranno per Gianni (Consorte) perché «nel progettone finale giustificheranno industrialmente l’operazione».
Il 15 luglio alle 15.11 c’è una importante conference call sulla scalata di Unipol a Bnl. Una riunione telefonica a cui partecipano Fiorani, Gnutti, Ricucci e altri, in cui si accenna a un «documento segreto» che Gnutti farà girare e poi conserverà in copia unica. Così l’assemblea via cavo è ricostruita dalla guardia di finanza:
«Gnutti dice che gli amici di Unipol vogliono lanciare l’opa volontaria su Bnl... e che è stato chiesto anche a loro di entrare nel patto parasociale previo acquisto del 4,99 per cento del capitale sociale di Bnl. Dice che prevede una call a trenta giorni a loro favore nel caso in cui l’opa non raggiunga il 51 per cento». E poi spiega che «la firma della costituzione del patto parasociale li coobbliga con loro nel lancio dell’opa, e che tutto quello che verrà dall’opa se lo pagheranno loro». Poi Gnutti parla di un documento che dovrà rimanere segreto: «Gnutti dice che farà circolare un documento che ribadirà questo discorso e che manterrà solo lui come unico esemplare».
L’impegno su più fronti del gruppo continua. Il 17 luglio, alle 20.48, Stefano (Ricucci) chiama Gianni (Consorte) per chiedergli un posto nel consiglio d’amministrazione della futura Bnl:
«Consorte dice che ormai sono in dirittura d’arrivo. Stefano fa le sue richieste riguardo al suo posto in consiglio. Gianni risponde che il suo posto in consiglio sarà disponibile alla sola condizione che Bilbao non faccia blocco, perché in quel caso ci sarebbe spazio solo per otto consiglieri che dovrebbero essere tutti di Unipol. Stefano convalida, dicendo che in quel caso lui sarà disposto a dimettersi per lasciare il posto ai consiglieri Unipol».
Il 19 luglio, altre telefonate tra Consorte e Fiorani. Il primo si rivolge al banchiere di Lodi perfino per chiedere qualche buon nome per la presidenza della banca, dopo che sarà conquistata:
Consorte chiede a Fiorani di «pensare a due-tre possibili presidenti di prestigio, che loro possono avvicinare». Fiorani dice che Montani è venuto fuori da Leoni che avrà avuto l’imbeccata dal governatore. Fiorani fa il nome di Paolillo. Consorte dice che va bene. Poi gli dice che la settimana prossima mangeranno insieme «così mi dici tutti i tuoi pensieri».
Che la partita in corso sia una, pur divisa su più fronti, è confermato anche da Luigi Gargiulo, il ragioniere di fiducia di Ricucci. Il 19 luglio, Gargiulo conferma infatti che:
«Alla fine venderanno anche Antonveneta e poi punteranno tutto su Rcs e che gli serve anche il titolo Capitalia».
Il 22 luglio è Fiorani ad annunciare a Gnutti che «Bilbao ha rinunciato» a Bnl perché «Unipol ha fatto prima di loro». Fiorani parla di Gianni Consorte e dice di fare «un incontro la settimana prossima»:
«Gnutti dice che gli fanno dei problemi. Consorte risponde che gli spagnoli si sono ritirati. Consorte dice che Spinelli e gli altri hanno detto che gli danno tutti i soldi che vuole per fare Bnl».
Il “concerto” destra-sinistra appare dunque evidente. Dall’inizio alla fine della battaglia.
I fatti/3. Telefono rosso
A leggerli, i testi delle intercettazioni, si capisce subito il fastidio di alcuni politici, anche di sinistra: è il fastidio degli intercettati. Sono infatti rimaste registrate anche alcune loro telefonate. Non per scelta degli investigatori, che avevano legittimamente sotto controllo alcuni banchieri e finanzieri. Ma questi telefonavano anche a parlamentari e uomini politici; e poi tra di loro commentavano e riferivano quelle telefonate. Così, malgrado gli omissis di legge subito apposti dai magistrati, sappiamo che a parlare di affari con gli scalatori sono in molti, dal senatore Luigi Grillo di Forza Italia al deputato Udc Ivo Tarolli, dal presidente Ds Massimo D’Alema al segretario del partito Piero Fassino, dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga al sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu, dal senatore della Quercia ed ex segretario di D’Alema Nicola Latorre al senatore e tesoriere Ds Ugo Sposetti, dal senatore di Forza Italia Romano Comincioli, compagno di scuola e poi prestanome di Silvio Berlusconi, al presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, fino a Gianni Letta, che del governo Berlusconi è l’eminenza grigia... Coinvolto direttamente nella vicenda anche il ministro Giulio Tremonti, a cui Consorte ha chiesto una consulenza attraverso il commercialista Claudio Zulli, socio di studio del ri-ministro dell’Economia.
Molte intercettazioni non le leggeremo mai: perché sono processualmente inutilizzabili, e anzi da distruggere, tutte quelle trascrizioni in cui a parlare sono i deputati o i senatori. Eppure, anche a fermarsi a quel che si può legittimamente conoscere, il quadro è desolante.
In questa storia di soldi, politica, informazione e potere, la notte tra l’11 e il 12 luglio 2005 è cruciale: è la notte in cui Fazio annuncia il suo sì a Fiorani, ricambiato con un bacio in fronte. Quella sera Gnutti è a cena con Berlusconi. Subito dopo l’annuncio, il quartetto delle scalate si scambia la notizia e festeggia.
Berlusconi viene subito messo al corrente della decisione del governatore e, almeno secondo quanto dice Fiorani, si mostra «commosso della cosa».
Che la regia delle tre scalate sia unica, quella notte appare evidente: Gnutti riferisce a Fiorani di aver detto a Berlusconi «che andremo avanti con Rcs e che ci deve dare una mano», altrimenti «la sinistra prende tutto»; e Fiorani gli risponde che però, «in questo momento», «la sinistra ci ha appoggiato più di quanto abbia fatto il governatore...».
Poi Gnutti riceve una chiamata da Ricucci. E infine chiama Ivano: con tutta probabilità si tratta di Ivano Sacchetti, il numero due di Unipol. Fiorani, Gnutti, Ricucci, Sacchetti (dunque Consorte): nel giorno del tripudio il poker d’assi festeggia al gran completo.
Consorte in persona chiama anche Fassino. E poche ore dopo contatta un certo Pierluigi (Bersani?). Gli annuncia che «per domani lo ha chiamato il governatore». Poi gli riferisce «che Letta ha chiamato Caltagirone e si è adirato perché voleva che lui ci fosse, perché l’operazione non sembrasse di sinistra». Consorte dice «che Gnutti ne ha parlato con Berlusconi». L’aria di Bicamerale degli affari è ormai chiarissima.
Ecco il dialogo del 12 luglio, ore 10.03, tra Ivano Sacchetti (il numero due di Unipol) e Chicco Gnutti:
Ivano: «Ho letto sui giornali che vai a un pranzo con Berlusconi».
Gnutti: «Ci sono già stato ieri sera».
Ivano: «Avresti dovuto parlargli di...».
Gnutti: «...L’ho fatto! ...quindi a Berlusconi ho detto che con buona probabilità andrò in appoggio anche di là perché mi pare corretto e giusto e Berlusconi ha detto che faccio bene... Io ho detto a Berlusconi che a noi interessa molto appoggiare Gianpiero perché dall’altra parte stiamo facendo quell’altra... Per cui, per una questione di equilibrio, si fa una per uno. Berlusconi mi ha detto che faccio bene».
Lo scambio è chiarissimo: «Per una questione d’equilibrio, si fa una per uno». Una a te, una a me; una a destra, una a sinistra. Antonveneta a Fiorani, Bnl a Consorte. Dunque destra e sinistra, in questa storia, non sono alternative, ma complementari. E Berlusconi, almeno secondo quanto riferisce Gnutti, è informato in diretta di quel che sta accadendo. E approva.
Anche Consorte, come Fiorani, parla direttamente con la Banca d’Italia (mentre per i suoi concorrenti, i baschi del Banco di Bilbao, i contatti sono chiusi). Il suo interlocutore è, oltre che il governatore, Francesco Frasca, il capo della Vigilanza. A lui riferisce, alle 18.21 del 12 luglio, le operazioni in corso. E gli chiede aiuto: «Gianni gli dice che ha bisogno di lui», riporta il brogliaccio. Alle 19.01 Frasca lo richiama: «Dice che il governatore voleva incontrarlo per capire bene tutta la struttura... Frasca gli farà sapere dell’incontro con il governatore...». I contatti proseguono nei giorni seguenti.
Il capo della Vigilanza tira poi un sospiro di sollievo – con Fiorani e tutta la compagnia scalante – quando il 20 luglio il Tar del Lazio dà ragione agli scalatori: «La procura di Roma prima andava su un’autostrada a sei corsie, ora ha davanti una strada di montagna». Ma Frasca, inverità, pare preoccupato delle indagini di Milano, non di quelle di Roma.
Il 21 luglio, alla vigilia della vittoria in Bnl, Consorte è già subissato da sms di congratulazioni. Ed entra in scena anche il ministro Giulio Tremonti. Consorte chiama Claudio Zulli, commercialista associato al suo studio. Tremonti, dice Zulli, è a conoscenza dell’operazione e «si è mosso e ha seguito questa vicenda con molta ammirazione», anzi, ha addirittura «fatto il tifo». Consorte gli è grato: «Tu sai che il governo ci ha dato una mano e sai come ragiono io, la riconoscenza va data al punto giusto». Dunque: il governo (Berlusconi) ha dato una mano alle scalate e a Unipol, dice Consorte. E ora arriverà la «riconoscenza». Qual è il «punto giusto»?
I fatti/4. La Bicamerale degli affari
Il movimento cooperativo è un grande fenomeno imprenditoriale, con 400 mila occupati, 7 milioni di soci, 45,7 miliardi di euro di giro d’affari. Non sono le cooperative ad essere oggetto di odio «razzista». E nemmeno Unipol, che è una grande compagnia assicurativa nata e cresciuta in quel mondo. Ciò che viene criticato è semmai l’attivismo di Giovanni Consorte, la sua spregiudicatezza, le sue alleanze. È impressionante vedere la ragnatela di intrecci azionari che lega tra loro i quattro protagonisti delle scalate d’estate, il poker d’assi Fiorani-Gnutti-Ricucci-Consorte.
Giovanni Consorte, cinquantasettenne ingegnere di Chieti, è entrato in Unipol quando questa era “l’assicurazione dei comunisti” e l’ha portata a veleggiare nel mare aperto del mercato. L’ha “laicizzata”, l’ha fatta crescere, l’ha collocata nel gruppo di vertice delle assicurazioni italiane. Stringendo alleanze prima impensabili.
Ha legami diretti (e incrociati) sia con Fiorani, sia con Gnutti. Con il banchiere di Lodi, Consorte è stato socio nell’assalto ad Antonveneta, di cui Unipol è giunta a controllare il 3,7 per cento. Poi, attraverso Aurora Assicurazioni, ha una partecipazione del 5,7 per cento in Reti Bancarie, una subholding della Popolare di Lodi. Viceversa, la Popolare di Lodi possiede il 2 per cento di Unipol.
Vittorio Malagutti sull’Espresso ha raccontato anche il miracoloso fido di 4 milioni di euro della Popolare di Lodi a Consorte: chiesto il 27 dicembre, tra Natale e Capodanno, è stato concesso in ventiquattr’ore, senza bisogno d’alcuna garanzia. Proprio nelle settimane seguenti, altri 38 “amici” di Fiorani hanno ottenuto finanziamenti per 1,1 miliardi di euro poi utilizzati per comprare azioni Antonveneta. E proprio in quelle settimane sono partite, sotto traccia, le scalate incrociate: Unipol ha rastrellato il 3,7 per cento di Antonveneta, mentre Lodi ha messo insieme l’1,4 di Bnl. Ben prima che le due scalate fossero dichiarate al mercato: miracoli della preveggenza.
Con il finanziere bresciano Chicco Gnutti i legami di Consorte sono più antichi e ancora più stretti. Unipol possiede infatti il 7,1 della sua finanziaria Hopa. D’altra parte, Hopa e Fingruppo (altra finanziaria di Gnutti) insieme avevano il 15 di Unipol Merchant. E Hopa aveva anche il 20 per cento di Finsoe, la società che controlla Unipol. Ma questi due legami sono stati prima annacquati, poi azzerati. Hopa è completamente uscita da Unipol il 1 aprile 2005. Gnutti aveva anche il 21 per cento di Finec, la finanziaria che controllava, a cascata, Ariete, che controllava Holmo che controllava Finsoe che controllava Unipol. Un’architettura societaria così arzigogolata e autoreferenziale, piena di scatole cinesi e partecipazioni incrociate, da far invidia perfino alla vecchia «costruzione gotico-castrense» delle 23 holding berlusconiane. Alla faccia della trasparenza che ci si aspetterebbe dal movimento cooperativo.
Solo nella primavera 2005 Consorte aveva fatto ordine in casa (in previsione della scalata Bnl?), semplificando la catena di controllo ed eliminando i controlli incrociati. Finec, per esempio, si era fusa in Ariete ed erano stati allentati i rapporti con le società di Gnutti. Allentati, ma non annullati. Hopa, per esempio, ha mantenuto un 5 per cento in Finsoe.
Se c’è una Bicamerale della finanza, questa si chiama Hopa. È proprio in questa holding controllata e presieduta da Gnutti che siedono insieme i protagonisti della “finanza rossa” e gli amici e consiglieri di Berlusconi. Vicepresidente di Hopa è Giovanni Consorte, tra i consiglieri ci sono Stefano Bellaveglia (il dalemiano vicepresidente di Montepaschi), ma anche Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci e Ubaldo Livolsi (il finanziere di Berlusconi operativo nella scalata al Corriere tentata da Ricucci).
Nel collegio sindacale di Hopa, infine, c’è Achille Frattini, professionista di fiducia di Berlusconi, che l’ha messo in una moltitudine di collegi sindacali. È, tra l’altro, presidente del collegio sindacale di Mediaset e anche di quello di Idra, la società che custodisce le proprietà immobiliari del Cavaliere, prima fra tutte Villa Certosa. Insomma: Hopa, la plancia di comando delle scalate tenuta appositamente fuori dai movimenti dei “concertisti”, è il salotto della Nuova Bicamerale.
Cerniere, punti d’incontro tra i due fronti, però, ce ne sono anche altri. Claudio Sposito, ex amministratore delegato di Fininvest, è indicato nelle telefonate intercettate come colui che finanzierà l’avventura di Consorte acquistando, attraverso il suo fondo Clessidra (il più grande fondo di private equity italiano) un buon pacchetto di Aurora Assicurazioni, controllata da Unipol.
Federico Imbert, l’uomo di Jp Morgan in Italia, nell’aprile 2005 ha realizzato per Berlusconi l’imponente collocamento del 17 per cento di Mediaset. Ma è anche nel pool di banche che assistono Consorte nell’operazione Bnl e Jp Morgan possiede il 2 per cento di Finsoe, la cassaforte che controlla Unipol. Il 25 maggio Imbert è stato ricevuto a Palazzo Chigi, secondo quanto annunciato da un comunicato della presidenza del Consiglio che non spiega però i motivi della visita.
E poi c’è Earchimede. E qui la faccenda si fa delicata. La società è una subholding di Hopa ed è presieduta da Gnutti. Ma è partecipata da Lodi (11,92 per cento) e tra i soci ha altri “concertisti” bresciani, come i fratelli Lonati (7 per cento). E poi Unipol: Consorte, attraverso Unipol Merchant e Aurora Assicurazioni, controlla il 14 per cento del capitale, dunque è l’azionista più importante dopo Gnutti.
Ha una strana storia, Earchimede. Nasce come incubator per il web, per tutto il 2002 non fa granché, fatturato minimo, perdite consistenti. Poi diventa holding di partecipazioni e nel 2004 comincia a fare utili. Ma sempre con piccoli affari, mentre il capitale è diventato imponente: 212 milioni. Inspiegabile un tale immobilizzo di denaro. «A meno che si fosse in attesa del grande affare», scrive il Sole 24 ore il 28 luglio. E il grande affare arriva nell’estate 2005, quando a Earchimede finisce una delle più grandi tra le cessioni fatte da Fiorani per far quadrare, almeno apparentemente, i suoi conti patrimoniali: le arrivano le quote di Efibanca e Bpl Ducato.
In una telefonata del 29 giugno, ore 15.10, Fiorani parla dell’operazione con Consorte. I due fanno riferimento a un consiglio d’amministrazione della società Earchimede, durante il quale dovranno deliberare «un acquisto di partecipazioni nostre che sono Ducato».
Fiorani: «Ecco un’altra cosa! Oggi c’è un consiglio Earchimede e tu hai un tuo consigliere dentro e anche un sindaco».
Consorte: «Sì!».
Fiorani: «Loro deliberano, diciamo temporaneamente con la T maiuscola, dell’acquisto di partecipazioni nostre che sono Ducato».
Consorte: «Aspetta un secondo che non sento... deliberano?».
Fiorani: «Sì! Deliberano l’acquisto di due partecipazioni quota minimale di Ducato e di... e di aspetta... Efibanca».
Consorte: «Sì!».
Fiorani: «E vengono deliberate con lo scopo di fare un’operazione diciamo così di...».
Consorte: «Ho già capito!».
Fiorani: «Hai già capito! Tutto lì! Dopodiché è un’operazione che però renderà a Earchimede 2.500.000 di fees».
Consorte: «Mmmmmmmmmmm».
Fiorani: «Che è l’ammontare che serve a Earchimede per avere il bilancio in utile dopo le svalutazioni che deve fare che ha potuto fare purtroppo il fondo là di quel di Capomolla & Company».
Consorte: «Sì!».
Fiorani: «Quindi allora sono garantiti e un utile guadagnano te lo dico perché se tu hai dentro uno in consiglio di amministrazione e hai un sindaco tuo».
Consorte: «Sì!».
Fiorani: «Se gli mandi un accenno che è tutto ok».
Poco dopo, alle 17.24, Fiorani contatta Gnutti, che lo aveva cercato perché voleva un affidamento di 30 milioni per comprare azioni Eni. Ma prima Fiorani gli dice che la questione Earchimede «la sta mettendo a posto Giovanni». Concerto rosso. Roba da “furbetti del quartierino”.
I fatti/5. No anche dentro i Ds
Chi critica la “scalata rossa” (e i suoi sostenitori dentro la politica) lo fa perché pregiudizialmente ostile ai “riformisti”? Perché affetto da “girotondismo rancido”? Perché fa gli interessi di una parte del capitalismo italiano (l’asse Della Valle-Montezemolo)? O perché ha interessi di partito e, dentro il centrosinistra, vuole sottrarre voti ai Ds?
Alcuni partiti dell’Unione, dalla Margherita all’Udeur, hanno preso a pretesto le scalate per aumentare il loro peso nell’alleanza e rosicchiare voti al primo partito della sinistra: «Per spolpare l’osso dei Ds», dice Vannino Chiti alla Stampa il 7 agosto. È così?
Può darsi che ci siano anche queste componenti nelle intenzioni di chi, nell’estate 2005, ha voluto riaprire la “questione morale”. Ma la storia dell’osso da spolpare non spiega una cosa: il vasto disagio provocato da queste vicende dentro i Ds e il loro mondo. Molti non lo esprimono all’esterno, per timore di indebolire il partito alla vigilia di un cruciale scontro elettorale. Ma il disagio c’è, profondo e diffuso.
Nettamente contrari agli scalatori sono Franco Bassanini, Giuliano Amato, Roberto Barbieri, Enrico Morando, tutti perplessi sul ruolo giocato da Unipol in questa partita. Un no chiaro a Consorte e ai suoi piani è arrivato dall’altro grande polo della “finanza rossa”, il Monte dei Paschi, e da tutti i Ds di Siena. Cauto e insoddisfatto si è mostrato Lanfranco Turci, in passato presidente di Lega coop e oggi senatore Ds, che è andato significativamente nella città tascana sede del Montepaschi e capitale dei diessini “dissidenti” per un affollato dibattito su «Siena, città della finanza». Fredda nei confronti dell’operazione Unipol-Bnl è una parte dello stesso mondo cooperativo, da Turiddu Campaini di Unicoop Toscana alle coop dell’Umbria, fino a Silvano Ambrosetti della Coop Lombardia.
Contrario il mondo sindacale della Cgil. A partire dal numero uno Guglielmo Epifani, che il 19 luglio ha dichiarato: «Per quello che riguarda la Cgil, non eravamo né siamo convinti che questa sia la soluzione migliore per Bnl. Unipol si caricherà di troppi debiti per un’azienda, la Bnl, che è in difficoltà da anni, che avrebbe bisogno di una grande banca internazionale per essere rilanciata. Questa era l’opinione della Cgil, e questa resta l’opinione della Cgil. Poi Unipol agisce secondo quanto ritiene utile pe sé».
Carlo Ghezzi, ultimo consigliere d’amministrazione Unipol espresso dalla Cgil, ricorda come il sindacato decise di uscire dalla compagnia bolognese: «Era il 1999, l’Unipol finì per partecipare alla scalata Telecom. Fu allora che, con il segretario generale Sergio Cofferati, prendemmo la decisione: uscire dal consiglio d’amministrazione. Questa scelta, vista ora, appare lungimirante. In queste scalate vedo solo un gran movimento di capitali che puntano alla rendita. Legittimo, per carità. Ma dalla sinistra mi aspetterei attenzione ai progetti innovativi per rilanciare l’economia reale».
Netta l’opposizione dei sindacati bancari. Il segretario dell’Emilia-Romagna della Fisac (i bancari della Cgil), Giorgio Romagnoli, definisce quella di Unipol «una cattiva soluzione, non certo un esempio di trasparenza. Un’operazione pericolosissima, azzardata, sbagliata». Domenico Moccia, che della Fisac-Cgil è il segretario generale, è durissimo quando afferma che Consorte sta mettendo a rischio il patrimonio materiale e morale delle cooperative e che «la sinistra non può accettare il modello Pretty Woman, film in cui il finanziere interpretato da Richard Gere vuole distruggere un’impresa, strangolandola finanziariamente, per poi realizzare un’operazione puramente speculativa».
C’è insomma tutto un universo, non nemico o concorrente, ma interno alla sinistra e alla Quercia, che non applaude neanche un po’ il boss dell’Unipol Giovanni Consorte, le sue scelte e le sue cattive compagnie. Anzi. Dentro questo mondo ci sono motivazioni e toni diversi, ma tutti, con belle maniere, accenti differenti e modi gentili, mostrano un’unica preoccupazione: che la partita giocata da Consorte coinvolga tutto il partito. E magari finisca per trascinarlo nel fango.
06.10.2007
Scalatori mascherati. La Consob accusa
La variopinta compagnia degli scalatori (da Gianpiero Fiorani a Emilio Gnutti, da Giovanni Consorte a Stefano Ricucci) è oggetto di una serie di inchieste giudiziarie per reati societari. La procura di Roma, per esempio, sta indagando sulla scalata Bnl, i magistrati di Milano Giulia Perrotti ed Eugenio Fusco stanno invece indagando su Antonveneta. Si comincia così a sollevare qualche velo sui finanziamenti occulti e sulla rete di società, alcune delle quali domiciliate nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali, da cui quei finanziamenti sono transitati. Fiorani inoltre è il protagonista anche per due ardite operazioni di salvataggio, quelle che hanno strappato dal crac Credieuronord, la banca della Lega, e Hdc-Datamedia, la società di sondaggi di Luigi Crespi (per questo è anche indagato).
Anche la Consob ha posto sotto osservazione gli scalatori. E nel rapporto del 10 maggio 2005 sull’affare Antonveneta ricostruisce minuziosamente i flussi di denaro entrati nella partita. Dimostrando che Fiorani e i suoi amici hanno cominciato a rastrellare azioni della banca di Padova ben prima del 3 febbraio 2005, data in cui la Popolare di Lodi (Bipielle) ha chiesto a Bankitalia l’autorizzazione a salire fino al 15 per cento. Si erano già mossi, dice il rapporto Consob, 38 soggetti che avevano acquistato più del 22 per cento del capitale di Antonveneta. È così dimostrato che «il progetto Bipielle fosse già da tempo esistente e strutturato» e che «l’amministratore delegato di Bipielle avesse posto in essere contatti e incontri, anche con soci italiani aderenti al patto, finalizzati ad acquisire una partecipazione in Antonveneta». In spregio alle regole, dunque, Fiorani e gli scalatori (tra cui Ricucci e Coppola) hanno stretto accordi sotterranei e non dichiarati, hanno organizzato una cordata segreta e sottratta a ogni controllo, hanno costituito un patto di sindacato occulto. Senza darne comunicazione al mercato e alle autorità di controllo, Consob e Bankitalia.
Di questo patto di sindacato occulto di cui fanno parte, secondo Consob, «38 soggetti», 18 appartengono al gruppo bresciano di Chicco Gnutti, 12 al gruppo dei lodigiani legati a Fiorani, cinque sono immobiliaristi (tra cui Stefano Ricucci e Danilo Coppola) e tre trader. I 38 soggetti, grazie alle informazioni riservate ricevute da Fiorani, hanno anche realizzato consistenti plusvalenze, perché hanno comprato sotto traccia titoli Antonveneta prima dell’inizio ufficiale della scalata, rivendendoli poi alla Popolare di Lodi quando i prezzi erano considerevolmente lievitati. Al reato ipotizzato di false comunicazioni si aggiunge così quello di insider trading. È ipotizzabile inoltre anche il reato di aggiotaggio, perché gli scalatori avrebbero manipolato i meccanismi di mercato facendo salire i prezzi di Antonveneta ben oltre i 25 euro ad azione offerti dagli olandesi di Abn-Amro, facendo così fallire la loro opa.
Ma Fiorani non ha solo passato preziose informazioni agli amici, li ha anche generosamente finanziati, con cifre variabili da 10 a 50 milioni di euro a testa, con un esborso totale di 1.118 milioni di euro. In 31 casi su 38 si è trattato di finanziamenti, scrive la Consob, con «profilo di rischio elevatissimo». Ricucci, secondo il rapporto, è un caso a sé. «Ha avuto nel medesimo periodo una significativa crescita del suo affidamento complessivo con la banca», anche se «non direttamente collegabile agli acquisti in questione». Ma sappiamo che la sua Magiste era impegnata anche in altre partite, tra cui spicca la scalata Rcs.
Quali e quanti soldi sono passati da Bipielle Suisse a misteriose società dei Caraibi e poi arrivati a Ricucci che li ha utilizzati per il suo shopping milionario? Sulla base di quali garanzie patrimoniali? E fornite da chi? Domande ancora senza risposta, che le indagini dovranno cercare di trovare. (gb)
Il dramma della giustizia italiana è la durata interminabile dei processi.
Invece di sveltire le procedure, con la cosiddetta legge Cirielli (o ex Cirielli? Nando dalla Chiesa ha spiegato, su queste pagine, come ormai più nessuno voglia assumersene la paternità...) si riducono - per un'estesissima fascia di reati - i tempi di prescrizione.
Così i processi non si abbreviano, semplicemente non si fanno più. Perchè questa scelta un po' surreale? Sono tanti i criteri ermenuetici che si possono applicare alle leggi. Per la cosiddetta Cirielli potrebbe essercene uno di natura... onirica.
Che cosa sogna un imputato che tema il processo?
Nell'ordine: avere i migliori avvocati; scegliersi il giudice; condizionare lo svolgimento del processo; scrivere la sentenza; perso per perso, impedirla. Sono sogni che il risveglio spazza via. Ma non sempre quando sono in ballo processi "speciali", per esempio quelli che riguardano il capo del governo italiano o persone a lui vicine.
Ripercorriamo i passaggi del sogno.
Avere i migliori avvocati. Quando si tratta del nostro premier o di soggetti collegati, i difensori sono anche parlamentari che contribuiscono alla definizione delle leggi. Difficile immaginare di meglio, quando spunti la tentazione di trasformare in legge, per ripresentarle, le eccezioni respinte in un'aula di tribunale.
Scegliersi il giudice. Ricordate la legge Cirami, che consente di sottrarre il processo al giudice naturale? Dopo un varo in tutta fretta, ne fu chiesta in anteprima l'applicazione in uno di quei processi "speciali". E quando le sezioni unite della Cassazione dissero di no, il presidente del Consiglio attaccò duramente la decisione, evidentemente inattesa.
Condizionare lo svolgimento del processo. Qui si registra, sempre con riferimento ai processi che abbiamo definito "speciali", un vero crescendo: oltre all'attacco quotidiano a pubblici ministeri e giudici, la denuncia in sede penale degli inquirenti, la pressoché continua sottoposizione a ispezioni ministeriali (e azioni disciplinari) dei magistrati preposti ai processi, il disegno di bloccare i dibattimenti (anche con il tentativo di far venir meno uno dei giudici), la pressione operata dalla maggioranza del Senato (con una mozione del 5 ottobre 2001) per indicare ai giudici la «esatta interpretazione della legge», ed infine l'approvazione di una nuova disciplina sulle rogatorie capace di rendere più difficile l'accertamento della verità.
Scrivere la sentenza. Se in corso d'opera un reato cessa per legge di essere tale o viene derubricato, le ripercussioni sulla sentenza sono irreversibili. Estremizzando, si può dire che è la nuova legge a dettare la sentenza (vedere, sul punto, le cronache più recenti in tema di falso in bilancio).
Impedire la sentenza. Viene in mente il lodo Maccanico o Schifani, pensato per allontanare indefinitamente nel tempo la celebrazione dei dibattimenti riguardanti le più alte cariche dello Stato, fra cui il premier.
Intendiamoci: quando si tratta di leggi, esse hanno comunque una valenza generale ed astratta. Ma se le principali leggi sulla giustizia varate nel corso di questa legislatura quasi sempre hanno o potrebbero aver avuto ricadute su casi giudiziari "speciali", ci si può chiedere se siano state pensate avendo come principale riferimento la giustizia del quotidiano che interessa i normali cittadini, o piuttosto un'altra giustizia. E non sono riflessioni teoriche, ormai consegnate all'archivio. Sono invece di grande attualità alla luce della discussione in atto intorno alla cosiddetta legge Cirielli. Un cataclisma è la parola giusta per definire gli effetti nefasti che produrrà sulla giustizia italiana la sua approvazione. Se negli anni che vanno dal 2001 al 2004 si sono prescritti, rispettivamente, 123.000, 151.000, 184.000 e 210.000 processi penali (dati ufficiali del ministero), che senso ha una nuova legge inesorabilmente destinata ad aumentare ancor più le prescrizioni? A chi giova se diventeranno sempre di più i processi - anche per reati gravi - nei quali il tempo si sostituisce ai giudici ed impedisce loro di accertare la verità (assolvendo gli innocenti o condannando i colpevoli)? A qualcuno deve pur convenire, questa che dal punto di vista dell'interesse generale risulta essere, ai più, un'incomprensibile assurdità.
Il «sogno dell'imputato» può aiutarci a capire qualcosa di più? Forse, se si considera che dilatare la prescrizione equivale di fatto ad avere più chances per impedire o cancellare le sentenze sgradite, e che i benefici maggiori andrebbero a chi ha i mezzi economici per consentirsi difese agguerrite o spregiudicate. Ma se di nuovo fossimo in presenza di riforme legislative pensate soprattutto per chi può e conta, invece che per i cittadini "qualunque", dovremmo allora cogliere - prima di tutto - i sintomi univoci di una grave sofferenza della democrazia. E il sogno dell'imputato potrebbe trasformarsi in incubo per i cittadini.
02.10.2005 – Famiglia Cristiana
Il carcere scoppia bisogna cambiare
di Adriano Sansa
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LE ADESIONI ALLA LETTERA-APPELLO di
ELISABETTA CAPONNETTO e RITA BORSELLINO
24 settembre 2005
(e pubblicata integralmente da l'Unità il 25 settembre 2005)
Consideriamo le aggressioni e le minacce portate alla ‘Casa della Legalità’ di Via Sergio Piombelli 15 a Genova, un fatto grave e preoccupante, anche considerando le attività di contrasto alla cultura e azione criminale e mafiosa che la struttura porta avanti. Nell'esprimere alla 'Casa della Legalità la nostra solidarietà, vogliamo sottolineare la necessità di non lasciare soli coloro che operano, nella società civile come nella Magistratura e nelle Forze dell’Ordine, su questo difficile e delicato fenomeno, alla luce di una presenza di organizzazioni criminali sul territorio già dimostrata da una sentenza passata in giudicato sulla presenza della mafia siciliana a Genova, nonché da pubblicazioni recenti di Libera (Mafie d'Italia nel nuovo millennio: analisi e proposte) sulla presenza della Ndrangheta e numerosissime analisi e relazioni sia della Direzione Nazionale Antimafia che della Commissione Antimafia, non ultime anche le relazioni del Procuratore Generale per gli anni 2003 e 2004.
Alla nostra solidarietà viene unito quindi l'appello per un sostegno visibile e concreto alla 'Casa della Legalità’ di Genova.
Elisabetta Caponnetto e Rita Borsellino
Salvatore Calleri
Alfredo Galasso
Fondazione Antonino Caponnetto
Coordinamento Antimafia Riferimenti - Toscana
DICHIARAZIONE DI ADESIONE DI ADRIANO SANSA
Condivido la lettera ferma e misurata di Elisabetta Caponnetto e Rita Borsellino. La intendo come rivolta a tutti noi cittadini, cui viene chiesto di proteggere chi si adopera per affermare il valore della legalità, senza nascondersi la sgradevole realtà di una presenza mafiosa. Le città che desidererebbero esserne esenti debbono, per raggiungere l'obiettivo, francamente porsi il problema e affrontarlo davanti a qualunque segno di allarme.
Adriano Sansa
18.09.2005 – Famiglia Cristiana
Il calcio? Più importante dell’ambiente
di Adriano Sansa
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
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