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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Cosenza Trentasei persone arrestate dai carabinieri del Ros per ordine della Dda di Catanzaro
Fatta piena luce su quaranta omicidi di mafia
Sott'inchiesta i presunti responsabili dell'uccisione di un ragazzino di 11 anni avvenuta nel 1978
Arcangelo Badolati
COSENZA – Il passato che improvvisamente riaffiora. Con tutto il suo carico di orrori e nefandezze. Un passato da brivido raccontato da una raccapricciante lista di morti ammazzati e vittime della lupara bianca. Un passato di lutti e tragedie caratterizzato da inconfessabili sinergie delinquenziali attivate da boss cinici e feroci. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e i carabinieri del Ros hanno ricostruito faticosamente i retroscena di una lunga catena di delitti compiuti durante la guerra di mafia che, negli anni Ottanta, scosse la città dei Bruzi. Grazie alle rivelazioni di un plotone di pentiti, è stato possibile riesaminare vecchi fascicoli impolverati, rimasti per più di quattro lustri rinchiusi negli archivi giudiziari. Alla fine, lo scenario che ne è venuto fuori appare a dir poco agghiacciante. L'inchiesta conclusa ieri con trentasei arresti, riguarda, infatti, la fine violenta fatta sia da vecchie conoscenze di polizia e carabinieri che da servitori dello Stato e bambini innocenti.
Una delle più spietate esecuzioni che i pm antimafia Mario Spagnuolo e Raffaela Sforza hanno ripercorso, vide infatti cadere vittima dei sicari della 'ndrangheta, Pasqualino Perri, 11 anni. Il ragazzino venne ucciso da una scarica di mitra mentre cenava insieme con il padre in un ristorante di Rende: l'Elefante Rosso. Pasqualino fu assassinato per sbaglio la sera del 29 ottobre del 1978. I killer avevano intenzione di ammazzare il genitore, Gildo Perri (poi trucidato il 17 ottobre del 1979 in un cantiere di Rose) che aveva deciso di trascorrere una serata in compagnia dell'allora potente boss della Sibaritide, Giuseppe Cirillo. Udite sibilare le prime pallottole, "Don Peppino" si lanciò sotto un tavolo, Gildo Perri riuscì a gettarsi per terra, mentre l'innocente undicenne rimase trafitto dai proiettili. Il minore nonostante i soccorsi immediati spirò dopo pochi minuti. La sua orrenda e imprevedibile fine scosse l'opinione pubblica nazionale. In Calabria, pochi anni prima, erano già stati ammazzati altri bambini durante una cruenta faida tra famiglie scoppiata nell'area preaspromontana della Piana di Gioia Tauro. Del barbaro assassinio di Pasqualino Perri hanno parlato, durante i maxiprocessi "Garden" e "Galassia", i pentiti Franco Pino e Umile Arturi e l'ex collaboratore di giustizia Mario Pranno. Quest'ultimo, ha confessato di essere stato uno dei presunti autori dell'agguato, chiarendo che l'uccisione dell'undicenne fu un terribile sbaglio. Ma non è finita. Con l'inchiesta sfociata nella raffica di arresti ordinata dal gip Tiziana Macrì, è stata fatta piena luce pure sull'assassinio del direttore del carcere di Cosenza, Sergio Cosmai (marzo 1985) e sulla scomparsa di Maurizio Valder, avvenuta nel lontano 1983. Il giovane venne trucidato a pistolettate e fatto poi sparire per sempre, dai sicari della criminalità organizzata entrati in azione per vendicare un agguato subito in precedenza da Francesco Tedesco, ex "camorrista" della cosca Perna-Vitelli e oggi collaboratore di giustizia. Dell'esecuzione hanno parlato i pentiti Aldo Acri e Angelo Santolla. E sempre Acri, componente del gruppo di fuoco del clan Vitelli, ha reso confessioni sull'uccisione di Carmine Luce. «La vittima – ha raccontato il collaborante – venne sequestrata, tenuta segregata in una cantina di San Fili eppoi uccisa». Il cadavere di Luce, ormai decomposto, fu ritrovato nelle campagne del Cosentino dalla squadra mobile nel 1996, grazie all'imbeccata fornita dall'ex boss pentito Francesco Vitelli. Il corpo è stato poi riconosciuto come quello di Luce grazie ad un esame comparativo del Dna ordinato dalla magistratura antimafia. L'uomo venne ammazzato perchè – secondo le "gole profonde" – si era appropriato di soldi dei clan. L'operazione "Missing" conferma l'esistenza di storici legami tra le cosche della 'ndrangheta bruzia e "mammasantissima" del calibro del superlatitante reggino Pasquale Condello, detto "il supremo", e del padrino cetrarese Franco Muto, inteso come il "re del pesce". Entrambi, infatti, risultano indagati nella veste di mandanti di omicidi consumati nel Cosentino.
L'indagine, inoltre, svela pure dinamiche e moventi di altri omicidi "collegati". Si tratta delle uccisioni di Giovanni Gigliotti (28 dicembre 1981); Mario Coscarella (25 gennaio 1981); Mario Cilento (2 giugno 1981); Giovanni Drago (12 luglio 1981); Salvatore Serpa (11 agosto 1981); Francesco Porco (12 dicembre 1981); ( Angelo Cello (22 luglio 1982); Demetrio Amendola (15 agosto '90); Giuseppe Vaccaro (31 agosto 1982); Aldo Mazzei (21 ottobre 1981); Isidoro Reganati (24 novembre 1982); Nelso Basile (22 febbraio 1983); Diego Costabile (3 maggio 1983); Giuseppe Ricioppo (10 maggio 1983); Giuseppe Geria e Valente Saffioti (6 agosto 1983); Francesco Scaglione (14 settembre 1983); Alfredo Andretti (15 luglio 1985); Rinaldo Picone (27 gennaio 1989); Demetrio Amendola (15 agosto 1990); Giuseppe Andali (24 agosto 1990); Stefano e Giuseppe Bartolomeo (5 gennaio 1991); Antonio Paese (9 luglio 1991); Francesco Bruni (8 novembre 1991); Ennio Serpa (8 agosto 1994).
«Comandavo io il gruppo di fuoco – ha gelidamente spiegato ai magistrati l'ex killer Giuseppe Vitelli – e sono direttamente responsabile di 16 omicidi». Un "record". Superato solo da un altro sicario pentito (però del Reggino): Annunziato Raso, chiamato "Tito", che di morti ne ha provocati una quarantina.
19.10.2006 – Gazzetta del Sud
Gli scambi di favori tra i cosentini e la potente 'ndrangheta reggina
Giovanni Pastore
COSENZA – Un sentiero infernale. Lastricato da un numero impressionante di morti ammazzati. Uomini di rispetto e martiri innocenti caduti nella sanguinosa guerra combattuta da clan rivali agli inizi degli anni Ottanta. Uno scontro doloroso che trasformò Cosenza e la sua provincia in un enorme mattatoio all'aperto. Il cruento conflitto è stato ricostruito dai carabinieri del Ros in un monumentale rapporto da novemila pagine che costituiscono lo zoccolo duro dell'ordinanza cautelare firmata dal Gip distrettuale di Catanzaro, Tiziana Macrì. Nella voluminosa e articolata informativa, gli investigatori dell'Arma si soffermano, pure, sulle sinergie criminali. Patti siglati segretamente dalle cosche cosentine e la potente 'ndrangheta reggina suggellati da scambi di favori. I killer silani sparavano per i mammasantissima della "Piana", mentre gli azionisti reggini rispondevano alle missioni di morte ordinate dai boss cosentini. Ed è quello che sarebbe accaduto a Scalea, il 6 agosto del 1983, col duplice delitto di Valente Saffioti e Giuseppe Geria. Un crimine che, a parere degli inquirenti, sarebbe stato strettamente connesso alla faida reggina che, a quei tempi, seminava morti in riva allo Stretto. La consumazione del duplice omicidio avrebbe rappresentato la contropartita offerta dal clan Pino-Sena alle cosche reggine facenti capo ai De Stefano per l'eliminazione di Franco Perna che, all'epoca, era rinchiuso nel carcere di Reggio Calabria, e la cui morte avrebbe decapitato la consorteria opposta a quella guidata da Franco Pino e Antonio Sena. A distanza di tredici anni, per quel duplice delitto, la Dda di Catanzaro ha incriminato cinque persone: Pasquale Condello, Giovanni Fontana, Franco Pino, Umile Arturi e Gianfranco Ruà.
IL DELITTO- Scalea, 6 agosto del 1983. È una notte rovente in riva al Tirreno. Poco prima della mezzanotte, Giuseppe Geria, alla guida di una Mercedes, passa a prendere la convivente Carmela Saffioti, sua figlia e il fratello Valente. Quest'ultimo siede sul sedile anteriore. I quattro procedono in direzione di contrada Sant'Angelo. Li precede un ciclomotore, a bordo del quale viaggiano due adolescenti, una delle quali è l'altra figlia di Carmela Saffioti. All'improvviso, sbuca dalle tenebre una Lancia Delta. A bordo ci sono quattro persone. L'auto lampeggia, chiede strada. Ignaro di quello che sta per accadere, Geria accosta per lasciarsi superare. Dalla lancia spuntano fuori un fucile a canne mozze e un revolver. Armi con le quali i killer scatenano l'inferno. Geria muore sul colpo, Saffioti si spegne poco dopo al "Cardarelli" di Napoli.
IL SUPREMO- Tra gl'indagati per il duplice agguato di Scalea c'è anche la "primula rossa" della 'ndrangheta: il cinquantaseienne Pasquale Condello, l'unico latitante dei 43 indagati destinatari dell'ordinanza cautelare "Missing". "Don Pasquale" è soprannominato il "Supremo". Il "mammasantissima" che ha guidato il suo potentissimo esercito nella guerra al clan dei De Stefano di Archi. E proprio legandosi a Paolo De Stefano, Condello cominciò la sua ascesa. Quel legame iniziale venne cementato il giorno delle nozze del giovane Pasquale che scelse come "compari" De Stefano e Giovanni Fontana. Quel legame, che sembrava indissolubile, si scioglie, invece, il giorno dell'agguato in cui cade proprio Paolo De Stefano: Condello sceglierà una strada diversa alleandosi con gli Imerti, i Rosmini, i Fontana e i Saraceno. Un potente cartello che si contrappose decisamente a quello che raggruppava i De Stefano, i Tegano, i Martino e i Libri che si sono combattuti per oltre sei anni. Pasquale Condello è latitante dal 28 novembre 1990, da quando riuscì a sfuggire alla cattura ordinata dal gip distrettuale di Reggio, nell'ambito del blitz "Santa Barbara". Ma sulla sua testa pendono, pure, un ordine di carcerazione datato 2002, dopo che una condanna all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa, e ordinanze per l'omicidio Ligato, associazione mafiosa, estorsione e altri delitti.Lombardi: lo Stato non ha dimenticato la Calabria
COSENZA – «Lo Stato non è latitante, non si è dimenticato della Calabria. Lo dimostra la presenza qui stamattina del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e del comandante dei Ros il colonnello Giampaolo Ganzer. Ma soprattutto lo dimostra l'operazione messa in campo». Il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Mariano Lombardi, ha sottolineato l'impegno delle massime autorità del Paese al fianco della Calabria nella lotta alla malavità. Ed ha aggiunto: «Certo non si può sempre vincere. Ma l'importante è essere presente. E lo Stato è presente. Ci sono sentenze di taglio negativo per l'accusa? Se la battaglia si perde si è combattuta male. I processi chiusi negativamente per l'accusa evidentemente sono stati impostati e condotti male. Ma c'è la volontà di riaprirli, sino a quando le sentenze non saranno definitive».
Sulla necessità di poggiare le inchieste su basi più che solide è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «Bisogna dare concretezza a queste operazioni perché devono reggere all'esame dei giudici. Altrimenti il pericolo è che siano dei boomerang perché gli imputati tornano più forti di prima proprio per le assoluzioni. Riprendono in mano il potere e abbiamo visto che parecchi di queste assoluzioni e scarcerazioni hanno provocato l'inizio di ulteriori scontri e guerre di mafie». Il numero uno dell'Antimafia ha poi parlato della criminalità nomade, che a Cosenza e nel Cosentino è radicata e pericolosa: «Il metodo di tipo mafioso viene mutuato da altri tipi di organizzazioni criminali, che si alleano e vengono utilizzate per fare attività sporca mentre gli altri fanno gli affari». Sul caso Fortugno Grasso si è trincerato dietro un impenetrabile no comment: «Le indagini sono in corso e non posso parlare delle indagini in corso».
La probabilità di rilanciare le tesi dell'accusa dopo alcune clamorose assoluzioni delle ultime settimane è stata sottolineata anche dal procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia Emilio Ledonne: «Vedremo se ci sarà lo spazio per ulteriori impugnazioni. Ma a mio parere è necessaria un'ulteriore verifica, non fermandosi al giudizio di primo grado che va comunque rispetto». Il procuratore Piero Grasso ha poi messo l'accento sull'importanza dell'operazione "Missing" quale simbolo di una Giustizia che non dimentica: «Non ci sono omicidi e delitti archiviati sui quali non si lavora più. Appena ci sono spunti investigativi si riprendono le indagini e si continua. Un altro elemento importante è che i killer di un tempo con il passare del tempo, anche a causa delle reciproche eliminazioni all'interno dei gruppi, sono diventati capi e reggenti attuali delle cosche».
Il procuratore aggiunto della Dda catanzarese, Mario Spagnuolo, ha tra l'altro sottolineato il ruolo cruciale avuto nel supporto logistico alle indagini dal prefetto di Reggio Calabria Luigi De Sena: «Il suo intervento è stato funzionale nella fase logistica. Che non è assolutamente secondaria perché non è possibile avere a che fare con una mole di documenti come quelli dell'inchiesta "Missing" senza avere alle spalle un'adeguata struttura logistica. Il prefetto De Sena è stato assolutamente sensibile di fronte alle nostre esigenze e ci ha messo a disposizione una serie di elementi fondamentali. A cominciare da esperti di software per l'acquisizione informatica dei documenti».
Il colonello dei Ros Giampaolo Ganzer ha sottolineato il ruolo cruciale avuto nell'inchiesta dai collaboratori di giustizia: «Sono stati fondamentali e hanno costituito la base su cui verificare sia con dei riscontri tradizionali che con attività tecniche sul territorio, acquisizioni a volte datate ma che hanno trovato conferma nell'attualità».
Il vice ministro dell'Interno Marco Minniti ha commentato il blitz antimafia sottolineando come «da Cosenza arriva la conferma che pur in una situazione complessa lo Stato non sta lesinando sforzo alcuno nell'azione di contrasto alla criminalità organizzata. Ai magistrati, agli uomini del Ros, dell'Arma dei Carabinieri di Cosenza e a tutte le forze di Polizia quotidianamente impegnate in questa offensiva – ha concluso – va il plauso del Governo e mio personale». Il vice presidente dell'Antimafia Angela Napoli ha parlato di «un energico colpo dello Stato alla criminalità non solo per avere messo mano alle alte cupole dell'organizzazione criminale, ma soprattutto per avere dato, alle vittime dei reati e alla Calabria onesta, una forte risposta su tanti delitti commessi nell'ultimo trentennio».
L'ex sottosegretario alla Giustizia Jole Santelli ha commentato la "Missing" dichiarando che «ricostruendo anni di efferati delitti perpetrati dalle cosche e colpendo i capi della 'ndrangheta, dimostra che quando c'è la volontà di raggiungere determinati obiettivi i risultati si ottengono come quello messo a segno oggi. È una riposta questa ai tanti calabresi che invocano a gran voce giustizia sui delitti di mafia e non solo».
Il senatore dell'Ulivo Nicola Latorre ha parlato d «una bella giornata per la Calabria e il Mezzogiorno. L'operazione denominata "Missing" testimonia la lotta alla criminalità di uno Stato che non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia».
(d.m)
Vertice sulle indagini degli inquirenti con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso
Delitto Fortugno: analizzare il contesto politico
Betty Calabretta
CATANZARO - Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha voluto acquisire una visione complessiva delle indagini in corso sull'omicidio Fortugno attraverso un confronto esteso anche ai magistrati della procura ordinaria che si stanno interessando non della morte del vicepresidente del consiglio regionale calabrese, ma della sua attività antecedente al delitto. Questo il senso della riunione che Grasso ha avuto ieri pomeriggio con i magistrati delle procure di Catanzaro (Lombardi, Murone, de Magistris) e Locri (Carbone), e della procura distrettuale di Reggio Calabria (Scuderi, Colamonici), interessate, a vario titolo, ai fatti connessi all'omicidio. All'incontro, che si è svolto negli uffici della procura catanzarese, hanno preso parte anche il procuratore nazionale antimafia aggiunto Ledonne e i sostituti Cisterna e Macrì. La procura ordinaria di Catanzaro ha riferito sulle indagini in corso (titolare il pm Luigi de Magistris) relative al concorso per un posto di primario al pronto soccorso di Locri, e alle denunce inascoltate di Fortugno sulla gestione dell'Asl. Gli atti di tale inchiesta sono già stati trasmessi alla Dda di Reggio per una valutazione, non perché afferiscono all'omicidio ma perché riguardano l'attività di Fortugno come medico di Locri. I magistrati reggini hanno riferito sullo stato delle loro indagini e il pm di Locri su quanto attiene all'attività dell'Asl. «Francesco Fortugno non ha mai presentato al nostro ufficio alcuna denuncia su irregolarità nella gestione dell'Azienda sanitaria o dell'ospedale di Locri», ha detto il procuratore locrese Carbone. «Non c'è dunque alcun atto giacente in questo senso – ha aggiunto – nel nostro ufficio. E non c'è mai stata, da parte nostra, alcuna carenza investigativa, perchè non abbiamo mai ricevuto denunce da parte di Fortugno che potessero fornire lo spunto per eventuali inchieste».
«Si è convenuto sul fatto che nessuno deve lavorare separatamente e che ci deve essere la massima collaborazione», ha commentato Grasso, che ha definito la riunione «molto interessante e fruttuosa: lo scopo era quello di scambiarci le informazioni. Non è emersa alcuna discordanza o divergenza di vedute. Una comunità di intenti che è sempre esistita tra le diverse Procure anche prima dell'omicidio di Fortugno».
Secondo Grasso «la riunione ha rappresentato un momento importante per porre le basi dei possibili sviluppi delle indagini. Obiettivo per il quale serve la massima collaborazione da parte di tutti. Collaborazione che può avvenire anche con la trasmissione dei rispettivi atti ad altri uffici senza che ognuno debba privarsi delle proprie competenze o del proprio patrimonio di informazioni».
Dalla riunione è emerso che alle indagini occorre un contributo anche da parte della politica: se quello di Fortugno è un omicidio politico, è ovvio che il contesto in cui è maturato possono spiegarlo proprio i politici.
Saranno subito potenziati gli organici delle Procure
Locri, la risposta dello Stato
Teresa Munari
ROMA – Mastella ha deciso: all'emergenza della Locride risponderà con l'efficacia di un decreto legge. Ma c'è di più visto che, a partire da subito, il ministero di Grazia e Giustizia si attiverà con i trasferimenti per coprire i posti ancora liberi nell'organico amministrativo del Palazzo di Giustizia di Locri.
Il presidente della Calabria Agazio Loiero, promotore dell'incontro fra il ministro Mastella e le vittime della 'ndrangheta locrese, ce l'ha fatta, anzi ha vinto su tutta linea spuntando, per questo territorio dilaniato dalla malavita organizzata e dalla inadeguatezza della macchina amministrativa, oltre all'assicurazione della copertura immediata dei posti vacanti, il massimo dei provvedimenti che il Governo potesse adottare. Sì, perché di fronte al dolore sordo di Mario Congiusta, padre di Gianluca, assassinato a Siderno il 24 maggio del 2005; del fratello Carlo e della moglie di Renato Vettrice, l'operaio scomparso il 13 agosto 2005 dalle serre di Sant'Ilario dello Ionio, di Liliana Esposito, madre di Massimiliano Carbone assassinato due anni fa a Locri, e alla sempre più sgomenta richiesta di giustizia della vedova del vicepresidente del Consiglio regionale Calabria Maria Grazia Laganà, il guardasigilli Clemente Mastella ha convenuto con Loiero che solo il legislatore è nella disponibilità di dare una risposta adeguata.
La macchina di Via Arenula si è quindi messa subito in moto e, dopo uno scambio di pareri telefonici con il Quirinale, il ministro si è presentato ai giornalisti per annunciare con una nuova e consapevole fermezza che «di fronte all'emergenza si è deciso di rispondere con un provvedimento di emergenza, che adotterà di concerto con i suoi colleghi, per mettere i criminali di fronte ad un deterrente messo in campo da uno Stato forte, richiamato al dovere dalle famiglie delle vittime della criminalità».
«Io stesso ne parlerò con Prodi - ha detto il ministro - e gliene parlerà anche il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, per sottolineare l'urgenza del decreto che, pur consapevoli della delicatezza della materia che andiamo ad affrontare, non può aspettare».
E, per quanto riguarda il rafforzamento dell'organico dei magistrati, Mastella, pur premettendo di volersi raccordare con il procuratore nazionale antimafia Grasso, ha sottolineato che «se normalmente è previsto un procuratore aggiunto ogni 10, si pensa di metterne uno ogni 8 o ogni 6: questo, insieme al trasferimento immediato del personale che serve nei posti amministrativi che da anni restano liberi, dimostrerà meglio l'impegno che si è dato lo Stato verso la Locride. Naturalmente serve anche una risposta delle coscienze, ma intanto lo Stato si organizzerà per sdradicare le radici della malavita».
«Un decreto legge contro la criminalità della Locride, è certamente un fatto molto inusuale - ha detto il presidente Loiero - e per questo ringrazio di cuore il guardasigilli che si adopererà per l'obiettivo di un provvedimento ad hoc. Vogliamo un prodotto organizzativo in grado di rincuorare la cittadinanza, e se anche bene che su una materia tanto delicata non si improvvisa, siamo certi di arrivare ad un traguardo che, come ha detto Mastella, non ha precedenti». Sembra infatti che il legislatore non si occupi di eccezionalità simili dai tempi in cui lo Stato studiava la controffensiva agli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino, ma , secondo Loiero «la Locride ne ha pieno titolo con le 33 persone scomparse in soli quattro anni. Del resto la difficoltà che i magistrati incontrano nelle indagini è grande e se anche se diamo loro atto di fare il possibile, tocca adoperarsi nelle sedi giuste per velocizzare le risposte ai delitti ancora irrisolti».
Positivo il commento di Maria Grazia Lagana che «da parlamentare e da vittima di mafia», dice che «il fatto di essere ascoltati è già una cosa importante».
Spenti i riflettori la signora Esposito ha parlato di «un segnale concreto che a 25 mesi dalla morte del figlio Massimiliano, rafforza le speranze nella soluzione delle indagini». Carlo Vettrice ha, invece, affidato alla stampa il suo messaggio: chiede giustizia per il fratello, ma invoca anche un sostegno economico per le famiglie delle vittime della 'ndrangheta visto che la vedova di Renato è rimasta sola con tre bambini e riceve tutta la solidarietà della Chiesa, del Paese, dell'associazione dei "Ragazzi di Locri", ma non quella dello Stato».
Carige/1 - A Genova il mattone la fa da padrone
Per la sua immagine ha scelto la bitta. Quella protuberanza di ghisa, tozza, con la testa un po' piegata di lato, che sui moli serve a trattenere cime e catene delle barche all'ormeggio. Lei, la Carige, è la bitta dei genovesi, dei liguri specialmente di quelli di Imperia per via di Scaiola. Ma gli affari sono affari e, in proposito, il suo presidente Berneschi ha sempre detto chiaramente come la pensa. Non era un caso se Il Sole 24 Ore del 16 febbraio 2005 gli aveva dedicato una intera pagina titolando "Carige crocevia delle scalate bancarie. La regia di Fazio e il ruolo di Grillo. I legami con gli immobiliaristi"; che poi erano Ricucci, Fiorani, mica persone da niente! E la bitta? La bitta c'entra: è il simbolo della costanza e della determinazione con cui la Carige e il suo presidente perseguono, da anni, il solo piano per il quale sono disposti a reinvestire i quattrini pompati ai loro clienti...
Pegli – quarantenne guadagnava 10 mila euro al mese. Scoperto a Certosa.
Artigiano delle griffe false bloccato al mercato rionale
Oltre duemila etichette trasferibili e millecinquecento capi di abbigliamento confezionati artigianalmente sono il bilancio di un operazione della Compagnia pronto impiego della Guardia di Finanza che ha portato alla scoperta a Pegli di una stamperia clandestina di prodotti taroccati. Il gestore, V.L.C., un piemontese di 43 anni, più volte già finito nei guai per reati analoghi, è stato denunciato per produzione, vendita e ricettazione di articoli contraffatti.
L’individuazione del piccolo laboratorio illegale è il frutto di una lunga serie di appostamenti nei mercati rionali cittadini. Il venditore ambulante, per altro senza licenza, approfittando della collaborazione di alcuni cittadini stranieri operanti nello stesso settore – che, nei vari mercati operavano come vere e proprie “vedette” – era solito attendere il momento più propizio per esporre, su di un improvvisato bancone, tutta la mercanzia contraffatta che, abilmente ed artigianalmente, aveva prodotto in proprio.
I prezzi stracciati con cui offriva le maglie e le felpe – con i più noti marchi di fabbrica (“D&G”, “Gucci”, “Loius Vuitton”, “Play Boy”, “Fendi”, “Prada”), cedute sia a clienti occasionali che, all’ingrosso, ai venditori extracomunitari – richiamavano, ogni volta, un considerevole numero di clienti. La rapidità della vendita non aveva, sinora, consentito il tempestivo intervento delle pattuglie delle Fiamme gialle, che, già in alcune occasioni, avevano raggiunto il luogo dello smercio con pochi istanti di ritardo e sempre, comunque, preannunciate dalle vedette.
L’individuazione di uno dei luoghi preferiti da V.L.C., il mercato di Certosa, suggeriva, tuttavia, di attendere proprio in quel luogo il ritorno dell’ambulante. Nei giorni scorsi, i militari, appostati in abiti civili, appuravano che V.L.C., puntuale e come un orologio, si presentava all’appuntamento con un furgone pieno di mercanzia contraffatta. L’intervento consentiva di rinvenire oltre millecinquecento capi contraffatti.
La perquisizione domiciliare permetteva, inoltre, di scoprire in casa dell’uomo l’esistenza di una pressa a caldo nuovissima e idonea all’impressione di loghi trasferibili su capi di abbigliamento. Occultati tra vari effetti personali i militari rinvenivano oltre duemila etichette trasferibili riportanti gli stessi loghi apposti sui capi sequestrati sul bancone. La pressa a caldo, di ottima qualità e capacità produttiva, permetteva all’uomo di realizzare una media di almeno 50 capi al giorno, con guadagni che sfioravano i 10.000 euro mensili.
dal sito di Democrazia e Legalità
Dunque: abbiamo pubblicato la relazione sulla ASL 9 di Locri. Un documento lungo quasi 200 pagine, fitto di dati, nomi, informazioni. Leggerlo è un impegno, però anche un dovere. È lo specchio triste di una Italia, o di parte di essa, dove legalità, controllo, attenzione non esistono. Semplicemente, non ci sono. E al loro posto ci sono, inevitabilmente, illegalità, spreco, lassismo.
I dati che emergono in modo più grave ed evidente, e che hanno difatti indotto il governo a sciogliere e commissariare l'Azienda, riguardano in particolare tre “capitoli”:
le immani ed ingiustificabili spese; i contratti con soggetti che non avrebbero potuto concluderli; la totale mancanza di controlli e verifiche.
Partiamo dalle spese. Dicono gli ispettori che “si è assistito ad un diffuso e sistematico sforamento dei tetti di spesa, che non solo ha determinato un dilagante fenomeno di indebitamento della A.S., ma che al contempo ha comportato indebiti vantaggi economici da parte di strutture private i cui soci sono risultati spesso interessati da precedenti penali o di dubbia moralità.”
Quindi, soldi pubblici buttati via e nelle tasche private sbagliate. Ma di quanto era, tale dilagante indebitamento?
Una risposta, per quanto parziale, viene offerta dall'analisi del quinquiennio gestionale 2000/2005. A prescindere dalle norme di buon senso e dalle precedenti regolamentazioni, è intervenuta la legge regionale 30/2003 a disciplinare i rapporti tra ASL,prestazioni sanitarie ai cittadini, e strutture private. In sintesi, tale legge impone alla dirigenza della ASL di bloccare tutti i pagamenti laddove i controlli mensili riscontrino aumenti rispetto a quanto prestabilito dal budget. Ebbene, qualcosa non ha funzionato, e i controllori si sono evidentemente scordati di controllare. Infatti, prosegue la relazione, i pagamenti relativi al periodo 2000/2005, “superano di gran lunga, e per importi considerevoli, i parametri sopra ricordati.”
La spesa complessivamente sostenuta nel periodo 2000/2005 è stata pari a 88.227.864,90, che e’ quasi il doppio della spesa massima autorizzabile , e circa il triplo di quella considerata “normale”. 88 milioni di euro in 5 anni. Una cifra spaventosa, che equivale all'improbabile numero di 11.224.919 prestazioni ed esami, su una popolazione di appena 135.000 anime. Nessuno si era mai accorto di niente, l'azienda continuava a pagare, e ambulatori e istituti privati, anche i meno limpidi, continuavano a incassare.
Sul fronte degli appalti, la relazione narra alcune vicende particolari relative ai modi -come dire- irrituali di indizione dei bandi e di aggiudicazione degli appalti stessi. Nessuno appare regolare, né quello relativo alle pulizie, né quello relativo al servizio accalappiamento cani. E ovviamente a costi altissimi.
Stesso discorso per quanto riguarda l'acquisto di materiale sanitario e forniture industriali.
Spesso lavori e interventi erano assegnati per consuetudine, e molte volte essi venivano sdoppiati per poter contentare tutti i concorrenti. Dice a tal proposito un testimone: “le scelte operate dall’Ufficio Tecnico di due differenti gare per l’aggiudicazione di lavori identici, relativi alle due diverse strutture ospedaliere amministrate da questa Azienda Sanitaria, trovano ragione, nell’”opportunità” che, in generale, i lavori di importo complessivo non rilevanti, concernenti il presidio di Locri, vengono affidati e quindi eseguiti da ditte di Locri ed analogamente, per il presidio di Siderno, da ditte di Siderno; ciò al fine di evitare “dispetti” tra soggetti economici dei due circondari”.
Dispetti. Il termine innocuo ci fa rabbrividire.
La commissione mette in risalto, con profusione di dati, che una enorme parte dei contratti era stata conclusa con ditte o enti che non potevano averne diritto, stante la legge, poiché i loro titolari erano stati coinvolti in indagini, condannati, o sottoposti a processo e accertamenti di polizia. Quello che si legge sembra essere l'elenco di tutti i reati del mondo. In particolare, troviamo tante volte l'espressione “associazione mafiosa”.
È bene precisare con forza che il documento non si intende come un processo o una serie di sentenze nei confronti di chicchessia. La relazione mette semplicemente in rilievo come appalti, contratti, prestazioni siano stati affidati senza che nessuno richiedesse agli interessati la obbligatoria certificazione penale e l'obbligatorio certificato antimafia.
Per quanto riguarda il personale, è straordinario quanto avviene: davanti ai commissari si para un muro burocratico inestricabile, e , nonostante le ripetute richieste, tra “dipartimenti”, “distretti”, “strutture complesse” e , all'interno di queste, “strutture semplici”, “non si è riusciti ad avere uno scenario certo, definito dall’Azienda, con l’identificazione del posto in organico e della relativa figura professionale che lo ricopre.”
Tra gli impiegati, ad ogni livello, figurano nomi di pregiudicati e di personaggi affiliati a numerose cosche calabresi. La prevista Commissione Disciplinare interna, dopo essersi occupata di due casi del tutto marginali, si è sciolta e non si è riunita mai più. Quindi, condannati anche in via definitiva si aggiravano negli ospedali e negli uffici del tutto indisturbati. In un caso, addirittura, la A.S. Ha continuato a pagare l'intero stipendio ad di un dipendente che non prestava servizio perché detenuto.
Tra i tanti assunti fuori concorso e in violazione delle graduatorie, appare anche la dottoressa Giuseppina Morabito, la quale non ha fatto nulla di penalmente rilevante (solo una rapidissima carriera...) , è vero, ma è figlia di Giuseppe Morabito detto 'U Tiradrittu, considerato uno dei 30 più pericolosi uomini di mafia, “capo carismatico” della cosca di Africo, con ramificazioni nazionali ed internazionali, arrestato nel 2004 dai carabinieri -dopo molti anni di latitanza- con le accuse di: violazione delle leggi sulle armi, sulle munizioni, sugli esplosivi e sulle sostanze stupefacenti, rissa, tentato omicidio, inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità, ricettazione, associazione di tipo mafioso ed altro. Assieme a U' Tiradrittu venne arrestato, per violazione delle leggi sulle armi, sulle munizioni, sugli esplosivi e sulle sostanze stupefacenti, tentato omicidio, inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità, ricettazione, associazione di tipo mafioso ed altro anche Giuseppe Pansera, di lui genero, ed infatti marito di Giuseppina Morabito.
Giungiamo alle conclusioni.
La commissione arriva alla certezza che, in ordine alla esistenza di una infiltrazione della criminalità organizzata, ci sia stata una compromissione del regolare legittimo andamento della gestione della cosa pubblica.
Infatti, la presenza all’interno dell’A.S. di personale, medico e non, legato da stretti vincoli di parentela con elementi di spicco della criminalità locali o interessati da precedenti di polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai consolidati interessi mafiosi, ha permesso di verificare non solo la presenza di un “contatto” tra le organizzazioni malavitose e l’Azienda, bensì una vera e propria “infiltrazione” in quest’ultima.
Tale situazione è confermata dalla sistematica omissione dell’A.S. nell’attivazione di procedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti gravati da precedenti penali, avallata dalla scelta di non ricostituire la commissione di disciplina che difatti è da tempo inattiva. A ciò aggiungasi che le pronunce di interdizione dai pubblici uffici emesse dall’Autorità Giudiziaria rimanevano ineseguite.
Decine di milioni di euro a sono dirottati verso strutture private accreditate che hanno potuto indebitamente beneficiare di introiti talvolta pari anche al triplo di quello determinato con i tetti sanitari.
La sistematica violazione delle regole ha poi consentito di gestire la attività contrattuale, con particolare riferimento alla privativa industriale, con elementi non adatti. Il documento si chiude con queste parole, che sono macigni:
In estrema sintesi, ed in conclusione, da un lato, si è riscontrata un’arbitraria occupazione da parte della criminalità locale organizzata, e dall’altra una compressione dell’autonomia dell’A.S. la cui volontà è risultata fortemente diminuita.
Ricordiamo che sia Francesco Fortugno sia l'on. Laganà, in quegli anni, hanno lavorato ad alti livelli all'ospedale di Locri. L'omicidio di Fortugno fu inizialmente indicato come “un attentato alle Primarie dell'Ulivo”, ed in seguito ne viene costantemente ribadita la “matrice politica”. Sarà. Ma forse un attento sguardo alle vicende della Asl 9 potrebbe aiutare gli inquirenti a dipanare la matassa del mistero del movente, dato che gli esecutori dell'assassinio sono stati arrestati, e che uno dei presunti mandanti lavorava proprio all'ospedale di Locri.
"Un omicidio politico"
A Locri c'era anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: "Quello di Fortugno è certamente un omicidio politico in quanto è stato ucciso un soggetto politico. E' un omicidio che influenza il quadro politico e come tale va definito. Poi quando troveremo qualcos'altro lo qualificheremo come merita".
Il ministro e gli studenti
Nel teatro Don Bosco gli studenti hanno incontrato il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, sul tema "Scuola, legalità, sviluppo". All'assemblea era presente anche Grasso. I ragazzi hanno fatto a Fioroni le loro richieste, sollecitando iniziative in favore della legalità, dello sviluppo e di una scuola migliore. Dal canto suo, il ministro ha sottolineato che "la scuola è l'unica in grado di poter distruggere in maniera definitiva la criminalità organizzata e le tante mafie" e che "da qui deve partire anche la certezza che non ci sarà rammarico perché lo Stato non vuole perdere la sfida".
LOCRI E' una situazione assolutamente clamorosa quella che emerge dalle centinaia e centinaia di pagine della relazione conclusiva della commissione d' accesso sull' Azienda sanitaria di Locri, nominata nell' ottobre dell' anno scorso e che ha poi portato allo scioglimento degli organi amministrativi dell' Azienda con la nomina di tre commissari, oggi tra l' altro finiti nell' occhio del ciclone e sui quali è intervenuto stamattina il viceministro all' Interno Marco Minniti.
Quello che viene fuori è un sistema, ad esempio negli accreditamenti delle strutture private, in cui per anni e anni si è assistito ad un sistematico sforamento dei tetti di spesa a vantaggio di strutture private i cui soci sono risultati "spesso interessati - testuale dalla relazione - da precedenti penali o di dubbia moralità".
La Commissione, che era presieduta dal prefetto Paola Basilone, riporta decine e decine di esempi nel campo della radiologia, della medicina dello sport, della gastroenterologia, aggiungendo, ad esempio, come nessuna documentazione antimafia sia stata mai richiesta. Per i titolari dei laboratori o di centri di ricerca clinica o patologica vengono riportati i precedenti penali (anche qui per decine e decine di pagine) di titolari e soci, spesso imparentati con noti mafiosi della locride.
Eclatanti sono i tetti di spesa sforati per i laboratori privati, tra cui particolarmente elevato è quello di una struttura, il cui tetto di spesa autorizzato era pari a dieci milioni di euro mentre risultano pagate fatture per 31 milioni di euro. Diffuso il ricorso alle trattative private per l' acquisizione di beni e servizi, con conseguente intervento di ditte legate alla criminalità organizzata.
Anche in questo settore inesistente è la richiesta dell' informativa antimafia che sarebbe stata indispensabile alla Prefettura. Tra i casi più eclatanti quello del pagamento da parte dell' azienda sanitaria dello stipendio in favore di un dipendente che non prestava servizio perché detenuto o quello relativo ad una dottoressa, figlia di un notissimo capomafia della locride, la quale dopo soli 45 giorni dalla nomina si ritrova utilizzata con un aumento vertiginoso delle ore all' interno di un reparto il cui servizio era già coperto da un altro medico. O, ancora, il caso del nipote di un noto personaggio della locride a metà tra politica e criminalità, tra l' altro medico anche lui, che si ritrova liquidata un' indennità di 85 mila euro per periodi nei quali era stato fuori dall' incarico.


L'AZIENDA
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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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Savona,
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