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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Lo ha deciso il Consiglio dei ministri. Il dirigente di Polizia, De Luca, nominato commissario
ROMA. Il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento dell’azienda sanitaria locale numero 9 di Locri (Reggio Calabria), dove sono state riscontrate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata. Nei mesi scorsi, dopo l’omicidio del vice presidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, il prefetto di Reggio Calabria, su delega del Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, aveva disposto l’accesso antimafia nell’azienda sanitaria. Contestualmente al provvedimento di scioglimento dell’Asl di Locri, il Consiglio dei ministri ha nominato commissario prefettizio il dirigente in congedo dalla Polizia di Stato Antonino De Luca. De Luca è dirigente generale di livello B, che è il più alto della Polizia di Stato. “La decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere la Asl di Locri per infiltrazioni della criminalità apre uno scenario inquietante”. È quanto sostiene in una nota Maurizio Gasparri dell’Esecutivo politico di Alleanza Nazionale. “Dobbiamo sapere - ha aggiunto - la verità sul delitto Fortugno. Ambienti del centrosinistra avevano fatto promesse ad ambienti criminali come in tanti dicono? C’era l’aspettativa che una certa gestione del settore sanitario avrebbe soddisfatto le aspettative di cosche criminali? Quali sono le persone che hanno avuto condotte che hanno causato questo scioglimento? Gli ambienti politici vicini a Fortugno sono immuni da responsabilità? Chi ha speculato su questa vicenda, anche mettendo in campo candidature dal significato strumentale, è in grado di dichiararsi estraneo a queste responsabilità che stanno emergendo?”. “Porteremo in Parlamento - ha concluso Gasparri - tale questione perché vogliamo che si faccia luce sugli intrecci tra politica e criminalità che investono il centrosinistra calabrese e che lo scioglimento della Asl di Locri certifica in maniera chiarissima”.
Appalti all’Asl, pilotarono gara: 10 condanne
LOCRI. Dieci persone, tra cui ex dirigenti o dirigenti in servizio all’Asl di Locri ed imprenditori, sono state condannate dal Tribunale a conclusione del processo scaturito da una inchiesta su irregolarità nelle procedure per le gare d’appalto relativo all’affidamento del servizio di lavanderia. Fra le persone condannate, figurano l’ex direttore generale Domenico Latella, al quale sono stati inflitti due anni e tre mesi di reclusione; Pasquale Staltari, dirigente amministrativo (2 anni e due mesi e 1.000 euro di multa); gli imprenditori Ugo Maria Ascioti edDichiarazione di Elio Veltri-Presidenza nazionale del Cantiere
Prima delle elezioni avevo scritto una lettera aperta, pubblicata da tutti i quotidiani calabresi, al ministro Pisanu, perchè pubblicasse la relazione del prefetto Basilone sull'ASL di LOCRI.
Mi muoveva la certezza che in quella relazione si potessero cogliere le ragioni dell’omicidio Fortugno. I collaboratori del ministro mi hanno detto che la relazione era secretata. Poi il quotidiano “Calabria Ora” ne ha pubblicata la prima parte ma la Digos è arrivata in redazione e ha sequestrato il resto. La lettura della parte pubblicata è sufficiente a capire le seguenti cose:
1) In nessun paese democratico del mondo potrebbe accadere quanto è accaduto nell’ASL di Locri nel silenzio di tutte le istituzioni che avrebbero dovuto intervenire perché tutti sapevano: partiti, prefetto, forze dell’ordine, Regione ( prima e dopo Loiero), funzionari dell’ASL medici e amministrativi. Quanto ho letto mi offende e mi indigna come cittadino e come calabrese e credo che offenda tutti i calabresi per bene.
2) Il sequestro presso il giornale è molto grave perché fa nascere il sospetto che essendo le responsabilità trasversali e diffuse non si voglia far conoscere la verità ai calabresi e all’opinione pubblica nazionale che ha seguito con trepidazione il caso Fortugno;
3) Il Cantiere chiede ancora una volta al ministro dell’interno di pubblicare la relazione nella versione integrale perché non può certo interferire nelle indagini della magistratura;
4) Solo la conoscenza dei fatti può indurre il prossimo governo ad occuparsi seriamente della lotta alle mafie e della Calabria;
5) Personalmente giorno 11 nell’Università di Firenze invitato come relatore con Travaglio e Ingroia solleverò la questione.
24 aprile 2006 – www.terrelibere.it
La mafia di Barcellona Pozzo di Gotto
Bernardo Provenzano e la morte dell'urologo Attilio Manca
di Tindaro Bellinvia
L'11 febbraio 2004 fu rinvenuto morto a Viterbo il giovane urologo Attilio Manca, originario della città siciliana di Barcellona Pozzo di Gotto. Secondo i genitori il professionista sarebbe stato assassinato dopo aver visitato il boss corleonese Bernardo Provenzano, al tempo latitante. Ma l'autorità giudiziaria vuole archiviare l'inchiesta.
Un filo di sangue lega Corleone a Barcellona Pozzo di Gotto. La cattura del boss dei boss Bernardo Provenzano, dell’11 aprile scorso, ha avuto un’eco straordinaria tanto da oscurare in parte anche l’esito al foto finish delle elezioni politiche. Nella stessa edizione straordinaria del tg1, realizzata a pochi minuti dal lancio Ansa che rendeva noto il suo arresto in un casolare delle campagne di Corleone, nel servizio principale si ricordava che la vicenda della lunga latitanza di “Zu Binnu” è arrivata ad una svolta positiva per gli inquirenti che cercavano di braccarlo con la scoperta dell’intervento chirurgico alla prostata avvenuto a Marsiglia nel 2003. Ma per i tanti che tramite il programma televisivo “Chi l’ha visto” sono venuti a conoscenza del caso del dott. Attilio Manca, non c’era bisogno di questo particolare per collegare l’arresto del super latitante con il caso dell’urologo barcellonese…
Abbiamo incontrato i genitori Gioacchino Manca e Angela Gentile a una settimana dalla cattura di colui, che secondo la pista da loro indicata agli inquirenti finora senza risultati concreti, potrebbe essere stato visitato e operato dal loro figlio trovato morto il 12 febbraio del 2004 nell’appartamento di Viterbo dove viveva da solo. Il padre è chiaro: nonostante le intimidazioni subite e gli “inviti” a desistere, loro non molleranno fino a quando la verità sulla morte del congiunto non verrà interamente a galla. La signora Manca manifesta il suo rammarico e la sua sete di giustizia: “Delle indagini approfondite non sono state mai condotte nonostante le sollecitazioni del nostro avvocato Fabio Repici e troppe incongruenze della vicenda non sono state chiarite”. “In più - aggiunge Angela Gentile – dover subire anche la beffa con una telefonata fatta la mattina dell’11 febbraio sul nostro telefonino da Attilio che dapprima la polizia di Viterbo conferma e successivamente invece non compare nei tabulati”. “Quella mattina – continua la signora Gentile - Attilio ci chiese di far riparare la sua moto custodita nel garage di Tonnarella, a Terme Vigliatore. Quando abbiamo fatto controllare la moto, qualche tempo dopo la sua morte, scoprimmo che invece funzionava perfettamente”.
È indignata la mamma di Attilio Manca: “Se davvero questa telefonata non l’avevo mai ricevuta e non trattandosi di depistaggio, che bisogno c’era di ridicolizzarmi con certe dichiarazioni?”. Dopo la richiesta, infatti, del loro legale di un controllo sui tabulati telefonici ecco cosa scrivono gli inquirenti rispetto a quella telefonata: “Errore di data comprensibile, visto il dolore di una madre, dovuta alla perdita di un figlio che può facilmente confondere il giorno in cui l’ha sentito per l’ultima volta”.
“Una madre – insiste Angela Gentile - può mai dimenticare l’ultima telefonata fatta dal proprio figlio?” Inoltre il padre ricorda che un’altra telefonata abbastanza lunga, questa volta fatta dalla madre al figlio l’8 febbraio verso le 11, non compare nei tabulati telefonici.
Tra le strane coincidenze con il caso Provenzano c’è il viaggio in Costa Azzurra dell’Ottobre del 2003 fatto da Attilio all’insaputa di tutti i suoi colleghi e dei suoi amici. Durante una telefonata lo stesso racconta al padre che non si tratta di un viaggio di piacere ma di lavoro finalizzato ad effettuare una visita per un intervento chirurgico… e Attilio Manca, specializzatosi proprio in Francia, è stato il primo in Italia ad eseguire l’intervento alla prostata per via laparoscopica. Ma perché il giovane Manca si sarebbe trovato in contatto con certi ambienti? Forse una parentela scomoda… il cugino Ugo Manca infatti è stato condannato dal Tribunale di Barcellona a nove anni di reclusione per traffico di stupefacenti nel troncone “droga” del procedimento ‘Mare Nostrum’. L’unica impronta, presente nella casa in cui viene ritrovato il corpo senza vita di Attilio, a cui gli inquirenti hanno dato un nome è proprio del cugino.
Il giovane viene trovato senza vita la mattina del 12 febbraio, quando i colleghi che lo aspettavano in sala operatoria, dopo diverse ore di ritardo, vanno a cercarlo a casa. Arrivati i poliziotti e aperta la porta, lo spettacolo è agghiacciante: il cadavere del giovane è riverso sul letto, in una pozza di sangue, con il volto schiacciato sul materasso e due buchi sul polso sinistro….lui, mancino, si sarebbe iniettato un cocktail di sostanze letali con la mano destra.
Una cosa è certa: secondo i genitori il giovane urologo da diverso tempo non era più tranquillo e varie volte aveva fatto capire che le sue preoccupazioni erano legate alla sua professione.
È possibile che la mafia barcellonese, quella stessa mafia che ha fornito il detonatore per la strage di Capaci, abbia procurato un medico per il padrino di Corleone e che successivamente questi sia divenuto troppo scomodo per ciò che sapeva tanto da dover morire? Tale ipotesi deve essere seriamente presa in considerazione.
Se, come anche il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso ha denunciato, ci sono stati esponenti delle istituzioni e della politica che, con la loro complicità, hanno permesso la lunghissima latitanza di Provenzano, come escludere che ci siano componenti deviate delle istituzioni che hanno, dal 12 febbraio 2004 ad oggi, cercato di insabbiare le indagini sul caso Manca?
LA STAMPA – 29.04.06
NEL REGNO DELLA ‘NDRANGHETA LO SPACCATO DELLA RELAZIONE PREFETTIZIA CHE DOPO L’OMICIDIO FORTUGNO HA PORTATO A SCIOGLIERE L’AZIENDA SANITARIA
L’Asl d’Aspromonte
A Locri un incredibile giro di appalti e sprechi con il condizionamento delle cosche calabresi
ROMA
A vederla quella Asl, con i suoi corridoi puliti, le macchinette per le bibite e i biscotti ad ogni piano sembra di vivere in un mondo lontano, in una città del Centro-Nord. E invece è Locri, Aspromonte, Calabria, regno della ‘ndrangheta, città del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, un tempo primario dell’ospedale di Locri (la moglie Maria Grazia Laganà è vice direttore sanitario, e da ieri parlamentare eletta della Margherita), ucciso nel seggio delle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre scorso. Commissariata, e da giovedì sciolta per mafia dal Consiglio dei ministri, l’Asl 9 è stata al centro di una inchiesta amministrativa. Le conclusioni, trasmesse anche alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, offrono uno spaccato drammatico: «Il quadro indiziario dal quale si è desunta l’esistenza di una pressione dall’esterno della ‘ndrangheta - si legge nelle conclusioni della relazione - trova la sua continuità nel condizionamento che sulle scelte gestionali e di indirizzo la stessa organizzazione ha potuto esercitare dall’interno, attraverso la presenza di personaggi quantomeno permeabili».
Il personale
Che cosa succede quando un dipendente della Asl viene arrestato per mafia? O che ha parenti mafiosi? La relazione prefettizia ha censito circa una settantina di «casi» che meritano un approfondimento. Va segnalato intanto il caso dello psicologo presso la Saub di Bovalino, Pasquale Morabito, di Bova Marina, inserito nel clan mafioso «Speranza, Palamara, Scriva». Condannato definitivamente nel 2000 a otto anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per traffico di droga. «L’azienda sanitaria aveva sospeso Morabito dal servizio, a seguito della privazione della libertà personale, con conseguente riduzione dello stipendio. La sospensione è durata per tutto il periodo del primo quinquennio di detenzione, dopodiché l’azienda sanitaria anziché prendere atto dello stato di perdurante detenzione, e comunque ignorando che il Morabito non era in servizio, ripristinava l’erogazione dello stipendio per intero». Fino al 2002, «non avviando neppure l’azione di recupero». A proposito di Morabito, ecco la storia di Giuseppina Morabito, figlia del mammasantissima Giuseppe, detto «‘U tiradrittu», moglie di Giuseppe Pansera, arrestato insieme al suocero due anni fa, nel 2003. A Giuseppina «viene conferito un incarico di continuità assistenziale a tempo indeterminato per 24 ore settimanali nella postazione della Guardia medica di Africo». Quarantacinque giorni dopo la nomina, il direttore sanitario ha disposto il trasferimento della dottoressa Morabito nel reparto di psichiatria dell’ospedale. Il giorno successivo il direttore del servizio psichiatrico ha chiesto che da 24 diventino 38 le ore settimanali di servizio. Non c’è che dire: un trattamento di favore. E poi c’è il dottore (servizio veterinario) Francesco Nirta, «figlio di Antonio, capo indiscusso della omonima cosca operante nel territorio di Bovalino».
Gli accreditamenti
L’Asl di Locri nel 2004 ha stipulato «contratti per l’acquisizione di prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale», i cosiddetti «accreditamenti», con 27 diverse strutture private (e al 28 febbraio scorso i contratti risultavano ancora in corso): «La gestione degli accreditamenti riveste profili di criticità non solo per i legami accertati con la criminalità, ma anche per il sistematico sforamento dei tetti di spesa e quindi per la reiterata violazione delle regole poste a base del rispetto dei budget assegnati». Prima illegalità: non è mai stata richiesta alcuna documentazione antimafia ai titolari delle strutture private, consentendo la stipula di contratti con soggetti in odore di mafia. Per esempio: l’amministratore unico della «Medi-odonto-center srl» di Gioiosa Ionica, il dottor Domenico Tavernese, è stato arrestato nel gennaio del ‘93 per mafia, estorsione e usura insieme ai rappresentanti della famiglia degli Aquino. Nel ‘96 Tavernese è stato condannato definitivamente per usura a un anno di reclusione (pena sospesa). Nonostante questa condanna, Tavernese ha continuato a «erogare le prestazioni retribuite con importi ben superiori a quelli consentiti». Il «Pio Center» di Bovalino è stato «interessato da due provvedimenti di sequestro dei beni in quanto considerato dagli inquirenti facenti parte del patrimonio di Nirta Antonio, nato a San Luca. Idem per il «Centro ricerche cardiovascolari per la cardiologia D. a Cooley S.a.s» di Bovalino, interessata dal sequestro dei beni perché nella disponibilità di Antonio e Giuseppe Romeo e di altri, «appartententi alla consorteria mafiosa Romeo/Pelle». Naturalmente ci sono alcune cifre che non tornano: «Il numero di interventi pagati ne periodo 2000/2005 è stato pari a 11.224.919 su un campione di popolazione di circa 135.000 abitanti; l’ammontare dei servizi erogati per abitante è stato dunque di 84,6; per ogni anno, ogni cittadino ha fatto ricorso alle strutture convenzionate in media 13,96 volte». Gli appalti
Singolare il paragrafo dedicato all’appalto per il Servizio accalappiamento cani, «impresa aggiudicataria: “Dog Center s.a.s”». Nel 2003 si indice una nuova gara triennale informale. Al bando risponde soltanto la «Dog Center». L’azienda sanitaria, però, per mettersi al riparo da sospetti chiede alle altre sette imprese che si occupano del servizio richiesto, anche se non hanno i titoli per partecipare al bando, di fare comunque domanda per la licitazione privata: nel caso in cui si fosse presentata una sola impresa, «si sarebbe proceduto comunque». L’unica offerta arrivata è stata quella della «Dog Center» che si è aggiudicata l’appalto triennale per 465.000 euro. Piccolo particolare: il suo titolare, Leonzio Tedesco, fu arrestato nell’1986 per mafia, insieme agli esponenti della famiglia Cataldo.
l'Unità - 24 Aprile 2006
IL CASO
È stato l’esito del processo al senatore a vita. Ha «commesso» il reato di associazione per delinquere fino al 1980...
La seconda carica dello Stato a un prescritto per mafia?
di Marco Travaglio
Il giovin virgulto individuato dalla Casa delle Libertà per la presidenza del Senato, in nome del rinnovamento della politica, si chiama Giulio Andreotti. Molti eccepiscono che l’ex (sette volte) presidente del Consiglio ha pochi tratti in comune con Silvio Berlusconi. Ma almeno uno ce l’ha: una prescrizione. Nella sentenza più agghiacciante (e dunque più sconosciuta) pronunciata nella storia della giustizia occidentale, è scritto che Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere (Cosa Nostra, per la precisione) fino al 1980, e se l’è cavata solo grazie al fattore-tempo. E’ la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo nel 2003 e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. I giudici di appello parlano di “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi” fino alla “primavera del 1980”. Nel dettaglio, ritengono provate le “amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra”; i “rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito – dell’imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”; ”la travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate”. Insomma “il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”. Conclusione: “La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, ... incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza; appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; … dia a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei... a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”. Quanto basta per affermare che “il reato è concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti”, anche se “estinto per prescrizione”.
La Casa della legalità a Locri
GENOVA. La “Casa della Legalità- Osservatorio sulle mafie” di Genova parteciperà a Locri, dal 30 aprile al 4 maggio, alla manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL del primo Maggio, all’inaugurazione della “Casa della Legalità di Locri” e ad altre iniziative. A questo proposito la “Casa della legalità” afferma di non aver ricevuto risposte né dai sindacati genovesi né dal Comune di Genova alle richieste, rispettivamente, di un contributo alle spese di trasferta e di invio del gonfalone della città, medaglia d’oro della Resistenza, a Locri. La Circoscrizione della Val Polcevera, con il Presidente Gianni Crivello - informa ancora l’associazione - consegnerà un saluto da portare ai ragazzi di Locri che hanno deciso di aprire la Casa della Legalità: “segnale importante - osserva il sodalizio - che segue allo straordinario impegno, insieme all’assessorato alla Cultura del Comune di Genova, per l’importante tappa del Cammino del 22 marzo a Genova, proprio con i ragazzi di Locri della Gurfata”. Il programma della delegazione della Casa della Legalità di Genova in questo viaggio prevede l’incontro con diverse realtà sociali - comunità e cooperative - della Locride impegnate nell’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla criminalità organizzata: sia quelle legate alla Diocesi guidata da mons. Bregantini sia quelle di Libera di don Luigi Ciotti. Parte degli incontri si svolgeranno sia presso la sede della Cooperativa Mistya nel palazzo della Fondazione Zappia a Locri, sia presso i terreni e le strutture confiscate alle cosche della ‘ndrangheta. Inoltre il 30 aprile la delegazione genovese incontrerà i ragazzi del Fo.Re.Ver. presso Palazzo Nieddu. Il pomeriggio del primo maggio, alle 17, si terrà l’inaugurazione della Casa della Legalità di Locri presso i locali della Fondazione Zappia in Via Marconi, mentre il 3 maggio alle ore 10 è prevista la partecipazione all’incontro organizzato da “Riferimenti - coordinamento nazionale antimafia” a Reggio Calabria.
La Sicilia on line - 21 aprile 2006
Stragi del '92, tredici ergastoli
CATANIA - Tredici condanne all'ergastolo sono state inflitte dai giudici della seconda Corte d'assise d'appello di Catania nel processo a 16 presunti boss accusati di essere i mandanti delle stragi del '92 in cui furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
La Corte ha confermato la condanna all'ergastolo per Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Francesco e Giuseppe Madonia, Giuseppe Montalto, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Nitto Santapaola, Mariano Agate, Giuseppe Calò, Antonino Geraci e Benedetto Spera. I due collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè e Stefano Ganci sono stati condannati rispettivamente a 20 e 26 anni di reclusione; i giudici hanno invece assolto con la formula "perché il fatto non sussiste" Giuseppe Lucchersi, che doveva rispondere solo di associazione mafiosa.
La Corte d'assise d'appello, presieduta da Paolo Vittorio Lucchese, a latere Maria Concetta Spanto, è stata riunita in camera di consiglio per 28 ore. Il processo era iniziato il 15 maggio del 2003; in tre anni si sono tenuta una ottantina di udienze nel corso delle quali sono stati esaminati oltre 1500 faldoni di atti.
La Corte ha sostanzialmente accolto le richieste avanzate dal sostituto procuratore generale di Catania, Michelangelo Patanè, che nel corso della requisitoria aveva sollecitato l'ergastolo per i 13 capimafia. L'unica eccezione il Pg l'aveva riservata per i collaboratori di giustizia Nino Giuffrè e Stefano Ganci (20 e 26 anni le richieste) e per Giuseppe Lucchesi (tre anni), accusato solo di associazione mafiosa.
Nel procedimento sono stati trattati tutti gli aspetti dei due processi per le stragi del '92 che, dopo l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione, sono stati riunificati dalla Corte in un unico fascicolo e rinviati al giudizio della Corte d'Assise di Catania. Secondo l'accusa "vi sarebbe stata un'unica mano, quella di Cosa nostra, nei due attentati di Capaci e via D'Amelio".
I boss Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi sono stati ritenuti colpevoli dall'accusa per entrambe le stragi. Per la strage di Capaci la condanna all'ergastolo è stata inflitta a Francesco e Giuseppe Madonia e Giuseppe Montalto. Per l'attentato di via D'Amelio sono stati condannati all'ergastolo Carlo Greco, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate, Giuseppe Calò, Antonino Geraci e Benedetto Spera.
Determinanti sono state le audizioni di tre pentiti: il capo mandamento di Caccamo Antonino Giuffrè, e i collaboratori Calogero Pulci, uomo di fiducia di Piddu Madonia, e Ciro Vara. In particolare Giuffrè ha parlato di un summit della Cupola, svoltosi nel dicembre '91, in cui Riina - in attesa dell'esito in Cassazione del maxiprocesso - annunciò la decisione di eseguire le stragi invitando tutti i boss ad assumersi ognuno le proprie "responsabilità".
Corriere on line - 22 aprile 2006
Il verdetto è stato emesso oggi dalla Corte d'Assise d'Appello di Catania
Mafia, 13 ergastoli per le stragi del '92
Il processo riuniva i due procedimenti per l'uccisione dei giudici
CATANIA - Tredici ergastoli per le stragi di Capaci e via d'Amelio, nelle quali persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il verdetto è stato emesso dai giudici della Corte d'Assise d'appello di Catania, davanti alla quale si è tenuto il processo dopo il rinvio della Cassazione. La condanna a vita era stata chiesta dal sostituto procuratore generale Michelangelo Patané per 13 dei 16 imputati. Il processo ha visto riuniti due procedimenti per le stragi dopo l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione.
Tra i condannati boss di primo piano di Cosa nostra, tra cui Francesco e Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Giuseppe Calò, Benedetto Santapaola, Antonino Geraci, Benedetto Spera. Nel corso dell'ultima udienza il boss catanese Santapaola, che partecipava in videoconferenza, ha letto un memoriale nel quale dichiarava di essere «una vittima dei pentiti».
GENOVA: VENERDI' 21 APRILE NUOVA TAPPA DEL CAMMINO CONTRO LE MAFIE
(AGE) GENOVA - La "Casa della Legalità - Osservatorio sulle mafie" scenderà a Locri, dal 30 aprile al 4 maggio, per diverse iniziative oltre alla partecipazione alla manifestazione nazionale di CGIL-CISL-UIL del Primo Maggio e l'inaugurazione della "Casa della Legalità di Locri". Abbiamo chiesto ai Sindacati genovesi di partecipare con noi e di dare un contributo per sostenere le ingenti spese di questa trasferta. Siamo inoltre in attesa della risposta da parte del Comune di Genova alla proposta avanzatagli di inviare a Locri il 1° maggio il Gonfalone della Città medaglia d'oro della Resistenza. La presentazione del programma della delegazione, per questa nuova tappa del "Cammino contro le mafie" sarà illustrato in una Conferenza Stampa che si terrà presso la sede della "Casa della Legalità" di Genova, in via Sergio Piombelli 15, venerdì 21 aprile 2006 alle ore 11. Alla conferenza stampa saranno inoltre illustrati gli sviluppi delle attività dell'Osservatorio sulle Mafie di Genova e le problematiche riscontrate in questi ultimi mesi anche alla luce delle nuove denunce effettuate. (AGE)
Aprile 2006
L'ARRESTO DI BERNARDO PROVENZANO
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Zu Binnu? Non è il superboss
Intervista a Salvatore Lupo di Marco Nebiolo
Gioia, incredulità, senso di liberazione. Sono le sensazioni che abbiamo provato quando, la mattina di martedì 11 aprile, le agenzie hanno battuto la notizia più inaspettata: la cattura del ricercato numero uno di Cosa Nostra, del “capo dei capi”, del “fantasma di Corleone”.
Eravamo rassegnati alla sua evanescenza, alla possibilità che l’unica immagine che avremmmo visto di lui sarebbe rimasta quella truce disegnata dal suo identikit. Eravamo abituati alle notizie di blitz falliti per un soffio, o meglio, per una soffiata degli infiniti complici che per anni ne hanno garantito l’inafferrabilità, anche dall’interno delle stanze più inaccessibili del Palazzo di Giustizia. Così, dopo l’annuncio della sua cattura – dopo 43 anni di latitanza, a pochi passi dalla sua Corleone – ci siamo inchiodati davanti alla televisione saltando nervosamente da un canale all’altro, nell’ansia morbosa di scorgere finalmente il volto dell’uomo senza volto. Per vedere quale mostro si celasse sotto il lenzuolo del fantasma. L’istinto ci avrebbe portato a Palermo, in mezzo alla folla che davanti alla Questura gridava “bastardo” e “assassino”. Poi finalmente le telecamere lo hanno inquadrato. Abbiamo scoperto un uomo più vecchio di quello raffigurato dall’identikit, non corrucciato ma con un’espressione sicura, quasi sorridente: il ghigno di chi è abituato a vivere braccato ed è già rassegnato alla sua condizione di prigioniero. Abbiamo visto un uomo malato, con la cicoria a bollire sul fuoco di un misero fornello, trascinato via da una masseria che assomiglia a una stalla. Si è saputo nei giorni successivi che teneva nascosti mille euro nel pannolone, divenuto indispensabile per gestire l’incontinenza dovuta alla patologia alla prostata.
I sentimenti di felicità e soddisfazione sono stati presto affiancati da un senso di inquietudine: è questo l’uomo che ha tenuto in scacco la Sicilia negli ultimi dieci anni? È lui il vertice dell’organizzazione che terrorizza migliaia di persone e che blocca lo sviluppo economico di un’intera Regione? È lui che ha tenuto le fila di un’organizzazione che fattura miliardi di euro?
Ne abbiamo parlato con Salvatore Lupo, professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Palermo, uno dei massimi esperti di storia della mafia, intellettuale allergico alle semplificazioni giornalistiche che si rincorrono intorno alle ultracentenarie vicende di Cosa Nostra.
Prof. Lupo, ci può dire chi è Provenzano e che differenze ci sono tra la sua figura e quelle di altri leader storici dei Corleonesi, come Salvatore Riina e Luciano Liggio?
Liggio è un personaggio la cui biografia è ben nota: il suo ruolo storico è stato quello, tra gli anni 60 e 70, di mettere il gruppo corleonese al centro degli equilibri della mafia palermitana. Salvatore Riina e Bernardo Provenzano erano i suoi luogotenenti.
La vicenda di Riina la conosciamo attraverso le testimonianze dei collaboratori: la sua storia si caratterizza per il processo di centralizzazione senza precedenti di Cosa Nostra e per la strategia dello stragismo. È evidente che la figura di Provenzano non ha lo stesso rilievo. Per un lungo periodo si pensava che fosse morto, non se ne sapeva più niente. Dissi questo molto tempo fa, ben prima delle recenti dichiarazioni del suo ex avvocato, l’avvocato Traina.
Provenzano emerge come leader solo quando gli altri due non ci sono più. Ne raccoglie l’eredità senza averne le doti di capo. La leadership di Provenzano si consolida in una fase in cui la mafia si inabissa: allora inizia ad esercitare il ruolo del grande mediatore in una società che si sta riorganizzando in relazione a diversi ambienti politici e affaristici.
Dunque il mito dell’uomo imprendibile per quasi mezzo secolo è stato gonfiato, visto che fino ad anni recenti la sua cattura non è stata prioritaria…
Sì, quando si parla di latitanti non significa che li si stia effettivamente cercando. Negli anni 60-70 nessuno si preoccupava di cercare nessuno, negli anni 80 gli obiettivi delle forze dell’ordine erano ben altri. Provenzano viene cercato seriamente dai primi anni 90. Voglio dire una cosa in controtendenza: è vero che fa impressione l’idea di una persona latitante per quasi 50 anni. Ma bisogna considerare che intanto tutti gli altri sono stati presi: lui è quello che resta. Per questo penso che il mito della sua onnipotenza sia ingiustificato. Ne hanno presi tanti, lui è rimasto fuori e quindi in un momento di grande crisi ha potuto garantire la difficile continuità dell’organizzazione, esposta ai contraccolpi della strategia stragista. Insisto: è stato un mediatore; l’enfasi dei media nella definizione “capo dei capi” non ha fondamento. Provenzano mica dava ordini a Giuffré. Dai verbali di interrogatorio di “Manuzza” non mi risulta che ricevesse ordini. E anche nei rapporti con altri mafiosi emergono trattative, consigli, non ordini.
Provenzano è stato il promotore della strategia dell’inabissamento o dopo la risposta repressiva successiva alle stragi del 1992-93 è stata una scelta obbligata?
Tutte e due le cose. La mafia non ha certamente scelto questa strategia, è stata costretta dalle circostanze. A differenza di quanto molti credono non è onnipotente e deve adeguarsi anche a ciò che succede indipendentemente dalla sua volontà. Si attribuisce poi a Provenzano – se sono vere le voci dall’abisso da cui provengono (pentiti e confidenti, nda.) – un’esplicita presa di distanza dalla strategia dell’ex capo Riina. Questo è possibile, ma questa scelta non va valutata ideologicamente: ha una sua razionalità contingente.
Tutti sono stati presi un po’ di sorpresa da questo arresto. Forse perché è avvenuto in un momento di tranquillità, mentre molti arresti eccellenti del passato sono avvenuti in periodi di emergenza: penso a Riina, Brusca e Bagarella, presi dopo le stragi del 92-93 e ancora prima agli arresti successivi agli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici…
Non sono incline a vedere le cose in maniera così assoluta. Al maxiprocesso sono state incriminate e condannate persone che erano liberi cittadini: nessuno li cercava perché non erano ricercati. Ci sono poi storie di capimafia vissuti in libertà perché nessuno si impegnava a prenderli. Poi ci sono storie di capimafia che sono stati indagati e condannati, e alcuni di loro sono riusciti a mantenersi a lungo latitanti. E poi ci sono i capimafia latitanti che finalmente sono stati cercati, grazie a tecniche e a gruppi investigativi specializzati. In questo senso, non mi stupisco che ci sia un latitante da 43 anni perché, ripeto, in tanto ne hanno presi tanti altri, e alla fine hanno preso anche questo.
Cosa pensa delle teorie che mettono in relazione la tempistica della cattura con le recenti elezioni politiche?
Sciocchezze. Ho sentito dire anche da autorevoli personaggi, in genere credibili, che alcuni esponenti di vertice della Polizia, avendo la possibilità di prenderlo prima delle elezioni, avrebbero ritardato per evitare un vantaggio elettorale al Governo. Sarebbe stato gravissimo, visto che gli era sfuggito già una volta. Direi che avrebbero commesso un reato.
Ritiene che abbia un significato il fatto che sia stato catturato dalla Polizia e non dai Carabinieri?
Penso di no. Mi auguro che la smettano di farsi guerra l’un con l’altro e che si coordinino sempre meglio.
Mi riferivo alle voci circolanti dentro Cosa Nostra – secondo quanto ha riferito il pentito Giuffré – che parlano di un passato del boss da confidente dell’Arma…
Può darsi. Queste sono dinamiche possibili, purtroppo. Certo, se è vero quello riportato dal pentito, a maggior ragione la carica di “capo dei capi” non gli si addice molto. Nella costruzione di questa figura ci sono molte incongruenze, che meriterebbero studi approfonditi.
Alcuni magistrati della Procura di Palermo, come Antonio Ingroia, hanno parlato di Provenzano come di una figura quasi folcloristica…
L’aggettivo “folcloristico”, di per sé, mi pare eccessivo e fuorviante. Però se si voleva dire che l’eccessiva attenzione mediatica su Provenzano è un modo per ridurre questa fenomenologia alla cosiddetta ala militare, al nucleo iniziatico di Cosa Nostra, sottolineando che ci sono altri reticoli e intrecci con gruppi esterni alla mafia, e che questo rapporto avviene su un piano di maggiore equilibrio rispetto ai tempi di Riina – quando gli alleati della mafia vivevano con la pistola puntata alla tempia – allora sono d’accordo.
Al momento dell’arresto avrebbe detto ai poliziotti: «Non sapete quello che fate». Cosa intendeva dire?
È l’ennesima manifestazione dell’ideologia mafiosa, che di fronte all’autorità si mostra sempre come collaboratrice. Questo episodio mi ricorda quello che disse il brigante Ferrarello nel 1924 quando fu arrestato: «E adesso chi manterrà l’ordine nelle campagne?». Il mafioso, messo di fronte all’autorità, si pone sempre come collaboratore nella difesa dell’ordine e rimprovera ai poliziotti di aver fatto un gesto eccessivo che danneggerà loro stessi. Tipica ideologia mafiosa, distillato purissimo.
Perché gli inquirenti hanno insistito così tanto nell’evidenziare che si è arrivati all’individuazione del super latitante grazie a indagini tradizionali, senza soffiate né indicazioni di pentiti?
Ho trovato quell’enfasi sospetta. Non ci sarebbe stato nulla di male a servirsi di indicazioni confidenziali. D’altra parte lo si è sempre fatto. Mi sembra quasi un depistaggio. Una excusatio non petita, che diventa una accusatio manifesta. Oppure, semplicemente, poiché si polemizza sempre con i pentiti, hanno voluto pararsi le spalle da contestazioni.
È compatibile la figura di questo anziano malato, incontinente, segregato in una stanza poverissima, con la leadership di una organizzazione che, secondo le varie agenzie investigative che operano nel nostro Paese, fattura miliardi di euro? O è il nostro modello concettuale di mafia che va rivisto?
Un po’ entrambe le cose. È difficile stabilirlo. L’idea di una mafia come di una corporation che fattura miliardi di euro è un’idea sbagliata, anche se molti mafiosi fatturano miliardi. Ma non è detto che tra loro ci sia Provenzano. Lui è un broker d’affari che se le cose si mettono male può anche utilizzare la risorsa dell’intimidazione violenta. Non risulta da nessuna fonte che la mafia sia una corporation, se non da fonti giornalistiche e di altra natura, comunque superficiali. E non lo era neanche ai tempi di Riina. La mafia è un sistema di relazioni in cui ci sono numerosi uomini d’affari che fanno soldi grazie all’illegalità. È un’altra cosa. Quando i soldi li facevano i Salvo e i Sindona, non necessariamente li faceva Riina.
C’è poi la possibilità appunto che la figura di Provenzano sia residuale, che abbia avuto un ruolo rilevante dopo gli arresti degli anni 90, ma poi braccato si sia rifugiato nel suo paesello di campagna. Al contrario, però, bisogna dire che anche Saddam Hussein è stato preso in un buco, ma ha certamente avuto un tempo in cui ha accumulato ricchezze. È difficile rispondere al suo quesito, ma è evidente che c’è qualcosa che non torna.
Per la successione alla guida di Cosa Nostra sui giornali si è già scatenato il “toto nomine”…
Un altro segno del semplicismo con cui si affrontano questi argomenti. Ma chi l’ha detto che ci deve essere un capo? Cosa faranno, le elezioni come per il Presidente della Repubblica? È una rappresentazione non realistica. È chiaro che in certe fasi ci sono elementi carismatici che possono favorire processi di centralizzazione. Ma non è un percorso obbligatorio. Non detto che la mafia abbia bisogno di un grande capo. E se in certe fasi lo ha avuto, non è detto che ne abbia bisogno adesso. E se anche fosse così, non è detto che debba essere per forza un latitante. Storicamente la maggior parte dei leader mafiosi non sono stati latitanti. Se ne stavano a casa loro, perché nessuno riusciva a individuare la loro responsabilità, o neanche ci provava. Storicamente la mafia non si vede.
Si può dire che dopo l’arresto di Riina e dei suoi figli e dopo la cattura di Provenzano sia giunta al suo termine la saga dei Corleonesi che per trent’anni hanno guidato Cosa Nostra?
Sì, ma non credo che sia rilevante ragionare sulla provenienza geografica delle persone. La mafia è un’organizzazione collettiva, che ha tanti luoghi di vita e di attività; è una federazione di gruppi locali o affaristici che ha bisogno di qualcuno che assuma la gestione degli affari comuni. Per un certo periodo hanno centralizzato queste funzioni i leader corleonesi, magari ora non sarà così. Anche sui corleonesi si è fatto un investimento mitologico non da poco: i “corleonesi” non sono altro che la grande alleanza della mafia palermitana con quella dell’hinterland.
Luciano Violante ha affermato che dopo questa operazione importantissima è possibile assestare il colpo di grazia. Lei ci crede? Non lo si diceva anche negli anni 90 quando in più, rispetto a oggi, c’erano centinaia di collaboratori di giustizia?
No, non ci credo, ma non sottovaluto affatto l’importanza di queste operazioni per raggiungere il risultato tanto agognato. Però non vedo perché Provenzano non possa essere facilmente sostituito da uno o più successori. Si ragiona spesso in uno schema carismatico che non condivido.
Se potesse incontrare Provenzano cosa gli chiederebbe? A proposito di quali pagine della storia vorrebbe conoscere la sua versione dei fatti?
I mafiosi dicono sempre le stesse cose: loro sono buoni, mantengono l’ordine. Tutte sciocchezze. Ma se fosse per assurdo disponibile a dire la verità gli chiederei in che misura la mafia si è mossa in una logica di supremazia verso altri poteri, ovvero di collaborazione o di subordinazione. Su questo abbiamo solo le testimonianze dei gregari, ma loro queste cose non le sanno. Il gregario che ha visto Andreotti baciare Riina non sa cosa significhi quel bacio, chi è subordinato a chi. Su questo sarebbe interessante conoscere la versione di Bernardo Provenzano
L'incubo, la farsa e lo stereotipo
di Umberto Santino
Con la cattura di Provenzano è finito un incubo (quello del supercapomafia onnipotente, al centro di tutte le trame criminali del nostro tempo), è finita la farsa (quella della “primula rossa” inafferrabile, nonostante fosse, come tutti pensavano e dicevano, a due passi da casa, e inconoscibile, nonostante la pioggia di identikit presentati pure a “Chi l’ha visto”, delle esternazioni che lo davano per morto o dei filmati che lo reclutavano tra i fantasmi), ma non è detto che sia finito lo stereotipo (secondo cui Provenzano avrebbe incarnato l’“altra mafia”, quella della moderazione e della pax mafiosa).
Un uomo per tutte le stagioni. La “pista del bucato” (il latitante da 43 anni è stato trovato seguendo il viaggio di un pacco con la biancheria pulita inviato dalla moglie, dalla sua casa di Corleone) questa volta è andata in porto e non ci si può non chiedere quante altre piste, in più di quattro decenni, sono state percorse invano o sono state lasciate a metà o non sono state neppure avviate.
Premono altre domande: chi è stato realmente Provenzano, chi ha coperto la sua latitanza, cosa può succedere dopo la sua cattura?
Provenzano è stato presentato come lo stratega e il garante della pax mafiosa e il campione della moderazione. In realtà è stato un uomo per tutte le stagioni: killer con Luciano Liggio in gioventù, stragista con Riina negli anni 80 e nei primi anni 90, ha riverniciato la moderazione quando Cosa Nostra ha ricevuto dei colpi e bisognava far buon viso a cattivo gioco. Più una scelta obbligata che una vocazione. Un’ennesima dimostrazione della capacità della mafia di coniugare continuità e trasformazione, rigidità formali ed elasticità di fatto.
Chi ha coperto la sua latitanza? Ormai è il segreto di Pulcinella: Provenzano è stato coperto da professionisti, imprenditori, politici, uomini delle istituzioni. Di parecchi si sanno nome e cognome, qualcuno è sotto processo, con varie incriminazioni, che vanno dall’associazione mafiosa al concorso esterno e al favoreggiamento.
Non so se Provenzano collaborerà (più d’uno pensa di no), comunque ora che è stato catturato ci sarà modo di aggiungere altri nomi a una lista che è già abbastanza nutrita. E va ribadito che coloro che hanno garantito una latitanza così lunga sono gli stessi o sono amici e colleghi di tutti coloro che hanno messo in piedi la struttura imprenditoriale-finanziaria e assicurato proficui collegamenti con il mondo politico e istituzionale.
Gli altri protagonisti. Ormai tutti, o quasi, parlano di “borghesia mafiosa”, espressione che utilizzo dai lontani anni 70 e che fino a poco tempo fa era considerata frutto di fantasie estremistiche e di “suggestione”, ma si tratta di un concetto concretissimo che, lungi dal configurare una criminalizzazione generalizzata, individua in soggetti del mondo delle professioni, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, della politica e delle istituzioni, lo zoccolo duro su cui si regge il fenomeno mafioso. Se la mafia fosse soltanto qualche migliaio di criminali di professione, sarebbe certamente un fenomeno grave, ma è questo legame, storico e attuale, con questa frazione di classe dominante e con un più vasto blocco sociale che ne fa un protagonista del sistema di accumulazione e di potere.
Avere puntato i riflettori solo su Provenzano e su altri campioni della mafia militare ha significato ignorare tutto il resto, nonostante che non ci sia occasione in cui il presunto “sommerso” viene a galla, ma si fa finta di non vederlo.
Mala tempora currunt. Un tempo la lotta contro la mafia avveniva soprattutto sul terreno politico; da decenni la politica ha delegato tutto alla magistratura, rilasciando una cambiale in bianco quando si tratta di rispondere all’esplosione della violenza mafiosa, e ritirando la delega quando la violenza si attenua o viene a cessare; battendo le mani quando si arrestano e condannano capimafia e gregari e gridando al complotto delle “toghe rosse” quando si comincia a far luce più in profondità. Quello che è avvenuto negli ultimi anni va ben oltre l’oscenità. Un Governo e una maggioranza che hanno teorizzato e praticato la “legalizzazione dell’illegalità” e hanno attaccato frontalmente chi esercita il controllo di legalità, magistrati in testa. L’illegalità è diventata una risorsa, l’impunità una bandiera.
Al di là del folklore. E in questo contesto, si può anche arrestare Provenzano, ma l’alt ad andare oltre è più esplicito che sottinteso. Per averne una riprova si legga la relazione di maggioranza della Commissione parlamentare antimafia che esclude il rapporto mafia-politica, ma anche l’opposizione non ha fatto il suo dovere (non per caso nel 2005 mi sono dimesso da consulente della Commissione).
Cosa rispondere all’altra domanda posta all’inizio: che succederà dopo l’arresto di Provenzano? Riprenderà la vocazione stragista, ci sarà una guerra di successione? Non è da escludere, ma credo che parecchi mafiosi abbiano capito che la pax è un ottimo affare. Il problema è un altro: il sistema relazionale che fa forte l’organizzazione criminale reggerà o sarà incrinato dal quadro socio-politico che si profila in Sicilia e nel Paese? L’arresto del capomafia cade in un momento emblematico, che può preludere a dei cambiamenti che possono essere solo marginali e di facciata o delle autentiche rotture.
C’è da augurarsi che i giorni a venire portino a un impegno non solo contro l’organizzazione criminale, ma anche contro un sistema di accumulazione e di dominio, che sappia misurarsi su vari terreni, andando oltre il folklore delle ricotte della masseria corleonese e l’ermeneutica dei pizzini di un criminale che si è inventato un ruolo di maestro di sapienza e sacerdote di un dio che maschera la ferocia sotto le vesti del paciere.
Dalla prefazione al libro di Ernesto Oliva e Salvo Palazzolo Bernardo Provenzano, Rubettino 2006
CALABRIA / CRIMINALITA' ALL'ASSALTO
Killer nero e boss in camice bianco
L'omicidio Fortugno. Le mani sugli appalti. E sulla sanità. Nella regione è emergenza infinita.
E le cosche allungano la loro ombra sulla politica
di Marco Lillo
Ci sono voluti cinque colpi di pistola e un cadavere per risvegliare lo Stato dall'apatia. Dopo l'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese Franco Fortugno non si può più fare finta di niente. Dall'inizio dell'anno ci sono stati 23 omicidi di 'ndrangheta in Calabria, decine di attentati, ferimenti, incendi e minacce ai politici calabresi. Gli allarmi però finora si sono spenti tra la Sila e l'Aspromonte. Solo domenica 16 ottobre la Calabria è tornata a essere anche un'emergenza italiana: le teste più fini dell'antimafia sono piombate a Reggio e ora carabinieri e polizia stanno analizzando le carte delle vecchie inchieste sulle cosche dello Ionio per poter tirare un filo da cui partire.
Chi ha ucciso Fortugno? Per rispondere a questa domanda, se va bene, ci vorranno mesi. Intanto le indagini partono da una constatazione: Fortugno era il responsabile regionale della Sanità della Margherita, il partito che esprime il presidente della Regione, Agazio Loiero. Prima di candidarsi era stato segretario regionale della Cisl sanità e primario all'ospedale di Locri, dove la moglie è direttore sanitario. È stato ucciso proprio a Locri, mentre votava per le primarie del centro-sinistra. Tra gli inquirenti circola una battuta: l'assassino aveva un abito nero, ma il movente ha il camice bianco. Il maggiore esperto di locride nel Palazzo di Giustizia di Reggio è senza dubbio il pm Nicola Gratteri: "Nella sanità si muovono interessi enormi, ma è presto per trarre conclusioni. Spero solo che la morte di Fortugno serva allo Stato per capire che bisogna invertire la rotta. Dopo dieci anni di leggi che danno garanzie all'individuo forse è giunta l'ora di fare leggi più dure che diano qualche garanzia anche alla collettività". Gli investigatori sono concordi nel ritenere simbolico sia l'obiettivo, il referente del presidente Loiero nella locride, sia le modalità dell'omicidio, avvenuto davanti alle urne. La criminalità lancia un messaggio a chi governa la Regione e soprattutto regge i cordoni della spesa sanitaria che rappresenta il 73 per cento del bilancio. In questi giorni ci sono cinque primariati da fare, decine di appalti da assegnare e proprio di sanità sembra si sia parlato nella riunione tra i boss che si è tenuta questa estate, come ogni anno, al santuario della Madonna di Polsi nel cuore dell'Aspromonte. C'erano tutti i capi delle 'locali', le cosche della 'ndrangheta.
Per illuminare il quadro i carabinieri puntano il faro sulle famiglie di Locri: i Cataldo e i Cordì ma anche sul clan di Peppe Morabito detto il Tiradritto. Il vecchio boss di Africo dal 18 febbraio del 2004 è chiuso nell'isolamento dell'articolo 41 bis, ma molti suoi familiari sono fuori e beneficiano dell'alone di rispetto riservato al boss dei boss. Una figlia di Morabito lavora all'ospedale di Locri mentre il marito, Giuseppe Pansera, prima di darsi alla latitanza era medico dell'ospedale di Melito ed è stato processato (e assolto) nell'inchiesta sui rapporti tra mafia e medici dell'Università di Messina. Pansera, pluripregiudicato, quando è stato arrestato nel febbraio del 2004 non aveva in mano un bisturi, ma una pistola dello stesso modello di quella trovata addosso al suocero. Tiradritto e Pansera si nascondevano vicino a Reggio Calabria ma la carriera criminale di Morabito si snoda nella locride.
A partire dal 1967, quando Tiradritto fu accusato di essere tra i mandanti della strage di Locri, nella quale furono trucidati tre suoi presunti rivali. Per quella strage Morabito fu processato nel 1971 e assolto per insufficienza di prove e poi ancora indagato nel 1981, ma anche quella volta ne venne fuori. Il boss non è mai stato condannato per mafia fino al 1995 e ha sempre querelato chi lo accostava alla criminalità. Solo nel 1992 si è dato alla latitanza a causa della prima ordinanza di arresto per traffico internazionale di stupefacenti.
Il Tiradritto, a giudizio degli inquirenti, può contare su buoni rapporti con la mafia siciliana. Secondo alcuni pentiti, Totò Riina in persona è stato più volte ad Africo. E nonostante l'aspetto da semplice contadino con la coppola, Tiradritto trattava con le imprese romane per imporre le sue ditte negli appalti. Un ingegnere di una società di costruzioni, Diego Dell'Erba, ha raccontato ai magistrati un incontro da brivido nella casa di Africo del boss: "Fummo ricevuti in sala da pranzo e Morabito ci fece capire chiaramente che lui era interessato al lavoro e che nessun altro doveva entrarci". L'ingegnere tentennava, il boss salì a Roma per incontrarlo in un ristorante: "Ribadiva che voleva l'appalto ma era molto tranquillo". La calma di chi non deve alzare la voce per ottenere rispetto. È questo lo stile Tiradritto. Con lo Stato ha sempre trattato da pari a pari. Quando l'allora capo della Polizia Vincenzo Parisi scese in Calabria nel 1989, all'apice dell'emergenza sequestri, don Peppe gli fece notificare una diffida a occuparsi di lui. L'ufficiale giudiziario entrò nella sede del Tribunale di Locri, dove Parisi stava tenendo un vertice sulla 'ndrangheta, tra lo sconcerto dei presenti. Tiradritto guarda lo Stato dall'alto in basso e gioca la sua partita con freddezza.
Lo ha dimostrato quando ha fatto i complimenti per il suo arresto al Ros dei Carabinieri: "Se non mi prendevate voi, non mi prendeva nessuno", ma anche quando ha perso un figlio nel 1996 per uno sbaglio della polizia. Domenico Morabito è stato ucciso subito dopo il suo arresto all'età di 39 anni sulla strada di Africo. I carabinieri di Bianco lo avevano strappato all'abbraccio della folla locale sparando qualche colpo in aria. I colpi attirarono una vettura della polizia, ad Africo non si gira in divisa e così poliziotti e carabinieri, convinti entrambi di avere a che fare con una macchina piena di 'ndranghetisti armati, spararono ad altezza d'uomo. Un proiettile colpì alla testa il figlio del Tiradritto che morì all'ospedale di Locri. Quando le automobili degli amici della famiglia stavano prendendo posizione davanti alla caserma dei carabinieri di Bianco, arrivò dall'alto l'ordine di non reagire. L'ennesima prova della forza tranquilla del "boss più carismatico e autorevole della 'ndrangheta calabrese", come ha scritto nella sua richiesta di arresto del 2000 il pm Nicola Gratteri, uno dei pochi rimasti a combattere la 'ndrangheta e i suoi rapporti perversi con la politica.
Nel 1998 il genero di Tiradritto, Giuseppe Pansera, mentre era intercettato dalla polizia su ordine del pm Gratteri, parlava di esplosivi da acquistare, ma si occupava anche delle elezioni provinciali. In particolare dava indicazioni per appoggiare un medico pregiudicato che si candidava con la Lista Dini. Oggi Pansera è in carcere a Parma, mentre resta in libertà l'altro genero del boss: Francesco Sculli, direttore dell'ufficio tecnico di Bruzzano Zeffirio, un comune di 2 mila abitanti a pochi chilometri da Locri. Francesco è il padre del più famoso Giuseppe Sculli, calciatore della nazionale under 21 e del Messina. Il giocatore è il nipote prediletto del boss non solo per le sue doti calcistiche. Sia Francesco che Giuseppe Sculli, nonostante il successo del calciatore, restano molto attaccati alla realtà locale e si interessano attivamente anche di politica, nella locride. Le indagini per arrestare Tiradritto hanno coinvolto indirettamente il genero e il nipote.
Il centrocampista del Messina ha sempre rivendicato il suo rispetto per il nonno e non ha mai voluto tagliare i ponti con la famiglia. Per questa ragione è stato osservato con discrezione dai carabinieri sia in Emilia, quando giocava al Nord, che in Calabria. Il Ros sperava di intravedere allo stadio o dietro la rete del campetto degli allenamenti la sagoma inconfondibile del Tiradritto. Non è andata così: Giuseppe Sculli ha sentito la notizia dell'arresto del nonno al ritorno dalla trasferta di Atene con l'Under 21: "Quando l'ho saputo mi è cascato il mondo addosso", ha commentato. Anche per la terza generazione, la famiglia viene prima di tutto.
ha collaborato Roberto Gullotta


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