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La mappatura della Liguria
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La Regione ha debiti fino al 2022, ma spende come negli "anni felicissimi" - 162 milioni per l'esercito di prima fila. Buste paga dai 50mila ai 200mila euro
Sicilia, il boom degli stipendi d'oro
Burocrate record 1553 euro al giorno
Megaretribuzione per un fedelissimo del governatore Cuffaro al direttore dell'agenzia acque in busta più di mezzo milione
di ATTILIO BOLZONI
Il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro
PER agguantare stipendi da favola sono imbattibili. E anche in tempi duri come questi, di manovre finanziarie e di tasse e di tagli, quelli della Regione siciliana fanno sempre bingo. Sono riusciti persino a sfondare il record del mezzo milione di euro, ancora una volta a Palermo si sono mirabilmente superati. In cima alla lista degli uomini d'oro c'è oggi un burocrate che ogni giorno di euro ne intasca 1553. A fine anno ne porterà a casa 567 mila e 300, lordi e comprensivi di tutte le indennità. È un primato assoluto anche nella Sicilia dei suoi califfi.
Ci sono i conti che fanno acqua da tutte le parti, il deficit della Sanità è salito a quasi 1 miliardo e 300 mila, la Regione ha debiti che deve onorare a cambiali sino al 2022 o al 2027, intanto però spende e spande come nei suoi anni "felicissimi". Anzi, di più. Molto di più.
Fino all'ottobre del 2005 la più pagata della burocrazia siciliana era Patrizia Bitetti, quella signora - in pensione dal dicembre scorso - che avrebbe dovuto far quadrare gli sgangherati bilanci di Asl e ospedali. Servizio delegato per un compenso di 480 mila euro. Nel 2006 la Bitetti è stata raggiunta e sorpassata da un fedelissimo del governatore Totò Cuffaro.
Si chiama Felice Crosta l'ultimo favorito dalla sorte, il numero uno dei super stipendiati di quella macchina mangia soldi che è la Regione. E' il direttore generale della neonata Agenzia per le acque e i rifiuti, 120 dipendenti di una struttura voluta e coccolata dal presidente in persona.
Crosta è vicino a Cuffaro da quando lui era assessore all'Agricoltura nel primo governo di centro sinistra a Palazzo d'Orleans: da quel momento i due non si sono mai più separati. Il beneficiario della busta paga al top delle retribuzioni regionali è andato praticamente a sostituire per un incarico - dopo un interregno dello stesso governatore - quell'alto commissario all'"emergenza idrica" nominato dalla Presidenza del Consiglio a cavallo tra il 2000 e il 2001. Era l'ex comandante generale dell'Arma dei carabinieri Roberto Jucci.
Nonostante avesse cominciato a far arrivare più acqua districandosi fra gli interessi e le competenze di 556 enti e consorzi, il generale è stato mandato via dopo quasi un anno. Jucci dormiva in prefettura e aveva accettato la nomina a costo zero.
Solo un rimborso spese. Ci aveva raccontato l'ex comandante, durante i suoi mesi a caccia d'acqua fra le Madonie e le terre arse dell'agrigentino: "Ho una certa età, mangio una volta al giorno e acquisto due vestiti l'anno, quando il governo mi ha chiesto di scendere in Sicilia mi è sembrato corretto non farmi pagare".
Da 0 a 567 mila e 300 euro per il direttore generale che sovrintende alle acque. E fino a 162 milioni di euro per tutti i dirigenti. Un esercito: alla Regione sono 2220. Nei giorni scorsi qualcuno, a Palermo, ha esaminato alcune tabelle e poi ha confrontato i numeri della Regione Lombardia e quelli della Regione Sicilia. La prima paga i suoi dirigenti poco più di 19 milioni di euro, la seconda arriva appunto a 162. Quasi nove volte di più. A Milano c'è in Regione un dirigente ogni 60 dipendenti, a Palermo un dirigente ogni 6 dipendenti e un capoufficio ogni 2. Sono le performance dell'Anonima che spadroneggia alla Regione.
Gli stipendi dei dirigenti variano dai 50 mila euro fino ai 200 mila dei capoccia dei dipartimenti o di quelle che vengono chiamate "strutture temporanee", che però sopravvivono da anni e anni. I più remunerati naturalmente sono i capi di quei 32 dipartimenti e di quegli uffici speciali "assimilati" ai dipartimenti. La sede di rappresentanza della Regione a Bruxelles, per esempio, è stata appena "elevata" al rango di dipartimento.
Dal 2003 al 2005 sono passate da 375 a 539 le "aree" o i "servizi" o le "unità operative" della Regione, un aumento del 43 per cento. Su ciascuna area o servizio o unità operativa è seduto un dirigente che percepisce un'indennità gallonata. I posti più ambiti sono 600. Chi ce la fa a entrare in un ufficio di gabinetto ed è "in diretta collaborazione" con qualche assessore, è messo in condizione di guadagnare anche il doppio di un pari grado. Quei 600 baciati dalla fortuna costano circa 10 milioni di euro alle casse regionali.
Ma sopra tutto e tutti ci sono loro, i 9 nuovi uomini d'oro. Capi del Fondo sanitario. Capi della Programmazione. Il Capo della burocrazia di Palazzo d'Orleans. E sopra di loro quel Felice Crosta con i suoi 1553 euro al giorno. E' di queste settimane l'ultima "rivoluzione" nei palazzi della Regione. Nuove nomine, trasferimenti, rotazioni. Per alcuni è stata come una tombola.
Rafforzato l'asse fra l'Udc e Forza Italia e l'Mpa dell'autonomista catanese Raffaele Lombardo, il governatore Cuffaro e i suoi alleati hanno piazzato - ai margini della spartizione questa volta è rimasta solo Alleanza nazionale - tutti i loro uomini nei posti chiave dell'alta amministrazione. Ai Beni Culturali. All'Agricoltura. Alla Sanità. Promozioni di manager tutti "targati" ai vertici e sistemazioni più laterali per gli altri: Corpo delle miniere; Istituto Vite e Vino; Istituto Olio e Olivo.
Ma non contenti di tanto scialo, avevano provato anche a ripescare una "leggina" votata dal parlamento regionale nel 2003. Una delle tante vergogne dell'Ars. In sostanza la "leggina" prevedeva la riassunzione a tempo determinato di alti burocrati della Regione, gente che se ne andava a casa con pensioni da nababbo ma veniva richiamato dall'amico politico di turno come capo gabinetto, direttore generale di qualche struttura o commissario di qualche ente. Un ritorno con tripla indennità: oltre la pensione 50 mila euro annui e anche una gratifica di 35 mila euro, proprio come quella intascata dai dirigenti regionali in servizio permanente effettivo.
Un "ripescaggio" di burocrati in pensione che ha perfino fatto scandalizzare qualcuno all'Ars. Così nel nuovo contratto in scadenza già dalla fine del 2002, la Regione ha ipotizzato tagli a quelle laute indennità elargite ai pensionati con incarichi dirigenziali. Evento clamoroso. Una simile rinuncia - a memoria d'uomo - non si era mai verificata prima all'Ars, l'assemblea regionale siciliana.
La relazione sull’AS di Locri non è segreta
26/10 "La segretezza della relazione era venuta meno da tempo, tant'é che la stessa è stata oggetto di numerose attenzioni della stampa e della televisione senza che mai si arrivasse ad un provvedimento di censura e di intimidazione così grave". E' quanto affermano, in una nota, Diego Novelli, Antonello Falomi, Elio Veltri e Giulietto Chiesa, componenti l'ufficio di presidenza del Cantiere, dopo l'oscuramento della relazione della Commissione di accesso nell'Asl di Locri pubblicata sul sito dell'associazione. "Appare singolare - prosegue la nota - che, nonostante sia possibile rintracciare questo documento su tantissimi siti web, si vada a colpire in maniera così rigorosa due soli di questi. La scorsa settimana l'on. Minniti, vice ministro dell'Interno, nel corso della trasmissione Anno zero, condotta da Michele Santoro, a commento della relazione, esclusivamente amministrativa e non giudiziaria e redatta su richiesta dell'ex ministro dell'Interno, Pisanu, peraltro ampiamente citata durante l'intera trasmissione, ha affermato che la medesima doveva essere letta nelle scuole perché solo così sarebbe stato possibile capire il rapporto che lega la 'ndrangheta alla Calabria. Stigmatizziamo con forza, pertanto, questo atto repressivo e ci auguriamo, invece, che attraverso un' informazione adeguata e trasparente si sviluppi finalmente un dibattito scevro da convenienze politiche circa i temi sollevati dalla relazione e, più in generale, sull'emergenza legalità che investe alcune aree del Paese"
Falomi (Prc)
“Eliminare la riservatezza alla relazione sull’AS di Locri”
26/10 Antonello Falomi, vicecapogruppo di Rifondazione comunista alla Camera, ha presentato un'interrogazione al Ministro dell'Interno in merito all'oscuramento, disposto dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, della relazione della Commissione d'accesso nell'Asl di Locri pubblicata dai siti delle associazioni Democrazia e legalità e Il Cantiere. Falomi chiede "per quale motivo, nonostante numerosissimi siti internet ospitino tale documento, l'unica azione di sequestro, se si esclude quella attuata nella sede del Quotidiano Calabria Ora, sia avvenuta proprio ai danni dei siti www.democrazialegalita.it e www.cantiere.org". Il deputato del Prc chiede anche "se non si ritenga opportuno eliminare i requisiti di riservatezza di tale documento in virtù del carattere pubblico che lo stesso ha di fatto assunto in modo da evitare conseguenze giudiziarie per quanti intendano consultarlo e pubblicizzarlo ulteriormente". Nell'interrogazione Falomi fa rilevare, tra l'altro, che copia della relazione è disponibile sul sito web del quotidiano la Repubblica.
De Zulueta (Verdi) “Incomprensibile l’oscuramento del sito”
27/10 "Esprimo tutta la mia solidarietà ai redattori del sito web Democrazia e Legalità, Marco Ottanelli e Roberta Anguillesi, a cui sono stati sequestrati computer e materiale di supporto al proprio lavoro. Risulta particolarmente incomprensibile la decisione del tribunale di Reggio Calabria di oscurare il rapporto amministrativo sulla Usl di Locri, pubblicato sui siti di Democrazia e Legalità e il Cantiere, in quanto lo stesso rapporto è già stato ampiamente ripreso da i mezzi di informazione, a cominciare dal programma televisivo della Rai 'Annozero'". E' quanto afferma Tana de Zulueta, deputata dei Verdi. "Preoccupa - prosegue de Zulueta - in particolare la decisione dell' autorità giudiziaria di sequestrare computer e memoria di due giornalisti. Una decisione che appare spropositata ai fini dell' inchiesta oltre che intimidatoria e in apparente violazione degli standard europei di tutela della libertà di stampa garantiti dalle Convenzioni vigenti"
Lamezia Vertice in Procura
dopo l'attentato che ha distrutto una palazzina
De Sena: un decreto speciale per la Calabria
di Vinicio Leonetti
Il governo Prodi sta preparando un decreto speciale per la Calabria. L'ha detto ieri in un vertice a porte chiuse nella procura lametina il superprefetto Luigi De Sena, arrivato direttamente da Roma e mandato dal viceministro all'Interno Marco Minniti dopo l'attentato al deposito di gomme di martedì che ha completamente distrutto una palazzina davanti al commissariato di polizia.
De Sena ha spiegato agli alti magistrati e agli ufficiali delle forze dell'ordine che non si tratta di un decreto soltanto per Locri, ma per l'intera Calabria, e Lamezia sarà una delle città più favorite dalle misure del provvedimento governativo d'urgenza. Per avere un quadro ancora più chiaro dell'emergenza criminalità in Calabria per il prossimo 14 novembre De Sena ha fissato a Catanzaro una riunione di tutte le associazioni antiracket e antiusura.
«Grande attenzione viene data in queste ore dal ministero dell'Interno a quanto sta avvenendo a Lamezia dopo l'attentato della scorsa notte», recitava ieri mattina una nota partita dal Viminale. Il viceministro Minniti ha seguito a distanza gli sviluppi dell'ultimo attentato a Lamezia che rappresenta una forte sfida allo Stato da parte dei clan locali che in sette giorni hanno incendiato 13 obiettivi.
Per ventiquattr'ore i vigili del fuoco hanno lavorato per spegnere le fiamme della palazzina, alimentate dalle centinaia di gomme accatastate nel deposito di Antonio Godino. Il fuoco ha completamente distrutto l'intero immobile in cui abitavano oltre alla famiglia dell'imprenditore altri tre nuclei. Con quello di martedì sono 82 gli attentati a Lamezia dall'inizio dell'anno, facendo la somma solo di quelli denunciati.
«Riteniamo che la pubblica amministrazione», è stato l'appello lanciato ieri dal superprefetto Luigi De Sena, «debba fare in sede di autocritica una riflessione propositiva per recuperare comunque il consenso da parte del cittadino». Intanto nel quartiere Sambiase, ieri sera, è stata incendiata l'ennesima macchina.
Delitto Fortugno
Il dossier della Commissione d'accesso istituita dal prefetto De Sena all'indomani dell'omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale
Sanità nella Locride, il pianeta del malaffare
La Dda indaga su un groviglio inestricabile di parentele e amicizie "pericolose", che gestiva un meccanismoin grado di "inghiottire" 88 milioni di euro di denaro pubblico in 5 anni, in barba a qualsiasi normativa antimafia
di Giuseppe Tumino
REGGIO CALABRIA
Davanti all'Asl di Locri, al cospetto dell'inestricabile matassa di cointeressenze tra sanità e malavita, tra gli affari delle cosche e ogni tipo di servizio e appalto, il tutto con la banale scusa di tutelare la salute dei cittadini, persino un presidente del Consiglio del ministri della Repubblica italiana è andato in tilt. È successo a pochi metri dalla tomba di Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria e primario del pronto soccorso dell'ospedale di Locri, caduto in una pubblica esecuzione il 16 ottobre del 2005. Quando, lo scorso 9 ottobre, un giornalista indiscreto gli chiese a bruciapelo quando nell'Azienda sanitaria più infiltrata (dalla mafia) d'Italia sarebbe stata riportata una parvenza di legalità, quando sarebbe finita la fase del commissariamento, il premier, scuro in volto, rispose con la voce dell'innocenza: «Non ho elementi per rispondere alla domanda». Affermazione insolita per un capo di governo. Eppure, gli elementi per tutte le risposte del mondo possono essere agevolmente rintracciati nella relazione della commissione d'accesso dell'Asl numero 9 di Locri. Un documento assolutamente pubblico, disponibile nella sua versione integrale, "linkato" ad esempio, sul sito della Casa della Legalità di Genova (www.genovaweb.org) e direttamente su "democrazialegalita.it.". Chiunque può scaricarlo e consultarlo.
IL DELITTO - Qualche passo indietro, prima del tuffo nella grande melma. L'Azienda sanitaria locale n. 9 di Locri venne commissariata da uno dei primi atti posti in essere dopo il suo insediamento dal superprefetto di Reggio Calabria, Luigi De Sena avvenuto il 7 novembre 2005. Pochi giorni prima, il 16 ottobre, Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, era stato ammazzato da un commando di due killer nell'androne di palazzo Nieddu, a Locri, mentre, da esponente della Margherita, si accingeva a votare per le "primarie" dell'Unione. La professione della vittima – era primario del Pronto soccorso dell'ospedale di Locri – indirizzò subito le indagini nel mondo della sanità. Il pool di magistrati della Dda di Reggio guidato da Francesco Scuderi e composto da Giuseppe Creazzo e Marco Colamonici, sotto le direttive del procuratore capo Antonino Catanese, giunse nella notte tra il 20 e il 21 marzo 2006 ad arrestare il presunto killer. La polizie strinse le manette ai polsi di Salvatore Ritorto, presunto esecutore materiale del delitto, e di Domenico Audino, Domenico Novella, Carmelo Dessì, presunti fiancheggiatori. L'operazione, chiamata Arcobaleno, prese le mosse dalle dichiarazioni di un pentito, Bruno Piccolo, già agli arresti. Con altri capi di imputazione, ma ritenuti estranei al delitto, vennero pure arrestati Antonio Dessì, Carmelo Crisalli, Gaetano Mazzara, Nicola Pitasi, Vincenzo Cordì. Tutti vicini alla cosca Cordì, in guerra a Locri con quella dei Cataldo. Tre mesi dopo, nella notte tra il 20 e il 21 settembre, i carabinieri arrestano Alessandro Marcianò, 55 anni, caposala dell'ospedale di Locri e il figlio Giuseppe, 27 anni. Il primo, detto "Celentano", considerato vicino ai Cordì (ha fatto compare d'anello al figlio del boss) è ritenuto il presunto mandante del delitto Fortugno. Il figlio Giuseppe avrebbe accompagnato Ritorto per l'esecuzione del delitto. Presunto movente: "Celentano" era considerato capo elettore di Domenico Crea, il consigliere regionale che ha preso il posto di Fortugno. Alessandro Marcianò lavorava all'ospedale di Locri nello stesso ufficio di Maria Grazia Laganà (vice direttore sanitario), vedova di Francesco Fortugno, diventata nel frattempo parlamentare dell'Ulivo. Anche se le indagini non hanno attribuito alcuna responsabilità a Domenico Crea, il governatore Loiero lo ha invitato a dimettersi. Ne è nato un caso politico: Crea non ha lasciato il Consiglio, ma si è autosospeso dalla Margherita.
IL DOCUMENTO - Per gli inquirenti, insomma, il caso Fortugno sembra chiuso: l'assassinio avrebbe rappresentato una sorta di "regolamento di conti" tra comitati d'affare che operavano nell'ambito della sanità locrese. Non è chiuso invece, il capitolo sanità nella Locride. Si attendono infatti sviluppi clamorosi dall'inchiesta che la Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha aperto sulla base della relazione portata a termine dalla Commissione d' accesso all'Azienda sanitaria di Locri. Il dossier porta le firme del prefetto Paola Basilone, che presiedeva la commissione d'accesso, del maggiore della Guardia di Finanza Luciano Tripodero, e del dott. Michele Scognamiglio. Sono 183 pagine fitte, anzi straripanti, di nomi, un mappa impietosa e disarmante del potere di inflitrazione delle famiglie mafiose nella sanità della Locride. Un potere esponenzialmente maggiore ove si consideri l'estrema debolezza del tessuto economico del territorio, che di fatto rende il comparto della sanità pubblica il maggior datore di lavoro su piazza e, al contempo, la "greppia" più copiosa di finanziamenti pubblici "pronta cassa". Il che si traduce, senza mezzi termini, nel completo, soffocante e assoluto controllo del territorio da parte delle 'ndrine.
I NUMERI - Sono, semplicemente, da brividi. Nel quinquiennio gestionale preso in considerazione dalla Commissione d'accesso, quello che va dal 2000 al 2005, e spese sostenute dall'azienda sanitaria «superano di gran lunga, e per importi considerevoli, i parametri di spesa» consentiti dalla legge. «Il tetto di spesa complessivamente sostenuta – si legge nella relazione – nel periodo 2000/2005 è stata pari a 88.227.864,90 euro che è quasi il doppio della spesa massima autorizzabile», e circa il triplo di quella considerata "normale". Ottantotto milioni di euro in 5 anni. Una cifra spaventosa, grazie alla quale si vorrebbe far credere siano state erogate 11.224.919 fra prestazioni sanitarie ed esami, su una popolazione di appena 135.000 anime. In virtù di tali dati, il servizio sanitario della Locride avrebbe erogato 84,6 prestazioni complessive a ogni singolo cittadino. In pratica, ogni anno ciascun abitante dei 42 comuni locridei si sarebbe rivolto al servizio sanitario 13,96 volte. Tutti, compresi neonati, atleti e gente che scoppia di salute. Dilemma ozioso: o da queste parti gira tanta sfiga, oppure girano tanti soldi. Indovinate voi l'ipotesi più gettonata, nessun premio in palio.
LE SPESE - I commissari, difatti, non sembrano nutrire dubbi: «Si è assistito – scrivono – a un diffuso e sistematico sforamento dei tetti di spesa, che non solo ha determinato un dilagante fenomeno di indebitamento della Asl, ma che al contempo ha comportato indebiti vantaggi economici da parte di strutture private i cui soci sono risultati spesso interessati da precedenti penali o di dubbia moralità». Si cita ad esempio un laboratorio di Siderno: «Euro 10.131.780 tetto di spesa autorizzato, 31.544.814 euro di fatture pagate». Ma naturalmente nessuno si era mai accorto di niente, l'azienda continuava a pagare, a prezzi assolutamente fuori mercato, e ambulatori e istituti privati, anche i più "sospetti", incassavano pacificamente. Stesso discorso per quanto riguarda l'acquisto di materiale sanitario e forniture industriali. La Commissione parla di un «diffuso ricorso alla trattativa privata per l'acquisizione di beni e servizi». Tutto, proprio tutto – dagli appalti per forniture, alle analisi di laboratorio, al servizio di accalappiamento dei cani – era insomma affidato con «violazione sistematica della normativa antimafia, con mancata attivazione delle procedure di richiesta di certificazione per frammentazione delle forniture, tale da renderle di valore inferiore al minimo della soglia richiesta dalla legislazione vigente». E così – più che aggirata, totalmente disattesa la normativa antimafia – lavoravano per l'Azienda sanitaria di Locri, profumatamente pagati con denaro dei contribuenti, sempre e soltanto i soliti noti.
L'ORGANIZZAZIONE - Certo, per arrivare a tanto, i meccanismi a livello dirigenziale all'interno dell'Asl dovevano essere a prova di controlli. Anche su questo punto, il dossier Basilone non si rifugia certo in mezze frasi: il segreto era l'«assoluta e probabilmente non ostacolata disorganizzazione dell'ufficio». E in effetti i poveri commissari devono essersi messi le mani ai capelli, nel tentativo di capirci qualcosa. Leggere per credere: «La richiesta della Commissione, più volte formulata, tendente ad ottenere il quadro complessivo degli organici relativi alle figure dirigenziali, ha trovato parziale e assolutamente non esaustivo riscontro. Pertanto, stante la mole della documentazione da acquisire e la complessità della medesima, non si è riusciti a ottenere uno scenario certo e definito dell'azienda, con l'identificazione del posto in organico e della relativa figura professionale che lo ricopre». Un'azienda di "senza volto" insomma. Davanti ai commissari si materializza così una parete di terzo grado, un muro di gomma, un autentico labirinto di "dipartimenti", "distretti", "strutture complesse" e , all'interno di queste, "strutture semplici", in barba anche a un esplicito divieto legiferato dalla Regione Calabria. «In tale contesto – concludono stremati i commissari – si spiega la mancanza presso l'Asl di una commissione di disciplina del personale».
IL PERSONALE - Disciplina? Figuriamoci. Tra gli impiegati e i funzionari, ad ogni livello, figurano nomi di pregiudicati e di personaggi che il dossier considera affiliati o vicini a cosche calabresi. E se non direttamente coinvolti in "disavventure" giudiziarie o interessati da indagini di polizia, moltissimi impiegati e funzionari, come anche medici e infermieri (il dossier contiene l'elenco completo) "vantano" stretti vincoli di parentela con personaggi di riffe o di raffe con precedenti penali aller spalle o legati a consolidati interessi mafiosi. Non stupisce quindi che la suddetta commissione disciplinare interna, «dopo essersi occupata di due casi del tutto marginali – recita il dossier – si è sciolta» e tanti saluti. Nulla di strano quindi che condannati anche in via definitiva si aggirassero negli ospedali e negli uffici del tutto indisturbati. In un caso, addirittura, riferiscono i commissari, l'Asl ha continuato a pagare l'intero stipendio a un dipendente che non prestava servizio. Perché detenuto, poveraccio. Scrive la commissione: «Per garantire il perseguimento dei propri obiettivi, e il controllo sulla gestione della "cosa pubblica", la pressione sugli organi dell'Asl è stata possibile anche grazie alla presenza all'interno dell'azienda di personale, medico e non, legato da rapporti familiari a noti esponenti della criminalità organizzata locale o comunque interessati da rilevanti precedenti di polizia o penali. Tale presenza denota tanto la causa quanto l'effetto dell'ingerenza della criminalità organizzata nella gestione dell'azienda, perché si traduce nella possibilità di imporre dall'esterno le scelte di assunzione o, quanto meno, di impedire lo scioglimento dei vincoli lavorativi, sia al fine di tener sempre sotto verifica dall'interno le scelte gestionali, sia per poter garantire la tenuta di una gestione clientelare». Chiaro no?
LA CONCLUSIONE - Inevitabile: «Una valutazione complessiva del lavoro svolto – affermano i commissari – ha determinato la convinzione che gli indizi raccolti in ordine all'esistenza di un'infiltrazione della criminalità organizzata, hanno dimostrato la compromissione del regolare legittimo andamento della gestione della cosa pubblica, Peraltro, la presenza all'interno dell'Asl di personale, medico e non, legato da stretti vincoli di parentela con elementi di spicco della criminalità locali o interessati da precedenti di polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai consolidati interessi mafiosi, ha permesso di verificare non solo la presenza di un "contatto" tra le organizzazioni malavitose e l'Azienda, bensì una vera e propria "infiltrazione" in quest'ultima. In altri termini – conclude la relazione – il quadro indiziario dal quale si è presunta l'esistenza di una pressione dall'esterno della 'ndrangheta trova la sua continuità nel condizionamento che sulle scelte gestionali e di indirizzo la stessa organizzazione (la 'ndrangheta) ha potuto esercitare all'interno. In estrema sintesi, ed in conclusione, da un lato si è riscontrata un'arbitraria occupazione da parte della criminalità locale organizzata, e dall'altra una compressione dell'autonomia dell'Asl, la cui volontà è risultata fortemente diminuita».
Questa era, secondo la Commissione prefettizia, la Asl di Locri, oggi commissariata a tempo indeterminato, e in attesa di una gragnuola di avvisi di garanzia. Per le speranze dei cittadini onesti, ancorché dei poveri ammalati, c'è sempre tempo. Forse.Ecco i risultati dell'indagine voluta da Pisanu dopo l'omicidio Fortugno
Connivenze mafiose, assunzioni e appalti irregolari e un tessuto pesantemente inquinato
Locri, "L'Asl infiltrata dalle cosche"
La relazione secretata dal Viminale
di CLOTILDE VELTRI
Un'azienda sanitaria "pesantemente infiltrata dalla criminalità mafiosa". Così viene descritta l'Asl numero 9 di Locri nella relazione conclusiva (leggi il testo completo in pdf) della commissione di accesso voluta, dopo l'omicidio di Francesco Fortugno, dall'allora ministro dell'interno Giuseppe Pisanu, e poi consegnata nel marzo 2006.
L'azienda sanitaria è quella dove aveva lavorato Fortugno anche in qualità di primario, prima di dedicarsi alla politica e diventare vicepresidente del consiglio regionale calabrese, e dove lavora ancora la moglie Maria Grazia Laganà (attualmente deputata della Margherita) e dove lavoravano, fino all'arresto nel marzo 2006, i presunti mandanti dell'omicidio legati al clan Cordì. Basta scorrere le quasi 200 pagine della relazione per rendersi conto di quanto fosse inquinato il contesto in cui si è sviluppato l'omicidio Fortugno.
Il caso Tavernese. Il 23 gennaio 1993 Domenico Tavernese, medico dentista, collaboratore dell'Asl numero 9 di Locri, viene arrestato su mandato della procura della Repubblica di Catanzaro per i reati di associazione di tipo mafioso, estorsione e usura. Nella stessa indagine è coinvolto Domenico Aquino esponente di spicco dell'omonimo clan calabrese. Il 12 maggio 2003 il dottor Tavernese, fermato dalla polizia, si rifiuta di fornire la propria identità e, di conseguenza, viene denunciato.
L'8 ottobre 1996 viene condannato a un anno di reclusione e a mille euro di multa per usura. Il 19 ottobre 2005 Tavernese viene fermato dalla polizia in compagnia di Rocco Jiritano e Antonio Ursino, secondo gli inquirenti, appartenenti, a vario titolo, alla cosca Ursino-Macrì.
Domenico Tavernese, dal 2002, è amministratore unico del Medi-Odonto Center srl di Gioiosa Ionica laboratorio che fornisce prestazioni in regime di convenzione all'Asl numero 9 di Locri. Nonostante la condanna per usura, nonostante i precedenti e le continue frequentazioni con la criminalità organizzata, l'azienda sanitaria locale non ritiene di sospendere il rapporto con il laboratorio "che pertanto ha continuato ad erogare prestazione retribuite dalla Amministrazione, con importi ben superiori a quelli consentiti".
Se i legami tra Tavernese e l'Asl numero 9 di Locri fossero un'eccezione non farebbero notizia. Invece, secondo quanto emerge dalla relazione, rappresentavano la regola. Sono decine gli episodi evidenziati dalla relazione fitta di dati, nomi, riferimenti giudiziari e di polizia che delineano i contorni di un'azienda sanitaria pubblica in cui le cosche mafiose (almeno nel periodo 2000-2005 preso in considerazione dalla commissione d'inchiesta) fanno il bello e il cattivo.
Emerge che le famiglie della 'Ndrangheta, non solo occupano l'Asl di Locri facendo assumere propri affiliati e congiunti, ma ne condizionano per anni appalti, gare, funzionamento. Con un evidente e ingiustificato lievitare della spesa pubblica, con sprechi e inefficienza e senza alcun controllo da parte delle autorità dello Stato che i controlli avrebbero dovuto effettuare.
Sotto la lente della commissione d'accesso - formata principalmente dall'allora prefetto Paola Basilone, dal maggiore della Guardia di Finanza Luciano Tripodero e da Michele Scognamiglio - finiscono tre particolari e delicatissimi ambiti di pertinenza della Asl calabrese: la gestione del personale, gli accreditamenti e i contratti.
Gli accreditamenti. Dall'analisi effettuata sugli accreditamenti di società, laboratori, centri diagnostici che fornivano prestazioni all'azienda sanitaria emerge come "nessuna documentazione antimafia sia stata richiesta". In cinque anni, dal 2000 al 2005, nessuna delle aziende prese in esame ha mai fornito documenti che provassero la totale estraneità a contesti o legami mafiosi. Il caso Tavernese, come detto, non è isolato.
Il Pio Center srl. Il Pio Center-centro di ricerca clinica e patologica medica srl con sede a Bovalino (Rc) è interessato da due provvedimenti di sequestro dei beni emessi dal tribunale di Reggio Calabria "in quanto - si legge nella relazione - considerato dagli inquirenti facente parte del patrimonio di Antonio Nirta", potente boss di una famiglia dell'ndrangheta per quattro anni interessato da provvedimento di sorveglianza speciale, elemento considerato molto pericoloso.
Il Pio Center srl, oltre a occupare i locali di uno stabile intestato a Antonia Giorgi, moglie di Nirta, è al 96% di proprietà del Poliambulatorio Salus srl le cui quote sociali sono tutte riconducibili a membri della famiglia Nirta.
L'Asl di Locri intrattiene con questa struttura rapporti continuati tanto da versare alla stessa, a partire dal 1984 e fino al 2005, 61mila euro annui per l'affitto di locali e attrezzature radiologiche. Scrivono gli inquirenti: "È da sottolineare la sostanziale inerzia della A. S. che non ha mai acquisito, come già detto, nessuna informazione o comunicazione antimafia sulla struttura e compagine societaria accreditata, che poi è risultata infatti colpita da misure cautelari".
Spesa pubblica triplicata. La relazione spiega quindi che, oltre agli evidenti legami con le organizzazioni mafiose, la gestione degli accreditamenti ha quale risultato lo sforamento sistematico dei tetti di spesa e "la reiterata violazione delle regole poste a base del rispetto dei budget fissati con il Fondo sanitario regionale annuale assegnato".
Per esempio, si legge, "il tetto di spesa complessivamente sostenuto nel periodo 2000/2005 è pari a 88.227.864,90, che è quasi il doppio della spesa massima autorizzabile se calcolata moltiplicando per 6 (e quindi con largo margine di prudenza) il tetto di spesa annuale più prossimo, pari a 8.262.414,90 (limite di spesa annuo 2004)".
Non è tutto. Emerge che nel periodo 2000-2005 sono stati pagati 11.224.919 interventi su un campione di popolazione di circa 135mila abitanti; nello stesso periodo sono stati erogati 84,6 servizi per ogni abitante e, infine, ogni cittadino residente nel territorio dell'Asl di Locri ha fatto ricorso alle strutture convenzionare 13,96 volte all'anno. Cifre che vengono definite nella relazione "assolutamente non giustificabili".
Il caso Fiscer. Tanto per chiarire bene l'entità dello sperpero messo in atto dall'Asl 9 di Locri la commissione cita il caso del laboratorio Fiscer: "Particolarmente eclatante poi è il caso del laboratorio Fiscer, il cui tetto di spesa autorizzato, nel periodo 2000/2005, è pari a € 10.131.780,00 (dato effettivo 2004 moltiplicato per 6, parametro teorico di confronto), mentre risultano fatture effettivamente pagate, nel medesimo periodo, per un importo di € 31.544.414,00".
La commissione segnala inoltre che a carico del direttore sanitario della Fiscer, Pietro Crinò, risultano denunce per i reati di favoreggiamento, ricettazione e falso. Ancora una volta, dunque, sprechi e connivenze con la criminalità.
Dai contratti agli appalti:
lo strano caso della Coop ServiceContratti. Oltre a violare sistematicamente tutte le normative antimafia, la gestione degli appalti avviene nella confusione generale, senza il rispetto di criteri fissi e in beffa alle norme che regolano il libero mercato.
Si legge: "La A. S. ha spesso fatto ricorso a rinnovi o proroghe dei contratti già esistenti, a trattativa privata, eludendo gli obblighi della gara. Il ricorso a tale sistema di gestione è avvenuto in modo troppo frequente da non poter lasciar intendere che l'esigenza della proroga fosse sempre effettivamente conseguente ad una obiettiva ragione di urgenza e non invece ad un deliberato comportamento dell'ente di eludere i principi di legalità". Inoltre, dopo aver prorogato il contratto l'Asl non provvedeva ad indire alcuna gara d'appalto nei fatti aggiudicando i servizi con una trattativa privata.
La Coop Service. Per spiegare meglio il malcostume evidenziato dalle indagini la commissione cita il caso della Coop Service che ha gestito il servizio di pulizia degli ospedali di Locri e Siderno e che, nel periodo 2000-2005, ha ottenuto dall'Asl importi pari a euro
8.461.383,82.
La Coop entra in rapporto con la Asl nel 2000, non attraverso regolare gara di appalto del servizio, ma subentrando a personale ausiliario che fino a quel momento gestiva le pulizie per conto dell'azienda. Per ben due anni, fino al 2002, l'Asl non procede a indire alcuna gara.
Quando finalmente viene messa a bando la licitazione privata è vinta dalla Anti Luxtauria. Contro tale aggiudicazione la Coop Service fa ricorso al Tar della Calabria e lo vince. L'Asl, invece di opporsi di fronte al Consiglio di Stato, decide di procedere a una nuova gara, che in realtà scatterà solo nel 2003 (sette mesi dopo la sentenza del Tar). Nel frattempo la Coop service continua a gestire le pulizie dei due ospedali.
La gara viene aggiudicata alla Coop Service con un importo di 1.313.000,13 euro su una base d'asta di 910.000.000. Si oppongono due ditte concorrenti: il consorzio Miles, escluso dalla gara e la ditta La Fiorita. Entrambe contestano nel merito il bando e il risultato della gara dai quali risultano forti incongrunze. Per esempio: il ministero del lavoro stabilisce che, nel settore delle pulizie, un dipendente di secondo livello debba essere pagato mediamente all'ora 13,51 euro. Non a caso tutte le ditte offrono questa cifra, tranne la Coop che offre 11,98 euro, "cifra di gran lunga inferiore a quello fissato dal decreto ministeriale".
Non è finita qui. Alla Coop Service vengono anche assegnati i servizi di ristorazione degli ospedali di Siderno, Locri e Caulonia in barba al fatto che il commissario abbia già assegnato tale servizio alla Siarc srl. La Asl di Locri, infatti, revoca la delibera del commissario e assegna alla Coop un ulteriore contratto di 290mila euro (che, secondo la procedura Ue avrebbe richiesto - visto l'importo - una gara ad evidenza pubblica).
Tutto il pasticcio è condito dal fatto che la Coop Service, si legge nella relazione, "è interessata da importanti e rilevanti accertamenti di polizia giudiziaria". Su 154 soci dipendenti, 12 hanno precedenti penali e "23 sono legati da vincolo di parentela diretto, perché figli o coniugi, con appartenenti di primo piano delle organizzazioni mafiose locali" (i clan Macrì, Cataldo, Alecce).
Sono ben 21 le pagine dedicate dalla relazione a questa mappa dei legali mafiosi che inevitabilmente, sostiene la commissione, si riverberano sulla gestione dell'Asl 9 di Locri. Mappa che, non va dimenticato, riguarda unicamente la Coop Service.
Per esempio emerge un quadro in cui operatori che avrebbero dovuto svolgere compiti di sostegno e aiuto a personale disabile o in difficoltà (questo lo scopo sociale della Coop) in realtà sono denunciati o condannati per reati come lesioni personali o contro la famiglia, falso, truffa, rissa, ricettazione, contrabbando, porto e detenzione abusiva di armi, produzione e spaccio di sostanze stupefacenti, fino all'associazione di stampo mafioso.
Emerge un quadro in cui le famiglie Macrì, Cataldo, Alecce - attraverso mogli, figli, cugini e parenti di vario livello (spesso personalmente incensurati) - sono presenti come una longa manus sulla sanità della locride, infiltrando propri uomini, gestendo servizi ottenuti dall'Asl con gare dalle procedure per lo meno dubbie (come si è visto per la Coop Service).
Acquisti, ma da esclusivisti. Il capitolo dei contratti prende diffusamente in considerazione anche l'acquisto di materiale, prodotti e presidi sanitari che sistematicamente vengono spacciati (dai dirigenti dlel'Asl firmatari delle richieste) come unicamente realizzati e distribuiti da alcune ditte della Locride (definite esclusiviste) per poter aggirare l'ostacolo delle gare pubbliche e indirizzare su alcuni produttori le scelte e, di conseguenza, i soldi pubblici.
"Tale metodologia denota quindi la reiterata e sistematica violazione delle norme poste a base del buon andamento e della economicità della spesa". Sprechi, dunque. Per centinaia di migliaia di euro. Con questo metodo l'Asl acquista materiale chimico (sufficiente per sei mesi) dalla M. D. O. srl di Catanzaro per euro 31.126,00; protesi vascolari dalla Bios srl di Catanzaro: 41.330,00 (per sei mesi); prodotti di urologia dalla Attimed sas: 108.064,40.
Prima regola: evitare "dispetti". Nel calderone delle regole violate finiscono anche 'piccolezze' come le gare differenti per lavori identici. Capitolo questo sul quale i commissari chiedono spiegazioni all'Asl. La risposta arriva il 15 febbraio 2006 dall'architetto Galletta - responsabile dell'Ufficio tecnico - che, candidamente, spiega che questa è la consuetudine per evitare "dispetti" tra ditte: "Le scelte operate in tal senso dall'Ufficio Tecnico ..... trovano ragione, nell'"opportunità" che, in generale, i lavori di importo complessivo non rilevanti, concernenti il presidio di Locri, vengono affidati e quindi eseguiti da ditte di Locri ed analogamente, per il presidio di Siderno, da ditte di Siderno; ciò al fine di evitare "dispetti" tra soggetti economici dei due circondari".
Non appaia strano il fatto che le imprese che si aggiudicano i lavori appartengano o facciano riferimento a personale in odore di mafia, come nel caso della Tallura costruzioni che si aggiudica una gara per la manutenzione del verde (euro 38.038,14) e il cui titolare Francesco Tallura è stato arrestato nel 1986 per violenza, segnalato per il reato di associativo di stampo mafioso nel 1999 e, nello stesso anno, denunciato per reati contro la pubblica amministrazione.
La 'ndrangheta assumeva i parenti all'Asl
stipendiato anche un detenuto
Il personale. L'assoluta confusione nella gestione e nell'assetto organizzativo dell'azienda sanitaria impedisce ai commissari di avere "un quadro certo, definito dell'azienda con l'identificazione del posto in organico e della relativa figura professionale che lo ricopre".
L'Asl però era già stata segnalata alla procura distrettuale antimafia di Reggio per assegnazione di incarichi di direzione nonostante il divieto della Regione. E' proprio il capitolo sul personale che evidenzia i lagami strutturali e continuati tra l'Asl 9 e la criminalità organizzata. E, in particolare, il controllo effettuato da quest'ultima sulla azienda pubblica, attraverso le "pressioni" di "personale, medico e non, legato da rapporti familiari a noti esponenti della criminalità organizzata locale o comunque interessati da rilevanti precedenti di polizia o penali".
Scrivono sempre i commissari del Viminale: "Tale presenza denota, al contempo, tanto la causa quanto l'effetto della ingerenza della criminalità organizzata nella gestione dell'azienda, perché si traduce nella possibilità di imporre dall'esterno le scelte di assunzione o quantomeno, come si vedrà, di impedire lo scioglimento dei vincoli lavorativi, sia al fine di tener sempre sotto verifica, dall'interno le scelte gestionali, sia per poter garantire la tenuta di una gestione clientelare. In questo contesto, infatti, si spiega la mancanza presso la A. S. di una commissione di disciplina del personale". Questo stato di cose raggiunge diverse situazioni paradossali.
Interdetto, ma l'Asl lo riammette. Giorgio Ruggia condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, dopo una breve sospensione, viene riammesso in servizio con delibera del direttore generale dell'Asl. Viene così vanificata la sentenza della corte d'appello.
Impressionante l'elenco di reati accertati o semplicemente oggetto di segnalazione da parte delle forze di polizia che riguardano Ruggia: associazione di stampo mafioso, detenzione di armi, furto, rapina, estorsione, minacce, frequentazione di pregiudicati appartenenti alla cosca mafiosa Cordì. I relatori scrivono che "Ruggia lavora ancora nell'Asl 9 di Locri".
Detenuto stipendiato. Pasquale Morabito, psicologo presso la Saub di Bovalino, dal 1992 al 2002 continua a percepire lo stipendio dall'Asl nonostante si trovi in carcere per una condanna per associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti e associazione di stampo mafioso.
L'Asl non solo ha pagato per dieci anni lo stipendio a un pregiudicato che non lavorava più per l'azienda, ma quando finalmente se ne è accorta - si legge nella relazione - "non ha nemmeno avviato azioni di recupero". Così Morabito è costato due volte alle casse pubbliche calabresi: come detenuto e come stipendiato dell'Asl 9 di Locri.
Conclusioni. Secondo i commissari l'azienda non sono è stata pesantemente infiltrata dal sistema mafioso che ne ha condizionato scelte e gestione, ma è responsabile di non aver messo in atto gli adeguati controlli che avrebbero potuto almeno evidenziare tale infiltrazione. Oltre a evitare lo spreco sistematico delle risorse pubbliche.
Invece si è verificata la "sistematica omissione dell'A. S. nell'attivazione di procedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti gravati da precedenti penali, avallata dalla scelta di non ricostituire la commissione di disciplina che difatti è da tempo inattiva".
Inoltre l'Asl 9 di Locri "ha dirottato verso strutture private accreditate ampi settori della spesa pubblica permettendo a queste ultime di beneficiare indebitamente di introiti pari anche al triplo di quello determinato dai tetti sanitari".
"E non può non escludersi, data anche la enorme mole delle prestazioni erogate da tali strutture, che l'incremento del ricorso alle strutture accreditate sia stato in qualche modo incentivato, o comunque non arginato dalla stessa amministrazione sanitaria.
25.10.2006 – Unità
Evasioni barbariche
di Elio Veltri
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24.10.2006 - la Repubblica
La vittima era braccata da tempo dai sicari di mafia e ‘ndrangheta
Delitto di Cosa Nostra ergastolo ai cinque killer
Uccisero, 15 anni fa, Luciano Gaglianò
L’auto del pregiudicato venne crivellata di colpi nel centro di Bolzaneto
di Vincenzo Curia
Ergastolo. La sinistra parola è echeggiata per cinque volte, ieri, in Assise. Riguardava Francesco Maurillo La Cognata, Davide Emmanuello, i fratelli Salvatore e Gaetano Fiandaca e Paolo Vitello. Carcere a vita, dunque, per cinque delle dieci persone accusati di aver ammazzato Luciano Gaglianò, un malavitoso braccato da tempo dai sicari della ‘ndrangheta e da killer di Cosa Nostra per vicende di droga non pagata e contrasti insanabili con il gruppo Emmanuello-Fiandaca nel mondo del gioco d’azzardo. Una doccia fredda per La Cognata e Vitello, per i quali erano stati chiesti 25 anni di carcere ciascuno. Situazione diversa quella in cui si trovano Nunzio, Daniele e Alessandro Emmanuello: la richiesta di ergastolo per tutti e tre è stata completamente disattesa; la corte presieduta dal dottor Vittorio Frascherelli (giudice a latere Anna Leila Dello Preite; segretario Stefano Fresia) si è pronunciata per una assoluzione piena. Una consolazione magra per i tre Emmanuello che stanno scontando il carcere a vita per altri delitti. Assoluzione piena anche per Di Caro: con la differenza che questi – su di lui pendeva la spada di damocle di una richiesta di condanna a 25 anni – sarà scarcerato ai primi del prossimo mese, quando terminerà di scontare una condanna a sedici anni per altri delitti.
L’ultima novità per questo intricato processo: la condanna a 10 anni di reclusione per Angelo Celona, il “pentito” che con le sue rivelazioni permise la riapertura del “caso Gaglianò” dopo 12 anni. Condannato a due ergastoli per omicidi commessi in Sicilia, con la prospettiva di dovere trascorrere in prigione tutta la vita, Celano decise di saltare il fosso e collaborare, venendo meno a quel codice d’onore non scritto ma rigoroso degli appartenenti all’”onorata società”. Una confessione particolareggiata, la sua. Con tanto di nomi e attribuzioni dei ruoli assegnati ai componenti del commando scelto per la spedizione di morte. Indicò gli Emmanuello come mandanti, precisò i nomi di chi aveva sparato e quelli di altre persone a suo dire coinvolte nel piano. Il pm Anna Canepa dispose una serie di accertamenti che a un certo punto portarono a dieci incriminazioni e alle richieste fatte poi al processo, richieste che, come si è visto, non hanno però trovato il pieno accoglimento della Corte. Il delitto.Gaglianò fu ucciso la sera del 20 novembre 1991 a Bolzaneto. La vittima, che viaggiava su una “Uno”, venne fermata con un pretesto. Ad aprire il fuoco furono in due: un proiettile lo raggiunse alla testa, cinque alla schiena. In un primo tempo gli inquirenti ritennero di aver individuato gli autori dell’agguato in alcune persone che furono però poi scagionate. I responsabili rimasero ignoti e nell’ombra per anni.
LA CORTE D'ASSISE DI GENOVA
CONDANNA COSA NOSTRA
Il Pm Anna Canepa, la DDA di Genova e lo SCO sono riusciti a portare a termine la difficile indagine ed il processo per il delitto di Luciano Gaglianò, consumatosi nel 1991 a Borlzaneto in Valpolcevera. Ancora una volta i Fiandaca e gli Emmanuello subiscono un duro colpo dallo Stato e con loro il clan di Piddù Madonia.
24.10.2006 – IL SECOLO XIX
Cinque ergastoli per il delitto Gaglianò
LA SENTENZA - Il 13 novembre 1991 venne freddato a Bolzaneto con un colpo alla testa. Quindici anni dopo arriva il verdetto della Corte d'assise Fu ucciso per una partita di coca non pagata: carcere a vita ai vertici del clan Fiandaca-Emmanuello
di Elisabetta Vassallo
Dopo ben quindici anni dal fatto la Corte d'Assise ha pronunciato ieri mattina la sentenza sull'omicidio di Luciano Gaglianò: cinque ergastoli e una condanna a dieci anni, mentre ha assolto quattro imputati per insufficienza di prove. Sono stati condannati al carcere a vita alcuni esponenti del clan Fiandaca-Emmanuello. Si tratta di Davide Emmanuello, Francesco La Cognata, Salvatore e Gaetano Fiandaca e Paolo Vitello, tutti originari di Gela, in Sicilia e tutti in odor di mafia. I giudici hanno condannato inoltre i cinque imputati all'isolamento diurno per quattro mesi, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale, alla decadenza della potestà genitoriale, alle spese processuali e a quelle di mantenimento in carcere.
Pena notevolmente ridotta, dieci anni, per il pentito Angelo Celona, che aveva spiegato agli inquirenti come era stato trucidato Gaglianò. Era stato lui, dopo ben dodici anni, a svelare la chiave che ha portato alla soluzione del giallo. Sono stati invece assolti Nunzio, Daniele e Alessandro Emmanuello e Vincenzo Di Caro.
Luciano Gaglianò venne ucciso con sei colpi di pistola il 13 novembre del 1991, mentre era a bordo della sua auto, una Fiat Uno, nella quale vennero trovati i bossoli della pistola utilizzata. Ad aprire il fuoco contro di lui furono in due: un proiettile lo raggiunse alla schiena, altri cinque alla testa.
E' stato possbile fare la ricostruzione del delitto, dunque soltanto dodici anni dopo l'esecuzione, proprio grazie all'aiuto di Angelo Celona, che improvvisamente decise di vuotare il sacco. Gaglianò era stato condannato a morte dai boss della mafia perchè non aveva pagato una partita di cocaina da mezzo chilo. Non l'aveva pagata alla decina, come viene chiamata in gergo, capeggiata dai Fiandaca-Emmanuello e legata al clan di Madonia.
In un primo tempo l'omicidio venne attribuito alla 'ndrangheta, ma gli imputati vennero poi scagionati. Il caso fu riaperto dalla squadra mobile di Genova, grazie alle dichiarazioni di tre collaboratori: oltre ad Angelo Celona, c'era anche Ciro Vara. Quest'ultimo, nel corso dell'inchiesta, era stato ascoltato anche per cercare di fare il quadro sulla situazione della mafia nella nostra città. Vara, a tal proposito, aveva detto che non c'era un ordine di Madonia di costituire a Genova una decina.
A sparare a Gaglianò, secondo i pentiti, fu Di Caro che con La Cognata venne fatto arrivare dalla Sicilia appositamente per mettere a punto l'agguato: erano stati informati che c'era un calabrese da eliminare. Si trattava di persona nota a Genova, che stava infastidendo gli Emmanuello e i Fiandaca All'operazione partecipò per sua stessa ammissione Angelo Celona che ha raccontato alla polizia anche tutti i particolari dell'esecuzione. E' così emerso che la banda aveva progettato l'omicidio in un appartamento di via Casaregis, intestato a Vitello, ma frequentato anche dai Fiandaca e dagli Emmanuello. L'auto utilizzata, una Golf grigia, era stata rubata in via Turati il 10 ottobre del 1991, poi abbandonata nei pressi del casello di Bolzaneto.
A seguito delle rivelazioni, il pubblico ministero titolare dell'inchiesta Anna Canepa aveva indagato una decina di persone. Venne arrestato Paolo Vitello, 38 anni, accusato di essere il basista dell'azione mafiosa. Gli altri indagati si trovavano già in carcere, condannati per diversi altri reati. Il pubblico ministero Canepa nelle sua lunga requisitoria, era durata due giorni, aveva chiesto la scorsa estate sei ergastoli e due condanne a 25 anni. La Corte di Assise è stata in aula di consiglio, per decidere la sentenza, per ben un mese.
Pentiti decisiviper le indagini
Sullo sfondo anche il gioco d'azzardo
La sorte di Luciano Gaglianò era segnata. Lo cercavano i sicari della 'ndrangheta. Lo cercavano i killer di Cosa Nostra. Vicende di droga, di cocaina non pagata. Di sgarri che in quell'ambiente costano cari: il prezzo solitamente è quello della vita. Ma non basta: c'erano anche i contrasti con i gruppi Emmanuello-Fiandaca nel mercato del gioco d'azzardo. Così, il 13 novembre '91, in una notte piovosa e tetra, fu ucciso. Era al volante della sua Fiat Uno, in via Pastorino a Bolzaneto.
Gli assassini lo braccavano su una Golf, altre due auto li seguivano, per garantire la fuga. Un colpo alla testa, senza nemmeno scendere dalla macchina: e poi altre esplosioni. L'intero caricatore di una Remington calibro 45 nella schiena. Ci sono voluti dodici anni per risolvere l'omicidio. Mesi di indagini del pm Anna Canepa. Determinanti le rivelazioni di tre pentiti. Emanuele e Angelo Celona: il secondo era alla guida dell'auto da cui partirono i proiettili. Il terzo era Ciro Vara, braccio destro del Boss Piddu Madonia.
L'inchiesta era stata aperta nel 2003 con dieci indagati e cinque ordinanze di custodia cautelare. La squadra mobile aveva arrestato Paolo Vitello, bermuda e maglietta davanti alla sua pizzeria di Cornigliano. Era accusato di esser stato il basista dell'esecuzione. Gli altri indagati sono già in carcere, già condannati per altri reati, compreso l'omicidio. Francesco La Cognata; Davide Emmanuello, entrambi di Gela, poi Gaetano e Salvatore Fiandaca di Riesi. Il clan aveva progettato l'omicidio in un appartamento di via Casaregis, intestato a Vitello. Proprio lui, secondo l'accusa, avrebbe dovuto far sparire l'automobile utilizzata, rubata in via Turati il 10 ottobre, poi abbandonata al casello di Bolzaneto.
Doveva portare via l'arma del delitto. Qualcosa andò storto: Vitello portò via altre due pistole, ma l'auto degli assassini non fu bruciata. E la Remington, un'arma assai rara, rimase nel cassetto portaoggetti dell'auto divenendo una prova determinante nel processo. Anche perchè a bordo della Fiat Uno a bordo della quale c'era Gaglianò, vennero trovati i bossoli proprio di quell'a pistola. Vitello è la figura centrale tra gli arrestati. E' difeso dai legali Sandro Vaccaro e Giovanni Ricco.
El. V.
24.10.2006 - la Repubblica
La vittima era braccata da tempo dai sicari di mafia e ‘ndrangheta
Delitto di Cosa Nostra ergastolo ai cinque killer
Uccisero, 15 anni fa, Luciano Gaglianò
L’auto del pregiudicato venne crivellata di colpi nel centro di Bolzaneto
di Vincenzo Curia
Ergastolo. La sinistra parola è echeggiata per cinque volte, ieri, in Assise. Riguardava Francesco Maurillo La Cognata, Davide Emmanuello, i fratelli Salvatore e Gaetano Fiandaca e Paolo Vitello. Carcere a vita, dunque, per cinque delle dieci persone accusati di aver ammazzato Luciano Gaglianò, un malavitoso braccato da tempo dai sicari della ‘ndrangheta e da killer di Cosa Nostra per vicende di droga non pagata e contrasti insanabili con il gruppo Emmanuello-Fiandaca nel mondo del gioco d’azzardo. Una doccia fredda per La Cognata e Vitello, per i quali erano stati chiesti 25 anni di carcere ciascuno. Situazione diversa quella in cui si trovano Nunzio, Daniele e Alessandro Emmanuello: la richiesta di ergastolo per tutti e tre è stata completamente disattesa; la corte presieduta dal dottor Vittorio Frascherelli (giudice a latere Anna Leila Dello Preite; segretario Stefano Fresia) si è pronunciata per una assoluzione piena. Una consolazione magra per i tre Emmanuello che stanno scontando il carcere a vita per altri delitti. Assoluzione piena anche per Di Caro: con la differenza che questi – su di lui pendeva la spada di damocle di una richiesta di condanna a 25 anni – sarà scarcerato ai primi del prossimo mese, quando terminerà di scontare una condanna a sedici anni per altri delitti.
L’ultima novità per questo intricato processo: la condanna a 10 anni di reclusione per Angelo Celona, il “pentito” che con le sue rivelazioni permise la riapertura del “caso Gaglianò” dopo 12 anni. Condannato a due ergastoli per omicidi commessi in Sicilia, con la prospettiva di dovere trascorrere in prigione tutta la vita, Celano decise di saltare il fosso e collaborare, venendo meno a quel codice d’onore non scritto ma rigoroso degli appartenenti all’”onorata società”. Una confessione particolareggiata, la sua. Con tanto di nomi e attribuzioni dei ruoli assegnati ai componenti del commando scelto per la spedizione di morte. Indicò gli Emmanuello come mandanti, precisò i nomi di chi aveva sparato e quelli di altre persone a suo dire coinvolte nel piano. Il pm Anna Canepa dispose una serie di accertamenti che a un certo punto portarono a dieci incriminazioni e alle richieste fatte poi al processo, richieste che, come si è visto, non hanno però trovato il pieno accoglimento della Corte. Il delitto.Gaglianò fu ucciso la sera del 20 novembre 1991 a Bolzaneto. La vittima, che viaggiava su una “Uno”, venne fermata con un pretesto. Ad aprire il fuoco furono in due: un proiettile lo raggiunse alla testa, cinque alla schiena. In un primo tempo gli inquirenti ritennero di aver individuato gli autori dell’agguato in alcune persone che furono però poi scagionate. I responsabili rimasero ignoti e nell’ombra per anni.
"Nepotismo e speculazioni". Ciclone di accuse su Carige
Conclusa l´opera di risanamento e l´ispezione Isvap un dossier contro i vertici del gruppo...
Delitto Fortugno
Il dossier della Commissione Basilone
La Dda indaga sull'Asl di Locri sospettata di infiltrazioni mafiose
di Paolo Toscano
REGGIO CALABRIA
Gli spunti li aveva forniti la relazione della Commissione d'accesso presieduta da Paola Basilone, nominata dal prefetto Luigi De Sena dopo l'omicidio del vice presidente del Consiglio regionale, Franco Fortugno, consumato il 16 ottobre del 2005 a Palazzo Nieddu a Locri durante le "primarie" del Centrosinistra.
La Commissione aveva concluso il lavoro, sostenendo l'esistenza di «una infiltrazione della criminalità organizzata nell'Asl di Locri». Su quell'atto di denuncia indagano i magistrati della Dda reggina. Attraverso l'esame dei documenti, sentendo dirigenti, funzionari e dipendenti sarà possibile stabilire le responsabilità ai vari livelli che hanno fatto finire l'ospedale di Locri nelle grinfie mafiose.
L'impressione è che l'inchiesta possa riservare sviluppi clamorosi, con il coinvolgimento di personaggi eccellenti, sulla strada della ricostruzione della verità e del ripristino della legalità all'Asl di Locri nel cui organico figura personale (medici, infermieri, impiegati) legato da stretti vincoli di parentela con elementi di spicco della criminalità locale o interessati da precedenti di polizia giudiziaria per reati comunque riconducibili ai consolidati interessi mafiosi. La Commissione ha parlato di pressione dall'esterno della 'ndrangheta che ha portato al condizionamento sulle scelte gestionali e di indirizzo adottate da chi ricopriva gli incarichi di responsabilità a livello amministrativo e sanitario.
Inoltre è stata riscontrata la sistematica omissione nell'attivazione di procedimenti disciplinari nei confronti di dipendenti gravati da precedenti penali, e ancora le pronunce di interdizione dai pubblici uffici emesse dall'autorità giudiziaria rimaste ineseguite.
E ancora settori della spesa pubblica dirottati verso strutture private accreditate. Insomma, la Commissione aveva presentato un quadro inquietante, dove numerosi erano gli spunti per approfondimenti giudiziari. Cosa che i magistrati della Direzione antimafia (il procuratore aggiunto Francesco Scuderi e i sostituti Mario Andrigo e Marco Colamici) stanno facendo, sotto le direttive del procuratore capo Antonino Catanese.


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"DIANO MARINA
LA COLONIA"
QUELLA STORIA
CHE QUALCUNO
VUOLE
NASCONDERE
RICOSTRUITA
ATTRAVERSO
ATTI E DOCUMENTI
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DOSSIER SU
"TIRRENO POWER ED
I SUOI COMPLICI"
nel disastro doloso
(ambientale e
sanitario)
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SIAMO DI NUOVO
OPERATIVI ONLINE
(IN ESILIO DIGITALE)
Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
salvare i dati e portare il
sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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DOSSIER SU
"PEDOFILIA
E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
con documenti
dell'inchiesta su
don Nello Giraudo
e documenti interni
della Chiesa
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