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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Nessun incarico al mafioso Giulio Andreotti
Facciamo il punto
di Christian Abbondanza
Oggi, 27 aprile 2006, alle 18:40, abbiamo trasmesso l'appello con le adesioni giunte a Romano Prodi ed all'Unione, presso le sedi dei gruppi parlamentari, alle sedi delle direzioni dei partiti, alla sede dell'ufficio di Prodi ed al suo sito. Auspichiamo che la pensino diversamente da Anna Finocchiaro, ovvero che, una volta per tutte, la "politica" condanni moralmente Giulio Andreotti, già riconosciuto colpevole in via definitiva -tanto da dover pagare le spese processuali- e salvato dalla "prescirizione". Ad oggi i giornali, tutti i giornali anche quelli che fanno riferimento ai partiti dell'Unione, continuano a tacere questo "piccolo" particolare (il testo dell'appello con tutte le adesioni l'abbiamo spedito anche a loro, come facciamo dal 24 aprile, ma forse non l'hanno notato, o come ci hanno risposto alcuni "è solo una questione etica"). Nessuno ha dato cenno all'indignazione che questo appello afferma con misura e chiarezza, e soprattutto nessuno ha posto la domanda agli interlocutori dell'Unione: "Ma come: un ex mafioso -come da sentenza passata in giudicato- come seconda carica dello Stato?". Ancora più preoccupante il fatto che nessuno dei leader dell'Unione -e sono tanti- abbia pensato di dichiararlo autonomamente: "Andreotti alla Presidenza del Senato, come per qualsiasi altra carica istituzionale, è inacettabile: è stato condannato per mafia e salvato solo dalla prescirizione. Penalmente è salvo, moralmente e polticamente è indegno. Il giudizio dell'Unione su questo è inamovibile." e, magari, aggiungendo "Naturalmente questo vale anche per gli altri prescritti, condannati o indagati per reati infamanti. Questi sono già impresentabili come parlamentari figuriamoci con cariche istituzionali o di governo". Non abbiamo perso la speranza, speriamo che dichiarazioni in questa direzione giungano e ci avvicinino alle altre democrazie europee. Non resta che aspettare e ringraziare quanti hanno aderito all'appello, quanti come Elio Veltri, Marco Travaglio e Nando Dalla Chiesa continuano a ricordare i fatti e tenere ben distinte le figure "del ladro e della guardia". Grazie anche a quanti con associazioni e comitati, coordinamenti e gruppi operano quotidianamente per l'affermazione della cultura della legalità nel nostro Paese. Aspettiamo, insistiamo e speriamo.
PS - Il Presidete Ciampi ha recentemente richiamato al dovere di non delegittimare la magistratura. Quale migliore risposta a questo richiamo? Ovvio: la sentenza definitiva che riconosce la colpevolezza di associazione mafiosa di Giulio Andreotti è carta straccia... Nessuno si oppone (se non per questioni di "età"), la chiarezza continua a mancare e qualche franco tiratore potrebbe sparare le ultime cartucce.
Incarico ad Andreotti?
“Toccata e Fuga” di Marco Travaglio - www.marcotravaglio.it
Secondo Anna Finocchiaro, senatrice Ds, è "sbagliato politicamente e anche strategicamente ricordare le vicissitudini processuali" di Andreotti "come invece fa Marco Travaglio sull'Unità". Ci sono infatti "ben altri argomenti a suo sfavore: per esempio l'età". Dunque non è il caso di "perdere tempo a discutere delle sue vicissitudini giudiziarie". La nota stratega dev'essere molto distratta, dunque mi permetto di ricordarle che quelle di Andreotti non sono "vicissitudini processuali" o "giudiziarie": c'è una sentenza definitiva della Cassazione che lo dichiara mafioso fino al 1980 (prescrizione del reato "commesso"). Ora, visto che l'ex mafioso, peraltro non pentito, rischia di diventare presidente del Senato, non mi pare che ricordare quella sentenza sia una "perdita di tempo". Liberissima la Finocchiaro di pensare il contrario. E di ritenere Andreotti inidoneo a Palazzo Madama non perchè era mafioso, ma perchè è anziano. La regola di una certa Dc era "meglio mafiosi che rossi". La regola della Finocchiaro è "meglio mafiosi che vecchi". Spiace per Bernardo Provenzano, fuori concorso per raggiunti limiti di età. Ma c'è speranza per il più giovane Matteo Messina Denaro: inutile perder tempo a ricordare le sue vicissitudini giudiziarie, quel che conta è l'età. Ecco: se qualche inguaribile giustizialista s'indigna per la candidatura di Andreotti a Palazzo Madama, conservi un po' di sdegno per la candidatura della Finocchiaro a ministro della Giustizia.
Lo so, lo so. Sarebbe tanto più facile dire di no perché - per ragioni opposte a quelle di Gigliola Cinquetti - "non ha l'età". Sarebbe bello potersi rifugiare dietro le motivazioni anagrafiche per dire di no alla candidatura di Giulio Andreotti alla presidenza del Senato. Più comodo. Più elegante. Ma le grandi nazioni si reggono sui grandi principi prima ancora che sulle ragioni anagrafiche. E a volte i grandi principi sono scomodi da maneggiare. Pungono. Urticano. Fanno litigare. Ma esistono. E vanno difesi. Soprattutto quando e dove esiste anche la loro negazione organizzata.
Si può parlare dei rapporti di un politico con la mafia in un paese in cui la mafia ha ammazzato decine dei migliori funzionari dello Stato di due generazioni? In un paese in cui, nella giornata dedicata alle vittime della mafia, occorre quasi mezz'ora per recitare e ricordare in pubblico il loro interminabile elenco? In un paese che a molte di quelle vittime ha dedicato centinaia di strade, di scuole, di biblioteche, di centri sociali, di caserme, di aule di palazzi di giustizia? Non sarà elegante. Ma si deve parlarne. E il parlarne non è - vedi la maledizione delle parole che confiscano l'intelligenza - "giustizialismo". Al contrario è un fatto altissimamente politico. E' politica che si carica delle sue responsabilità sgradevoli e a volte immani, invece di presentarsi sul palcoscenico di Sanremo a cantare la sua canzoncina acqua e sapone. No, non è solo una questione di età. E' questione di senso delle istituzioni. E' questione di messaggi civili, culturali. Di fare intendere ai cittadini che cosa è normale e che cosa è grave, nei comportamenti di un politico. Di spiegare che chi rappresenta le istituzioni non è un Arlecchino che può servire due padroni. O, passando da Goldoni ai testi sacri, che nessun uomo può servire insieme Dio e Mammona (Matteo, cap.VI).
Lo so, lo so. Si è formata nel mondo politico e dell'informazione un esercito (con tanto di artiglieria pesante) di sostenitori della piena e assoluta illibatezza morale di Andreotti. Per paradosso è composto proprio dai teorici intransigenti della necessità di non confondere politica e giustizia, di non fare coincidere il giudizio politico con quello penale. Per paradosso, dico, perché poi in realtà sono proprio costoro che sull'onda di una assoluzione o prescrizione penale vorrebbero automaticamente decretare una assoluzione (anzi una beatificazione) politica. Sono costoro che fanno coincidere perfettamente i due giudizi. Che amano -come disciplinate scimmiette- non vedere i fatti accaduti nella loro gravità morale e politica. Sono costoro che, nel loro "giustizialismo" estremo (la condanna penale come unica forma del giudizio umano), vorrebbero far derivare da una mancata condanna per prescrizione l'innocenza politica.
Eppure non è difficile capirlo. Se un eminente uomo politico avesse frequentato i futuri assassini di Marco Biagi, avesse conosciuto le loro intenzioni e con loro ne avesse garbatamente discusso, e poi, a omicidio realizzato, fosse tornato da loro e di nuovo ne avesse discusso (magari anche criticandolo) e poi per anni e anni avesse di tutto questo rigorosamente taciuto a magistrati e forze dell'ordine, anche di fronte a una sfilza senza fine di nuovi omicidi terroristici, voi che giudizio ne dareste, voi non giustizialisti intendo? Ecco, questo ha fatto, secondo una sentenza della Cassazione, Giulio Andreotti con i mandanti dell'assassinio di Piersanti Mattarella, presidente democristiano della Regione Sicilia e avversario del potere mafioso. Si è incontrato con i capi di Cosa Nostra prima e dopo il delitto, sapendo che loro ne erano gli autori. E le sue relazioni con l'universo mafioso non si sono fermate "nemmeno" a questo. Basti la vicenda (sanguinaria anche quella) Sindona-Ambrosoli.Vero: Francesco Cossiga ritenne di fare di Andreotti un senatore a vita, carica onorifica che secondo la Costituzione può essere conferita a chi ha "illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario" (art. 59 della Costituzione). Ma già quello fu scandalo, benché inghiottito dall'atmosfera di complicità felpata che nasce in queste particolarissime occasioni dentro le istituzioni politiche. Fu scandalo perché semmai a illustrare la Patria per altissimi meriti sono stati esattamente gli uomini che hanno dato la loro vita per difendere noi e la democrazia dalla violenza della mafia. Ecco, il nostro Stato ha viaggiato sempre come una salamandra dentro questa "felice" ambiguità. Altissimi meriti verso la Patria (e medaglie d'oro alla memoria) per gli avversari della mafia. E altissimi meriti verso la Patria (e cariche onorifiche a vita) per chi con la mafia ha a lungo politicamente trescato. La proposta di portare alla seconda carica dello Stato Giulio Andreotti è, letta in questa prospettiva, un pezzo dell'autobiografia della nazione. Una nazione che ha visto il suo ceto politico gioire alla notizia dell'assoluzione o della prescrizione. Felice, contento, esagerato, scamiciato, come per ricacciare indietro ogni senso di colpa. Psicanaliticamente sbracato nell'orda di manifesti affissi in tutta Italia per annunciare la lieta novella dell'innocenza del senatore a vita. Per dire a se stessi, con la faccia appiccicata allo specchio, di essere innocenti. Di non avere applaudito, di non avere ubbidito, di non essersi inchinati o alleati a un leader che intratteneva rapporti con i vertici di Cosa Nostra. Un grandioso processo di rimozione collettiva. Un'autoassoluzione di fronte alle tragedie di mafia. L'illusione di potersi pensare mondi da colpe. Come sistema politico. Come comunità di uomini e donne che fanno politica. Con le loro regole complici. Perché, come mi disse una futura vittima, "la mafia è così forte perché in questo paese una tessera di partito conta più dello Stato". O perché, come mi spiegò un collega di Rosario Livatino, il giudice ragazzino, "il fatto è che non siamo noi a esporci, non siamo noi a fare un passo avanti; il fatto è che nel momento decisivo sono tutti gli altri a fare un passo indietro".
Questo c'è dietro la reciproca opera di persuasione svolta in tante stanze e piazze e tivù sulla innocenza politica del sette volte presidente del Consiglio. E questo c'è dietro la proposta di mandarlo alla guida del Senato. Dietro l'imbarazzo di chi ascolta la proposta o l'aggrapparsi malinconicamente alla questione anagrafica. Dietro l'oblio incombente su quel che successe tra gli anni settanta e gli anni ottanta. Dietro l'idea pazzesca che possa essere lui il nume tutelare di questa "Italia divisa". E che, lui regnante, si divise nel nome dei giusti assassinati. Ma la memoria non si placa e non si strozza, anche quando scorre quieta e amara nelle vite quotidiane. Non basta avere i Vespa e le tivù e i giornali schierati sulla trincea innocentista perché innocenza sia. Non basta gridare forte, affiggere manifesti, perché la realtà, la storia, venga cancellata. Non basta la vergognosa relazione della Commissione Antimafia (che ora si capisce ancora di più....) a purificare una delle storie politiche più controverse e torbide della nostra Repubblica.
Vorremmo vivere in uno Stato che ha un solo biglietto da visita. Che non reca su un lato la gioia per la cattura di Provenzano e sull'altro lato la beatificazione del senatore che fece conclave con i capimafia. E' così assurdo chiederlo? E' così insensato, inopportuno, sollevare la questione della natura, dei simboli, e dell'identità del nostro Stato, a ridosso del 25 aprile?
Lo ha deciso il Consiglio dei ministri. Il dirigente di Polizia, De Luca, nominato commissario
ROMA. Il Consiglio dei ministri ha deciso lo scioglimento dell’azienda sanitaria locale numero 9 di Locri (Reggio Calabria), dove sono state riscontrate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata. Nei mesi scorsi, dopo l’omicidio del vice presidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, il prefetto di Reggio Calabria, su delega del Ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, aveva disposto l’accesso antimafia nell’azienda sanitaria. Contestualmente al provvedimento di scioglimento dell’Asl di Locri, il Consiglio dei ministri ha nominato commissario prefettizio il dirigente in congedo dalla Polizia di Stato Antonino De Luca. De Luca è dirigente generale di livello B, che è il più alto della Polizia di Stato. “La decisione del Consiglio dei Ministri di sciogliere la Asl di Locri per infiltrazioni della criminalità apre uno scenario inquietante”. È quanto sostiene in una nota Maurizio Gasparri dell’Esecutivo politico di Alleanza Nazionale. “Dobbiamo sapere - ha aggiunto - la verità sul delitto Fortugno. Ambienti del centrosinistra avevano fatto promesse ad ambienti criminali come in tanti dicono? C’era l’aspettativa che una certa gestione del settore sanitario avrebbe soddisfatto le aspettative di cosche criminali? Quali sono le persone che hanno avuto condotte che hanno causato questo scioglimento? Gli ambienti politici vicini a Fortugno sono immuni da responsabilità? Chi ha speculato su questa vicenda, anche mettendo in campo candidature dal significato strumentale, è in grado di dichiararsi estraneo a queste responsabilità che stanno emergendo?”. “Porteremo in Parlamento - ha concluso Gasparri - tale questione perché vogliamo che si faccia luce sugli intrecci tra politica e criminalità che investono il centrosinistra calabrese e che lo scioglimento della Asl di Locri certifica in maniera chiarissima”.
Appalti all’Asl, pilotarono gara: 10 condanne
LOCRI. Dieci persone, tra cui ex dirigenti o dirigenti in servizio all’Asl di Locri ed imprenditori, sono state condannate dal Tribunale a conclusione del processo scaturito da una inchiesta su irregolarità nelle procedure per le gare d’appalto relativo all’affidamento del servizio di lavanderia. Fra le persone condannate, figurano l’ex direttore generale Domenico Latella, al quale sono stati inflitti due anni e tre mesi di reclusione; Pasquale Staltari, dirigente amministrativo (2 anni e due mesi e 1.000 euro di multa); gli imprenditori Ugo Maria Ascioti edDichiarazione di Elio Veltri-Presidenza nazionale del Cantiere
Prima delle elezioni avevo scritto una lettera aperta, pubblicata da tutti i quotidiani calabresi, al ministro Pisanu, perchè pubblicasse la relazione del prefetto Basilone sull'ASL di LOCRI.
Mi muoveva la certezza che in quella relazione si potessero cogliere le ragioni dell’omicidio Fortugno. I collaboratori del ministro mi hanno detto che la relazione era secretata. Poi il quotidiano “Calabria Ora” ne ha pubblicata la prima parte ma la Digos è arrivata in redazione e ha sequestrato il resto. La lettura della parte pubblicata è sufficiente a capire le seguenti cose:
1) In nessun paese democratico del mondo potrebbe accadere quanto è accaduto nell’ASL di Locri nel silenzio di tutte le istituzioni che avrebbero dovuto intervenire perché tutti sapevano: partiti, prefetto, forze dell’ordine, Regione ( prima e dopo Loiero), funzionari dell’ASL medici e amministrativi. Quanto ho letto mi offende e mi indigna come cittadino e come calabrese e credo che offenda tutti i calabresi per bene.
2) Il sequestro presso il giornale è molto grave perché fa nascere il sospetto che essendo le responsabilità trasversali e diffuse non si voglia far conoscere la verità ai calabresi e all’opinione pubblica nazionale che ha seguito con trepidazione il caso Fortugno;
3) Il Cantiere chiede ancora una volta al ministro dell’interno di pubblicare la relazione nella versione integrale perché non può certo interferire nelle indagini della magistratura;
4) Solo la conoscenza dei fatti può indurre il prossimo governo ad occuparsi seriamente della lotta alle mafie e della Calabria;
5) Personalmente giorno 11 nell’Università di Firenze invitato come relatore con Travaglio e Ingroia solleverò la questione.
24 aprile 2006 – www.terrelibere.it
La mafia di Barcellona Pozzo di Gotto
Bernardo Provenzano e la morte dell'urologo Attilio Manca
di Tindaro Bellinvia
L'11 febbraio 2004 fu rinvenuto morto a Viterbo il giovane urologo Attilio Manca, originario della città siciliana di Barcellona Pozzo di Gotto. Secondo i genitori il professionista sarebbe stato assassinato dopo aver visitato il boss corleonese Bernardo Provenzano, al tempo latitante. Ma l'autorità giudiziaria vuole archiviare l'inchiesta.
Un filo di sangue lega Corleone a Barcellona Pozzo di Gotto. La cattura del boss dei boss Bernardo Provenzano, dell’11 aprile scorso, ha avuto un’eco straordinaria tanto da oscurare in parte anche l’esito al foto finish delle elezioni politiche. Nella stessa edizione straordinaria del tg1, realizzata a pochi minuti dal lancio Ansa che rendeva noto il suo arresto in un casolare delle campagne di Corleone, nel servizio principale si ricordava che la vicenda della lunga latitanza di “Zu Binnu” è arrivata ad una svolta positiva per gli inquirenti che cercavano di braccarlo con la scoperta dell’intervento chirurgico alla prostata avvenuto a Marsiglia nel 2003. Ma per i tanti che tramite il programma televisivo “Chi l’ha visto” sono venuti a conoscenza del caso del dott. Attilio Manca, non c’era bisogno di questo particolare per collegare l’arresto del super latitante con il caso dell’urologo barcellonese…
Abbiamo incontrato i genitori Gioacchino Manca e Angela Gentile a una settimana dalla cattura di colui, che secondo la pista da loro indicata agli inquirenti finora senza risultati concreti, potrebbe essere stato visitato e operato dal loro figlio trovato morto il 12 febbraio del 2004 nell’appartamento di Viterbo dove viveva da solo. Il padre è chiaro: nonostante le intimidazioni subite e gli “inviti” a desistere, loro non molleranno fino a quando la verità sulla morte del congiunto non verrà interamente a galla. La signora Manca manifesta il suo rammarico e la sua sete di giustizia: “Delle indagini approfondite non sono state mai condotte nonostante le sollecitazioni del nostro avvocato Fabio Repici e troppe incongruenze della vicenda non sono state chiarite”. “In più - aggiunge Angela Gentile – dover subire anche la beffa con una telefonata fatta la mattina dell’11 febbraio sul nostro telefonino da Attilio che dapprima la polizia di Viterbo conferma e successivamente invece non compare nei tabulati”. “Quella mattina – continua la signora Gentile - Attilio ci chiese di far riparare la sua moto custodita nel garage di Tonnarella, a Terme Vigliatore. Quando abbiamo fatto controllare la moto, qualche tempo dopo la sua morte, scoprimmo che invece funzionava perfettamente”.
È indignata la mamma di Attilio Manca: “Se davvero questa telefonata non l’avevo mai ricevuta e non trattandosi di depistaggio, che bisogno c’era di ridicolizzarmi con certe dichiarazioni?”. Dopo la richiesta, infatti, del loro legale di un controllo sui tabulati telefonici ecco cosa scrivono gli inquirenti rispetto a quella telefonata: “Errore di data comprensibile, visto il dolore di una madre, dovuta alla perdita di un figlio che può facilmente confondere il giorno in cui l’ha sentito per l’ultima volta”.
“Una madre – insiste Angela Gentile - può mai dimenticare l’ultima telefonata fatta dal proprio figlio?” Inoltre il padre ricorda che un’altra telefonata abbastanza lunga, questa volta fatta dalla madre al figlio l’8 febbraio verso le 11, non compare nei tabulati telefonici.
Tra le strane coincidenze con il caso Provenzano c’è il viaggio in Costa Azzurra dell’Ottobre del 2003 fatto da Attilio all’insaputa di tutti i suoi colleghi e dei suoi amici. Durante una telefonata lo stesso racconta al padre che non si tratta di un viaggio di piacere ma di lavoro finalizzato ad effettuare una visita per un intervento chirurgico… e Attilio Manca, specializzatosi proprio in Francia, è stato il primo in Italia ad eseguire l’intervento alla prostata per via laparoscopica. Ma perché il giovane Manca si sarebbe trovato in contatto con certi ambienti? Forse una parentela scomoda… il cugino Ugo Manca infatti è stato condannato dal Tribunale di Barcellona a nove anni di reclusione per traffico di stupefacenti nel troncone “droga” del procedimento ‘Mare Nostrum’. L’unica impronta, presente nella casa in cui viene ritrovato il corpo senza vita di Attilio, a cui gli inquirenti hanno dato un nome è proprio del cugino.
Il giovane viene trovato senza vita la mattina del 12 febbraio, quando i colleghi che lo aspettavano in sala operatoria, dopo diverse ore di ritardo, vanno a cercarlo a casa. Arrivati i poliziotti e aperta la porta, lo spettacolo è agghiacciante: il cadavere del giovane è riverso sul letto, in una pozza di sangue, con il volto schiacciato sul materasso e due buchi sul polso sinistro….lui, mancino, si sarebbe iniettato un cocktail di sostanze letali con la mano destra.
Una cosa è certa: secondo i genitori il giovane urologo da diverso tempo non era più tranquillo e varie volte aveva fatto capire che le sue preoccupazioni erano legate alla sua professione.
È possibile che la mafia barcellonese, quella stessa mafia che ha fornito il detonatore per la strage di Capaci, abbia procurato un medico per il padrino di Corleone e che successivamente questi sia divenuto troppo scomodo per ciò che sapeva tanto da dover morire? Tale ipotesi deve essere seriamente presa in considerazione.
Se, come anche il procuratore nazionale Antimafia Pietro Grasso ha denunciato, ci sono stati esponenti delle istituzioni e della politica che, con la loro complicità, hanno permesso la lunghissima latitanza di Provenzano, come escludere che ci siano componenti deviate delle istituzioni che hanno, dal 12 febbraio 2004 ad oggi, cercato di insabbiare le indagini sul caso Manca?
LA STAMPA – 29.04.06
NEL REGNO DELLA ‘NDRANGHETA LO SPACCATO DELLA RELAZIONE PREFETTIZIA CHE DOPO L’OMICIDIO FORTUGNO HA PORTATO A SCIOGLIERE L’AZIENDA SANITARIA
L’Asl d’Aspromonte
A Locri un incredibile giro di appalti e sprechi con il condizionamento delle cosche calabresi
ROMA
A vederla quella Asl, con i suoi corridoi puliti, le macchinette per le bibite e i biscotti ad ogni piano sembra di vivere in un mondo lontano, in una città del Centro-Nord. E invece è Locri, Aspromonte, Calabria, regno della ‘ndrangheta, città del vicepresidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno, un tempo primario dell’ospedale di Locri (la moglie Maria Grazia Laganà è vice direttore sanitario, e da ieri parlamentare eletta della Margherita), ucciso nel seggio delle primarie dell’Ulivo, il 16 ottobre scorso. Commissariata, e da giovedì sciolta per mafia dal Consiglio dei ministri, l’Asl 9 è stata al centro di una inchiesta amministrativa. Le conclusioni, trasmesse anche alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, offrono uno spaccato drammatico: «Il quadro indiziario dal quale si è desunta l’esistenza di una pressione dall’esterno della ‘ndrangheta - si legge nelle conclusioni della relazione - trova la sua continuità nel condizionamento che sulle scelte gestionali e di indirizzo la stessa organizzazione ha potuto esercitare dall’interno, attraverso la presenza di personaggi quantomeno permeabili».
Il personale
Che cosa succede quando un dipendente della Asl viene arrestato per mafia? O che ha parenti mafiosi? La relazione prefettizia ha censito circa una settantina di «casi» che meritano un approfondimento. Va segnalato intanto il caso dello psicologo presso la Saub di Bovalino, Pasquale Morabito, di Bova Marina, inserito nel clan mafioso «Speranza, Palamara, Scriva». Condannato definitivamente nel 2000 a otto anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per traffico di droga. «L’azienda sanitaria aveva sospeso Morabito dal servizio, a seguito della privazione della libertà personale, con conseguente riduzione dello stipendio. La sospensione è durata per tutto il periodo del primo quinquennio di detenzione, dopodiché l’azienda sanitaria anziché prendere atto dello stato di perdurante detenzione, e comunque ignorando che il Morabito non era in servizio, ripristinava l’erogazione dello stipendio per intero». Fino al 2002, «non avviando neppure l’azione di recupero». A proposito di Morabito, ecco la storia di Giuseppina Morabito, figlia del mammasantissima Giuseppe, detto «‘U tiradrittu», moglie di Giuseppe Pansera, arrestato insieme al suocero due anni fa, nel 2003. A Giuseppina «viene conferito un incarico di continuità assistenziale a tempo indeterminato per 24 ore settimanali nella postazione della Guardia medica di Africo». Quarantacinque giorni dopo la nomina, il direttore sanitario ha disposto il trasferimento della dottoressa Morabito nel reparto di psichiatria dell’ospedale. Il giorno successivo il direttore del servizio psichiatrico ha chiesto che da 24 diventino 38 le ore settimanali di servizio. Non c’è che dire: un trattamento di favore. E poi c’è il dottore (servizio veterinario) Francesco Nirta, «figlio di Antonio, capo indiscusso della omonima cosca operante nel territorio di Bovalino».
Gli accreditamenti
L’Asl di Locri nel 2004 ha stipulato «contratti per l’acquisizione di prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale», i cosiddetti «accreditamenti», con 27 diverse strutture private (e al 28 febbraio scorso i contratti risultavano ancora in corso): «La gestione degli accreditamenti riveste profili di criticità non solo per i legami accertati con la criminalità, ma anche per il sistematico sforamento dei tetti di spesa e quindi per la reiterata violazione delle regole poste a base del rispetto dei budget assegnati». Prima illegalità: non è mai stata richiesta alcuna documentazione antimafia ai titolari delle strutture private, consentendo la stipula di contratti con soggetti in odore di mafia. Per esempio: l’amministratore unico della «Medi-odonto-center srl» di Gioiosa Ionica, il dottor Domenico Tavernese, è stato arrestato nel gennaio del ‘93 per mafia, estorsione e usura insieme ai rappresentanti della famiglia degli Aquino. Nel ‘96 Tavernese è stato condannato definitivamente per usura a un anno di reclusione (pena sospesa). Nonostante questa condanna, Tavernese ha continuato a «erogare le prestazioni retribuite con importi ben superiori a quelli consentiti». Il «Pio Center» di Bovalino è stato «interessato da due provvedimenti di sequestro dei beni in quanto considerato dagli inquirenti facenti parte del patrimonio di Nirta Antonio, nato a San Luca. Idem per il «Centro ricerche cardiovascolari per la cardiologia D. a Cooley S.a.s» di Bovalino, interessata dal sequestro dei beni perché nella disponibilità di Antonio e Giuseppe Romeo e di altri, «appartententi alla consorteria mafiosa Romeo/Pelle». Naturalmente ci sono alcune cifre che non tornano: «Il numero di interventi pagati ne periodo 2000/2005 è stato pari a 11.224.919 su un campione di popolazione di circa 135.000 abitanti; l’ammontare dei servizi erogati per abitante è stato dunque di 84,6; per ogni anno, ogni cittadino ha fatto ricorso alle strutture convenzionate in media 13,96 volte». Gli appalti
Singolare il paragrafo dedicato all’appalto per il Servizio accalappiamento cani, «impresa aggiudicataria: “Dog Center s.a.s”». Nel 2003 si indice una nuova gara triennale informale. Al bando risponde soltanto la «Dog Center». L’azienda sanitaria, però, per mettersi al riparo da sospetti chiede alle altre sette imprese che si occupano del servizio richiesto, anche se non hanno i titoli per partecipare al bando, di fare comunque domanda per la licitazione privata: nel caso in cui si fosse presentata una sola impresa, «si sarebbe proceduto comunque». L’unica offerta arrivata è stata quella della «Dog Center» che si è aggiudicata l’appalto triennale per 465.000 euro. Piccolo particolare: il suo titolare, Leonzio Tedesco, fu arrestato nell’1986 per mafia, insieme agli esponenti della famiglia Cataldo.
l'Unità - 24 Aprile 2006
IL CASO
È stato l’esito del processo al senatore a vita. Ha «commesso» il reato di associazione per delinquere fino al 1980...
La seconda carica dello Stato a un prescritto per mafia?
di Marco Travaglio
Il giovin virgulto individuato dalla Casa delle Libertà per la presidenza del Senato, in nome del rinnovamento della politica, si chiama Giulio Andreotti. Molti eccepiscono che l’ex (sette volte) presidente del Consiglio ha pochi tratti in comune con Silvio Berlusconi. Ma almeno uno ce l’ha: una prescrizione. Nella sentenza più agghiacciante (e dunque più sconosciuta) pronunciata nella storia della giustizia occidentale, è scritto che Andreotti ha “commesso” il reato di associazione per delinquere (Cosa Nostra, per la precisione) fino al 1980, e se l’è cavata solo grazie al fattore-tempo. E’ la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Palermo nel 2003 e resa definitiva dalla Cassazione nel 2004. I giudici di appello parlano di “una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi” fino alla “primavera del 1980”. Nel dettaglio, ritengono provate le “amichevoli e anche dirette relazioni del sen. Andreotti con gli esponenti di spicco della cosiddetta ala moderata di Cosa Nostra, Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, propiziate dal legame del predetto con l’on. Salvo Lima, ma anche con i cugini Salvo, essi pure organicamente inseriti in Cosa Nostra”; i “rapporti di scambio che dette amichevoli relazioni hanno determinato: il generico appoggio elettorale alla corrente andreottiana; il solerte attivarsi dei mafiosi per soddisfare, ricorrendo ai loro metodi, talora anche cruenti, possibili esigenze - di per sé, non sempre di contenuto illecito – dell’imputato o di amici del medesimo; la palesata disponibilità e il manifestato buon apprezzamento del ruolo dei mafiosi da parte dell’imputato”; ”la travagliata, ma non per questo meno sintomatica ai fini che qui interessano, interazione dell’imputato con i mafiosi nella vicenda Mattarella, risoltasi, peraltro, nel drammatico fallimento del disegno del predetto di mettere sotto il suo autorevole controllo la azione dei suoi interlocutori ovvero, dopo la scelta sanguinaria di costoro, di tentare di recuperarne il controllo, promuovendo un definitivo, duro chiarimento, rimasto infruttuoso per l’atteggiamento arrogante assunto dal Bontate”. Insomma “il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del Presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del Presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza”. Conclusione: “La Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere nella condotta di un eminentissimo personaggio politico nazionale, di spiccatissima influenza nella politica generale del Paese ed estraneo all’ambiente siciliano, il quale, nell’arco di un congruo lasso di tempo, ... incontri ripetutamente esponenti di vertice della stessa associazione; intrattenga con gli stessi relazioni amichevoli, rafforzandone la influenza; appalesi autentico interessamento in relazione a vicende particolarmente delicate per la vita del sodalizio mafioso; indichi ai mafiosi, in relazione a tali vicende, le strade da seguire e discuta con i medesimi anche di fatti criminali gravissimi da loro perpetrati in connessione con le medesime vicende, senza destare in essi la preoccupazione di venire denunciati; … dia a detti esponenti mafiosi segni autentici - e non meramente fittizi - di amichevole disponibilità, idonei... a contribuire al rafforzamento della organizzazione criminale, inducendo negli affiliati, anche per la sua autorevolezza politica, il sentimento di essere protetti al più alto livello del potere legale”. Quanto basta per affermare che “il reato è concretamente ravvisabile a carico del sen. Andreotti”, anche se “estinto per prescrizione”.


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