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13.06.2007 - da Il Secolo XIX
Squilli stile anni Novanta sul telefono di D'Alema
di Ferruccio Sansa
«Queste intercettazioni sono un flop», sorride il cassiere dei Ds, Ugo Sposetti. «Nel merito è evidente a tutti che da quelle conversazioni emergono solo delle cavolate», chiosa ostentando sicurezza Massimo D'Alema.
Beati loro, viene da dire, che sono così sicuri. Che hanno chiuso il capitolo intercettazioni con battute infastidite o, peggio, sprezzanti. Ma in questo modo, gli esponenti del centrosinistra dimostrano soprattutto una cosa: la siderale distanza che li separa dai loro elettori. E ha ragione, questa volta sì, D'Alema quando punta il dito sull'allontanamento dei cittadini dalla politica, ma paradossalmente non si accorge (oppure finge di non accorgersi) che questo distacco è provocato proprio da atteggiamenti come il suo.
Proviamo ad analizzare quali sono le colpe della classe dirigente diessina in questa vicenda. La prima, la più grave, potrebbe non essere quella che emerge dalle sconvenienti conversazioni telefoniche intercettate. No, il peccato più grave è la totale indifferenza che i vertici Ds hanno manifestato verso chi chiedeva loro delle spiegazioni. Qui non si tratta soltanto del ben noto fastidio di D'Alema e soci nei confronti dei cronisti, ma anche di una sostanziale noncuranza verso l'opinione pubblica. E di un comportamento arrogante che un politico non può permettersi. Facciamo alcuni esempi concreti di cui chi scrive è stato testimone diretto. Quando D'Alema fu interpellato sul leasing concessogli da una banca legata a Gianpiero Fiorani per l'acquisto del suo yacht, rispose: «Mi avete già rotto abbastanza i c.... con 'sta storia della barca». Non c'era niente di improprio, probabilmente, in quel contratto, ma nell'atteggiamento di D'Alema sì.
Lo stesso peccato originale è rintracciabile nella vicenda che ha visto come protagonisti il generale della Finanza Roberto Speciale e Vincenzo Visco. A prescindere dalle ragioni che hanno spinto il vice-ministro a trasferire i quattro ormai famosi finanzieri (uno dei quali si era occupato dell'indagine Unipol-Bnl), la colpa sicura di Visco è consistita nell'aver respinto con fastidio ogni tentativo di avere chiarimenti.
Ma l'elenco delle auto-assoluzioni dei Ds potrebbe continuare, fino, appunto, al caso Consorte. «Si tratta di telefonate. Non c'è nessuno scandalo, non ci sono tangenti, non ci sono soldi, non ci sono conti all'estero, non ci sono ingerenze, non ci sono patti occulti, non c'è nulla», taglia corto Piero Fassino. Èâ??vero, ai Ds non sono addebitati reati, ma per Consorte - che «fa sognare» D'Alema, che fa chiedere a Fassino «abbiamo una banca?» - i pm parlano eccome di soldi. Consorte, insieme con il suo vice Ivano Sacchetti, dovrà spiegare la natura di un compenso di 48 milioni di euro. Ma Fassino invece di spiegare preferisce rispolverare il vecchio vocabolario del complotto: «Si sta tentando di delegittimarci sul piano morale, ma non vedo dov'è che c'è una questione morale». Fassino no, non la vede, e anche questo è un segno.
C'è poi D'Alema. Da oltre un anno arrivavano richieste al ministro degli Esteri perché rivelasse - se non v'era nulla da nascondere - il contenuto delle conversazioni. Lui, però, non ha mai degnato di attenzione la questione. E, forse, questo è perfino più grave delle responsabilità politiche che potrebbero emergere dai colloqui con Consorte. Che siano «cavolate» per adesso lo dice soltanto D'Alema. I magistrati sono perplessi soprattutto per quel frammento in cui il leader diessino direbbe: «Devi farti un elenco delle prudenze... delle comunicazioni». Non è sicuramente così, ma se dovesse emergere che D'Alema intendeva avvertire
l'amico perché forse il suo telefono era sotto controllo, bé... non sarebbe una «cavolata».
Alla fine, insomma, il tifo per una compagnia di allegri finanzieri che sono indagati in mezza Italia è quasi il meno. Così come il fatto che esponenti di partito abbiano comportamenti più da affaristi che da politici.
Da questa storia comincia piuttosto a emergere una somiglianza della classe dirigente diessina con quella socialista di craxiana memoria. La rivelano il fastidio e l'ironia sprezzante nei confronti dei giornalisti che chiedono conto ai vertici diessini del loro operato. Ma soprattutto le frasi pronunciate da D'Alema nei confronti della magistratura: «È uno schifo. In questa vicenda si è comportata in modo inaccettabile». Sembra di sentire Bettino Craxi, gli stessi toni, gli stessi gesti. E poi il tentativo di spostare il fuoco della polemica: non gli affari dei partiti, ma l'invadenza di magistrati e giornalisti. Alla fine la questione si ribalta: il problema non sono le parole di D'Alema e Fassino, ma le intercettazioni.
Così anche i Ds, che paiono sempre più vicini al partito degli affari e dei "furbetti del quartierino", somigliano sempre più ai cugini del Psi.
Certo, finora la gravità delle contestazioni è decisamente inferiore rispetto a vent'anni fa, ma c'è sempre tempo per imparare la cattiva lezione. Fino all'epilogo.


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Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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Savona,
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