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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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02.11.2006 – Unità
Cento morti e non sentirli
di Marco Travaglio
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L'indagine degli esperti presentata nella sede dell'amministrazione provinciale
Territorio a rischio alluvioni, Legambiente lancia l'allarme
Monitorati 409 Comuni: mancano sistemi di protezione civile locale
di Lino Fresca
La Calabria ed in particolare il Vibonese a dieci anni dall'alluvione di Crotone e a quattro mesi da quella che ha colpito Vibo Marina, Bivona, Portosalvo, Longobardi e San Pietro, sono ancora troppo fragili ed esposti pesantemente a frane e alluvioni.
Questa è la diagnosi impietosa di Legambiente che ieri mattina, nel corso di una conferenza stampa, ha presentato i dati relativi ad un'indagine che ha visto coinvolti 409 comuni a rischio di dissesto idrogeologico. Purtroppo in quasi tutti i centri presi in esame sono state individuate abitazioni in aree "proibite". Gli stessi Comuni presentano forti ritardi sul fronte della prevenzione.
Allarmante la situazione nel Vibonese dove addirittura la stragrande maggioranza dei Comuni sono sprovvisti di un sistema locale di Protezione civile. Quelli che hanno un Piano di emergenza e un sistema di allerta si contano sulle dita di un mano. Due Comuni su tre hanno sul loro territorio fabbricati industriali che comportano in caso di esondazione, oltre al rischio per le vite dei dipendenti, anche lo sversamento dei prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Quanto verificatosi nell'alluvione del 3 luglio scorso a Vibo Marina ne è la riprova.
Secondo il responsabile nazionale del dipartimento Protezione civile di Legambiente, Simone Andreotti, a fronte di un territorio marcatamente fragile soltanto un Comune su dieci ha iniziato ad intraprendere la delocalizzazione di strutture presenti in zone a rischio. Inoltre la stragrande maggioranza dei Comuni non svolge alcuna manutenzione ordinaria dei fiumi, dei torrenti, delle fiumare e delle opere di difesa idraulica.
Una leggera inversione di tendenza si sta registrando sul territorio vibonese dopo l'ultimo nubifragio che ha sconvolto la vita di migliaia di persone residenti nelle Marinate.
Sempre secondo i dati di Legambiente carente in tutto il territorio regionale è anche la situazione per quanto riguarda le attività di Protezione civile a livello comunale per rispondere all'emergenza in corso. Solo il 66% dei comuni si è dotato di un Piano di emergenza e appena il 32 % lo ha aggiornato negli ultimi due anni. Complessivamente solo il 14 % dei comuni calabresi svolge un positivo lavoro di mitigazione del rischio idrogeologico. Due Comuni su tre, infine, non hanno praticamente nulla per la prevenzione dalle frane e dalle alluvioni.
Ritornando ai comuni vibonesi, che sono al "palo" per quanto riguarda il dissesto idrogeologico e la prevenzione delle calamità naturali, su tutti svettano Vibo Valentia, Ricadi, Pizzoni che devono fare ancora tanto per mettere in sicurezza il loro territorio e realizzare un sistema locale di Protezione civile in grado di assicurare tranquillità alle loro popolazioni. All'incontro sono intervenuti, fra gli altri, i presidenti regionale e del Circolo di Ricadi di Legambiente Antonio Morabito e Franco Saragò e gli assessori provinciale e comunale all'Ambiente Matteo Malerba e Silvestro Scalamandrè.
I dati
Sono 409 i Comuni a rischio idrogeologico presi in esame dall'indagine di Legambiente.
Solo un entelocale su dieci ha iniziato a delocalizzare le strutture esistenti su aree a rischio.
Soltanto il 66% è dotato di piano d'emergenza e solo il 32% lo ha aggiornato negli ultimi due anni.
Sul frontefrane e alluvioni due Comuni su tre non hanno nulla per prevenire i due fenomeni.
L'arsenale tra Comparni e San Giovanni
Scoperta a Mileto un'armeria della 'ndrangheta
di Marialucia Conistabile
Vibo Valentia
Tre giorni di ricerche. Passo dopo passo tra cespugli e rovi, nelle campagne fra Comparni e San Giovanni di Mileto. Zone impervie e per questo sicure, ideali per nascondere lupare, esplosivo e bombe; kalashnikov e munizioni d'ogni tipo.
Disseminato in un'area di circa venti chilometri quadrati, stipato in tubi di plastica e capaci contenitori, è stato trovato dai carabinieri un arsenale. Il fiuto di Bolman, pastore tedesco dell'Unità cinofila del Goc, non ha fallito. È stato lui, infatti, a portare i militari nei posti giusti, dell'armeria della 'ndrangheta, dove c'erano fucili a canne mozze, calibro 12 e mitragliatori; serbatoi e caricatori; oltre 400 munizioni di vario calibro, di cui 130 per il kalashnikov, 40 chilogrammi di polvere pirica e bombe d'ogni foggia. Un campionario molto vario questo che, dai classici ordigni a miccia lunga di oltre mezzo chilo l'uno, spaziava a bombe di minore peso fino ai classici "petardi" in grado però di fare parecchi danni e rumore e di trasformarsi in armi letali con l'aggiunta di chiodi o pallini.
Complessivamente di ordigni ne sono stati rinvenuti oltre 500 di alto e medio potenziale, mentre si perde il conto dei petardi. Insomma una santabarbara in piena regola, ma anche una sorta di self-service di piombo ed esplosivi nella disponibilità del braccio armato della "locale" del posto. E tra Comparni e San Giovanni, compreso Mileto, un solo nome conta: quello di Pasquale Pititto, fedelissimo dei Mancuso di Limbadi, e capo indiscusso del gruppo Pititto-Prostamo-Iannello.
Sul materiale sequestrato i carabinieri – l'operazione è stata condotta dai militari della Compagnia di Vibo, al comando del cap. Giuseppe Mazzullo, della stazione di Mileto, dei Cacciatori e dell'8. Elinucleo – hanno disposto una serie di accertamenti per verificare se sia stato utilizzato in azioni di fuoco
Locri - L'assessore alla Salute fautore di una gestione solidale
Sanità, Leone stimola la Conferenza dei sindaci
«Il campanilismo può essere solo deleterio. Rischio di un aumento della sfiducia»
di Antonio Condò
C'è il serio rischio, anzi, secondo alcuni sta purtroppo diventando ogni giorno di più "certezza", che negli abitanti, negli utenti, nei pazienti della Locride possa affievolirsi sempre più la fiducia nelle istituzioni sanitarie e nei servizi che la sanità riesce ad offrire. Ad accelerare, aumentandola, la parabola discendente è il martellante susseguirsi di notizie che, con cadenza settimanale, da alcuni mesi a questa parte non dipinge certo a tinte allegre il quadro prepotentemente presentatosi agli occhi dell'opinione pubblica soprattutto dopo lo scioglimento dell'As n.9 di Locri, «dove sono state riscontrate - si legge nella nota stampa ufficiale del Consiglio dei Ministri n .53 del 27.4.2006 - forme d'ingerenza da parte della criminalità organizzata».
Lo scioglimento dell'Azienda, come si ricorderà, è stato deciso con Decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Capo del Governo e su deliberazione del Consiglio dei Ministri del 27 aprile scorso a seguito delle verifiche effettuate dalla Commissione d'accesso nominata dall'allora Ministero dell'Interno, Giuseppe Pisanu, su richiesta del prefetto Luigi De Sena, all'indomani dell'omicidio del vice presidente del consiglio regionale, Franco Fortugno.
«Aspetti specifici, ben delineati che non avrebbero certo dovuto condizionare, se non addirittura infangare, l'attività che quotidianamente - da anni - centinaia di operatori sanitari, medici e paramedici, ma anche personale amministrativo ed ausiliario, portano avanti con zelo e professionalità, nell'esclusivo interesse collettivo», dicono oggi tantissimi "osservatori" ed addetti ai lavori. Certo è che tra incertezze ed altalene politico-istituzionali, "giochi strategici" e decisioni non sempre convincenti, tra notizie shoccanti ed un'offerta sanitaria giocoforza claudicante, si avverte un calo generalizzato (non sempre giustificato) della fiducia del cittadino verso la Sanità della Locride.
Va bene, ci dice, qualcuno, c'è, o c'è stato, del marcio ma perché lasciarsi sfuggire i reali obiettivi di concretezza? Da qualche parte si dovrà pur ripartire senza penalizzare chi, invece, andrebbe premiato per avere prodotto sia in termini qualitativi che quantitativi. L'As 9 è un'Azienda territoriale che deve coesistere in un regime di gestione solidale che veda finalmente il "cittadino-paziente" unico e vero attore protagonista.
Una sintesi, questa, di riflessioni, di considerazioni raccolte per strada tra quanti, esperti o meno, osservatori o addetti ai lavori, temono che d'una situazione contingente, certamente poco felice, possano approfittare i soliti detrattori (non sempre disinteressati) con conseguenze inimmaginabili per le quali a farne le spese sarebbe sempre e solo lui: il cittadino!
«Sono seriamente preoccupato per la situazione che s'è venuta a creare e sono altrettanto deluso per le risposte, che almeno fino ad ora, hanno dato, o non sono riuscite a dare, le istituzioni regionali ed i vari organismi dirigenziali da esse fin qui espressi», dice al nostro giornale Piero Emilio Leone, assessore alla salute del Comune di Locri nella giunta guidata dal sindaco, Francesco Macrì. Leone è quel che si dice "l'uomo giusto al posto giusto" considerata la sua pluriennale esperienza quale dipendente dell'As di Locri. «Nessuno ha la bacchetta magica, ma durante i vari incontri istituzionali avuti ho trovato disponibilità e comprensione», dice a proposito della Commissione straordinaria attualmente alla guida dell'Azienda dopo lo scioglimento deciso dal Governo. «Qui - aggiunge - bisogna fare i conti con mali che si trascinano da oltre un decennio; non sarà facile porvi rimedio in pochi mesi».
A proposito dell'Atto aziendale recentemente varato (il documento finora ha accumulato solo totali dissensi, ndc) l'assessore Leone precisa di non voler fare «distinzione tra Locri, Siderno, Gerace, i tre centri sede di stabilimenti ospedalieri (per Gerace, struttura mai entrata in funzione, auspica la lungodegenza, ndc). Credo solo, precisa, che in questi casi il campanilismo sia solo deleterio e che la sanità non debba mai essere mischiata alla politica». Leone si dice preoccupato per il «calo di ricoveri e di domanda di sanità malgrado vi siano utenti desiderosi di restare qui, anche perché a volte - aggiunge con amarezza - sono costretti a prestarsi il denaro per ricoverarsi, o ricoverare un congiunto, fuori regione». L'assessore è convinto che questo dipenda pure dalla mancata copertura di tantissimi posti di primario (pare che per 8 Unità Operative sia prossima la soluzione) e non nasconde che vorrebbe «vedere più unita la Conferenza dei sindaci. Le aspettative sono tante - conclude - perché deludere?».
Carige/1
CHI HA PARLATO LA PAGHERA'
A una settimana dall'articolo del Corriere della Sera sulla Carige, un lungo editoriale ("Silenzi e bisbigli sul caso Carige") su Repubblica-Lavoro (30 ottobre 2006) si interroga sul perché di fronte alle notizie bomba fornite dal Corriere, e l'inchiesta in merito aperta dalla Procura, a Genova quelli che contano facciano finta di niente. La dirigenza politica è piuttosto impegnata a discutere di come dividersi il potere, le cariche, le candidature...
dal sito di Democrazia Legalità
Ci hanno sequestrato i computer. Siamo tristi.
Qua nessuno fa l'indomito eroe. La perquisizione alle prime ore del giorno del 27 ottobre, il sequestro dei computer e di altro materiale, il vagare per casa di impeccabili poliziotti della Polizia Postale NON ci ha fatto piacere. E non siamo "sereni e tranquilli": siamo un tantino nervosi,sì.
Mentre scriviamo, e aggiorniamo il sito grazie all'aiuto e alla collaborazione di amici fidati, i nostri hard disck giacciono chissà dove, sezionati fin nel midollo da una sorta di autopsia informatica. Che amarezza.
Quando abbiamo ricevuto la "visita" dormivamo della grossa, ognuno nella sua privata abitazione. Chi non ha mai avuto una perquisizione, come noi, non è preparato all'evento: ti ritrovi in pigiama davanti a distintivi e lunghi mandati che non hai il tempo materiale di leggere, confuso come sei, mentre domande e richieste si affollano nella tua mente assonnata. In poche parole, ci hanno contestato un reato di "concorso", ovvero di complicità, con un pubblico ufficiale che - in ipotesi- ci avrebbe passato la relazione di Locri. Un pubblico ufficiale, per quanto ci riguarda, del tutto inesistente, perchè il documento circolava (uh, se circolava!) da molti mesi negli ambienti giornalistici e non. Questo fantomatico pubblico ufficiale, sempre nella ipotesi della Procura di Reggio, ci avrebbe dunque incontrato (ma dove? In Calabria?) e ci avrebbe passato il materiale, come in una delle peggiori spy story, in una notte buia e tempestosa battuta dal vento dello stretto. Invece come e quando e da chi e con che mezzo l'abbiamo avuto, il documento, è noto alla polizia stessa, che lo ha dedotto con un paio di click sui nostri PC.
Le ore passano lente, mentre sei perquisito ed indagato. Venerdì 27 sono passate lentissime. Mentre Marco seguiva in caserma ispettore ed agenti, e Roberta rimaneva invece in loco, partivano le prime agenzie sull'episodio, e la notizia si spargeva grazie all'intervento di Veltri e di tanti amici.
Portarci via gli hard disck, oltre che a privarci del nostro strumento di lavoro, ci ha privato anche delle nostre capacità di comunicare e di tutti i nostri dati - professionali o strettamente personali- memorizzati su quei supporti magnetici così preziosi e ritenuti così "scottanti".
Non sappiamo perchè possano essere considerati scottanti e neanche perchè debbano essere confiscati: internet è la cosa meno segreta del mondo, e ogni traccia della nostra attività era stata accuratamente analizzata (email mandate e ricevute, pubblicazione su internet, collegamenti con siti ecc ecc ecc), anche a seguito di una precedente spedizione della Polizia dal nostro server, a Pisa.
Cosa possiamo dire, nella nostra posizione di indagati? Siamo innocenti. Sembra una banalità, ma è proprio così: non abbiamo commesso alcun reato e alcun illecito, tantomeno quello che ci viene attualmente contestato. Il fatto che la relazione Basilone sia tuttora reperibile online, e che sia tuttora leggibile proprio sul nostro sito, dimostrano che non era, non è e non è stato necessario oscurarla o nasconderla.
Oltretutto, è un bel pezzo di verità, che doverosamente deve essere conosciuta, anche a coloro che vi sono citati direttamente per nome e cognome, visto che -magari a loro insaputa- erano stati ritenuti "noti pregiudicati". Chi si occupa di informazione sa perfettamente che l'informazione è sempre utile, sempre, ma tavolta scomoda. Forse stavolta era scomoda.
La nostra sensazione è che si tratti, come si dice nel gergo della mala, di un equivoco. Dovremmo uscirne presto, e con le ossa intere. Certo, ci sentiamo un po' violati e un po' stressati. Ma dalla Procura di Reggio, confidiamo, arriverà il chiarimento in tempi brevi (almeno altrettanto brevi dell'operazione di sequestro). Ora rivogliamo i nostri computer, il nostro materiale, la nostra dignità.
Sappiamo di non essere soli e di non essere isolati, e questo da molto conforto.
Però siamo tristi, come abbiamo detto nel titolo, perchè abbiamo assistito, stavolta in prima persona, ad un'altra sconfitta dello Stato. Ogni volta che lo Stato, infatti, per proteggere sè stesso, i propri cittadini, per raggiungere la verità su fatti criminali o illeciti amministrativi, ogni volta che lo Stato, per combattere la criminalità e le deviazioni è costretto a segretare, confiscare, sequestrare, apporre sigilli, nascondere e occulatare, ebbene, ogni volta che questo capita, è una sconfitta per lo Stato stesso e per noi tutti. Dalla grande e tragica vicenda del segreto di Stato sul rapimento di Abu Omar, dalla grave e pesante vicenda dei fascicoli sui "nemici di Berlusconi" da "disarticolare" (tra i quali c'era anche - incidentalmente- il direttore di questa testata) fino alla vicenda piccina che ci coinvolge, alla chiarezza e alla verità si contrappone puntualmente la nebbia e il mistero. Peccato, peccato, peccato.
Roberta Anguillesi - Marco Ottanelli
Ringraziamenti
abbiamo ricevuto tantissime email e telefonate ed atti di solidarietà. Siamo profondamente grati a tutti per quanto hanno fatto e stanno facendo, non possiamo ringraziavi singolarmente perchè siete troppi, ma , senza offesa per tutti gli altri, vogliamo dire grazie:
a Elio Veltri, Giulietto Chiesa, Antonello Falomi, Diego Novelli, Achille Occhetto e a tutti gli amici del Cantiere;
all'on. Antonello Falomi, ancora, perchè ha presentato una interrogazione parlamentare sul fatto
all'on. Tana de Zulueta che ci ha esternato la sua solidarietà
a Marco Travaglio, che ha scritto con affetto di noi
a Barbara Fois e Daniela Gaudenzi, a Massimiliano Coccia e Vittorio Melandri, a Maria Cristina Naso, Luigi Villani, Antonia Stanganelli e Giulia Sgrisi che hanno diffuso i comunicati
ai siti genovaweb.org , centomovimenti.com, antimafiaduemila.com, carovanaperlacostituzione.it, giustizia-elibetà.com, a Controradio, e a tutti gli altri che hanno descritto e resa nota la vicenda
a Marco Mucci che ci presta il PC
a Francesco Paola che ci sta aiutando
ai poliziotti che sono stati cortesi
al cane Trippa che ha allietato gli agenti durante la perquisizione
dal blog di Beppe Grillo
Vorrei fare un appello alla criminalità organizzata. La prima potenza economica del Paese. La prima industria. Temuta anche da Putin, che dopo alcune affermazioni avventate ha subito ritrattato. Bush invece non ha mai sollevato problemi da quando è stato informato sulla fine di John Kennedy.
Le mafie hanno vinto. Si sono annesse città, province, regioni. Bisogna essere leali e riconoscerlo. Chi vince, vince. Ma non bisogna esagerare. Senza un avversario si perde il senso della competizione. Le Procure stanno fallendo. Non hanno più carta, benzina, toner, computer. La Procura nazionale antimafia si è subito attivata. Ha inviato alla Procura di Catania 20 ticket benzina da 10 euro. Servono giusto per mezz’ora di inseguimento. Se i magistrati del pool antimafia si dimettono. Se i fondi vengono tagliati del 50%. Se la giustizia è ceppalonica. Allora non c’è più gioco.
La criminalità fattura in alcune regioni più di tutto il resto dell’economia messo insieme. Una donazione in nero, estero su estero alle Procure è quindi un nonnulla. Va fatto per senso di sportività. Ognuno si adotta la sua. Il rischio di perdere non ci sarebbe comunque e sarebbe assicurata una bella figura. Ogni mafia adotti, per competenza territoriale, la sua Procura. Faccia recapitare qualche pacco di carta da fax, dei pc di contrabbando, qualche auto rubata con il pieno. Magari anche rotoli di carta igienica. Dia ai cittadini la sensazione che lo Stato esiste ancora. E’ solo un’illusione. Ma è meglio di niente.
Lamezia - Il racket delle estorsioni non dà tregua
Quarta bomba in quattro mesi al rivenditore della Olivetti
Cresce la protesta tra i giovani, e dai ragazzi di Locri arriva la proposta: uniamoci subito!
di Vinicio Leonetti
Erano le 20.30 quando è scoppiata una bomba davanti alla saracinesca del rivenditore Olivetti di Lamezia. È il quarto attentato in appena quattro mesi alla Camu, l'azienda di Luigi Carnovale in via Milite Ignoto, a due passi dalla centralissima piazza Mazzini. I danni, così come le scorse volte, non sono stati ingenti. Ma un gran botto fa sempre paura. E mentre arrivavano a sirene spiegate carabinieri e vigili del fuoco sul posto, due signori guardando il fumo che si levava dalla saracinesca commentavano: «Evidentemente non ha ancora pagato».
L'ennesimo attentato del racket delle estorsioni è arrivato ieri sera, dopo una settimana in cui Lamezia ha bruciato: la palazzina col deposito di gomme dell'imprenditore Antonio Godino è andata completamente distrutta per un attentato mafioso martedì sera, e giovedì due giovani cognati, Vincenzo Spena e Domenico Vaccaro, sono stati uccisi in un agguato in centro. La bomba è scoppiata a poche ore dalla manifestazione di oltre cinquemila persona che sabato mattina ha ridato coraggio ad una città dove ogni sera c'è un'intimidazione mafiosa.
E mentre si quantificano i danni subiti dal negozio Olivetti, alla protesta di sabato dei "ragazzi di Lamezia" si unisce quella dei "ragazzi di Locri". L'asse corre veloce su internet, attraversando le Serre e l'Aspromonte. Dopo la grande manifestazione di sabato Locri si fa avanti on line, con una raffica di email inviate sui siti lametini che hanno organizzato la protesta: lameziaweb.biz e lametropolis.it in testa. E tra sabato pomeriggio e ieri sera sono arrivati più di 300 messaggi di posta elettronica, con 2 mila visitatori al giorno e 7 mila pagine lette nei siti.
Il contatore della "internet community" lametina è schizzato in modo incredibile. a cominciare dalle email dalla Locride: «Sono Livio, vi scrivo da Locri a nome dei ragazzi del Forever, il forum per la resistenza e la verità dei giovani della nostra zona, e vi voglio far pervenire la nostra completa adesione, condivisione e disponibilità alla forte risposta che avete dato». Il messaggio unitario è intenso: «Anche se apparentemente distanti, io e altri ragazzi ci sentiamo uniti in questa lotta, non solo contro le mafie ma contro ogni ingiustizia e prepotenza», scrive l'esponente dei forum della Locride. Che avvisa i colleghi lametini: «Quest'anno noi ne abbiamo passate tante, forse fin troppe. E se è vero che da una parte i media ti aumentano l'attenzione, è anche vero che dall'altra parte ti strumentalizzano. Ma», è il grido finale, «dobbiamo provare a cambiare qualcosa».
Poi Sasà da Gioiosa Jonica mette le mani avanti e scrive nella sua email: «Non mi avvicino a voi per ottenre qualcosa, o per poter andare in tv a parlare di voi. Mi avvicino a voi per esprimervi la mia solidarietà personale e proporre una collaborazione diretta Lamezia-Locri. Dopotutto siamo figli della stessa terra. Che ne pensate?».
Lettere, solidarietà ma soprattutto proposte da ogni parte d'Italia, ed anche dall'estero sulla posta elettronica dei siti lametini della protesta. Come quella di Ivan che da Parigi scrive: «In questo momento difficile... col cuore sempre vicino a voi». Ecco perchè il popolo di internet considera il successo della marcia di sabato scorso per le vie centrali di Lamezia soltanto l'inizio di una protesta sempre più viscerale.
L'emergenza criminalità sarà al centro del calendario politico lametino di questa settimana. Oggi si riuniscono i capigruppo al Comune per decidere se sabato proseguire il consiglio municipale sulla sicurezza che era stato sospeso giovedì sera appena in aula è arrivata la notizia del duplice omicidio. All'assemblea dovrebbero partecipare parlamentari e consiglieri regionali, gli stessi che in questi ultimi tre giorni ha incontrato il sindaco Gianni Speranza.
Per domattina invece è in programma nel tribunale lametino una riunione della commissione regionale antimafia guidata da Pino Guerriero. Dal procuratore della Repubblica Raffaele Mazzotta si presenteranno anche il vicepresidente Dionisio Gallo e il segretario della stessa commissione Antonio Acri.
Intanto la solidarietà a Lamezia non si ferma, e per risollevare la famiglia Godino rimasta senza casa e senza azienda, la squadra di pallavolo Raffaele Lamezia ha devoluto in beneficenza l'incasso della partita di ieri.
SottoZero
di Pasquale Violi
Ma lo spettacolo pirotecnico a Locri dov’ era? Il 16 ottobre c’era la banda, c’era Ron, c’ erano le scolaresche in festa e c’ erano pure i rilanciatissimi “Ragazzi di Locri”. Ma a conclusione della sagra paesana organizzata in onore dell’ on. Franco Fortugno, la delusione di non avere assistito al finale con uno splendido spettacolo ‘pirotecnico’ è stata grande. Eppure la politica presente e il nuovo gruppo organizzato denominato “società civile” non hanno avuto alcun cenno di sdegno verso la felliniana surreale manifestazione che, più che una commemorazione, sembrava un comitato di accoglienza. L’ indignazione invece l’ hanno avuta, e tanta, per una trasmissione, Anno Zero, che ne ha dette di cotte e di crude sul malaffare della nostra regione. Dopo l’ arena di Santoro, giornali, “rappresentanti” degni e meno degni delle istituzioni calabresi e il gruppo organizzato “società civile” hanno cominciato a vomitare retorica verso le note stonate della trasmissione Rai. Io invece ho gradito la giusta intonazione di molte situazioni, certo la giacca di Travaglio non si poteva guardare, ma di godibile c’ era molto. C’ era ad esempio un’ incursione maliziosa all’ interno del Consiglio Regionale dove uno scambio di “palette”, baci ed allusivi comparati, che nelle nostre strade, nei nostri bar e ahimè anche nelle nostre scuole sono all’ ordine del giorno, hanno fatto scandalizzare mezza regione, e a scandalizzarsi c’ erano quelli che con questi gesti ci campano. Lezioni di stile. C’ erano “palpitanti scorribande” nelle case di presunti boss e nei luoghi che, per la stampa locale calabrese, sono peggio di “Fort Knox”. Splendido. Già la stampa locale. Pronta a cronacare, e anche male, su omicidi ed attentati, ma mai presente in inchieste di spessore, mai un dossier scandalo su niente e su nessuno, e credo che di materiale ce ne sia parecchio. Due mesi prima dell’ arresto di Marcianò, un identikit perfetto del “Celentano” ce lo aveva fatto Attilio Bolzoni su Repubblica. I provetti “Montanelli” della Calabria stavano ad aspettare. Il colpo di cronaca che sul territorio doveva renderli protagonisti li ha relegati in uno squallido secondo piano, a leggere nomi e fatti, scritti da chi vive a 1200 km di distanza. Per citare Antonio Delfino, una stampa omertosa. Certo non c’è dubbio che, per chi vive a contatto con una realtà dal “grilletto facile”, è più difficile, rispetto ai “jovanotti” che vengono, intervistano e se ne vanno, ma è altrettanto vero che il giornalista non è l’ unico mestiere del mondo. La stampa nostrana ha però dato spazio a dichiarazioni “nuove e mai banali”, come quelle di Pegna, Callipo e su tutti, il presidentissimo Loiero: “la Calabria non è solo ’ndrangheta”, “esistono persone perbene anche in Calabria”, “dalla trasmissione di Santoro la ’ndrangheta ne è uscita più forte”. Ma perché ci voleva la Rai a far forte la ’ndrangheta? L’ elucubrazione del nulla, del niente. Come a dire che se io avessi un tumore al fegato la mia preoccupazione più grande sarebbe far sapere al mondo che gli altri organi ce li ho sani. Siamo alla follia. Quasi si passa che i cartelli stradali li spara Santoro per farci i servizi. E meno male che esistono “anche” persone per bene in Calabria, fatto che sembra essere straordinario per come viene sottolineato. Però io mi chiedo come mai la squadra della “società civile” non si sente umiliata quando quotidianamente per accedere a strutture pubbliche e garantirsi un servizio decente si deve rivolgere al “compare del compare”, o quando deve pagare, per strozzo o per altro, per poter tenere aperta una attività, o quando con assurde gare d’ appalto i comuni finanziano assurdità di cemento, o ancora quando il governo sponsorizza mastodontiche opere pubbliche che si sa benissimo fanno gola solo alla ’ndrangheta, o quando gli insegnanti “devono” avere un occhio di riguardo per il figlio dell’ amico dell’amico. E non mi si venga a dire che tutto il mondo è paese perché, che ne dicano Loiero o Pegna, qui si spara a pallettoni. Non sarà colpa di Santoro se siamo come siamo, qui la beneamata “società civile”, con la puzza di letame sotto i piedi, si preoccupa di “incipriarsi il naso” prima della diretta. Sottozero.
Freddato con numerosi colpi di pistola, era incensurato
Lo zio negli anni '80 era un capoclan, è in carcere da 15 anni
Agguato mortale in periferia a Bari ucciso 18enne nipote di un boss
BARI - Un giovane di 18 anni, incensurato ma parente di un boss, è stato ucciso ieri sera in un agguato a Bari. L'omicidio è avvenuto in una via poco frequentata nel quartiere periferico e popolare San Paolo a Bari, bersaglio di numerosi colpi di pistola è stato Giovanni Montani, nipote di Andrea Montani, che negli anni '80 era uno dei boss del quartiere. L'uomo è in carcere ormai da oltre 15 anni.
Di Giovanni Montani - secondo gli investigatori - non era invece noto alcun legame con la criminalità organizzata ed è probabile sia stato ucciso solo per una vendetta trasversale. Il giovane era un calciatore del Bari "primavera", dove militava nel ruolo di attaccante.
Intorno alle 22 di ieri sera il giovane era a bordo della propria automobile, una Micro Rossa, quando contro la sua vettura sono stati sparati parecchi colpi di arma da fuoco. L'automobile, priva di controllo dopo che il ragazzo era stato colpito, si è fermata contro un marciapiedi. Giovanni Montani è stato soccorso da ignoti che lo hanno poi abbandonato di fronte al pronto soccorso dell'ospedale, ma è morto poco dopo. La polizia ha effettuato numerose perquisizioni nella nottata ed ascoltato alcune persone e familiari della vittima.
Solo cinque mesi fa venne ucciso un cugino di Giovanni Montani, Salvatore, anche lui diciottenne e anche lui senza alcun legame noto con la criminalità organizzata. Salvatore era il figlio del boss, Andrea, e fu ucciso il 10 giugno dal proprietario di un negozio di animali durante un litigio: Salvatore si era presentato nel negozio insieme con alcuni ragazzi che avrebbero voluto acquistare un cane, per il quale volevano dare 500 euro, mentre il negoziante ne voleva 900.
Sarebbe cominciato così un violento litigio, durante il quale il negoziante si recò nel retrobottega, dove teneva illegalmente una pistola semiautomatica calibro 9, e presa l'arma sparò alcuni colpi, due dei quali uccisero Salvatore.
Il clan Montani era uno dei due agguerriti gruppi criminali che dominava il quartiere San Paolo e altre zone della città negli anni '80: Andrea, con gli altri capiclan del quartiere e di Bari vecchia, finì in carcere nel '91, nell'ambito del primo grande processo alla malavita organizzata concluso nel '93 con pene dure per gli imputati.


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