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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Arzano, il killer spara a bruciapelo davanti a un negozio di articoli sportivi
Gli inquirenti indagano per scoprire collegamenti con l'agguato di cinque mesi fa
Donna uccisa nel Napoletano. A giugno freddati i suoi due figli
Gli investigatori davanti al negozio di articoli sportivi
NAPOLI - La camorra ha ucciso suo marito alcuni anni fa e i suoi figli a giugno. Questo pomeriggio, tre proiettili hanno freddato Patrizia Marino, 63 anni. Un killer con il volpo coperto l'ha uccisa davanti a un negozio di articolo sportivi a Volpicelli, vicino ad Arzano. Il movente è nascosto nelle trame segrete che legano i difficili equilibri tra i clan del napoletano. Dietro il duplice delitto dei figli c'era la faida del clan Di Lauro e solo qualche giorno fa, un parente della donna, collaboratore di giustizia, ha testimoniato in un processo contro la camorra.
"Forse la seguiva", dice la Polizia. "L'assassino ha deciso di entrare in azione solo quando era sicuro di poter portare a termine la sua missione". Patrizia Marino stava entrando nel negozio. E ha premuto il grilletto tre volte, da distanza ravvicinata. Un proeittile ha raggiunto la vittima al volto, l'altro al torace, il terzo all'addome.
Ciro e Domenico Girardi, 26 e 22 ani, i due figli di Patrizia Marino, erano stati uccisi nel giugno scorso mentre erano in sella a uno scooter in via Cardarelli, sempre ad Arzano. I sicari aprirono il fuoco esplodendo una trentina di colpi con un fucile mitragliatore kalashnikov. Ciro era un pregiudicato e, secondo gli inquirenti, gestiva una piazza di spaccio per la droga nel napoletano; ma per gli investigatori i due erano anche killer per conto del clan Di Lauro e un loro cugino è collaboratore di giustizia.
03.06.2006 – Repubblica on line
Napoli, riprende la faida di Scampia
uccisi due affiliati al clan Di Lauro
NAPOLI - Si riaccende la sanguinosa faida di Scampia. A meno di diciotto ore dall'omicidio di un pregiudicato a Quarto, nella provincia del capoluogo, ad Arzano, un comune a nord di Napoli, i killer hanno freddato due uomini, i fratelli Ciro e Domenico Girardi, vicini al clan Di Lauro, protagonista l'anno scorso a Scampia della faida con il clan degli "scissionisti".
Le vittime erano in sella a due moto quando sono state avvicinate da un'auto e forse anche da una moto dalle quali sono stati esplosi parecchi colpi di postola e una raffica di Kalashnikov. I fratelli Girardi sono morti sul colpo. In via Cardarelli, davanti alla sede dell'Asl, gli investigatori hanno ritrovato le due moto dei fratelli Girardi, un'auto abbandonata e, poco distante, una seconda vettura risultata rubata nei giorni scorsi, utilizzata dai killer poi fuggiti con altri mezzi posteggiati in precedenza nelle strade vicine.
Dal primo di gennaio, gli omicidi nel napoletano sono già 37, una media che supera i sette morti al mese.
A scuola abbiamo imparato (e probabilmente si insegna ancora) che in democrazia i poteri sono tre: esecutivo, legislativo, giudiziario. L’uno indipendente dall’altro, affinchè il secondo e il terzo controllino il primo. Poi, a vigilare su tutti e tre, c’è o dovrebbe esserci il quarto: l’informazione. Nei regimi, tutti e quattro sono intrecciati fra loro. Ed è quello che è avvenuto nell’ultimo quinquennio -fatte salve alcune enclaves, alcuni villaggi di Asterix- nella magistratura, nell’informazione e nell’opposizione. Sono, appunto, quelli spiati, dossierati, diffamati da servizi sempre meno deviati e sempre più istituzionali.
Non c’era neppure bisogno di ordini, perché qualcuno tentasse di metterli a tacere: bastava il clima generale del «tutto si può fare». Bastavano poche punizioni esemplari, secondo il motto maoista e brigatista «colpirne uno per educarne cento». Ora il quinquennio nero è almeno ufficialmente- finito, anche se resta forte la tentazione di farlo rinascere, magari camuffato da «larghe intese», «tavoli dei volonterosi», «grandi coalizioni», eterni inciuci.
I cadaveri, soprattutto quando puzzano, andrebbero seppelliti sotto uno spesso strato di terra e di pietra, onde evitarne macabre resurrezioni, tipo «Il ritorno dei morti viventi». Invece finora è mancato il coraggio di allestire le esequie. I servizi segreti più putridi dai tempi della P2 sono stati sostenuti e confermati, a dispetto dei gravissimi fatti che emergevano a loro carico, e solo ora, tardivamente, si decide di operarvi il necessario repulisti. Così il «tutto si può fare» resta nell’aria e seguita a produrre pessimi risultati.
Gli obiettivi sono sempre gli stessi: i magistrati e i giornalisti indipendenti. Ieri, all’alba, come nei blitz antimafia, sono state perquisite su mandato della Procura di Reggio Calabria le abitazioni dei giovani webmaster dei siti democrazialegalita.it e ilcantiere.org, Roberta Anguillesi e Marco Ottanelli, rei di un orrendo delitto: aver pubblicato sui due siti la Relazione della Commissione di Accesso agli atti amministrativi della Asl9 di Locri, infestata dalla mafia, dagli sprechi, dal clientelismo, dalla malasanità e dalle malversazioni, poi commissariata dal Viminale, in cui lavorava il povero Franco Fortugno, assassinato un anno fa dalla ‘ndrangheta: una relazione amministrativa, non giudiziaria, commissionata dall’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu.
Un atto ormai pubblico, rintracciabile su decine di siti web (compreso quello di repubblica.it) e trattato e commentato da vari giornali oltrechè nella penultima puntata di Annozero, dove il viceministro dell’Interno Marco Minniti aveva auspicato che la relazione fosse distribuita e studiata in tutte le scuole della Calabria. Alle 6,30 del mattino, nel corso del blitz in casa dei due noti criminali, gli agenti della Polizia postale di Firenze hanno anche sequestrato le loro attrezzature informatiche. È un pessimo segnale di attacco alla libertà d’informazione, fra i tanti che ogni giorno arrivano da ogni parte d’Italia.
Un altro giunge da Brescia, dove la Procura, non contenta di aver sequestrato il computer di Carlo Bonini, il giornalista di Repubblica colpevole di aver scoperto i loschi traffici del Sismi e di essere stata clamorosamente sbugiardata dal Tribunale di Riesame, ha ritenuto di insistere, ricorrendo in Cassazione contro il dissequestro di quello strano «corpo del reato» (strano perché Bonini non risulta indagato, ma testimone).
La Federazione della Stampa, in lotta per un rinnovo contrattuale che non arriva mai da parte di una Federazione Editori da anni 50 («tutto si può fare», no?), si appresta a proclamare altri sei giorni di sciopero. Non sarebbe male se uno fosse dedicato non a faccende di stipendio, ma a questioni di principio come i continui assalti alla libertà di stampa, che poi collima col diritto dei cittadini all’informazione. E richiederebbe non uno sciopero di categoria, ma uno sciopero generale. Ma c’è pure un lato ottimistico, in questa bruttura. Da un certo punto di vista, c’è quasi da ringraziare chi abusa del suo potere per spiare, intimidire, perseguitare giornalisti. Perché dimostra che esistono ancora giornalisti non asserviti. Se si impiegano tante risorse per imbavagliare la stampa libera, vuol dire che nemmeno il Quinquennio Nero è riuscito a imbavagliarla tutta. Sarà una magra consolazione. Ma, di questi tempi, bisogna accontentarsi.
Intercettazioni: perché nessuno vuole far luce su tutti gli iscritti della P2?
di redazione
L'onorevole Tina Anselmi gia' presidente della Commissione d'inchiesta sulla Loggia massonica P2 e' amareggiata per le intercettazioni... Amareggiata ma non stupita. E le sue considerazioni vanno spontaneamente ai Servizi segreti. "Perche' - sottolinea - quello dei Servizi e' un mondo fuori controllo soprattutto in termini di garanzia individuale."
Entrando nel merito dell'ultima tornata di intercettazioni Tina Anselmi fa capire che non possono essere sicuramente cadute dal cielo. E dice: "Spero che gli inquirenti facciano un buon lavoro par capire dove e' nata l'idea, chi le ha dato gambe e dove puntavano queste spiate".
Onorevole Anselmi, non c'e' nulla di questa vicenda che le faccia venire in mente la massoneria...la Loggia di Gelli che lei ha avuto modo di conoscere attraverso l'inchiesta parlamentare?
(Tina Anselmi risponde con un lungo sorriso che non ha bisogno di parole e commenti).
"Forse - aggiunge - molte cose che continuano a succedere possono avvenire e ripetersi proprio perché non é stata fatta ancora piena luce su quanto avevamo scoperto con la Commissione parlamentare sulla P2. In questo senso le classi dirigenti politiche che si sono succedute in questi anni hanno una grandissima responsabilità. Spesso mi chiedo: Perché non hanno voluto andare a fondo? Perché nessuno ha voluto capire cosa c'era veramente dietro? Perché nessuno ha voluto vederci chiaro dopo che in alcuni articoli pubblicati (uno anche a firma del figlio di Gelli) si é
sostenuto che gli affiliati alla Loggia P2 erano molti di più di quelli che la mia Commissione aveva scoperto? Chi sono?
Credo che finché non si farà piena luce su quella drammatica vicende non capiremo fino in fondo chi trama dietro le quinte e se le intercettazioni di questi ultimi mesi sono collegate e collegabili a quel potere occulto che, ne sono convinta, c'è e attraversa tanti ambiti della nostra società...anche quelli più insospettabili....anche quelli che dicono di volersi occupare solo di ideali o di spirito."
Documentazione:
- La lista degli iscritti alla Loggia segreta sovversiva P2
formato .pdf - clicca qui
- Il Programma "di rinascita democratica" della P2
formato .pdf - clicca qui
Intercettazioni: ''Democrazia malata? Un eufemismo''
di Patton
Giancarlo Caselli, due parole per descrivere i suoi sentimenti quando ha saputo di essere stato spiato.
Parlo esclusivamente basandomi sulle cronache giornalistiche, con riserva di verificare fino in fondo la gravita’ della vicenda. Le mie reazioni sono state un misto di incredulita’, indignazione, rabbia e soprattutto inquietudine per lo stato di salute della nostra Repubblica.
Caselli, Colombo, Salvi. Tre magistrati nel mirino degli spioni. Tre carriere da distruggere?
Stando a quanto è scritto nel dossier si dovevano attuare delegittimazioni, ridimensionamenti, azioni aggressive, iniziative traumatiche. In che cosa dovesse consistere tutto ciò lo sanno solo gli autori del dossier. Andrebbero stroncate le carriere di tutti coloro che con una inciviltà degna solo uno Stato del quinto mondo consideravano e considerano nemici, solo perchè capaci di fare il loro dovere, anche coloro che contrastano quegli interessi che fanno di tutto per sottrarsi al controllo di legalità. Non so se c’è qualche collegamento tra i dossier e la legge contra-personam che hanno fatto apposta contro di me. Spero proprio di no. Ma è un dato di fatto, unico al mondo nei paesi democratici, che si sovvertano regole scritte anche nella Costituzione a presidio dell’indipendenza della magistratura per punire un singolo magistrato, solo perché questo ha fatto il suo dovere nell’antiterrorismo, nell’antimafia e nella lotta alle collusioni col potere criminale.
Tina Anselmi ha detto ad articolo 21 che non è stupita da quanto è accaduto perché dopo la commissione sulla P2 c’era ancora molto da scoprire e non è stato fatto. Quando Colombo qualche anno fa parlò della politica sotto ricatto un altro po’ lo linciavano. La storia si ripete, tristemente.
Sono considerazioni sacrosante. Però io sono più ingenuo e, francamente, siccome ho la scorta dal ‘ 74 e lo stato mi protegge da oltre 30 anni, che altri pezzi dello stesso Stato volessero “fottermi” è una cosa che continua a stupirmi e mi sembra inaudita. In questo caso escludo anche solo l’ipotesi di un qualunque collegamento con il dossier, perché si tratta di cose completamente diverse, ma non posso non rilevare una sgradevole sintonia con le parole di Riina del 25 maggio ’94, davanti alla Corte di Assise di Reggio Calabria dove si celebrava il processo per l’omicidio Scopelliti. Davanti alle tv di tutto il mondo accusò i comunisti Arlacchi, Violante e Caselli di complottare contro di lui e incitò il governo a guardarsi da questi comunisti.
Alcuni giornalisti hanno tradito e hanno svenduto la professione per soldi. L’ordine dei giornalisti dorme. A Betulla l’hanno sospeso per un anno, ma lui continua a scrivere. Siccome lei è un uomo delle istituzioni, le chiedo: che fare?
Non voglio occuparmi di cose fuori dal perimetro delle mie competenze… ma se c’è una cosa importante da fare è il recupero della questione morale, che non è una “pruderie” da benpensanti, non è un arnese da relegare in soffitta, ma è una fondamentale questione istituzionale. Su una parte di stampa che nasconde la verità o addirittura la travolge non posso non citare la vicenda Andreotti. La stragrande maggioranza degli italiani è convinta che l’hanno assolto, mentre una sentenza definitiva della Cassazione parla di associazione a delinquere con Cosa Nostra fino al 1980. Se si fa credere il contrario è chiaro che qualcosa non funziona nell’informazione.
Quale tasso di democrazia ha un paese che si allarma poco, dove anzi il leader-proprietario dell’opposizione e padrone della maggioranza mediatica dice che è tutta una bufala?
Credo si riferisca soprattutto allo spionaggio tributario che non mi sembra affatto una bufala. Sottovalutare quello che sta avvenendo è pericoloso. Mi scuso se di nuovo personalizzo, ma se accade che un funzionario dello Stato che, come nel mio caso, da 30 anni rischia la vita tanto da essere protetto dallo Stato stesso è minacciato da altri pezzi dello Stato che fabbricano dossier falsi contro di lui, bene, allora dire che la democrazia soffre è un eufemismo.
Caselli, qualche annetto passato a combattere poteri più o meno oscuri la autorizza a fare una proposta di legge anti-spioni. Un articolo.
Intervenire per accertare le responsabilità. Non c’è da inventarsi nulla.
Catanzaro, Santo Panzanella aveva una relazione clandestina con la donna ad ucciderlo quattro anni fa furono tre affiliati alla cosca di Rocco Anello
Moglie del boss rifiuta la protezione
Trovati gli assassini del suo amante
CATANZARO - Una relazione con la moglie del boss gli è costata la vita. E adesso che sulla vicenda è stata fatta luce la donna ha deciso di rifiutare la protezione offerta dalle forze dell'ordine. Dopo quattro anni è stato risolto un caso di "lupara bianca". Gli uomini della squadra mobile di Catanzaro, infatti, hanno scoperto che Santo Panzarella, un giovane di Lamezia Terme, scomparso nel luglio del 2002, è stato assassinato da tre affiliati alla cosca Anello di Filadelfia, perché era l'amante della moglie del boss Rocco Anello.
Un affronto (di cui il boss era all'oscuro) che è stato lavato con il sangue dal fratello, Tommaso Anello, 42 anni e da due affiliati, Vincenzino e Giuseppe Fruci. Così il giovane, che faceva parte dell'organizzazione mafiosa, è stato attirato con una scusa in un'area nei pressi di una zona industriale. Poi i killer gli hanno sparato. Convinti di averlo ucciso, lo hanno messo nel portabagagli. Ma Panzarella non era morto. Gli assassini quindi, gli hanno sparato un colpo di grazia. Quindi lo hanno rimesso nel bagaglio, spezzandogli gli arti inferiori.
Dopo anni di indagini e grazie alle insistenze della madre del ragazzo, una parte del cadavere (la clavicola), è stata ritrovata dopo lunghe ricerche in un torrente che confluisce nel lago dell'Angitola. Un ritrovamento che ha permesso di fare luce sull'omicidio.
E ora la moglie di Rocco Anello potrebbe rischiare la vita. La donna, proprio ieri, è stata convocata dagli agenti della squadra mobile di Catanzaro, i quali le hanno prospettato le possibili conseguenze degli arresti effettuati in serata. Stando a quanto è stato riferito stamattina in una conferenza stampa, infatti, Rocco Anello non era al corrente del tradimento, né lo sarebbe oggi. Ragion per cui la vita della moglie, una volta venuta allo scoperto la relazione, potrebbe essere in pericolo.
La polizia, dopo aver messo al corrente la donna del fatto che oggi tutte le notizie relative all'omicidio del suo amante sarebbero state rese pubbliche, le ha prospettato varie possibilità per allontanarsi dal proprio nucleo familiare. La signora, a quanto pare, non ha voluto prendere alcuna decisione in tal senso e, ieri sera stessa, ha fatto rientro nella sua abitazione di Filadelfia, dove vive insieme al marito, che è stato scarcerato la scorsa estate, e a due figli.
Vicino ai clan "Pangallo-Favasuli", era ricercato da anni
Finisce la latitanza di Maesano - Si nascondeva in Svizzera
REGGIO CALABRIA - Fortunato Maesano, 53 anni di Roghudi si nascondeva in Svizzera, aveva lasciato la Calabria per sfuggire alla giustizia. Ieri, però, è stato arrestato dalla polizia elvetica che lo stava cercando da dodici mesi in collaborazione con i carabinieri della compagnia di Melito Porto Salvo, diretta dal tenente Antonio Sframeli.
Fortunato Maesano è ritenuto dagli inquirenti reggini un elemento di spicco del gruppo criminale "Maesano-Pangallo-Favasuli", un tassello importante di quella cosca che esercita il proprio predominio territoriale sui centri di Roghudi, Roccaforte del Greco e nell'area gracanica della provincia di Reggio Calabria.
Il cinquantatreenne aveva deciso di trasformare un piccolo paese del cantone vallese in un comodo rifugio, bastevole a consentirgli una tranquilla latitanza. Fra la gente di Maler Brig aveva trovato accoglienza e il suo passato non pesava sui rapporti sociali. La fuga di Fortunato Maesano è durata diversi anni. Da dodici mesi, però, gli uomini del colonnello Antonio Fiano avevano fatto un cerchietto rosso sulla sua foto segnaletica: Maesano era uno dei latitanti da ricercare, un obiettivo da raggiungere. Le indagini hanno portato i carabinieri melitesi a seguire le tracce del ricercato nelle regioni del nord Italia e, poi, oltre i confini nazionali verso la Svizzera. Nell'attività di intelligence è stata così tirata dentro anche la polizia elvetica che, ieri mattina, ha fisicamente operato l'arresto del latitante. Fortunato Maesano è stato individuato, mentre stava attraversando una strada di Maler Birg; i poliziotti della gendarmeria svizzera l'hanno identificato e gli hanno stretto le manette ai polsi. Maesano non ha opposto resistenza e, dopo il rito della fotosegnalazione, è stato accompagnato presso una casa circondariale svizzera.
Adesso gli investigatori italiani sono in attesa che venga applicato il provvedimento di estradizione registrato presso la Corte di appello di Reggio Calabria e che il cinquantatreenne di Roghudi venga trasferito presso un carcere italiano.
Nel curriculum criminale di Fortunato Maesano spicca una condanna in primo grado alla pena dell'ergastolo. I giudici reggini lo hanno ritenuto responsabile del barbaro assassinio di Mario e Sebastiano Zavettieri, uccisi a Prunella di Melito Porto Salvo nel 1994.
Nei suoi confronti, la Procura generale di Reggio Calabria aveva emesso un ordine di esecuzione per la carcerazione. Il provvedimento era partito, poiché Fortunato Maesano era stato condannato alla pena di 10 anni e 9 mesi di reclusione per il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso, ricettazione, detenzione e porto di armi da guerra.
NEWS dalle 'NDRINE di Genova
Eccolì qui, quelle delle famigliole trapiantate a Genova... non si vedono, ma ci sono. Il pugile dice di non aver visto nulla? (Come quelli che quando gli va a fuoco il negozio la prima cosa che dicono è "mai ricevuto minacce o richieste"). I reparti investigativi, come la DDA, anche in questa nostra città, sono preparati e affidabili. Qui, inoltre le"famigliole" devono tenere il livello basso. Denunciandoli è possibile colpirli... Dopo le celle per i Fiandaca, gli Emmanuello...dopo le condanne della manovalanza d'usura della 'ndrangheta (alias la Criscino company - dal SIlvio Criscino parente dei Mamone-Raso "apparatentati" con i Gullace e Fazzari) ...ora in cella c'è il Macrì.
27.10.2006 – Il Secolo XIX
Pontedecimo - La Squadra mobile l'ha bloccato in via Romairone per il tentato omicidio dell'ex campione di pugilato Francesco Dell'Aquila
Arrestato per l'agguato alla Foce
In manette Nicodemo Macrì, esponente del "clan dei calabresi": tradito dalla targa dell'auto
E' conosciuto agli investigatori della narcotici e della sezione criminalità organizzata della polizia come un esponente di riguardo del clan dei calabresi a Genova. Un piccolo boss, sebbene gli atti dei processi subiti e le condanne passate in giudicato parlino solo di un giovane dalle pessime frequentazioni, con l'abitudine a far uso di cocaina. Nicodemo Macrì, 33 anni, ora è in carcere con l'accusa di tentato omicidio.
E' l'uomo che la squadra mobile cercava da venerdì notte, accusato di aver gambizzato l'ex pugile Francesco Dell'Aquila davanti al locale "Le mosche bianche", in via Pisacane alla Foce. Quattro colpi di pistola calibro 38, tre dei quali esplosi verso il basso e uno sparato ad altezza d'uomo. Il buco nella vetrata del locale notturno è a novanta centimetri dal suolo: se il proiettile avesse colpito la vittima designata dell'agguato certamente avrebbe ucciso.
Gli investigatori lo hanno arrestato mercoledì sera in via Romairone, a Pontedecimo. Lo aspettavano cinque squadre della mobile: due della narcotici, due della omicidi e una della sezione minori. Macrì non ha opposto resistenza e senza fiatare si è lasciato ammanettare. Stamane risponderà al giudice per le indagini preliminari Francesca Borzone, che aveva spiccato l'ordinanza di custodia cautelare richiesta dal sostituto procuratore Francesco Pinto, titolare delle indagini. Finora il trentatreenne, assistito dall'avvocato Paolo Scovazzi, non ha ammesso alcuna responsabilità.
Le ricerche sono state facilitate dallo scampolo di targa riferito da uno dei testimoni della sparatoria e dalla descrizione del modello dell'auto. Non solo. Il mondo dei night club era da tempo sotto la lente degli investigatori della polizia. L'ambiente della prostituzione da locale da ballo, contaminato da fiumi di cocaina, è dominato dagli ultimi esponenti delle famiglie criminali che per anni avevano spadroneggiato in tutta la città.
E proprio in questo contesto sarebbe maturata la gambizzazione di venerdì notte. Francesco Dell'Aquila, l'obiettivo degli spari, non ha collaborato con gli inquirenti. «Ero voltato, non ho visto chi mi stava aggredendo», ha detto e ripetuto in tutte le occasioni.
Le sue indicazioni non sono state necessarie. Gli investigatori della mobile si sono messi alle calcagna degli amici di Macrì e hanno atteso il momento più propizio per intervenire. Il momento è scoccato mercoledì sera in via Romairone, in mezzo alla strada. La pistola della gambizzazione, un revolver, non è stata trovata. Il movente? «Probabilmente un banale screzio legato al mondo degli stupefacenti», azzarda Claudio Sanfilippo, il dirigente della squadra mobile. Da indiscrezioni pare ci sia di più. Nicodemo Macrì avrebbe un ruolo di primo piano nella gestione di alcuni dei principali night della città. E Francesco Dell'Aquila, che alle "Mosche bianche" lavorava come buttafuori, forte del suo passato di boxeur, potrebbe aver commesso un passo falso meritevole di una vendetta calibro 38.
Graziano Cetara
28.10.2006 Quotidiano di calabria
Avrebbe sparato davanti a un night club
Ex pugile gambizzato arrestato a Genova un giovane di Locri
LOCRI - Stava probabilmente per lasciare Genova Nicodemo Macrì, di 33 anni, originario di Locri, arrestato mercoledì sera per il tentato omicidio dell'ex campione italiano ed europeo di pugilato Francesco Dell'Aquila, 41 anni, originario di Campobello di Mazara (Trapani) ma da anni residente nel capoluogo ligure, ferito con tre colpi di arma da fuoco alle gambe la mattina del 20 ottobre scorso davanti ad un night club. Macrì è stato arrestato su ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta del pm Francesco Pinto.
Secondo il capo della squadra mobile Claudio Sanfilippo, che ha coordinato le indagini, l'episodio sarebbe maturato per questioni legate allo spaccio di sostanze stupefacenti. Macrì, pregiudicato per reati legati al traffico di stupefacenti, era già stato identificato dagli investigatori nell'immediatezza dei fatti ma avrebbe fatto perdere le sue tracce fino a mercoledì sera alle 20, quando è stato fermato nei pressi di un bar nel quartiere di Bolzaneto dove aveva appuntamento con un paio di persone. Al momento - è stato spiegato - non è stata ancora trovata l'arma utilizzata per sparare a Dell'Aquila, campione italiano ed europeo dei pesi medi tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta. L' ex pugile, con precedenti penali per spaccio di cocaina, lavorava come buttafuori in alcuni locali notturni, ed era stato affrontato davanti al night club "Mosche Bianche" di via Pisacane, nel quartiere residenziale della Foce, dove gli erano stati sparati sei o sette colpi di pistola, tre dei quali lo avevano raggiunto alle gambe.
23.10.2006 – Ligurianotizie.it
L'UOMO GAMBIZZATO ALL' ALBA A GENOVA
E' L' EX PUGILE E ORA BUTTAFUORI FRANCESCO DELL' AQUILA
GENOVA. 20 OTT. Ha un nome la persona gambizzata con sei colpi di pistola questa mattina all'alba in via Pisacane a Genova. Si tratta dell’ex campione europeo di pugilato, Francesco Dall’Aquila, 41 anni, che ora lavora come buttafuori alle "Mosche Bianche", in via Pisacane, a Genova. L’ex pugile, che ha precedenti penali, ha litigato nella notte con due bande di giovani e poi è stato gambizzato alle 6 e mezza di mattina. Sei i colpi sparati fuori dal locale, quattro dei quali lo hanno raggiunto alle gambe. Ancora ignoto il motivo dell'aggressione, anche se qualcuno dei presenti ha alluso allo scontro notturno con i giovani. L'ex pugile è stato trasportato all’ospedale Galliera, dove ora si trova ricoverato con una prognosi di quindici giorni. (nella foto: "Le Mosche Bianche", locale nei pressi del quale è avvenuta la sparatoria).
INDISCRETO
Carige, la lente di Bankitalia e le assicurazioni
La Banca d' Italia segue con la «massima attenzione» l' attività della Carige. E non è un interesse dell' ultimo minuto. I riflettori di Palazzo Koch si sarebbero accesi da qualche tempo sulle vicende genovesi messe in luce dall' inchiesta di «CorrierEconomia»...
Uccisi in un agguato alle 19 i cognati Vincenzo Spena, 28 anni, e Domenico Vaccaro, di 26, in una Jeep parcheggiata in pieno centro
Duplice omicidio, Lamezia sotto assedio
Salta la seduta del consiglio comunale sulla criminalità. Loiero: ci vuole una terapia d'urto
di Vinicio Legnetti
Lamezia
Dodici colpi di pistola per togliere di mezzo Vincenzo Spena e Domenico Vaccaro. Chi ha agito l'ha fatto con estrema precisione, sparando dritto al cuore delle vittime predestinate. E scegliendo anche il tempo giusto: poco prima delle 19 in una strada frequentatissima come via della Vittoria, mentre in consiglio comunale si discuteva di emergenza criminalità.
Spena e Vaccaro erano cognati. Il primo, 29 anni, gestiva una sala giochi a Crotone, Vaccaro invece faceva l'operaio nella piccola azienda edile del padre. Ieri sera erano a bordo di una Jeep, ed erano arrivati in via della Vittoria con la moglie di Spena. Che è scesa un attimo per entrare nell'autosalone Aiello. È qui che la signora ha sentito la raffica di colpi esplosi da una calibro 9, è uscita fuori e s'è trovata davanti i cadaveri crivellati del marito e del fratello.
Quando sono arrivati poliziotti e carabinieri hanno trovato i corpi senza vita accasciati sui sedili anteriori del fuoristrada grigio, una Beretta sull'asfalto e 12 bossoli sparsi. Testimoni? Questa volta ce n'è uno, è attendibile ed ha visto dall'alto con occhio molto discreto tutta la scena. Si tratta di una videocamera che il titolare dell'autosalone ha piazzato all'ingresso, proprio dove Spena e Vaccaro avevano parcheggiato la Jeep e stavano aspettando che la signora tornasse. Su questo filmato da ieri sera gli inquirenti stanno indagando senza tralasciare nessun particolare. E nella notte di ieri sono partite perquisizioni a tappeto in tutta la città alla ricerca del killer che s'è dileguato, ma che non sapeva d'essere videosorvegliato mentre portava a termine con scientificità la sua missione di morte.
La notizia dell'omicidio in pochi minuti ha fatto i l giro della città ed è arrivata in consiglio comunale, dove c'erano anche tre esponenti della Regione per discutere dell'attentato al depositi di gomme, davanti al commissariato di polizia, che ha totalmente distrutto una palazzina a due piani lasciando senza tetto quattro famiglie. La seduta è stata sospesa tra le polemiche di chi invece voleva continuare a discutere.
Negli ultimi sette giorni a Lamezia ci sono stati 13 attentati intimidatori, e dall'inizio dell'anno 84 (quelli denunciati). La città è stata presa d'assalto dai clan. E dopo l'incendio di via Perugini il procuratore della Repubblica ha detto: «Sembra d'essere a Beirut».
Dopo il duplice omicidio è intervenuto anche Agazio Loiero. Il presidente della Regione ha dichiarato: «In un Paese democratico non ci possono essere zone senza legge. E Lamezia non può rimanere infeudata alla 'ndrangheta. Bisogna correre ai ripari.
Chiederò al ministro dell'Interno Giuliano Amato un progetto d'urto contro la criminalità organizzata che tenta di condizionare la vita civile di una città così importante. Troppo è stato finora lasciato al caso. Non se ne può più».
Per il sindaco lametino Gianni Speranza «quello che sta succedendo, l'escalation sempre più grave, dimostra che c'è un "caso Lamezia", cioè un problema acuto e drammatico nella terza città della Calabria rispetto al quale servono misure forti, durature e coerenti che siano quindi adeguate alla gravità della situazione».
Il primo cittadino ha aggiunto che «serve pure che la città reagisca, che la comunità ritrovi quella forza che possiede, e che ha nei momenti migliori, di esprimere le risorse positive e che hanno portato in questi mesi alla costituzione dell' associazione antiracket tra gli imprenditori . Perchè abbiamo bisogno di risposte da parte dello Stato, ma contemporaneamente di una reazione adeguata a livello civile e sociale. L'amministrazione guiderà questo processo nella nostra città».
E il deputato Franco Laratta, dell'Ulivo, ha chiesto ad Amato il coraggio di affrontare la questione calabrese con determinazione, affidando al super prefetto De Sena il compito di agire con strumenti straordinari, altrimenti molti calabresi onesti andranno via dalla nostra regione».
Indagini alla Direzione antimafia
Dietro il duplice omicidio di giovedì a Lamezia ci sarebbe la mano della criminalità organizzata
LAMEZIA TERME. C’è la mano della ‘ndrangheta, del racket delle estorsioni, del traffico della droga dietro il duplice omicidio di giovedì o si tratta di una vendetta, di un regolamento di conti ? Sono interrogativi ai quali gli uomini della polizia di Stato di Lamezia Terme stanno tentando di dare una riposta attraverso le indagini avviate subito dopo l’assassinio di Vincenzo Spena, 29 anni, e Domenico Vaccaro, 26 anni, entrambi di Lamezia Terme. Le sequenze dell’agguato di ieri sera sono state riprese da un sistema di telecamere a circuito chiuso installate all’esterno di un autosalone dove i due, cognati, sono stati assassinati mentre erano a bordo di un fuoristrada. I due sono stati uccisi con 15 colpi di pistola calibro 9x21, alcuni dei quali hanno raggiunto le vittime alla testa. L’arma utilizzata nella fase dell’esecuzione è stata poi abbandonata dal killer a pochi metri dall’auto, che si trovava parcheggiata sulla sinistra di Viale delle Vittoria e a ridosso dell’autosalone, dove era entrata la moglie di Spena. Forse la video registrazione consentirà agli inquirenti di ricostruire la dinamica dell’agguato e quindi individuare l’esecutore materiale del delitto e stabilire il movente. I due erano incensurati: Spena era titolare di una sala giochi a Crotone, mentre Vaccaro lavorava come piastrellista nella ditta di cui è titolare il padre. Non viene, comunque, esclusa nessuna pista investigativa. Gli uomini del commissariato stanno setacciando la vita privata dei due e stanno ascoltando i loro parenti ed amici. Un pista forse porta a Crotone, dove Spena gestiva una sala giochi e spesso veniva, nella sua attività imprenditoriale, aiutato dal cognato. Nella immediatezza del delitto sono state eseguite diverse perquisizioni domiciliari. Sono state scandagliate le diverse realtà criminali, alla ricerca di qualche possibile indizio che possa condurre gli investigatori sulla pista giusta. Non è escluso che l’autore del duplice delitto sia un killer professionista, per le modalità con il quale lo ha eseguito, e cioè freddezza, lucidità mentale ed una incredibile precisione. L’omicida, forse, era nascosto nelle vicinanze, dietro qualche macchina parcheggiata all’esterno dall’autosalone, ed è entrato in azione nel momento in cui la Jeep sulla quale i due viaggiavano si è fermata davanti all’ingresso della concessionaria di autovetture. Se questa ipotesi dovesse essere confermata dagli investigatori significa che i due erano pedinati o i mandanti erano a conoscenza degli spostamenti di Spena e Vaccaro. Sul piano investigato ad occuparsi del duplice omicidio sarà anche la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha chiesto alla procura lametina il fascicolo.
Il vescovo: “Non possiamo tirarci indietro”
LAMEZIA TERME. “Non possiamo tirarci indietro dinanzi al grido disperato che sale dal cuore dell’uomo, non possiamo abdicare al nostro specifico ruolo di sentinelle, quel compito profetico che seguendo la via della denuncia, dell’annuncio e della rinuncia, si concretizza nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà e dei valori di un’etica pienamente umana e cristiana”. Questo l’appello del vescovo di Lamezia Terme, mons. Luigi Cantafora, dopo gli attentati che si sono susseguiti negli ultimi giorni in città, culminati giovedì sera con un duplice delitto. “Dinanzi a quanto in questi giorni sta accadendo in città siamo fortemente preoccupati - ha affermato il presule - partecipiamo al dramma e al dolore di tanti onesti imprenditori e commercianti che vedono andare in fumo tutti gli sforzi di una vita di impegno e di sacrificio nel tentativo di cambiare le sorti della nostra terra. La mafia locale, fortemente radicata nel territorio, imperversa con tangenti e estorsioni - ha aggiunto il presule - impone le sue leggi ma soprattutto imprime il suo stile nelle coscienze delle persone. Tante famiglie vedono i loro figli, vittime o mandanti delle organizzazioni mafiose, soccombere senza ritegno sotto i colpi delle armi da fuoco. Ad una più sollecita e oculata vigilanza dello Stato - ha stigmatizzato l’alto prelato della chiesa lametina - deve certamente accompagnarsi una vivace società civile che, lontana da illegalità e favoritismi, riempia il vuoto che vivono i nostri concittadini. L’inefficienza delle politiche occupazionali non può che creare sfiducia nei lametini e un preoccupato senso di rischio si fa strada ogni giorno di più”.
Lamezia, 11 omicidi negli ultimi due anni
LAMEZIA TERME. Con il duplice delitto di giovedì sera di Vincenzo Spena, di 29 anni, e Domenico Vaccaro, di 26, è salito a 11 il numero degli omicidi compiuti nel lametino negli ultimi due anni. La scia di sangue comincia il 24 gennaio, quando viene ucciso Francesco Zagami, di 28 anni, pregiudicato, presunto affiliato alla cosca Torcasio. A sparare sono due uomini a bordo di una moto. Per gli investigatori il delitto rientra nella guerra di mafia in corso da alcuni anni a Lamezia Terme tra il gruppo Iannazzo-Giampà e la cosca Torcasio. Il 14 agosto del 2004, sempre a Lamezia, era stato ucciso, anche in quel caso in un agguato, un fratello di Zagami, Domenico, di 26 anni. Il 6 febbraio 2005 due giovani, Antonio Deodato, di 27 anni, e Emilio Gualtieri, di 22, vengono feriti mentre si trovano in una sala giochi. Deodato muore il giorno in ospedale. Ad agire due killer col volto coperto da maschere di carnevale che inseguono il giovane sin fuori dal locale per portare a termine la loro missione. Nella stessa sala giochi, il 27 febbraio 2006, sarà ferito il titolare del locale. Il primo ottobre un cadavere carbonizzato viene trovato nel bagagliaio di un’automobile Fiat Stilo a Crozzano, una frazione montana di Lamezia. È quello di Pietro Pulice, di 42 anni, pregiudicato, ucciso a colpi di pistola e poi bruciato. L’uomo era scomparso il 28 settembre. Pulice era stato arrestato nell’ambito dell’operazione Tabula Rasa, portata a termine dalla polizia nel 2002 contro Torcasio, Giampà, Iannazzo e cosche satellitari, Gualtieri, Pagliuso, Cannizzaro, Da Ponte e Anello di Filadelfia, in conflitto tra loro. L’uomo era imparentato con i Pagliuso. Nel 2006, il 31 marzo, cade sotto i colpi dei killer Francesco Provenzano, di 22 anni. Il padre, in passato, aveva subito un tentativo di omicidio. L’agguato viene portata a termine nel pieno centro di Lamezia. Il 12 maggio vengono uccisi con alcuni colpi di pistola alla testa Francesco Diano, di 52 anni, già noto alle forze dell’ordine, e Santo Raso, di 33, incensurato. I due sono vittime di un agguato compiuto nell’azienda agricola nella quale lavoravano. Il mese successivo, il 15, viene ucciso un rappresentante di gioielli, Luciano Rotundo. L’uomo stava per scendere dalla sua auto quando un killer gli spara almeno cinque colpi di pistola. A Pianopoli, il 30 luglio, un cadavere carbonizzato viene trovato sul greto di un fiume nelle campagne di Pianopoli. È quello di Domenico Torchia, di 22 anni, scomparso dalla sua abitazione il giorno precedente. Gli assassini prima gli sparano alla testa un colpo di pistola, poi gli danno fuoco quando era ancora vivo. Il delitto, per gli investigatori, è riconducibile a contrasti nell’ambito dei gruppi della criminalità lametina che si contendono il controllo delle attività illecite. Passa solo una settimana ed il 4 agosto viene ucciso Giuseppe Catanzaro, di 44 anni, mentre l’uomo è davanti ad un bar nel centro di Lamezia, in una zona che è isola pedonale. Per questi ultimi due delitti, la polizia di Stato è riuscita a risalire ai presunti autori che sono stati arrestati. Si tratta di Massimo Crapella, di 33 anni, e Luciano Cimino, di 19, accusati di essere i responsabili dell’omicidio di Giuseppe Catanzaro, e Roberto Calidonna, di 21 anni, amico di Crapella e Cimino ed accusato del delitto di Domenico Torchia. Gli omicidi di Catanzaro e di Torchia, è la convinzione degli investigatori, sarebbero stati la risposta al tentativo di omicidio di Antonio Gualtieri, di 26 anni, presunto affiliato all’omonima cosca di Lamezia Terme.
Non toccate le bambine
di Fabrizio Gatti
Sono minorenni. Arrivano dall'Europa dell'Est o dall'Africa. Ridotte in schiavitù e costrette a vendersi. Non possono essere espulse. E l'Italia diventa il loro inferno
Quanto vale una ragazza di 18 anni o forse meno? L'offerta è stata buttata lì qualche sera fa, nel dopocena sul tavolo di una pizzeria alle porte di Torino. "Se hai 15 mila euro, diventa tua. Pagamento in tre mesi". Pochi minuti per decidere, tra il caffè e un bicchiere di grappa: "Guardala, è un affare. Te la porti a vivere con te...". Alla fine il ricatto: "Se non trova 15 mila euro in tre mesi, dovrà pagarne 50 mila all'organizzazione che l'ha fatta arrivare in Italia. E sai cosa vuol dire? Che se non l'aiuti, la manderanno a battere sulla strada". Paolo G., 41 anni, single, non si aspettava di concludere la serata con un profondo senso di colpa. Una risposta la doveva pur dare a quell'amico di mezza età che l'aveva invitato a cena. L'amico è un imprenditore piemontese con l'azienda che va così così e la testa piena di Viagra: dopo aver lanciato la proposta, ha aspettato seduto tra la nuova moglie nigeriana di vent'anni più giovane e la teenager in vendita, sorella di lei. "Gli ho risposto che avrei immediatamente portato la ragazza alla comunità del Gruppo Abele", racconta Paolo G., "ma lui, che bazzica le chiese pentecostali, mi ha fatto un discorso sul valore del debito e della promessa data. Insomma, dopo il mio rifiuto avrà provato a vendere sua cognata a qualcun altro in cerca di moglie. Oppure l'avrà mandata sulla strada. Se no, come trova quei soldi?".
Nell'Italia marchettara dove tutto si può comprare, anche la prostituzione si è inventata nuove strade. Compreso il fai-da-te di famiglia. Non importa se il contratto è per la vita o per dieci minuti sul sedile ribaltabile di una macchina. Cambia solo il costo. Eravamo il Paese dei latin lover. Siamo un popolo di clienti. Così le bande di trafficanti si adeguano. La domanda di sesso a pagamento aumenta? Loro procurano l'offerta. Con ragazze sempre più giovani. Fino alle baby-squillo, insulto un po' cinematografico per indicare ragazzine strappate dai banchi di scuola e mandate in tanga e canottiera a vendersi sui viali. Alla periferia di Roma le fanno dormire nelle grotte. La via Salaria è un postribolo di minorenni al chiaro dei lampioni e spesso anche alla luce del pomeriggio. Lo stesso, dopo le 11 di sera, diventa via Cristoforo Colombo, l'arteria che porta al mare e all'aeroporto di Fiumicino. A Milano non occorre uscire dalla città: ragazze europee e africane sono tornate a occupare piazzale Loreto, viale Abruzzi, la Circonvallazione fin dentro i quartieri semicentrali come i Navigli e il parco Ravizza. Dalle parti di Perugia hanno scoperto una gang di moldavi che legava le adolescenti alle pareti di una stalla abbandonata. Ma la distribuzione di ragazze è capillare su tutta la Penisola. Raggiunge le campagne sperdute, perché lì la domanda dei clienti su camion e trattori è altrettanto forte. Come lungo la statale 16, tra Foggia e San Severo, dove non esistono altro che campi di pomodoro e vigne. La notte le nigeriane bruciano i copertoni per farsi vedere, di giorno vanno a dormire nell'ex zuccherificio a Rignano Garganico. Oppure la statale Adriatica da Rimini a San Benedetto del Tronto. E ancora Bari, Catania, Cremona, Prato, Aosta, Treviso. Al di fuori dei confini dell'Unione europea il mondo è pieno di famiglie ridotte alla fame. I trafficanti non fanno altro che portare le figlie di quelle famiglie là dove clienti ricchi possono mantenere loro e i loro sfruttatori.
Nessuno conosce quante siano le prostitute in Italia. C'è soltanto una stima: tra 50 mila e 70 mila persone e non tutte sottoposte a un controllo violento. Il giro d'affari è mostruoso: ipotizzando un guadagno a testa di 2 mila euro a settimana, fa un incasso settimanale di 140 milioni di euro. Ma secondo Transcrime, l'osservatorio dell'Università di Trento, in quel totale il numero delle donne prigioniere del traffico di esseri umani e dello sfruttamento sessuale è in continua crescita. Le statistiche danno un minimo annuale di vittime (che a volte può coincidere con l'inverno) e un massimo (l'estate): dalla stima di 17.550-35.500 ragazze nel 2001 si passa a 19.710-39.420 nel 2004. Un altro istituto di ricerca e assistenza, il Parsec di Roma, fornisce cifre più caute. Ma comunque spaventose: quasi 23 mila donne sfruttate. E non c'è solo la prostituzione di strada. Perché la forma più temuta dalle ragazze resta quella invisibile tra le mura di night-club e appartamenti. In confronto all'Europa, l'Italia ha il record: le donne 'vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale' sono 115 ogni 100 mila abitanti maschi con più di 15 anni. Al secondo posto l'Austria con 84 vittime. L'Olanda è ferma a 76. La Spagna a 54. La Germania a 45. La Francia a 27.
Ma come si potrebbe identificare il reato di prostituzione? Nell'atto sessuale? Nel pagamento? Nella lunghezza della minigonna? La questione preoccupa sociologi e consulenti dei Comuni più sensibili. "Un provvedimento del genere", osserva Lorenza Maluccelli, ricercatrice dell'Università di Ferrara e autrice di saggi, "spingerebbe le ragazze in circuiti ancor meno visibili e più pericolosi. Quante sono le donne violentate nel silenzio? Quelle uccise? Eppure non c'è indignazione perché, per la cultura morale, se sono prostitute se la sono cercata. Gli uomini invece dovrebbero cominciare a interrogarsi sulla loro sessualità. Si dice che in Italia ci siano 9 milioni di clienti. C'è una segregazione mondiale del lavoro delle donne. Dai Paesi più poveri l'Italia prende prostitute e badanti. Due forme di servizi alla persona. E non è un caso che in tutti e due i settori lo sfruttamento di immigrate e clandestine sia largamente diffuso". A volte le prostitute hanno un lavoro regolare proprio come badanti. "Ma quando la questura lo scopre", denuncia Alessandra Ballerini, avvocato della Cgil a Genova, "il permesso di soggiorno può essere negato. Anche se la prostituzione non è vietata dalla legge".
Un progetto riuscito di mediazione tra le proteste degli abitanti e l'andirivieni di clienti l'ha inventato il Comune di Mestre. Qui le prostitute sono state invitate a trasferirsi in 'zone informali' meno abitate. Il potenziamento dell'illuminazione stradale, l'assistenza di unità di strada e la sorveglianza discreta dei vigili urbani ha convinto ragazze e travestiti a spostarsi nelle aree indicate. "L'approccio è pragmatico, puntiamo alla riduzione del danno", spiega il coordinatore, Claudio Donadel: "E ha sicuramente portato a una migliore convivenza e a un forte contrasto delle reti criminali. Dal '99, 172 ragazze sono uscite dallo sfruttamento e più di 680 persone sono state arrestate e condannate. Ora il progetto sarà esteso al Veneto. Partecipano tutti. Tranne, ovviamente, Treviso. E Belluno, dove la prostituzione è meno visibile".
Dal Veneto al Piemonte si muovono i trafficanti della mafia nigeriana. Uno di loro è famoso a Torino come pastore pentecostale. E a Verona, in un bar di Veronetta dove lavora, come basista del racket. Fa parte della rete che costringe migliaia di ragazze africane a saldare il prezzo della loro schiavitù, vendendosi sulle strade. Alcuni pastori nigeriani hanno un ruolo fondamentale. Spesso hanno di fronte giovani spaventate e analfabete. E durante le prediche le minacciano con le peggiori pene dell'inferno se non onorano il debito con l'organizzazione. A volte gli avvertimenti si trasformano in aggressioni ai familiari in Nigeria. Così l'unica via d'uscita dallo sfruttamento è l'aiuto dei clienti. "Il 90 per cento delle ragazze nigeriane", spiega Claudio Magnabosco, fondatore del progetto La ragazza di Benin City, "esce dalla tratta accompagnato da un uomo, cliente o ex cliente che è diventato amico, fidanzato o marito". Il progetto punta alla sensibilizzazione dei 'consumatori': "I clienti, se informati, possono diventare una risorsa. Vogliono multarli? Facciano pure, ma chi aiuterà le ragazze segregate?". Una delle vittime della tratta, Isoke Aikpitanyi, è oggi moglie di Claudio Magnabosco: "Per uscire", racconta Isoke, "basterebbe darci una opportunità, un permesso di soggiorno anche breve, sei mesi, per cercare un lavoro vero. In cambio dei documenti, invece, le autorità pretendono che denunci qualcuno. Dobbiamo far sapere quello che succede. Le 200 nigeriane assassinate in Italia. Le stuprate. Le madri alle quali le maman prendono i figli per ricattarle. I black boy che spacciano droga. Le famiglie che spingono le figlie minorenni a venire in Europa. La corruzione che favorisce i trafficanti. Le mutilazioni sessuali, il debito da pagare che non finisce mai, i pastori cristiani che collaborano con il racket, le ragazze che muoiono attraversando il deserto. Questa è la tratta. Davvero pensate che il problema sia la prostituzione?".
Maschio ora paghi tu
di Chiara Valentini
La legge Merlin è superata. Perché i tempi sono cambiati e ora emerge una inquietante pedofilia. Che va stroncata. Colpendo severamente gli sfruttatori delle ragazzine e i clienti. Parla una storica femminista. Colloquio con Dacia Maraini
In un testo teatrale degli anni '70, 'Dialogo di una prostituta con il suo cliente', tradotto in 22 lingue e rappresentato ancora oggi, Dacia Maraini cercava di dimostrare che in sostanza la prostituzione stava diventando un mestiere come un altro. Ma in tempi più recenti, di fronte alle ragazze straniere trascinate sui marciapiedi di casa nostra da bande di sfruttatori, aveva cambiato decisamente idea. E aveva scritto, con il gruppo femminista Controparola, una 'Lettera aperta ai clienti delle lucciole', uscita su 'L'espresso'. Dacia si rivolgeva a quei protagonisti sfuggenti del mercato a luci rosse che sono appunto i clienti, "non per criminalizzarli o metterli alla gogna, ma per invitarli a riflettere su cosa significa andare a letto con una donna in stato di schiavitù". E a trarne le dovute conseguenze.
Dalla Lettera sono passati un po' di anni, ma si direbbe che i clienti siano cambiati solo in peggio. Lei cosa ne pensa?
"Non c'è nessun dubbio. I clienti aumentano. Ed è sconvolgente che sui marciapiedi stiano arrivando ragazze sempre più giovani, bambine addirittura. Purtroppo arrivano perché sono molto richieste. Emerge una pedofilia ben più diffusa di quel che pensiamo, in un'epoca in cui sembra che molti uomini abbiano mollato i freni inibitori".
Cosa può spingere un essere umano adulto a cercare una bambina?
"Ho trovato illuminante la storia di Natasha, la ragazzina austriaca tenuta prigioniera per tanto tempo in quella cantina dal suo rapitore. È come se lui avesse ripetuto per anni e anni quel che un cliente qualsiasi fa nell'incontro di una sera. L'aveva segregata per usarla come una cosa sua. Era in questo il suo piacere, era nell'idea di dominarla, di decidere ogni momento della sua vita, probabilmente più che negli incontri sessuali. Anche chi paga una bambina che si prostituisce si illude di esercitare questo potere assoluto".
Però le giovani e belle lucciole dell'Est che affollano i marciapiedi dovrebbero suscitare desideri diversi.
"Non ne sarei sicura. Mi ha colpito molto sentire alla televisione l'intervista ad un uomo sulla quarantina, sposato e padre di due figli, che va due volte a settimana con una qualche prostituta. Quando gli hanno chiesto perché lui ha risposto con queste precise parole: 'Compro questa ragazza e ne faccio quello che voglio'. Ecco, nella sua brutalità è l'immagine perfetta di quel che spinge oggi un uomo a cercare sesso a pagamento senza neanche preoccuparsi se la donna che paga è lì per sua volontà oppure no. Parole come piacere e erotismo lo interessano poco. Gli bastano quei dieci minuti in cui può pensare 'L'ho pagata e la domino'. Se quel rapporto per qualche ragione diventasse gratis non gli interesserebbe più".
Ma tutta la mitologia della prostituzione, tutta la letteratura che è stata fatta sulla trasgressione erotica, sui desideri inconfessabili che solo lì possono essere soddisfatti, dove va a finire?
"È uno dei tanti luoghi comuni che sono caduti. Quando le prostitute si raccontano parlano sempre di regole rigidissime: niente baci, niente rapporti anali o sadomaso, a meno che non si tratti di una specialista. Ma tutto questo importa poco a uomini che si sentono sempre meno potenti, che sentono scivolare via il loro potere anche sul piano culturale. Se negli anni '50 si permettevano di dire in casa 'Qui comando io', oggi possono dirlo solo in un incontro mercenario".
Da una ricerca fatta qualche anno fa a Milano veniva fuori l'assoluta indifferenza di buona parte dei clienti delle lucciole per la loro condizione di non libertà. Neanche l'ombra della tratta sembrava impressionarli. "Mi dispiace per loro però ognuno ha quello che si merita e io non posso farci niente", diceva per esempio uno studente di scienze politiche.
"Questo è il punto cruciale, la razionalizzazione dell'egoismo e la difesa di antichi privilegi. Ma l'indifferenza non è più accettabile, perché non si può fingere di ignorare qualcosa di cui i giornali e le televisioni parlano così spesso. Gli uomini devono mettersi in testa che andare a letto con una prostituta straniera spesso vuol dire incoraggiare la malavita internazionale, sostenere i racket. In certi casi vuol dire anche diventare complici di reati gravi, di abuso di minorenne, di sequestro di persona".
Ma la legge Merlin non prevede nessuna responsabilità per il cliente.
"La Merlin non può essere un tabù, è arrivato il momento di cambiarla. Quando era stata scritta il commercio sessuale si svolgeva fra adulti consenzienti. E questo deve restare lecito. Ma oggi c'è ben altro. Certo bisogna perseguire gli sfruttatori, che però sono difficili da individuare. Il cliente invece è sotto i nostri occhi. E non può continuare a essere l'eterno irresponsabile".
Insomma, lei propone di renderlo punibile?
"In certi casi sì. Non capisco perché chi compra merce rubata da un ricettatore non può cavarsela dicendo 'ma io non sapevo', mentre un signore che carica una ragazzina in macchina non è tenuto a valutare la sua età, a informarsi".
Non teme che l'accusino di sostenere posizioni forcaiole?
"No, qui si tratta dell'elementare difesa di esseri umani. Non può più continuare la tacita tolleranza che c'è sempre stata sulla prostituzione, bisogna rompere quello schema culturale. Non è possibile indignarsi per la tratta dei raccoglitori di pomodori e chiudere un occhio sulla tratta delle donne".
Molti sindaci hanno cercato in questi anni di combattere il fenomeno con misure d'emergenza, dalle telecamere nei luoghi d'incontro alle multe per sosta vietata ai clienti. Proprio su questo Wladimir Luxuria se l'è presa con Veltroni.
"Capisco che può sembrare una limitazione delle libertà individuali. Ma anche questo è un modo per disturbare i trafficanti e forse anche per far prendere coscienza ai clienti".
La prostituzione c'è sempre stata e ci sarà sempre, è il vecchio adagio che ci sentiamo ripetere. È d'accordo?
"Non credo che la prostituzione sia destinata a essere eterna. Anche la schiavitù sembrava indistruttibile e invece è tramontata. Può anche risorgere qua e là, ma è bollata come intollerabile in tutto il mondo civile. Spero che prima o poi succederà la stessa cosa per il mercato delle donne".
Intanto le italiane che si prostituiscono sono diventate una minoranza rispetto alle straniere. Qual è la ragione?
"Forse è come per le badanti, certi lavori duri le italiane non li vogliono più fare. Ma è un'ipotesi".
Anche le femministe, osserva qualcuno, non si battono contro le nuove schiavitù.
"Ma il femminismo non è mica un partito o un sindacato. Da molti anni è frazionato in gruppi che riflettono, che lavorano su temi concreti, compresa la prostituzione. Ma i media hanno seguito poco. Poi c'è stata la manifestazione di Milano dell'anno scorso, un fiume in piena dalle ragazze fino alle anziane, indignate per gli attacchi ai loro diritti. Chissà che la piazza non torni a essere il modo giusto perché le donne si facciano ascoltare".
26.10.2006 - REPORTAGE – L’ESPRESSO
Non toccate le bambine
di Fabrizio Gatti
Sono minorenni. Arrivano dall'Europa dell'Est o dall'Africa. Ridotte in schiavitù e costrette a vendersi. Non possono essere espulse. E l'Italia diventa il loro inferno
Quanto vale una ragazza di 18 anni o forse meno? L'offerta è stata buttata lì qualche sera fa, nel dopocena sul tavolo di una pizzeria alle porte di Torino. "Se hai 15 mila euro, diventa tua. Pagamento in tre mesi". Pochi minuti per decidere, tra il caffè e un bicchiere di grappa: "Guardala, è un affare. Te la porti a vivere con te...". Alla fine il ricatto: "Se non trova 15 mila euro in tre mesi, dovrà pagarne 50 mila all'organizzazione che l'ha fatta arrivare in Italia. E sai cosa vuol dire? Che se non l'aiuti, la manderanno a battere sulla strada". Paolo G., 41 anni, single, non si aspettava di concludere la serata con un profondo senso di colpa. Una risposta la doveva pur dare a quell'amico di mezza età che l'aveva invitato a cena. L'amico è un imprenditore piemontese con l'azienda che va così così e la testa piena di Viagra: dopo aver lanciato la proposta, ha aspettato seduto tra la nuova moglie nigeriana di vent'anni più giovane e la teenager in vendita, sorella di lei. "Gli ho risposto che avrei immediatamente portato la ragazza alla comunità del Gruppo Abele", racconta Paolo G., "ma lui, che bazzica le chiese pentecostali, mi ha fatto un discorso sul valore del debito e della promessa data. Insomma, dopo il mio rifiuto avrà provato a vendere sua cognata a qualcun altro in cerca di moglie. Oppure l'avrà mandata sulla strada. Se no, come trova quei soldi?".
Nell'Italia marchettara dove tutto si può comprare, anche la prostituzione si è inventata nuove strade. Compreso il fai-da-te di famiglia. Non importa se il contratto è per la vita o per dieci minuti sul sedile ribaltabile di una macchina. Cambia solo il costo. Eravamo il Paese dei latin lover. Siamo un popolo di clienti. Così le bande di trafficanti si adeguano. La domanda di sesso a pagamento aumenta? Loro procurano l'offerta. Con ragazze sempre più giovani. Fino alle baby-squillo, insulto un po' cinematografico per indicare ragazzine strappate dai banchi di scuola e mandate in tanga e canottiera a vendersi sui viali. Alla periferia di Roma le fanno dormire nelle grotte. La via Salaria è un postribolo di minorenni al chiaro dei lampioni e spesso anche alla luce del pomeriggio. Lo stesso, dopo le 11 di sera, diventa via Cristoforo Colombo, l'arteria che porta al mare e all'aeroporto di Fiumicino. A Milano non occorre uscire dalla città: ragazze europee e africane sono tornate a occupare piazzale Loreto, viale Abruzzi, la Circonvallazione fin dentro i quartieri semicentrali come i Navigli e il parco Ravizza. Dalle parti di Perugia hanno scoperto una gang di moldavi che legava le adolescenti alle pareti di una stalla abbandonata. Ma la distribuzione di ragazze è capillare su tutta la Penisola. Raggiunge le campagne sperdute, perché lì la domanda dei clienti su camion e trattori è altrettanto forte. Come lungo la statale 16, tra Foggia e San Severo, dove non esistono altro che campi di pomodoro e vigne. La notte le nigeriane bruciano i copertoni per farsi vedere, di giorno vanno a dormire nell'ex zuccherificio a Rignano Garganico. Oppure la statale Adriatica da Rimini a San Benedetto del Tronto. E ancora Bari, Catania, Cremona, Prato, Aosta, Treviso. Al di fuori dei confini dell'Unione europea il mondo è pieno di famiglie ridotte alla fame. I trafficanti non fanno altro che portare le figlie di quelle famiglie là dove clienti ricchi possono mantenere loro e i loro sfruttatori.
Nessuno conosce quante siano le prostitute in Italia. C'è soltanto una stima: tra 50 mila e 70 mila persone e non tutte sottoposte a un controllo violento. Il giro d'affari è mostruoso: ipotizzando un guadagno a testa di 2 mila euro a settimana, fa un incasso settimanale di 140 milioni di euro. Ma secondo Transcrime, l'osservatorio dell'Università di Trento, in quel totale il numero delle donne prigioniere del traffico di esseri umani e dello sfruttamento sessuale è in continua crescita. Le statistiche danno un minimo annuale di vittime (che a volte può coincidere con l'inverno) e un massimo (l'estate): dalla stima di 17.550-35.500 ragazze nel 2001 si passa a 19.710-39.420 nel 2004. Un altro istituto di ricerca e assistenza, il Parsec di Roma, fornisce cifre più caute. Ma comunque spaventose: quasi 23 mila donne sfruttate. E non c'è solo la prostituzione di strada. Perché la forma più temuta dalle ragazze resta quella invisibile tra le mura di night-club e appartamenti. In confronto all'Europa, l'Italia ha il record: le donne 'vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale' sono 115 ogni 100 mila abitanti maschi con più di 15 anni. Al secondo posto l'Austria con 84 vittime. L'Olanda è ferma a 76. La Spagna a 54. La Germania a 45. La Francia a 27.
Ma come si potrebbe identificare il reato di prostituzione? Nell'atto sessuale? Nel pagamento? Nella lunghezza della minigonna? La questione preoccupa sociologi e consulenti dei Comuni più sensibili. "Un provvedimento del genere", osserva Lorenza Maluccelli, ricercatrice dell'Università di Ferrara e autrice di saggi, "spingerebbe le ragazze in circuiti ancor meno visibili e più pericolosi. Quante sono le donne violentate nel silenzio? Quelle uccise? Eppure non c'è indignazione perché, per la cultura morale, se sono prostitute se la sono cercata. Gli uomini invece dovrebbero cominciare a interrogarsi sulla loro sessualità. Si dice che in Italia ci siano 9 milioni di clienti. C'è una segregazione mondiale del lavoro delle donne. Dai Paesi più poveri l'Italia prende prostitute e badanti. Due forme di servizi alla persona. E non è un caso che in tutti e due i settori lo sfruttamento di immigrate e clandestine sia largamente diffuso". A volte le prostitute hanno un lavoro regolare proprio come badanti. "Ma quando la questura lo scopre", denuncia Alessandra Ballerini, avvocato della Cgil a Genova, "il permesso di soggiorno può essere negato. Anche se la prostituzione non è vietata dalla legge".
Un progetto riuscito di mediazione tra le proteste degli abitanti e l'andirivieni di clienti l'ha inventato il Comune di Mestre. Qui le prostitute sono state invitate a trasferirsi in 'zone informali' meno abitate. Il potenziamento dell'illuminazione stradale, l'assistenza di unità di strada e la sorveglianza discreta dei vigili urbani ha convinto ragazze e travestiti a spostarsi nelle aree indicate. "L'approccio è pragmatico, puntiamo alla riduzione del danno", spiega il coordinatore, Claudio Donadel: "E ha sicuramente portato a una migliore convivenza e a un forte contrasto delle reti criminali. Dal '99, 172 ragazze sono uscite dallo sfruttamento e più di 680 persone sono state arrestate e condannate. Ora il progetto sarà esteso al Veneto. Partecipano tutti. Tranne, ovviamente, Treviso. E Belluno, dove la prostituzione è meno visibile".
Dal Veneto al Piemonte si muovono i trafficanti della mafia nigeriana. Uno di loro è famoso a Torino come pastore pentecostale. E a Verona, in un bar di Veronetta dove lavora, come basista del racket. Fa parte della rete che costringe migliaia di ragazze africane a saldare il prezzo della loro schiavitù, vendendosi sulle strade. Alcuni pastori nigeriani hanno un ruolo fondamentale. Spesso hanno di fronte giovani spaventate e analfabete. E durante le prediche le minacciano con le peggiori pene dell'inferno se non onorano il debito con l'organizzazione. A volte gli avvertimenti si trasformano in aggressioni ai familiari in Nigeria. Così l'unica via d'uscita dallo sfruttamento è l'aiuto dei clienti. "Il 90 per cento delle ragazze nigeriane", spiega Claudio Magnabosco, fondatore del progetto La ragazza di Benin City, "esce dalla tratta accompagnato da un uomo, cliente o ex cliente che è diventato amico, fidanzato o marito". Il progetto punta alla sensibilizzazione dei 'consumatori': "I clienti, se informati, possono diventare una risorsa. Vogliono multarli? Facciano pure, ma chi aiuterà le ragazze segregate?". Una delle vittime della tratta, Isoke Aikpitanyi, è oggi moglie di Claudio Magnabosco: "Per uscire", racconta Isoke, "basterebbe darci una opportunità, un permesso di soggiorno anche breve, sei mesi, per cercare un lavoro vero. In cambio dei documenti, invece, le autorità pretendono che denunci qualcuno. Dobbiamo far sapere quello che succede. Le 200 nigeriane assassinate in Italia. Le stuprate. Le madri alle quali le maman prendono i figli per ricattarle. I black boy che spacciano droga. Le famiglie che spingono le figlie minorenni a venire in Europa. La corruzione che favorisce i trafficanti. Le mutilazioni sessuali, il debito da pagare che non finisce mai, i pastori cristiani che collaborano con il racket, le ragazze che muoiono attraversando il deserto. Questa è la tratta. Davvero pensate che il problema sia la prostituzione?".
Maschio ora paghi tu
di Chiara Valentini
La legge Merlin è superata. Perché i tempi sono cambiati e ora emerge una inquietante pedofilia. Che va stroncata. Colpendo severamente gli sfruttatori delle ragazzine e i clienti. Parla una storica femminista. Colloquio con Dacia Maraini
In un testo teatrale degli anni '70, 'Dialogo di una prostituta con il suo cliente', tradotto in 22 lingue e rappresentato ancora oggi, Dacia Maraini cercava di dimostrare che in sostanza la prostituzione stava diventando un mestiere come un altro. Ma in tempi più recenti, di fronte alle ragazze straniere trascinate sui marciapiedi di casa nostra da bande di sfruttatori, aveva cambiato decisamente idea. E aveva scritto, con il gruppo femminista Controparola, una 'Lettera aperta ai clienti delle lucciole', uscita su 'L'espresso'. Dacia si rivolgeva a quei protagonisti sfuggenti del mercato a luci rosse che sono appunto i clienti, "non per criminalizzarli o metterli alla gogna, ma per invitarli a riflettere su cosa significa andare a letto con una donna in stato di schiavitù". E a trarne le dovute conseguenze.
Dalla Lettera sono passati un po' di anni, ma si direbbe che i clienti siano cambiati solo in peggio. Lei cosa ne pensa?
"Non c'è nessun dubbio. I clienti aumentano. Ed è sconvolgente che sui marciapiedi stiano arrivando ragazze sempre più giovani, bambine addirittura. Purtroppo arrivano perché sono molto richieste. Emerge una pedofilia ben più diffusa di quel che pensiamo, in un'epoca in cui sembra che molti uomini abbiano mollato i freni inibitori".
Cosa può spingere un essere umano adulto a cercare una bambina?
"Ho trovato illuminante la storia di Natasha, la ragazzina austriaca tenuta prigioniera per tanto tempo in quella cantina dal suo rapitore. È come se lui avesse ripetuto per anni e anni quel che un cliente qualsiasi fa nell'incontro di una sera. L'aveva segregata per usarla come una cosa sua. Era in questo il suo piacere, era nell'idea di dominarla, di decidere ogni momento della sua vita, probabilmente più che negli incontri sessuali. Anche chi paga una bambina che si prostituisce si illude di esercitare questo potere assoluto".
Però le giovani e belle lucciole dell'Est che affollano i marciapiedi dovrebbero suscitare desideri diversi.
"Non ne sarei sicura. Mi ha colpito molto sentire alla televisione l'intervista ad un uomo sulla quarantina, sposato e padre di due figli, che va due volte a settimana con una qualche prostituta. Quando gli hanno chiesto perché lui ha risposto con queste precise parole: 'Compro questa ragazza e ne faccio quello che voglio'. Ecco, nella sua brutalità è l'immagine perfetta di quel che spinge oggi un uomo a cercare sesso a pagamento senza neanche preoccuparsi se la donna che paga è lì per sua volontà oppure no. Parole come piacere e erotismo lo interessano poco. Gli bastano quei dieci minuti in cui può pensare 'L'ho pagata e la domino'. Se quel rapporto per qualche ragione diventasse gratis non gli interesserebbe più".
Ma tutta la mitologia della prostituzione, tutta la letteratura che è stata fatta sulla trasgressione erotica, sui desideri inconfessabili che solo lì possono essere soddisfatti, dove va a finire?
"È uno dei tanti luoghi comuni che sono caduti. Quando le prostitute si raccontano parlano sempre di regole rigidissime: niente baci, niente rapporti anali o sadomaso, a meno che non si tratti di una specialista. Ma tutto questo importa poco a uomini che si sentono sempre meno potenti, che sentono scivolare via il loro potere anche sul piano culturale. Se negli anni '50 si permettevano di dire in casa 'Qui comando io', oggi possono dirlo solo in un incontro mercenario".
Da una ricerca fatta qualche anno fa a Milano veniva fuori l'assoluta indifferenza di buona parte dei clienti delle lucciole per la loro condizione di non libertà. Neanche l'ombra della tratta sembrava impressionarli. "Mi dispiace per loro però ognuno ha quello che si merita e io non posso farci niente", diceva per esempio uno studente di scienze politiche.
"Questo è il punto cruciale, la razionalizzazione dell'egoismo e la difesa di antichi privilegi. Ma l'indifferenza non è più accettabile, perché non si può fingere di ignorare qualcosa di cui i giornali e le televisioni parlano così spesso. Gli uomini devono mettersi in testa che andare a letto con una prostituta straniera spesso vuol dire incoraggiare la malavita internazionale, sostenere i racket. In certi casi vuol dire anche diventare complici di reati gravi, di abuso di minorenne, di sequestro di persona".
Ma la legge Merlin non prevede nessuna responsabilità per il cliente.
"La Merlin non può essere un tabù, è arrivato il momento di cambiarla. Quando era stata scritta il commercio sessuale si svolgeva fra adulti consenzienti. E questo deve restare lecito. Ma oggi c'è ben altro. Certo bisogna perseguire gli sfruttatori, che però sono difficili da individuare. Il cliente invece è sotto i nostri occhi. E non può continuare a essere l'eterno irresponsabile".
Insomma, lei propone di renderlo punibile?
"In certi casi sì. Non capisco perché chi compra merce rubata da un ricettatore non può cavarsela dicendo 'ma io non sapevo', mentre un signore che carica una ragazzina in macchina non è tenuto a valutare la sua età, a informarsi".
Non teme che l'accusino di sostenere posizioni forcaiole?
"No, qui si tratta dell'elementare difesa di esseri umani. Non può più continuare la tacita tolleranza che c'è sempre stata sulla prostituzione, bisogna rompere quello schema culturale. Non è possibile indignarsi per la tratta dei raccoglitori di pomodori e chiudere un occhio sulla tratta delle donne".
Molti sindaci hanno cercato in questi anni di combattere il fenomeno con misure d'emergenza, dalle telecamere nei luoghi d'incontro alle multe per sosta vietata ai clienti. Proprio su questo Wladimir Luxuria se l'è presa con Veltroni.
"Capisco che può sembrare una limitazione delle libertà individuali. Ma anche questo è un modo per disturbare i trafficanti e forse anche per far prendere coscienza ai clienti".
La prostituzione c'è sempre stata e ci sarà sempre, è il vecchio adagio che ci sentiamo ripetere. È d'accordo?
"Non credo che la prostituzione sia destinata a essere eterna. Anche la schiavitù sembrava indistruttibile e invece è tramontata. Può anche risorgere qua e là, ma è bollata come intollerabile in tutto il mondo civile. Spero che prima o poi succederà la stessa cosa per il mercato delle donne".
Intanto le italiane che si prostituiscono sono diventate una minoranza rispetto alle straniere. Qual è la ragione?
"Forse è come per le badanti, certi lavori duri le italiane non li vogliono più fare. Ma è un'ipotesi".
Anche le femministe, osserva qualcuno, non si battono contro le nuove schiavitù.
"Ma il femminismo non è mica un partito o un sindacato. Da molti anni è frazionato in gruppi che riflettono, che lavorano su temi concreti, compresa la prostituzione. Ma i media hanno seguito poco. Poi c'è stata la manifestazione di Milano dell'anno scorso, un fiume in piena dalle ragazze fino alle anziane, indignate per gli attacchi ai loro diritti. Chissà che la piazza non torni a essere il modo giusto perché le donne si facciano ascoltare".


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di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
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Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
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