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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Quella realtà di Diano Marina
che vorrebbe oscurare i fatti,
oscurando noi. Tutta la storia.
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Le cementificazioni hanno un
prezzo come la mancata messa
in sicurezza del territorio
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La messa in sicurezza latita,
la bonifica è lontana e qualcuno
vuole anche riaprire la Discarica.
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Cosenza - Si chiamava Carlo Mazzei. Il racconto d'un testimone
Dodici incriminati per l'uccisione di un ventitreenne
nel penitenziario
di Arcangelo Badolati
Agguati per le strade della città capoluogo, omicidi a Paola, Amatea, San Lucido, Corigliano, Sibari: erano i terribili anni '80 e nel Cosentino impazzava la guerra di mafia. Si uccideva ovunque, anche in carcere. Si poteva morire anche per via d'una amicizia sbagliata. Così accadde a Carlo Mazzei, 23 anni, assassinato a coltellate nel vecchio carcere bruzio di Colle Triglio il 27 agosto 1980. Venticinque anni dopo, per questo crimine, la Procura di Cosenza ha incriminato dodici persone cui è stato notificato un avviso di proroga delle indagini preliminari. Indagini riaperte grazie alle confessioni rese dai collaboratori di giustizia. Tra i sospettati, nella veste di mandante, figura il pentito Franco Pino, all'epoca dei fatti a capo di una potente cosca. Mazzei venne ucciso nella cella numero 11 del penitenziario, dove si trovava in compagnia di Nicola Notargiacomo e Salvatore Pati. Un commando, composto da cinque persone, fece irruzione nella cella. Notargiacomo non venne sfiorato, mentre Pati rimase ferito da un fendente ma riuscì a salvarsi proteggendosi il corpo con il materasso della branda. Mazzei, invece, venne ammazzato con nove coltellate vibrate in varie parti del corpo. L'eliminazione del ventitreenne – secondo quanto riferito dai collaboratori Roberto Pagano e Franco Pino – fu una sorta di risposta data per vendicare la scomparsa per lupara bianca di Armando Bevacqua. L'uomo, che era figlio naturale di Luigi Palermo, inteso come "U Zorru", per lungo tempo capo carismatico della malavita cosentina, era stato fatto sparire il 31 luglio del 1980. Mazzei veniva ritenuto vicino a Carlo Rotundo, contabile di una delle cosche in lotta in città, ammazzato a sua volta nel 1981. Nicola Notargiacomo, testimone oculare dell'accoltellamento compiuto in carcere, ricostruisve così le fasi del delitto. «Pati era sdraiato sulla branda, io mi dedicai a sistemare la frutta mentre Carlo Mazzei era nel bagno intento a sbarbarsi. Ad un tratto, vicino all'infermeria, scoppiò una lite che richiamò l'attenzione della guardia che si allontanò in quella direzione repentinamente. Quando la guardia si allontanò dalla nostra cella, entrarono cinque persone incappucciate, che indossavano tute da ginnastica e scarpe da tennis, due delle quali armate di coltello a scatto, mentre gli altri tre impugnavano trincette da calzolaio. Uno di loro mi puntò contro una trincetta ingiungendomi di farmi i fatti miei. Gli altri quattro entrarono nel bagno ove vi era Mazzei ancora intento a farsi la barba. Salvatore Pati balzò dalla branda che immediatamente usò come scudo ponendosela davanti al corpo e impugnò repentinamente una lama di coltello priva di manico, che noi tenevamo per ogni evenienza. Pati venne colpito da un fendente al fianco dall'uomo che mi sorvegliava. Gli altri quattro, invece, colpirono Mazzei nel bagno con nove coltellate. L'uomo tentò una timida difesa brandendo un legno di scopa».
CREDITO ILLEGALE
Il mercato nero del denaro, da tempo diffuso al Sud, oggi non ha più frontiere
Spese pazze e gioco
Allarme usura anche a Nord. Genova, Milano, Torino, Forlì le città più a rischio.
L'impegno dei gruppi legati alla Chiesa per contrastare il fenomeno
da Milano Giovanna Sciacchitano
Genova, Milano, Torino, Forlì, Verona e Gorizia sono le città più esposte al rischio di usura nel Nord secondo gli indicatori di criminalità - fra cui le denunce di reato - in base a una ricerca effettuata dal sociologo Maurizio Fiasco e diffusa ieri all'incontro organizzato a Milano dalla Fondazione San Bernardino, organismo promosso dalle diocesi e Caritas di Lombardia. All'appuntamento erano presenti anche la Fondazione San Matteo di Torino e la Fondazione Santa Maria del Soccorso di Genova, insieme a monsignor Alberto D'Urso e padre Massimo Rastrelli, rispettivamente segretario e presidente della Consulta nazionale antiusura che si sono confrontati con gli operatori delle fondazioni e dei centri di ascolto delle Caritas diocesiane.
«Si finisce nelle mani degli usurai perché non si riesce a pagare un fornitore - spiega monsignor D'Urso - o molto spesso perché si fa il passo più lungo della gamba, perché si è abbagliati da messaggi fuorvianti, perché si è vittime del gioco d'azzardo... Per tanti motivi e noi accompagniamo queste persone per cercare di uscire da un tunnel pericoloso».
La Consulta nazionale antiusura è un'associazione costituita nel 1995 in base a un'esplicita motivazione cristiana nell'ambito di un'azione di promozione umana delle comunità cristiane e delle direttive della Cei. Chi vuole contattare la Consulta può cercare la fondazione più vicina sul sito www.consultantiusura.it. «Le fondazioni ascoltano le persone e le famiglie indebitate e che sono a rischio di usura fornendo una consulenza legale e finanziaria. Del resto oggi in Italia un milione e ottocento persone sono sotto la soglia di povertà e quindi facilmente preda degli usurai. A loro diciamo, se siete in difficoltà, non esitate a chiedere aiuto». Le fondazioni non erogano direttamente prestiti, ma forniscono alle banche convenzionate le garanzie necessarie per l'accesso al credito di persone che altrimenti si vedrebbero negare ogni possibilità. Oggi la pressione dei media e il perseguimento di stili di vita superiori alle proprie possibilità spinge molte famiglie, un po' in tutta Italia, a bussare alle porte del mercato nero del denaro. «Proprio per questo cerchiamo di far capire come si gestisce un bilancio domestico - ha osservato Luciano Gualzetti, presidente della Fondazione San Bernardino - promuoviamo corsi di formazione ai centri di ascolto della Caritas diocesiana e stiamo preparando una campagna pubblicitaria incentrata sul tema della prevenzione».
Il problema dell'usura investe il Nord e tutta l'Italia. Ma soprattutto il Sud. Le dieci province a maggior rischio di usura sono Trapani, Agrigento, Crotone, Taranto, Bari, Foggia, Vibo Valentia, Messina, Benevento e Caltanissetta. Dall'incontro è emersa una buona notizia, che è una vera e propria boccata d'ossigeno per chi si occupa dei problemi legati all'indebitamento, il recente stanziamento destinato al Fondo per la prevenzione dell'usura di settantamilioni di euro.
fondazioni
Triangolo industriale: tre poli di solidarietà
La tendenza all’indebitamento eccessivo è in aumento anche in Lombardia. Come nel resto del Nord Italia a causa della crisi economica e dell’incapacità di gestire il budget familiare. Per questo la Cei ha promosso a Milano la costituzione della Fondazione San Bernardino come organismo anti-usura di ispirazione ecclesiale. L’attività della Fondazione nei primi sei mesi dell’anno ha messo in evidenza un ammontare complessivo di debiti per circa 2 miliardi e 700.000 euro, cifra che conferma i dati preoccupanti evidenziati a livello istituzionale. Le posizioni prese in carico sono state 99 su 100 contatti. Di questi 81 si riferiscono alla diocesi di Milano, mentre l’invio da parte di altre Diocesi lombarde è contenuto, anche se in crescita costante. Delle posizioni prese in carico, 15 sono giunte in comitato di valutazione e per nove sono stati decisi stanziamenti per un totale di 96.600 euro. Le pratiche sono state avviate grazie alla convenzione con le banche di credito cooperativo alle quali la Fondazione offre una garanzia peri al 60% dell’accordato. Per ora i fondi utilizzati provengono unicamente dai versamenti delle Diocesi. Sempre nel Nord, la Fondazione San Matteo di Torino è stata contattata da 4.000 persone o famiglie in difficoltà. Mentre la Fondazione ligure Santa Maria del Soccorso si sono rivolte 4.500 persone. (G.SC.)
Che Donato Bilancia non abbia agito da solo è più che un sospetto. La sua vicinanza, cioè appartenenza, al mondo del gioco d'azzardo - quello delle bische clandestine di Circoli anche ufficialmente regolari - è un dato di fatto. Il Gioco d'Azzardo è sempre stato sotto lo stretto controllo delle mafie, in quegli anni, in particolare del clan Fiandaca di Cosa Nostra. La speranza che si possano accertare concretamente questi legami sarebbe certamente un passo avanti nell'accertamento dei fatti e delle dinamiche di quegli anni (e delle attività illecite tutt'ora in corso, ed anche di quella rete territoriale di strutture "culturali" che garantivano -e garantiscono- copertura a determinati "affari").
Siccome circolano, su presunti siti “antimafia” e nel solito articolo-spazzatura di Lino Jannuzzi sul Giornale, varie fesserie sul processo per la mancata perquisizione del covo di Riina, a carico del generale Mario Mori e del capitano "Ultimo", e sulla puntata di "Annozero" nella quale ho parlato della sentenza, penso sia giusto che chi vuole saperne di più abbia a disposizione la sentenza del Tribunale di Palermo che ricostruisce l’intera vicenda. Così si vedrà chi dice il falso e chi dice il vero.
Qui mi limito, per brevità, a riepilogare i punti fondamentali, emersi dal processo di Palermo concluso il 20 febbraio 2006 con una sentenza che ha assolto Mori e “Ultimo” perché non c'è la prova che le loro gravissime omissioni siano state commesse apposta per favorire illecitamente la mafia o qualcun altro.
Sei mesi prima di arrestare Riina, nell’estate del ’92, subito dopo la strage di Capaci e prima di via d'Amelio, l’allora colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, entrambi ai vertici del Ros dei Carabinieri, avviano una trattativa con la mafia tramite l'ex sindaco Vito Ciancimino, condannato per mafia, uomo di Riina e Provenzano, detenuto a Roma (l’hanno raccontato sia Mori, sia De Donno, sia Ciancimino padre, sia Ciancimino figlio). Quando Riina viene a sapere che Mori s'è fatto avanti, stappa lo champagne: è la prova che le stragi pagano. Così alza il tiro per alzare la posta della trattativa. Uccide Borsellino e pianifica gli attentati di Milano, Firenze e Roma, che poi saranno realizzati dai suoi successori, nell'estate del '93, dopo il suo arresto.
La trattativa prosegue anche dopo via d'Amelio, fino al gennaio '93, quando Riina viene catturato a Palermo. Chi abbia segnalato il nascondiglio ai carabinieri, non s'è mai saputo. Riina pensa di essere stato venduto da Provenzano, ma non c'è la prova. Guardacaso, però, quelli che prendono Riina sono gli stessi Ros che hanno trattato con Riina e Provenzano tramite Ciancimino, fino al giorno prima. Questo aiuta a capire quello che succede dopo.
Riina viene arrestato alle 8.28 del mattino del 15 gennaio ‘93. La Procura di Caselli, che è arrivato a Palermo proprio quel giorno, manda i carabinieri della Territoriale e un pm a perquisire il covo dove Riina viveva latitante, in via Bernini 54 a Palermo. Ma il capitano Ultimo convince i magistrati a bloccare il blitz. Meglio aspettare: Riina è stato preso lontano dal covo, per strada, i mafiosi potrebbero pensare che il covo non sia stato scoperto e andarci a prelevare la moglie e i quattro figli di Riina, o le carte del boss appena arrestato. Meglio non insospettirli, e arrestare anche quelli. Ottima idea. Naturalmente, per arrestarli, bisogna rimanere appostati davanti al covo o sorvegliarlo con telecamere giorno e notte.
Invece, alle 16 dello stesso giorno, i Ros ritirano il camioncino che stazionava lì da giorni e tolgono pure la telecamera nascosta in un lampione che illuminava l’ingresso del complesso residenziale. Da quel momento il covo resta totalmente incustodito per 15 giorni. Così i mafiosi che curavano la latitanza di Riina, i fratelli Sansone, hanno tutto il tempo di andare a prendere moglie e figli di Riina e spedirli a Corleone; poi tornano con l’impresa traslochi e portare via tutto; poi tornano con gli imbianchini e i muratori per tinteggiare e ristrutturare l’appartamento, facendo sparire ogni più piccola traccia. E, forse, i documenti che, secondo molti mafiosi pentiti, Riina teneva sempre con sé in cassaforte.
A fine gennaio ‘93, la Procura scopre che i carabinieri sono scappati. Caselli dispone la perquisizione, ma non trova più niente: invece dello Stato, il covo l’ha perquisito la mafia.
I due imputati al processo si difendono dicendo che ci fu un malinteso con la Procura, che mai avrebbero potuto tenere il covo sotto controllo perché restare lì era poco sicuro, gli uomini erano stanchi, la strada era stretta e comunque il servizio di osservazione e di teleripresa era “impossibile” e “inutile”. Ma queste affermazioni si contraddicono. Se davvero era pericoloso restare lì davanti a osservare e filmare, allora bisognava perquisire subito la casa, prima di andarsene. Così, se Riina teneva carte importanti in cassaforte, queste sarebbero in mano allo Stato, anziché alla mafia. Se invece l’appostamento era ritenuto inutile, chi prese quella decisione meriterebbe una perizia psichiatrica, visto che restando lì i Ros avrebbero avvistato, e dunque catturato, i fratelli Sansone. I quali invece, grazie alla fuga del Ros, poterono agire indisturbati, svuotando e ridipingendo la casa nell’assoluta certezza di non essere visti né arrestati. Insomma: se fosse stato mantenuto l’appostamento o il servizio di osservazione, si sarebbero arrestati dei mafiosi; se si fosse perquisito il covo, si sarebbero sequestrate quelle carte che anche i giudici del tribunale ritengono probabilissimo che Riina nascondesse in casa. Invece non si fece né l’una né l’altra cosa, e lo Stato rimase con un pugno di mosche in mano.
Il 20 febbraio 2006 i giudici del Tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti, a latere Sergio Ziino e Claudia Rosini, assolvono Mori e Ultimo con la sentenza che da oggi è disponibile integralmente sul sito. Ma scrivono che bene fece la Procura a indagarli, perchè “l’omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo… del capo di Cosa nostra appare condotta astrattamente idonea a integrare non solo il favoreggiamento aggravato, ma il concorso nel reato associativo, ove si dimostrino… il dolo e l’efficienza causale”.
I giudici escludono di avere le prove per condannare i due ufficiali sul piano penale, ma segnalano le loro gravissime responsabilità disciplinari.
1) “La posizione apicale del Riina ai vertici dell'organizzazione criminale ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su Cosa nostra… Tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l'interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.
… Il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi ‘pizzini’, ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall'organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese e alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto”. Dunque “l'omessa perquisizione della casa e l'abbandono del sito sino ad allora sorvegliato hanno comportato il rischio di devianza delle indagini che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato”: Mori e Ultimo erano solo distratti, o c’è dell’altro? E che cosa? Quali documenti conservava Riina che non dovevano finire in mano ai magistrati e che sono rimasti in mano alla mafia di Provenzano? E che uso ne ha fatto, o magari ne sta facendo ancora oggi, Cosa Nostra, magari per ricattare lo Stato o qualche uomo delle istituzioni?
2) La Procura di Palermo accolse la proposta del Ros di rinviare la perquisizione calcolando il rischio di consentire “a Ninetta Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina... Tale scelta, però, fu adottata certamente sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video-sorveglianza sul complesso di via Bernini. Che questa fosse la condizione posta al rinvio della perquisizione, è un dato certo ed acclarato...”. Perché dunque il Ros abbandonò la zona e disattivò la video-sorveglianza?
3) ”Al di là delle confuse argomentazioni degli imputati, è indubitabile che la decisione assunta da De Caprio (di andarsene, ndr) era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo… impartita dall'Autorità giudiziaria e… andava immediatamente comunicata” alla Procura. Che avrebbe subito disposto il blitz. Invece Caselli fu avvertito solo dopo 15 giorni. Perché?
4) ”Il sito... fu abbandonato e nessuna comunicazione fu data agli inquirenti. Questo elemento tuttavia, se certamente idoneo all'insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile a un’erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini della responsabilità penale”. Perché nessuno ha mai contestato ai due imputati questa evidente responsabilità? Perché, anzi, Mori dopo quell’errore marchiano fu addirittura promosso dal governo Berlusconi capo del Sisde e confermato dal governo dell’Unione dopo quelle durissime parole dei giudici?
5) Prima della cattura di Rina, ”Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata che, nell'intento di scompaginare le fila di Cosa nostra e acquisire informazioni, sortì invece due effetti diversi e opposti: la collaborazione del Ciancimino” che sperava di dare qualche indicazione utile sul covo di Riina “per alleggerire la propria posizione”; e “la ‘devastante’ consapevolezza, in capo all'associazione criminale, che le stragi effettivamente ‘pagassero’ e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti”. Tant’è che Cosa Nostra, per alzare il prezzo della trattativa, pianificò le stragi del ’93 a Milano, Firenze e Roma. I giudici spiegano che “non è stato possibile accertare la causale del comportamento degli imputati”: cioè perché hanno omesso di perquisire il covo”.
Ora che il processo penale è chiuso, forse bisognerebbe chiamare in commissione Antimafia i protagonisti di quei buchi neri (compresi i responsabili del governo Amato che all’epoca reggeva il paese) e pretendere una spiegazione di quel che accadde quel giorno, e soprattutto prima di quel giorno, e dell’eventuale responsabilità politica di chi autorizzò la trattativa con la mafia e la mancata perquisizione del covo. E’ finita, quella trattativa, oppure dura ancora oggi? I parenti delle vittime delle stragi attendono verità e giustizia da 12 anni.
scarica e leggi la sentenza di Palermo
Banda di piromani a ponente distrutte auto, scooter e un dehor
Tre incendi nel giro di poche ore nel ponente cittadino, dove i piromani sono entrati in azione nel nelle zone Begato e Teglia. A Sampierdarena, invece, si è sviluppato un terzo rogo, che però dovrebbe essere dovuto ad una disattenzione di qualcuno o ad un corto circuito e non a un atto doloso.
È stato quest'ultimo il primo allarme ad arrivare a mezzanotte alla centrale dei vigili del fuoco da via Cantore: le fiamme hanno colpito il dehor di un bar, danneggiandolo seriamente fino all'intervento dei pompieri. Oltre a questi sono arrivati anche gli agenti di due volanti della questura.
Alle due, in via Linneo a Begato, un altro incendio ha distrutto completamente tre auto parcheggiate a margine della carreggiata.
Gli inquilini di alcuni caseggiati nelle vicinanze hanno notato il rogo dalle finestre ed hanno chiamato immediatamente i vigili del fuoco. Dai primi rilievi effettuati da questi ultimi sembra che le vetture coinvolte siano state incendiate da piromani, forse un gruppetto di giovani che sono soliti passare il tempo proprio in quel punto di via Linneo. In questo caso sono intervenuti gli agenti di due volanti del commassariato di Cornigliano (agli ordini del dirigente Luca Capurro) che hanno avviato le indagini per identificare i responsabili dell'atto vandalico.
Il terzo raid è andato in scena mezz'ora dopo, intorno alle 2.30.
In via delle Tofane, nella zona di Teglia, tre scooter sono stati completamente distrutti dal fuoco. Il mezzi a due ruote, anche questo presumibilmente abbandonati da qualche mese, erano regolarmente parcheggiati in una piazzetta sottostante la strada.
L'intervento dei pompieri, durato mezz'ora, ha permesso che il rogo non si estendesse ad altri veicoli vicini.
Le indagini, affidate anche per questo terzo epispodio agli uomini del commissariato Cornigliano, sembrano privilegiare l'ipotesi che dietro ai roghi di via Linneo e via delle Tofane vi sia la stessa banda di piromani.
dal sito di Democrazia e Legalità
Dopo la pubblicazione della relazione sulla Asl di Locri, abbiamo intervistato l'on. Angela Napoli, di Alleanza Nazionale, nota per il suo impegno all'interno della Commissione Antimafia e per le sue battaglie per la legalità in Calabria. La abbiamo interpellata per la sua competenza e conoscenza dei fatti. Le abbiamo rivolto domande sulla Azienda Sanitaria, sul caso Fortugno, e le abbiamo chiesto le sue opinioni sulla situazione della sanità calabrese. Le sue sono risposte che riteniamo importanti e utili, che offrono ulteriori spunti su questa incredibile vicenda.
On. Napoli, abbiamo pubblicato la relazione sulla ASL 9 di Locri nella sua interezza. Ne esce un quadro sconfortante. Mi permetta di chiederle una ovvietà: come è stato possibile arrivare a tutto questo?
Perchè questo è il sistema, purtroppo. A mio avviso, lo dico con amarezza, questo è il sistema che attiene alla quasi totalità del dipartimento della sanità calabrese, specialmente a quello della provincia di Reggio Calabria. Ci sono situazioni simili a quella della ASL di Locri, e simili responsabilità, anche a Palmi, a Melito-Porto Salvo...il problema è che non si è mai riusciti a incidere su questo sistema, non c'è mai stato un intervento (amministrativo o giudiziario) utile a ripulire, sanare quello che definisco il sistema (e lo abbiamo visto anche nella puntato di AnnoZero). Guardi ai concorsi: hanno sempre visto vincitori i parenti o gli affiliati alle famiglie di 'ndrangheta. E su questo non c'è mai stato un intervento giudiziario incisivo. Lo stesso dicasi per gli appalti, i contratti, le convenzioni, le forniture di servizi e materiali...ma insomma, una Commissione Straordinaria che sa che il direttore sanitario è sotto processo e lo lascia al suo posto... è necessario che cambino i modi... anche dopo lo scioglimento della Azienda Sanitaria, il sistema non è stato inciso.
Quando è venuto il presidente del consiglio Prodi, pochi giorni fa, per ricordare Francesco Fortugno, l'azienda commissariata ha ordinato piante e fiori per addobbare i reparti per la “modica cifa” di 7.000 euro. E a chi la va ad ordinare? Ad una ditta legata ad un personaggio compromesso con le cosche. Citato, oltretutto, a pagina 95 della stessa relazione! ho presentato una interpellanza, in tal senso. Quindi sapevano benissimo chi era. Secondo me, Prodi ha sbagliato ad andare, sapendo quale fosse (e sia tuttora) la situazione. Pensi che a tutto il personale sanitario, e parasanitario, è stato imposto (tramite circolare!) di presenziare alla visita di Prodi, con tanto di camice bianco. Immaginatevi la scena: da una parte, i sindaci della zona, con la fascia tricolore, e dall'altra, tutti schierati e vestiti di bianco, medici e paramedici che applaudivano Prodi. Basta leggere la relazione per vedere chi sono, molti di loro. Con nomi e cognomi...ecco, questo deve cambiare. A mio avviso, l'unica che ha pagato è stata il prefetto Paola Basilone, che ha voluto la coraggiosa ispezione, e che subito dopo è stata allontanata, trasferita dalla prefettura di Vibo Valentia, dove aveva svolto una funzione ripeto coraggiosa. È triste dirlo, ma, alla fine dei conti, non è successo nulla...
Lei ha fatto alcune interpellanze e interrogazioni sulla Asl di Locri e sulla situazione generale locale...ha avuto risposte soddisfacenti?
Ancora nessuna risposta. Ne ho fatta una proprio riguardo all'omicidio Fortugno, chiedendo perchè fosse stato trasferito al ministero il magistrato che per primo si occupò del caso, una proprio sulla situazione della Asl 9.... rispondendo al mio collega on. Tassone, che appunto chiedeva ragione del trasferimento del procuratore Creazzo, il sottosegretario alla giustizia Li Gotti ha citato una mia precedente interrogazione (vedi fondo pagina, nda), dicendo che essa richiede un lavoro di raccolta dati, al quale il governo sta provvedendo, per fornire tutte le risposte necessarie. Sto ancora aspettando. Ma non possono darle, le risposte! I dati sono sotto gli occhi di tutti, sarebbero risposte troppo gravi...
Onorevole Napoli, non sono mai riuscito a capire perchè l'allora ministro degli interni segretò la relazione sulla Asl di Locri.
È molto strano, in effetti. Io stessa ho chiesto a suo tempo che fosse resa nota. È assurdo secretare un documento così. È stato anche tardivo il commissariamento della Azienda Sanitaria, l'unica sciolta per mafia in tutta Italia. Il commissariamento è arrivato solo dopo due mesi dalla consegna del documento prefettizio, ed è stato disposto solo nell'ultimo consiglio dei ministri del precedente governo. Io non sono riuscita ad acquisirlo, visto che la commissione antimafia era già sciolta. Neppure il vicepresidente del consiglio Fini, al quale mi ero rivolta, riuscì ad ottenerla. Avrei giustificato la segretazione se ci fosse stato un seguito giudiziario, se avesse costituito la base di un ulteriore intervento giudiziario, ma esso non ci fu. Allora, che senso ha? Neanche io capisco. Inoltre, che ci fosse una emergenza e una criticità era noto a tutti
Anche all'on. Laganà?
Non v'è dubbio! Come dirigente, all'epoca, Maria Grazia Fortugno Laganà aveva l'obbligo di esprimere parere anche sull'acquisto di materiali, sulle forniture... indubbiamente conosceva i rapporti, le persone... mi risulta che l'onorevole Franco Fortugno e sua moglie abbiano partecipato al matrimonio del figlio di Marcianò, che all'epoca forse non era un delinquente...o...
Lei ha espresso qualche dubbio sulla proclamata “natura politica” dell'omicidio Fortugno... cosa non le torna?
Ho avuto qualche perplessità non perchè non creda al coinvolgimento di aree della politica, che sono legate con intrecci di ogni genere alla gestione della sanità, ma perchè fino ad oggi, le indagini hanno evidenziato come “natura politica” di questo assassinio solo l'incarico di vicepresidente della regione che occupava Fortugno stesso. Personalmente sono convinta che sia coinvolta un'area politica, difficilmente definibile allo stato dei fatti noti, quell'area che non riguarda certo un solo partito o schieramento, e che ha intrecci e interessi perversi, e trasversali, nel malaffare della sanità.
La mia perplessità è dovuta proprio al tentativo di deresponsabilizzazione ....se ne è servita la stessa vedova di Fortugno: parla sempre di un omicidio di mafia con un imput politico, ma non dice mai da dove sarebbe venuto questo imput. A mio avviso c'è una fase di depistaggio. L'onorevole Laganà è andata alla DDA di Catanzaro a farsi consegnare le interrogazioni di Fortugno contro un dirigente della asl, che avrebbe cercato di sdoppiare alcune funzioni di primario, funzioni che appartenevano allo stesso Fortugno. Questo significa, però, evidenziare solo interrogazioni di Fortugno “pro domo sua”, su un caso che lo interessava direttamente. Sulla situazione generale, esistono interrogazioni di Fortugno, denuncie sul sistema generale all'interno dell'ospedale e della Asl 9? Se ci sono, ha senso dire che Fortugno si è opposto alla mafia, ma se non emergono...allora non capisco.
Insomma, se vogliamo capire... dobbiamo tenere conto che la campagna elettore che condusse Fortugno, ottenendo un sacco di voti, non si svolse solo a Locri, ma in un ambito molto più ampio. La sua campagna interessò l'intera provincia di Reggio Calabria, molto la piana di Goia Tauro (lo so bene, è dove risiedo)... Si assicurò molto consenso anche assicurando che avrebbe occupato la carica di assessore alla sanità... Per quanto riguarda la verità sull'omicidio...Io dico, ma la mia è solo una delle ipotesi possibili,(e quando non si hanno certezze, le ipotesi sono legittime), che è sbagliato concentrarsi solo su Locri, solo su quel territorio. Credo che le indagini dovrebbero interessare una area più vasta.
intervista telefonica effettuata da Marco Ottanelli, dalle ore 11.30 alle 12.00 circa del 20/10/06
Atto Camera
Interpellanza 2-00125
presentata da
ANGELA NAPOLI
martedì 19 settembre 2006 nella seduta n.037
La sottoscritta chiede di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, il Ministro della giustizia, per sapere - premesso che:
tutte le relazioni sulla criminalità organizzata predisposte dal Ministero dell'interno, dalla DIA (Direzione investigativa antimafia) e dalle Commissioni parlamentari antimafia hanno sempre evidenziato l'assoluto
controllo della `ndrangheta sul territorio calabrese, attraverso l'accaparramento degli appalti pubblici, la capacità di sostituirsi all'economia legale e di inserirsi nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione;
in Calabria la `ndrangheta riesce persino ad avere un illecito e cospicuo reddito dal settore della sanità, la cui spesa negli ultimi anni ha provocato un danno all'erario per quanto risulta all'interpellante per oltre cento milioni (su un totale nazionale di 288,8 milioni);
non v'è dubbio che in Calabria esiste un forte sodalizio tra politica, `ndrangheta, imprenditoria e massoneria deviata che, ad oggi, nonostante il grande e costante impegno delle Forze dell'Ordine e della Magistratura, è stato impossibile disarticolare;
a fronte di quanto sopra le amministrazioni locali calabresi ed i relativi Consigli dovrebbero essere composti da persone capaci di amministrare la «cosa pubblica» con assoluta trasparenza e con il rifiuto di qualsiasi contiguità o collusione con ambienti del malaffare;
l'attuale Consiglio regionale calabrese, a maggioranza di centro-sinistra, eletto nell'aprile del 2005, è stato supportato da numerosi suffragi che hanno consentito una vittoria con ben 20 punti di distacco dalla coalizione di centro-destra uscente;
diversi consiglieri regionali calabresi eletti avevano già avuto problemi con la giustizia, tanto che sembrerebbe sia stata avviata, a suo tempo, un'indagine su eventuale «voto di scambio»;
a pochi mesi dal nuovo insediamento consiliare regionale calabrese, il 16 ottobre 2005, è stato ucciso il Vice presidente, dottor Francesco Fortugno;
il delitto, definito da subito «politico-mafioso», ha richiamato l'attenzione dei massimi vertici istituzionali, ma, a quasi un anno di distanza la verità sullo stesso rimane avvolta dal mistero, considerato che, fino ad oggi, sono stati catturati «presunti» killer e mandante;
ha destato molta perplessità in tutti i cittadini calabresi che il titolare delle indagini sull'omicidio Fortugno, dottor Giuseppe Creazzo, sostituto procuratore della DIA (Direzione investigativa antimafia) di Reggio Calabria, sia stato chiamato a ricoprire un incarico presso il ministero della giustizia;
il professor Tonino Perna, economista e sociologo, ex Presidente del Parco Nazionale dell'Aspromonte, in una intervista rilasciata al giornale Vita il 4 novembre 2005, ha testualmente dichiarato: «L'omicidio Fortugno è il frutto dell'ostinazione del centro-sinistra a voler vincere le elezioni a tutti i costi ....... e il centro-sinistra nella locride è passato dal 35 per cento al 70 per cento. In una zona a forte controllo mafioso uno spostamento di voti così massiccio significa che è stato stipulato un patto con la `ndrangheta e Loiero lo sa bene»;
il settimanale L'Espresso del 3 novembre 2005 in un articolo intitolato «Politica Calibro Nove», dove si afferma che «la chiave del delitto Fortugno è nei flussi elettorali ..... perché le cosche hanno scommesso sulla sinistra ..... ma ora temono di perdere i grandi affari», si iniziano a fare i nomi di alcuni consiglieri regionali eletti, anche quello del governatore Loiero, appartenenti alla Margherita e all'Udeur, che avrebbero frequentato uomini delle cosche, dalle quali avrebbero ricevuto favori elettorali in cambio di «crediti» dei quali non si conosce la natura;
il 6 dicembre 2005 in un articolo pubblicato su Il Sole 24 ore si parlava di una voce secondo cui ben undici consiglieri regionali calabresi sarebbero implicati in provvedimenti giudiziari o sotto processo;
nel mese di giugno 2006 il giornale inglese The Guardian, riferendosi al movente dell'omicidio Fortugno, lo legava «agli sforzi della `ndrangheta di entrare nella sanità locale», sforzi agevolati dal supporto elettorale che la criminalità organizzata avrebbe dato alle forze politiche calabresi del centro-sinistra durante le elezioni regionali del 2005;
alcuni mesi fa un'agenzia di stampa, suffragata da voci ricorrenti anche in Parlamento, riferiva di ben cinque consiglieri regionali calabresi ai quali sarebbe stato imposto «il divieto di espatrio»;
il 16 agosto 2006 il capogruppo dei DS in Consiglio regionale della Calabria, Franco Pacienza, è stato arrestato dalla Guardia di Finanza, con l'accusa di truffa per i fondi UE e concussione; in data 29 agosto 2006 il Tribunale della Libertà ne ha annullato la misura della custodia cautelare in carcere;
l'interrogante, già nella precedente legislatura, e da ultimo in data 27 luglio 2006, ha presentato l'atto ispettivo n. 4/00735 per chiedere un'indagine ministeriale proprio sulla elargizione dei fondi della legge n. 488 del 1992 in Calabria;
notizie di stampa hanno riferito di una indagine sull'utilizzo in Calabria dei fondi della legge n. 488 del 1992, operata nei mesi scorsi dallo Scico (Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata) della Guardia di Finanza, nella quale compaiono tutte le truffe attuate da varie aziende e società, alcune delle quali non avrebbero avuto neppure i requisiti per poter usufruire dei fondi; nell'indagine in questione compaiono anche gli interessi della `ndrangheta, la quale conosce bene i metodi per infiltrarsi laddove è possibile lucrare illecitamente, anche individuando canali attraverso i quali entrare in contatto con le istituzioni;
in data 5 settembre 2006 è stata emessa una informazione di garanzia nei confronti del Vice Presidente della Giunta Regionale Calabrese, Nicola Adamo, con l'accusa di truffa, associazione per delinquere e abuso d'ufficio, nell'ambito di un'inchiesta che riguarda presunti illeciti nell'erogazione di finanziamenti a società operanti in vari settori tra cui l'informatica dove avrebbe svolto un ruolo, in diversi periodi, la propria moglie;
nell'indagine sul complesso intreccio di società che riuscivano ad accaparrarsi i milioni dei finanziamenti europei, statali e regionali, «ve ne sarebbero alcune direttamente o indirettamente collegabili a famiglie della `ndrangheta calabrese»;
il quotidiano Calabria Ora del 6 settembre 2006 indica, senza precisarne i nomi, in ben 22 i consiglieri regionali calabresi che presentano conti in sospeso con la giustizia, per i reati che vanno dall'associazione mafiosa alla truffa, dall'associazione a delinquere all'abuso d'ufficio;
il quotidiano Il Giornale dell'8 settembre 2006 nell'articolo dal titolo «Calabria, tutti gli scandali che imbarazzano l'Unione» cita, indicandone le generalità, alcuni dei Consiglieri e Assessori regionali calabresi, evidenziando i relativi reati commessi e quelli risultanti da attività investigative;
quanto sopra riportato evidenzia in modo inconfutabile la gravità della situazione in cui versano la Giunta ed il Consiglio regionale della Calabria, sia dal punto di vista giudiziario che morale; il tutto crea grave inquietudine nei cittadini calabresi e un grave danno d'immagine per l'intera istituzione regionale -:
se non ritengano necessario ed urgente assumere idonee iniziative per giungere allo scioglimento del Consiglio Regionale della Calabria.
(2-00125) «Angela Napoli».
Cosenza - Un anno dopo l'uccisione del direttore del carcere Sergio Cosmai, le cosche bruzie pretesero l'eliminazione di un maresciallo
Due delitti "eccellenti" ordinati dalla 'ndrangheta
Il pentito Franco Pino: «Il mio gruppo chiese la testa del comandante delle guardie»
Arcangelo Badolati
Due morti di mafia. Due servitori dello Stato uccisi in attuazione d'un diabolico disegno criminale nato sotto l'egida d'un patto inconfessabile. Un patto d'onore e sangue stretto tra la cosca di Cosenza del capobastone Franco Pino e un potente boss della Locride. È stato proprio l'ex "mammasantissima" cosentino (pentito dal '95) a rivelare i particolari dell'accordo ai magistrati della Dda di Catanzaro. Il padrino dagli occhi di ghiaccio aveva, d'altronde, sempre mantenuto rapporti preferenziali con i "compari" del Reggino, fornendo – quand'era necessario – killer dal polso fermo e rifugi sicuri per i latitanti in fuga dalla Piana di Gioia Tauro e dall'area dello Stretto. Il patto prevedeva – nel quadro di un reciproco scambio di "favori" tra consorterie – l'assassinio di un maresciallo della polizia penitenziaria che, nella prima metà degli anni '80, aveva dato filo da torcere ai "picciotti" cosentini rinchiusi nel carcere bruzio. Il sottufficiale era stato per mesi il braccio destro del direttore del penitenziario di Cosenza, Sergio Cosmai, ammazzato dalla 'ndrangheta nel marzo del 1985. Cosmai, schivo e determinato, aveva osato imporre ai carcerati il rispetto di regole ferree. E la scelta gli era costata la vita. L'uccisione del direttore era stata opera dei fratelli Dario e Nicola Notargiacomo e Giuseppe e Stefano Bartolomeo, che avevano agito nell'interesse di una frangia della criminalità organizzata locale. Con l'operazione "Missing" il procuratore aggiunto antimafia Mario Spagnuolo e il pm Raffaela Sforza, hanno contestato all'irriducibile padrino della città bruzia, Franco Perna (per lungo tempo rivale di Pino), d'essere stato il mandante del delitto "eccellente". Dopo l'eliminazione di Cosmai, tuttavia, il gruppo Pino, che rappresentava, appunto, la storica fazione concorrente, decise di pareggiare i conti. Come? Facendo ammazzare il più fidato collaboratore del direttore del carcere. Ma ecco i retroscena dell'agguato svelati dal capobastone. "Dirigevano il carcere questo maresciallo e il direttore Cosmai e, pertanto, fu deciso di colpirlo – ha confessato il pentito – per favorire la pace tra i gruppi di Cosenza". Insomma nell'attacco allo Stato i clan, un tempo rivali, decisero di dividersi equamente le responsabilità. Il sottufficiale fu assassinato a Brancaleone, nel 1986, da un commando che aprì il fuoco con fucili caricati a pallettoni. Nell'agguato rimase ferito pure il figlio (di dieci anni) della vittima designata. "Non so chi furono gli esecutori materiali – ha spiegato Franco Pino – non mi sono mai permesso di domandarlo. Il crimine venne compiuto da gente della zona ionica del Reggino cui ci eravamo rivolti per sbrigare la faccenda. Il giorno dell'omicidio io ero recluso nel carcere di Palmi e appresi la notizia alle sei del mattino dal giornale radio. Il maresciallo è morto sul colpo, il bambino che era insieme a lui, rimase ferito ma non morì". Il pentito ha raccontato che la missione omicida fu organizzata e diretta da un padrino operante tra Africo e San Luca che in cambio chiese un preciso "favore". I "compari" cosentini avrebbero dovuto ammazzare quattro reggini ch'erano stati fermati nel capoluogo bruzio per detenzione di armi. "Ci chiese se in occasione del processo fissato a loro carico – ha detto Pino – potevamo colpire loro o i familiari che venivano a trovarli. In quel periodo era in corso una cruenta faida nella zona di Africo e l'eliminazione di tutti i nemici veniva ritenuta di vitale importanza". Il "favore" richiesto non venne tuttavia esaudito. E la circostanza infastidì non poco il potente capobastone della Locride. Già, perchè il padrino – come da pregressi accordi – aveva nel frattempo fatto uccidere il maresciallo della polizia penitenziaria. Filippo Salsone, 40 anni, cadde infatti vittima di un agguato mafioso in contrada Razzà di Brancaleone. Aveva appena lasciato l'abitazione dei genitori cui s'era recato a far visita. Il sottufficiale venne massacrato a colpi di fucile calibro 12 e 16 caricati a lupara e finito con una pistolettata alla testa. Tre i sicari impegnati nell'azione delittuosa. Al momento della morte Salsone era in servizio provvisorio a Reggio Calabria, anche se la sede d'assegnazione era Poggioreale. "L'eliminazione di Salsone – ha aggiunto il collaboratore di giustizia – era stata richiesta ai locresi anche da una famiglia di Lamezia Terme per via di un incidente avvenuto nel carcere di Livorno qualche tempo prima". Franco Pino è, al momento, l'unico collaboratore di giustizia che offre una chiave di lettura di questo omicidio rimasto senza colpevoli. Nella Locride, d'altronde, non esistono pentiti di spessore che possano riferire di fatti risalenti a venti anni addietro. La 'ndrangheta, da quelle parti, preferisce il silenzio.
«Ci avvicinammo e feci fuoco il dottore aveva capito tutto»
Giovanni Pastore
COSENZA – Il boss aveva deciso: «Cosmai deve morire». Bisognava uccidere il "grande nemico". Quel direttore del carcere che ogni giorno "disonorava" gli "uomini di rispetto" semplicemente perchè pretendeva che, nel suo istituto di pena fosse ristabilito l'ordine. Era la vendetta della 'ndrangheta. La vendetta che diventò morte lungo la Statale 19 che lega Cosenza a Roges di Rende. L'ordine del "padrino" venne eseguito alle 14 del 12 marzo del 1985, mentre Sergio Cosmai, alla guida della sua Fiat 500 gialla andava a prendere la figlia all'uscita da scuola, a Commenda. I killer spararono contro il funzionario che morì il giorno dopo nell'inutile viaggio della speranza verso l'ospedale di Trani (Ba).
Undici anni dopo, nel corso del maxiproceso "Garden", il collaboratore di giustizia Nicola Notargiacomo rivelava: «Ho partecipato all'omicidio del dottor Cosmai. Fu ucciso perchè aveva un atteggiamento piuttosto repressivo nei confronti della popolazione detenuta». Notargiacomo e suo fratello Dario e Stefano Bartolomeo sono stati già giudicati per l'omicidio di Cosmai. La Corte d'assise di Bari li condannò all'ergastolo. pena cancellata in appello per insufficienza di prove.
Incalzato dal pm Stefano Tocci, Notargiacomo spiegava: «Ci fu una manifestazione nei corridoi del carcere. Noi del gruppo Perna ci rifiutavamo di rientrare in cella. Chiedevamo la concessione dell'ora d'aria serale visto che era estate. Volevamo un colloquio col direttore. E, allora, un brigadiere degli agenti di custodia ci invitò a formare una delegazione. Guerino Serpa, però, respinse quella proposta e pretese che fosse il direttore a venire da noi. Cosmai reagì in modo molto più concreto. Salì nelle sezioni col casco e il manganello insieme agli agenti e si diede seguito al pestaggio. Questo fatto non fu tollerato dai detenuti. Soprattutto da Mario Pranno e Franco Perna. Anche perchè Perna era stato vittima del pestaggio. Lo so perchè ci siamo ritrovati dal medico... Questi atteggiamenti di Cosmai ci fecero convincere che dovevamo procedere nei suoi confronti. Ricordo che ci incontrammo a casa di Perna, in via Panebianco. Eravamo io, mio fratello Dario, Stefano Bartolomeo e Pino. All'omicidio doveva partecipare anche Franco Perna: Voglio un fucile calibro 12 a canne tagliate disse perchè, quando gli sparerò, lo dovrò sfregiare, lo dovrò ridurre in condizioni tali da non essere riconosciuto. Ma, poi, Perna non si vide».
Dario Notargiacomo, anche lui pentito, racconta le fasi della preparazione del delitto: «Il direttore veniva controllato e le sue mosse spiate dal dall'abbaino che è sito sulla casa di Giuseppe Bartolomeo, a Bosco De Nicola. Con un cannocchiale si riusciva a seguirlo in tutti i suoi spostamenti». Siamo al delitto che ha offeso una intera città. «Quella mattina, Giuseppe Bartolomeo segnalò a mio fratello Nicola quando Cosmai uscì dal carcere. Io e Stefano Bartolomeo aspettavamo nascosti a bordo di una Mitsubishi verde. Eravamo camuffati con barbe, baffi e parrucche. Lo vedemmo e ci avviammo. Quindi l'affiancammo. Io esplosi il primo colpo che non andò a segno. Però, il dottore aveva capito benissimo quello che stava accadendo e frenò di colpo. Allungai la mano e sparai ancora. Lui mise la retromarcia, cercò di fuggire, Bartolomeo tirò fuori una calibro 38. Sparò 2 o 3 colpi e po me la passò. Io feci lo stesso. Mi avvicinai ma l'arma era scarica. Constatai, però, che Cosmai era immobile».
Omicidio di Salvatore Cordì, prossima la richiesta di rinvio a giudizio
Clan Cataldo, indagini chiuse
Antonello Lupis
LOCRI – Chiusura delle indagini preliminari e imminente, quindi, richiesta di rinvio a giudizio da parte del pm reggino Antonio De Bernardo a carico di due Cataldo di Locri e di altre cinque persone ritenute dagli investigatori della Polizia affiliate all'omonimo e potente clan locrese finite in manette nel dicembre del 2005 a seguito delle indagini scaturite dopo l'omicidio del boss locrese Salvatore Cordì, 51 anni, assassinato a Siderno a colpi di lupara il 31 maggio del 2005.
La decisione del magistrato reggino, se seguita, appunto, dalla possibile imminente richiesta di rinvio a giudizio degli indagati, blocca, di fatto, l'eventuale rimessione in libertà degli arrestati a causa della scadenza dei termini di custodia cautelare.
Come si ricorderà a seguito dell'operazione "Pr 659 Dead" in manette finirono i boss Antonio, alias "Pupazzedda", e Francesco, alias "U professori", Cataldo, di 50 e 47 anni, di Locri, ritenuti a capo dell'omonimo clan della 'ndrangheta, e i presunti affiliati – secondo i vari rapporti delle forze dell'ordine – Domenico Zucco, 24 anni, Giuseppe Zucco, 44 anni (padre di Domenico), Salvatore Panetta, 41 anni, il nipote Antonio Panetta, 28 anni, e Roberto Zucco, 33 anni (secondogenito di Giuseppe), tutti di Locri.
Con la retata del dicembre 2005, quindi, la Polizia di Stato di Siderno, diretta dal vicequestore Rocco Romeo, chiuse il cerchio su una vasta operazione antimafia scaturita, in particolare, subito dopo l'omicidio di Salvatore Cordì, 54 anni, nipote del capoclan Antonio Cordì, "U ragiuneri", assassinato, in risposta all'assassinio di Giuseppe Cataldo, 36 anni, avvenuto a Locri a metà febbraio del 2005, nel centro a Siderno.
Un delitto di mafia – che rientrò a pieno titolo nella sanguinosa e più che decennale faida tra i clan Cordì e Cataldo – che secondo quanto sostenuto la settimana scorsa dagli inquirenti, avvenne in diretta telefonica.
Uno dei componenti del commando omicida, infatti, – secondo gli inquirenti – fece inavvertitamente partire una telefonata dal proprio cellulare, che era controllato dalla Polizia nell'ambito di un'attività investigativa incentrata su presunti affiliati al clan locrese dei Cataldo.
Chi, insomma, degli investigatori della Polizia stava registrando la telefonata udì prima distintamente almeno uno dei due colpi di lupara sparati addosso a Salvatore Cordì e in seguito le grida di paura di una donna che casualmente si trovava, dopo essere uscita da un negozio, sul luogo dell'omicidio. Ad essere tradito dal cellulare – secondo la Polizia – fu il giovane Domenico Zucco, 23 anni, di Locri.
Ad emettere nel dicembre del 2005, su richiesta dell'allora pm antimafia Giuseppe Creazzo, i provvedimenti restrittivi fu il gip distrettuale reggino, Anna Maria Arena.
Intanto oggi, nell'ambito del procedimento per l'assassinio di Francesco Fortugno, saranno effettuati, a Locri, gli accertamenti tecnici non ripetibili disposti dai magistrati della Dda di Reggio. Specialisti del Ris di Messina in una autocarrozzeria di Locri procederanno al prelievo e al successivo esame di eventuali reperti di natura biologica presenti a bordo della Fiat Uno di colore bianco che secondo gli inquirenti fu utilizzata dal commando che uccise Fortugno. L'avviso degli accertamenti specialistici è stato notificato nei giorni scorsi ad Alessandro Marcianò, accusato di essere il presunto mandante del delitto, a suo figlio Giuseppe, responsabile, secondo l'accusa, di aver accompagnato il presunto killer di Fortugno, Salvatore Ritorto, e poi a Domenico Audino, Domenico Novella e Carmelo Dessì.
È una delle quattro sentenze emesse dalla corte dei conti
Condannati amministratori Asl
Danilo Colacino
CATANZARO – Sono state depositate ieri quattro sentenze della Corte dei Conti.
COSENZA. La prima riguarda un danno cagionato all'Azienda sanitaria di Cosenza. Per questo reato amministrativo-contabile i dirigenti pro tempore Mario Santagati, Francesco Matera e Nicola Buoncristiano sono stati condannati a pagare 3.900 euro ciascuno. La vicenda ha tratto origine dall'invio, a cura della Ragioneria generale dello Stato, di una relazione con cui l'organo ha denunciato un danno erariale, dovuto a due deliberazioni del direttore generale. Con questi atti era stato conferito un incarico di consulenza esterna a un ingegnere per l'attuazione di una capillare gestione finanziaria informatizzata della struttura tecnica del settore fisico-ambientale, e un mandato di natura dirigenziale a un architetto. Mansioni che, secondo la procura della Corte dei Conti, sono state conferite in assenza dei presupposti di legge.
SIDERNO. Sono stati invece assolti, nell'ambito di un procedimento riguardante il Comune di Siderno, i seguenti amministratori e dipendenti dell'ente municipaledella cittadina ionica: Domenico Panetta, Carlo Pascale, Domenico Bumbaca, Francesco Scarano, Vincenzo Errigo, Domenico Sorace e Roberto Errigo. Il fatto è scaturito da una delibera di approvazione del progetto esecutivo, relativo alla costruzione di un'area parcheggio per la quale le procedure espropriative avrebbero dovuto essere terminate in quattro anni.
TORANO CASTELLO. Nell'ambito della terza causa, che si è innescata per un danno nei confronti del Comune di Torano Castello, è stato condannato a 7.000 euro più il rimborso spese Natale Marchese, mentre ha ottenuto il proscioglimento da ogni addebito Francesco Santoro. La Procura dell'organo giudiziario contabile aveva citato i due pubblici amministratori, chiedendone la condanna. Il motivo? L'approvazione del progetto, da parte della giunta municipale del paese in provincia di Cosenza, di completamento della rete fogniaria e dell'impianto di depurazione.
PLATACI. Nell'ultimo processo, in cui è stata irrogata la sanzione pecuniaria più alta fra tutti i procedimenti (oltre 14.000 euro) a Prospero Stamati per danno al Comune di Plataci, c'è stata l'assoluzione per Angelo Chidichimo, Pietro De Paola, Dario Tursi e Pietro Francesco Dramisino. La causa è stata originata dall'approvazione del progetto di sistemazione di una strada.
Ricomposta la terna: Massimo Nicolò ritira le dimissioni
L'Asl 9 torna alla normalità
Paolo Toscano
REGGIO CALABRIA – Ricomposta la terna commissariale all'Asl 9. Massimo Nicolò, che con Antonio De Luca ed Ezio Pierotti, sta gestendo l'azienda sanitaria di Locri dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, ha ritirato le dimissioni. L'ha fatto ieri, a conclusione del lungo incontro con il prefetto Luigi De Sena. Oltre ai colleghi commissari erano presenti anche i direttori sanitario e amministrativo dell'Asl.
«C'è stato – ha detto De Sena – un chiarimento totale delle vicende che avevano riguardato la terna commissariale. Abbiamo posto le basi per una maggiore flessibilità delle comunicazioni tra i componenti la Commissione. L'attività prosegue con il preciso scopo di raggiungere importanti obiettivi strategici. Sarà cura dei commissari adesso impartire con chiarezza le direttive ai diversi livelli della struttura con disposizioni chiare e precise».
La Prefettura garantirà ai commissari anche la massima collaborazione per il reperimento di consulenti che potranno essere utilizzati per il raggiungimento di determinati obiettivi. Nel corso della riunione è stato superato anche l'episodio legato all'acquisto dei fiori in occasione della recente visita in ospedale del presidente del Consiglio, Romano Prodi, in un negozio gestito da un commerciante considerato vicino alla cosca Cordì. De Sena, che sarà tra i protagonisti della Conferenza regionale di pubblica sicurezza in programma lunedì in Prefettura sotto la presidenza del viceministro Minniti, ha ribadito che «si è trattato di un disguido provocato dalla struttura dell'Asl che si può considerare definitivamente superato dopo che il coordinatore della Commissione, De Luca, ha ammesso che si è trattato di un equivoco in buona fede non attribuibile però direttamente a una decisione della terna commissariale». Lo stesso De Luca, inoltre, ha pagato di tasca propria i 7 mila euro per i fiori acquistati. De Luca gode della massima stima di De Sena che ha rivolto un invito a non oltraggiare con considerazioni fuori luogo la figura e l'opera di un funzionario distintosi lavorando a fianco di paladini della lotta alla mafia come Falcone, Borsellino e Boris Giuliano.
Vertice sulle indagini degli inquirenti con il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso
Delitto Fortugno: analizzare il contesto politico
Betty Calabretta
CATANZARO - Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, ha voluto acquisire una visione complessiva delle indagini in corso sull'omicidio Fortugno attraverso un confronto esteso anche ai magistrati della procura ordinaria che si stanno interessando non della morte del vicepresidente del consiglio regionale calabrese, ma della sua attività antecedente al delitto. Questo il senso della riunione che Grasso ha avuto ieri pomeriggio con i magistrati delle procure di Catanzaro (Lombardi, Murone, de Magistris) e Locri (Carbone), e della procura distrettuale di Reggio Calabria (Scuderi, Colamonici), interessate, a vario titolo, ai fatti connessi all'omicidio. All'incontro, che si è svolto negli uffici della procura catanzarese, hanno preso parte anche il procuratore nazionale antimafia aggiunto Ledonne e i sostituti Cisterna e Macrì. La procura ordinaria di Catanzaro ha riferito sulle indagini in corso (titolare il pm Luigi de Magistris) relative al concorso per un posto di primario al pronto soccorso di Locri, e alle denunce inascoltate di Fortugno sulla gestione dell'Asl. Gli atti di tale inchiesta sono già stati trasmessi alla Dda di Reggio per una valutazione, non perché afferiscono all'omicidio ma perché riguardano l'attività di Fortugno come medico di Locri. I magistrati reggini hanno riferito sullo stato delle loro indagini e il pm di Locri su quanto attiene all'attività dell'Asl. «Francesco Fortugno non ha mai presentato al nostro ufficio alcuna denuncia su irregolarità nella gestione dell'Azienda sanitaria o dell'ospedale di Locri», ha detto il procuratore locrese Carbone. «Non c'è dunque alcun atto giacente in questo senso – ha aggiunto – nel nostro ufficio. E non c'è mai stata, da parte nostra, alcuna carenza investigativa, perchè non abbiamo mai ricevuto denunce da parte di Fortugno che potessero fornire lo spunto per eventuali inchieste».
«Si è convenuto sul fatto che nessuno deve lavorare separatamente e che ci deve essere la massima collaborazione», ha commentato Grasso, che ha definito la riunione «molto interessante e fruttuosa: lo scopo era quello di scambiarci le informazioni. Non è emersa alcuna discordanza o divergenza di vedute. Una comunità di intenti che è sempre esistita tra le diverse Procure anche prima dell'omicidio di Fortugno».
Secondo Grasso «la riunione ha rappresentato un momento importante per porre le basi dei possibili sviluppi delle indagini. Obiettivo per il quale serve la massima collaborazione da parte di tutti. Collaborazione che può avvenire anche con la trasmissione dei rispettivi atti ad altri uffici senza che ognuno debba privarsi delle proprie competenze o del proprio patrimonio di informazioni».
Dalla riunione è emerso che alle indagini occorre un contributo anche da parte della politica: se quello di Fortugno è un omicidio politico, è ovvio che il contesto in cui è maturato possono spiegarlo proprio i politici.


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Dal 29 dicembre si è
lavorato sodo per
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sito in sicurezza all'estero.
Abbiamo cercato, già che
si doveva operare sul sito,
di rinnovarlo e migliorarlo.
Ci sono ancora alcune cose
da sistemare e lo faremo
nei prossimi giorni.
Ma intanto si riparte!
Andiamo avanti.
f.to i banditi
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E OMERTA'
Savona,
chi sapeva ed
ed taciuto su don
Nello Giraudo?"
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don Nello Giraudo
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