Banche. Imprenditori. Governatori. Capi del porto. Inchieste
e arresti travolgono la mappa del potere ligure. Tra progetti faraonici e
affari immobiliari...
Bastasse uno scopone a rimettere le cose a posto. Bastasse
una partita a carte per sistemare le tessere impazzite del grande puzzle del
potere a Genova. Tutto sembra sottosopra, questa volta. E sarà difficile cavarsela
con una bella serata al tavolo da gioco del ristorante Europa in galleria
Mazzini. Proprio lì, secondo una leggenda diventata luogo comune, si incontrano
i potenti per discutere i destini della città. Ospite fisso, il governatore
ligure, ex sindaco ed ex ministro diessino, Claudio Burlando, con il suo amico
imprenditore Aldo Spinelli, il re dei container meglio conosciuto come patron
del Livorno calcio e prima ancora del Genoa. E poi il petroliere Riccardo
Garrone (Erg) e Paolo Odone, leader dei commercianti e della Camera di
commercio.
Non c'è scopone che tenga, ormai, adesso che il presidente del Porto, Giovanni
Novi, ha subito l'onta dell'arresto e l'inchiesta della magistratura scoperchia
un pentolone di accordi sottobanco e (presunti) favori illeciti. Il piatto
piange, ora che imprenditori e politici lavano i panni sporchi in pubblico e si
lanciano accuse e querele. Gli atti dell'indagine giudiziaria, tra cui decine e
decine di intercettazioni telefoniche, sulla spartizione delle banchine del cosiddetto
compendio Multipurpose disegnano la trama di un racconto affollatissimo di
personaggi chiave nei fragili equilibri di potere genovesi.
Ci sono gli armatori Grimaldi e Messina. Tra gli indagati, oltre a Spinelli,
più volte registrato mentre parla al telefono con Burlando, compare anche
l'avvocato Sergio Maria Carbone, eminenza grigia di innumerevoli grandi affari
all'ombra della Lanterna, legato alla Finmeccanica e consigliere
d'amministrazione della Fondazione Carige, la cassaforte bancaria della città.
Ma nella rete dell'inchiesta è finito anche Paride Batini, storico leader dei
camalli, numero uno della Compagnia Unica a cui Novi avrebbe destinato un
pagamento di 1,7 milioni di euro che però, secondo i magistrati, sarebbe privo
di un valido titolo giuridico. Mentre dalle agende di Novi non mancano
riferimenti e allusioni all'ex presidente della Regione Sandro Biasotti
(centrodestra), da più parti indicato come uno degli sponsor politici della
grande lottizzazione che nel 2004 ridisegnò il porto di Sampierdarena e che
adesso è finita nel mirino dei magistrati.
Basterebbero questi nomi per giustificare un discreto nervosismo nei salotti
genovesi che contano. Burlando e Biasotti, per dire, si rimpallano accuse
feroci. Spinelli si lancia in pubblici roboanti proclami. Il procuratore capo
di Genova, Francesco Lalla, è arrivato a dissociarsi per iscritto dalla
richiesta di misure cautelari per Novi firmata dal procuratore aggiunto Mario
Morisani e dai sostituti Walter Cotugno ed Enrico Zucca. Batini fa diffondere
volantini minacciosi contro i giornalisti del 'Secolo XIX', il quotidiano
locale, e il direttore Lanfranco Vaccari, colpevoli semplicemente di aver fatto
informazione. L'avvocato Carbone, descritto nelle carte dell'inchiesta come un
superconsulente partecipe delle manovre di Novi, sarebbe stato pronto a
rimettere il suo mandato nel consiglio della Fondazione Carige. Ma, secondo
indiscrezioni che circolano in città, gli altri consiglieri lo avrebbero
convinto a restare al suo posto. Certo, sarebbe stato un brutto colpo per
l'ente bancario. Prima di tutto perché proprio in questa settimane la Carige ha lanciato un
aumento di capitale per raccogliere quasi un miliardo di euro in Borsa. E poi,
giusto un anno fa, dopo le dimissioni del presidente Vincenzo Lorenzelli (Opus
Dei) e molte manovre di corridoio, la fondazione era riuscita a ritrovare un
equilibrio interno grazie a un'intesa tra la cordata dell'ex ministro forzista
Claudio Scajola e quella del centrosinistra.
Le reazioni di questi giorni, a volte inconsulte, forse si spiegano con il
timore diffuso per quello che potrà riservare il futuro prossimo. Perché, si
dice a Genova, l'inchiesta sul porto rischia di aprire il varco a nuove
indagini, di alimentare vecchi sospetti che covavano sotto la cenere di
un'omertà diffusa.
Facciamo un primo esempio, il più eclatante. Nelle 36 pagine
dell'ordinanza di custodia contro Novi (rimesso in libertà lunedì 18 febbraio)
spunta un riferimento agli affari immobiliari sulla collina di Erzelli, alle
spalle di Sestri Ponente. Quanto basta per scatenare la reazione veemente di
Spinelli che su quell'area ha realizzato un fortunatissimo affare. Il diretto
interessato, a dire il vero, sembra pensarla diversamente. "Ho fatto un
piacere alla città", ha spiegato nei giorni scorsi in un'intervista il
patron del Livorno. Un favore non proprio disinteressato. Agli Erzelli, secondo
un progetto annunciato ormai quattro anni fa, dovrebbe sorgere una cittadella
della scienza e della tecnologia, destinata a ospitare aziende e la facoltà di
Ingegneria dell'università. Sul bilancio 2006 di Genova High Tech, la società
guidata dal settantenne manager Carlo Castellano che ha lanciato l'iniziativa,
si legge che le aree della società Erzelli srl, oltre 300 mila metri quadrati,
sono state acquistate per 40 milioni di euro. Spinelli aveva comprato quegli
stessi terreni nel 1998 per poco più di 8 miliardi di lire, cioè circa 4
milioni di euro, per poi usarli come deposito di container. A conti fatti sono
oltre 35 milioni di guadagni lordi. E se si considera che il venditore è
riuscito a ridurre al minimo il peso delle imposte grazie a uno slalom (legale)
con il Fisco, non è difficile intuire quanto sia fruttato a Spinelli il suo
"piacere" alla città.
E la cittadella della scienza? Quella resta sospesa in un futuro, per ora,
indeterminato. Intanto, però, sono cambiate le carte in tavola. Perché il
progetto originario, approvato con una variante urbanistica del 2005, prevedeva
che il 70 per cento dei volumi fosse assegnato al polo tecnologico (imprese e
laboratori di ricerca). Il 5 per cento veniva destinato a edilizia residenziale
collegata al centro hi-tech, per esempio abitazioni per studenti e ricercatori.
Mentre il resto era coperto da verde e negozi. C'era anche un progetto già pronto
firmato da Renzo Piano con tanto di torri (una decina) alte fino a 150 metri.
Tempo qualche mese e nel 2006 i promotori dell'iniziativa, manager e
imprenditori guidati da Castellano, finiscono in minoranza nel capitale di
Genova High Tech. Il controllo passa a grandi banche come la genovese Carige e
Intesa Sanpaolo, insieme ad altri investitori tra cui spicca il patron di
Esselunga Bernardino Caprotti associato per l'occasione alla Lega delle
cooperative. Una vera sorpresa, quest'ultima, visto che l'imprenditore milanese
ha scritto addirittura un libro, pubblicato l'anno scorso, per attaccare il
sistema delle Coop. Probabilmente un assetto bipartisan, dal berlusconiano
Caprotti alle cooperative rosse, è sembrato il più adatto ad affrontare gli
scogli urbanistici presenti e futuri.
Soci nuovi, programmi nuovi per Genova High Tech. Che tradotto in soldoni
significa meno torri e più villette. Nel progetto riveduto e corretto, la quota
di edilizia residenziale sale dal 5 al 25 per cento. Verde e negozi quasi scompaiono.
Risultato: a metà del 2006 Piano se ne va sbattendo la porta. Fatto sta che
l'Olimpo genovese della tecnologia, come era già stato ribattezzata la collina
degli Erzelli, resta sulla carta. Per il momento l'unico a festeggiare è
Spinelli. Il quale è riuscito anche a risolvere un problema logistico non da
poco. Serviva un'area dove trasferire i container parcheggiati sulla collina
venduta a Castellano e soci. Pronti: giusto poco distante c'è uno spazio che
sembra fatto apposta. Si trova nella zona di Cornigliano, il quartiere della
vecchia acciaieria dell'Ilva.
A tempo di record, nel giugno del 2006, la Società per Cornigliano a capitale pubblico
(Comune, Provincia e Regione) assegna in concessione al patron del Livorno
tutto il terreno che gli serve. A Genova molti protestano. Quelle aree
sarebbero state assegnate a canoni ben lontani dalla media di mercato,
addirittura irrisori, sostengono le malelingue. Spinelli respinge al mittente
accuse e sospetti. Minaccia di andare in tribunale per riprendersi gli Erzelli.
Chiama in causa l'ex sindaco Giuseppe Pericu (Ds) come garante dell'accordo
sull'area di Cornigliano. E, soprattutto, nega di aver fatto il gioco di Novi
nelle complicate manovre che nel 2004 portarono alle redistribuzione delle aree
portuali nel compendio Multipurpose dopo che una prima gara, vinta dalla
compagnia Msc degli Aponte (uno dei più grandi operatori mondiali del settore),
era stata di fatto annullata.
Secondo la ricostruzione dei pm, tutta l'operazione
orchestrata da Novi avrebbe avuto un unico scopo. Quello di far spazio in
banchina anche alla Tirrenia, l'azienda di navigazione pubblica. Obiettivo
finale: dare lavoro ai camalli, perché la società dei traghetti di Stato, a
differenza degli altri armatori, non dispone di proprio personale per le
operazioni di carico e scarico delle merci.
Il nome della Compagnia Unica ricorre più volte nelle carte dell'inchiesta
giudiziaria. Oltre al rimborso sospetto di 1,7 milioni concesso dal porto alla
società presieduta da Batini, i magistrati hanno sequestrato anche i documenti
che riguardano altre due transazioni che risalgono al 2004, quando Novi era
stato appena nominato al vertice dell'Autorità portuale. In un caso il denaro
(circa 550 mila euro) finì direttamente alla cooperativa dei camalli.
Nell'altro una somma ben più consistente, oltre 3,5 milioni, venne assegnata a
un consorzio che aveva come capofila Spinelli insieme anche alla coop di
Batini. Tutto regolare in quei pagamenti? I pm stanno esaminando le motivazioni
che li giustificano e soprattutto le varie fasi dell'istruttoria che hanno
portato il consiglio dell'Autorità portuale a deliberare i due rimborsi.
Un'istruttoria che, peraltro, venne per intero gestita da Giuliano Gallanti, il
predecessore di Novi sulla poltrona di presidente del porto. Si vedrà. Di
certo, la semplice esistenza di un'inchiesta giudiziaria sui rapporti
finanziari tra il porto e la compagnia dei camalli finisce per accreditare un
sospetto già piuttosto diffuso a Genova. E cioè che i favori (tutti da
dimostrare) agli uomini di Batini servissero più che altro a mantenere la pace
sociale tra le banchine. Detto brutalmente: soldi per scongiurare blocchi e
disordini.