Il 3 aprile 2007 la Commissione Parlamentare Antimafia, quella di cui fanno parte due noti pregiudicati (Pomicino e Vito), diversi prescritti e da qualche tempo un indagata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (Laganà) ha approvato l’ennesima farsa all’italiana...
Già alla presentazione del libro “I Complici, tutti gli uomini di Bernardo Provengano da Corleone al Parlamento” abbiamo sollevato pubblicamente (presto sarà on line il video) il motivato e consistente dubbio sulla credibilità, oltre all’efficacia, della Commissione (così composta) e del provvedimento adottato. Questo, purtroppo, nonostante che nella Commissione vi siano uomini e donne, come, ad esempio, Beppe Lumia e Angela Napoli, davvero "onorevoli" e da sempre impegnate concretamente nel contrasto, a rischio della propria vita, delle organizzazioni mafiose.
Il provvedimento, approvato il 3 aprile, consiste in un “codice di autoregolamentazione” per le candidature delle prossime elezioni amministrative. Codice che se rigoroso e serio dovrebbe, prima di tutto, avere un valore per tutte le elezioni (non solo le amministrative), essere vincolante, oltre che avere come premessa l’espulsione dalla Commissione dei Pregiudicati, Prescritti e indagati. Ma siamo in Italia, e quindi non è così. Vediamo, allora, di cosa si tratta:
- i partiti possono decide di aderire o non aderire alle raccomandazioni del “codice”, ovvero possono continuare a candidare chi gli pare e piace alla faccia della questione morale e delle collusioni con la mafia;
- possono dormire sonni tranquilli gli aspiranti candidati che abbiano pendenze o condanne per corruzione e reati contro la pubblica amministrazione, per loro (e per molti altri come, altro esempio tra i tanti, per le associazioni a delinquere cosiddette “semplici”) non sono indicate alcune limitazioni alla candidatura a gestire la cosa pubblica;
- chi è frequentatore assiduo e/o amico intimo di boss mafiosi, sia in pubblico che in privato, con la semplice accortezza di non lasciare traccia dei sostegni reciproci, non rientra in uno specifico reato penale e potrà, così, tranquillamente proseguire la sua carriera nella politica italiana, dal locale al nazionale.
Davvero credibile ed incisivo questo “codice di autoregolamentazione”! Davvero al passo con i tempi. Tutto sarebbe normale se l’avessero partorito in qualche “Consiglio” dei bambini, loro, beata onestà, non sanno.
Ma è stato redatto dalla Commissione di inchiesta Parlamentare sul fenomeno mafioso, e lì non possono non sapere quali siano gli effetti devastanti di uno specchietto per le allodole come quello approvato.
Loro, in quella sede, sanno benissimo quali siano gli effetti devastanti della corruzione e dei reati che non hanno compreso nel provvedimento, ad esempio.
Loro sanno benissimo che è più facile che un politico alleato con Cosa Nostra o la ‘Ndrangheta (per citarne due, di mafie) finisca sotto inchiesta per corruzione piuttosto che per associazione mafiosa, visto che ormai la mafia si è fatta impresa e sempre più altolocata.
Non vorranno mica dirci che non hanno letto nulla sulle indagini e processi in corso o conclusi sulle infiltrazioni mafiose nelle Istituzioni, nelle società pubbliche e nell’economia in genere?
Non vorranno mica farci credere che non sanno che i colletti bianchi legati alle mafie (e siamo ad un anno dall’arresto di Provenzano tutelato per decenni dai colletti bianchi di politici e imprenditori!) spesso sfuggono a sentenze di condanna per la debole e spezzettata legislazione vigente in Italia in materia?
Visto che non siamo tutti fessi, avessero la decenza di non illudere i cittadini. Agiscano con decisione se vogliono farlo, altrimenti: tacciano.
L a Commissione Parlamentare Antimafia è già piegata da un enorme conflitto di interessi senza precedenti nella storia della Repubblica, con un componente indagato (Maria Grazia Laganà) da una Procura Antimafia, che può ascoltare, interrogare, leggere documenti riservati mentre si avvale della facoltà di non rispondere ai magistrati che la indagano da un lato e nemmeno a quelli che vorrebbero le informazioni che lei sa, per fare chiarezza e giustizia sulla morte del marito assassinato. Non è bello che prendano esempio da altri peripatetici sbruffoni, quelli del Consiglio Regionale della Calabria. Questi, unico Consiglio Regionale italiano composto da una maggioranza (trasversale da destra a sinistra, passante per il centro) di inquisiti, indagati, condannati, prescritti o agli arresti, non si è sciolto, bensì ha varato, in pompa magna un “codice etico” per la nuova Calabria.
In tutta questa confusione non vorremmo che le nuove generazioni scambiassero le facce di bronzo di questa classe dirigente (trasversale perché centrodestra e centrosinistra si sono dimostrati, ormai, chiaramente complementari) con i preziosi Bronzi di Riace. Tra l’arte e la schifezza ce ne passa di differenza e come direbbe il buon vecchio Principe De Curtis, in arte Totò, “Ma mi faccia il piacere!”





