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La mappatura della Liguria
con le famiglie di 'Ndrangheta
e le radici di Cosa Nostra.
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Le cementificazioni hanno un
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La messa in sicurezza latita,
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15.06.2007 Il Secolo XIX on line
Casa come un bunker per spacciare in tranquillità
Aveva trasformato il suo appartamento in piazza Metelino, centro storico, in un bunker protetto da portoncini blindati e sofisticate radiotelecamere per poter spacciare cocaina e hashish in tutta tranquillità.
Ma è stato sorpreso e arrestato dalla polizia del commissariato Pré. Si tratta di Antonio Fucci, 29 anni, membro di una nota famiglia di pregiudicati. Sua madre era la celebre “Marechiaro”, al secolo Carmela Ferro, “regina” delle attività illecite in zona Pré, deceduta qualche anno fa.
13.06.2007 - Il Secolo XIX
Accuse a Vincenzi: nomina in conflitto di interessi
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13.06.2007 - Sole 24 Ore
La ragnatela di Fazio e la quota fantasma
Gianpiero Fiorani, ex patron della Banca Popolare Italiana, ha svolto un ruolo chiave per conto di Antonio Fazio, all'epoca Governatore di Bankitalia, per gestire la permanenza del controllo della Bnl in mani italiane e, al tempo stesso, per acquisire il pacchetto dell'istituto romano di Via Veneto finito all'estero (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri). Quel pacchetto, pari al 9,6%, messo insieme in più tranche, venne offerto agli spagnoli del Bbva già nell'agosto 2004, secondo i risultati dell'indagine condotta dal pubblico ministero milanese Luigi Orsi coadiuvato dai finanzieri del Nucleo valutario e del Nucleo di polizia tributaria di Milano.
Fazio si preoccupa per Bnl
Alla fine di febbraio 2005 — secondo le dichiarazioni rilasciate ai magistrati di Milano da Gianfranco Boni, braccio destro di Fiorani — Via Nazionale decide di mettersi in movimento per gestire gli assetti azionari della Banca Nazionale del Lavoro. A togliere il sonno ai vertici della Banca d'Italia sono gli azionisti del cosiddetto contropatto (Caltagirone, Coppola, Ricucci, Statutoe Bonsignore) titolari di una quota intorno al 27 per cento. Fazio e i suoi più stretti collaboratori temono che gli immobiliaristi del contropatto, capeggiati dal cementiere- editore Francesco Gaetano Caltagirone, possano cedere alle lusinghe di un'offerta allettante e vendere le quote. Gli spagnoli del Bbva fanno paura.
Un primo incontro per organizzare le contromosse e mantenere in mani italiane la Bnl si svolge a Via Nazionale verso la fine di febbraio 2005. Gli interlocutori scelti dalla banca centrale sono due manager d'eccezione e di provata fede e amicizia: Gianpiero Fiorani e il suo braccio destro, Gianfranco Boni.
Fiorani e Boni, che nel frattempo pensavano di avere già sistemato la partita per la scalata ad Antonveneta, si trovano di fronte l'allora capo della Vigilanza di Palazzo Koch, Francesco Frasca, e ad alcuni suoi collaboratori. Si esamina l'azionariato della Bnl, si studiano le varie possibilità. Fiorani, a un certo punto, si consulta direttamente con Fazio sui possibili scenari.
Insomma, si arriva alla determinazione che, nell'interesse della Banca d'Italia, gli immobi-liaristi del contropatto debbano essere convinti a cedere le loro partecipazioni a un soggetto bancario italiano in quel momento non ancora identificato. A gestire le consultazioni sarà Fiorani in prima persona. Nel corso della discussione appare chiaro a tutti che c'è un pacchetto di azioni Bnl che può fare la differenza in una possibile battaglia per il controllo dell'istituto presieduto da Luigi Abete, e che si trova all'estero,in mano a soggetti generalmente identificati come «gli argentini».
La difesa di Via Veneto
I tempi stringono.Il secondo incontro rilevante — è ancora Boni a raccontarloai pm —si svolge nella mattinata del 19 marzo del 2005, direttamente presso l'abitazione dell'ex Governatore, a Roma. Si ritrovano Fiorani e Boni, Frasca e Franco Gianni, legale di Caltagirone. Il clima è rovente. Gli spagnoli del Bbva hanno annunciato il lancio dell'Offerta pubblica di scambio sulla Bnl e, parallelamente, il colosso olandese Abn Amro minaccia di contrattaccare sull'Antonveneta. Ma la principale preoccupazione di Fazio non è tanto per Antonveneta, che è già stata messa al sicuro da Fiorani con un'operazione temeraria che gli costerà la defenestrazione dal sistema bancario e il carcere, quanto per la Bnl.Proprio il giorno precedente — il18 —il Banco Popolare di Verona e Novara ha infatti deciso di abbandonare la trattativa, avviata qualche mese prima, per acquisire il controllo della Bnl. L'istituto presieduto da Carlo Fratta Pasini ha in particolare ritenuto eccessivo il prezzo per azione preteso dagli azionisti riuniti nel contropatto.
Per Fazio è dunque evidente che l'uomo chiave per mettere in salvo la Bnl dallo "straniero" è Francesco Gaetano Caltagirone. Il Governatore ordina che lo si sondi subito sulla disponibilità a svolgere un ruolo all'interno della Bnl. Non c'è tempo da perdere. L'appuntamento è fissato all'ora di pranzo, a casa di Caltagirone. A tavola, con l'editore del «Messaggero», siedono personaggi di prim'ordine: Fiorani, Boni,Gianni e i banchieri d'affari della Lazard Arnaldo Borghesi e Luca Ditadi, che avevano viaggiato con il volo privato che aveva portato Boni quella mattina stessa a Roma per l'appuntamento a casa del Governatore. Fazio e Frasca, invece, disertano la colazione «perché Banca d'Italia — confesserà poi Fiorani agli inquirenti — preferiva mantenere una posizione coperta o defilata in quella circostanza ». Sarebbe stato come mostrare il fianco agli avversari. Guai a far vedere ciò che tutti intuivano, e cioè che Fazio manovrava dietro le quinte. Resta da capire fino a che punto fosse il Governatore a servirsi di Fiorani e fino a che punto, invece, non fosse Fiorani a condizionarne le decisioni, con l'astuzia di una volpe. Caltagirone pone dunque le sue condizioni per essere socio stabile della Bnl: la presidenza della banca per nove anni e una opzione put allo scadere della presidenza che gli garantisca il riacquisto della quota da parte di un terzo.
Il pacchetto argentino
C'è poi un'altra questione che preoccupa molto Fazio. Un ruolo determinante, per blindare l'azionariato della Bnl contro l'"aggressione"del Bbva,lo svolge il pacchetto azionario estero riconducibile agli argentini Francisco Macrì e Angelo Calcaterra e a tale Alan Clore: quel 9,6% di Bnl, che può salire fino al 15% con l'esercizio di alcuni diritti d'opzione, parcheggiato su quattro conti dell'Ubs di Lugano, al cui rastrellamento —secondo quanto riportato ieri dal Sole 24 Ore-Radiocor — avrebbe partecipato con un ruolo importante l'Euromobiliare. Fazio vuole che il pacchetto azionario argentino sia messo al sicuro il più in fretta possibile «e ci chiese di cercare di acquisirlo — sono parole di Fiorani — perché aveva un valore strategico dal momento che unito al contropatto e ad altri soci disponibili avrebbe potuto efficacemente contrastare...» l'offerta pubblica degli spagnoli. L'adesione all'offerta di quel 10-15% di azioni Bnl avrebbe decretato la vittoria degli iberici. Quindi bisognava toglierlo di mezzo.
Passaggio a Singapore
Un aiuto in questa direzione lo offre Caltagirone; il quale, durante il pranzo del 19 marzo, dice di sapere dell'esistenza di questi titoli e di poter mettere in contatto Fiorani con una persona bene informata al riguardo. Detto fatto: dopo qualche giorno si presenta a Lodi, nel quartier generale della Popolare Italiana, l'onorevole Vito Bonsignore, classe 1943, nato a Bronte, deputato europeo eletto nelle liste dell'Udc,esponente del contropatto della Bnl. A Fiorani e Boni, l'onorevole siciliano fornisce il numero di telefono dell'avvocato svizzero Chistian Fischele, che esercita a Ginevra. È lui il tramite. «Ricordo ancora — spiega Boni ai magistrati —che dopo un po'di tempo lo stesso Bonsignore ci disse che l'operazione si poteva fare ma occorreva prevedere un passaggio per Singapore dove sarebbe rimasta l'eventuale plusvalenza a disposizione di un soggetto che lo stesso Bonsignore si riservava di indicare».
A chi finirono, dunque, le azioni "argentine" di Bnl? Finirono a Fiorani? L'ex padre-padrone di Lodi ebbe un incontro con Fabio Calì, che agiva per conto del gruppo dei soci sudamericani,e pertanto l'ipotesi che possa essere stato lui l'acquirente non è del tutto inverosimile. Oppure furono rilevate dall'Unipol? L'impresa assicurativa guidata da Giovanni Consorte lavorò per conquistare la maggioranza della Bnl,dopo il flop dell'offerta degli spagnoli. Acquistò anche dagli argentini? L'enigma resta irrisolto. Per ora.
13.06.2007 - da Il Secolo XIX
Squilli stile anni Novanta sul telefono di D'Alema
di Ferruccio Sansa
«Queste intercettazioni sono un flop», sorride il cassiere dei Ds, Ugo Sposetti. «Nel merito è evidente a tutti che da quelle conversazioni emergono solo delle cavolate», chiosa ostentando sicurezza Massimo D'Alema.
Beati loro, viene da dire, che sono così sicuri. Che hanno chiuso il capitolo intercettazioni con battute infastidite o, peggio, sprezzanti. Ma in questo modo, gli esponenti del centrosinistra dimostrano soprattutto una cosa: la siderale distanza che li separa dai loro elettori. E ha ragione, questa volta sì, D'Alema quando punta il dito sull'allontanamento dei cittadini dalla politica, ma paradossalmente non si accorge (oppure finge di non accorgersi) che questo distacco è provocato proprio da atteggiamenti come il suo.
Proviamo ad analizzare quali sono le colpe della classe dirigente diessina in questa vicenda. La prima, la più grave, potrebbe non essere quella che emerge dalle sconvenienti conversazioni telefoniche intercettate. No, il peccato più grave è la totale indifferenza che i vertici Ds hanno manifestato verso chi chiedeva loro delle spiegazioni. Qui non si tratta soltanto del ben noto fastidio di D'Alema e soci nei confronti dei cronisti, ma anche di una sostanziale noncuranza verso l'opinione pubblica. E di un comportamento arrogante che un politico non può permettersi. Facciamo alcuni esempi concreti di cui chi scrive è stato testimone diretto. Quando D'Alema fu interpellato sul leasing concessogli da una banca legata a Gianpiero Fiorani per l'acquisto del suo yacht, rispose: «Mi avete già rotto abbastanza i c.... con 'sta storia della barca». Non c'era niente di improprio, probabilmente, in quel contratto, ma nell'atteggiamento di D'Alema sì.
Lo stesso peccato originale è rintracciabile nella vicenda che ha visto come protagonisti il generale della Finanza Roberto Speciale e Vincenzo Visco. A prescindere dalle ragioni che hanno spinto il vice-ministro a trasferire i quattro ormai famosi finanzieri (uno dei quali si era occupato dell'indagine Unipol-Bnl), la colpa sicura di Visco è consistita nell'aver respinto con fastidio ogni tentativo di avere chiarimenti.
Ma l'elenco delle auto-assoluzioni dei Ds potrebbe continuare, fino, appunto, al caso Consorte. «Si tratta di telefonate. Non c'è nessuno scandalo, non ci sono tangenti, non ci sono soldi, non ci sono conti all'estero, non ci sono ingerenze, non ci sono patti occulti, non c'è nulla», taglia corto Piero Fassino. Èâ??vero, ai Ds non sono addebitati reati, ma per Consorte - che «fa sognare» D'Alema, che fa chiedere a Fassino «abbiamo una banca?» - i pm parlano eccome di soldi. Consorte, insieme con il suo vice Ivano Sacchetti, dovrà spiegare la natura di un compenso di 48 milioni di euro. Ma Fassino invece di spiegare preferisce rispolverare il vecchio vocabolario del complotto: «Si sta tentando di delegittimarci sul piano morale, ma non vedo dov'è che c'è una questione morale». Fassino no, non la vede, e anche questo è un segno.
C'è poi D'Alema. Da oltre un anno arrivavano richieste al ministro degli Esteri perché rivelasse - se non v'era nulla da nascondere - il contenuto delle conversazioni. Lui, però, non ha mai degnato di attenzione la questione. E, forse, questo è perfino più grave delle responsabilità politiche che potrebbero emergere dai colloqui con Consorte. Che siano «cavolate» per adesso lo dice soltanto D'Alema. I magistrati sono perplessi soprattutto per quel frammento in cui il leader diessino direbbe: «Devi farti un elenco delle prudenze... delle comunicazioni». Non è sicuramente così, ma se dovesse emergere che D'Alema intendeva avvertire
l'amico perché forse il suo telefono era sotto controllo, bé... non sarebbe una «cavolata».
Alla fine, insomma, il tifo per una compagnia di allegri finanzieri che sono indagati in mezza Italia è quasi il meno. Così come il fatto che esponenti di partito abbiano comportamenti più da affaristi che da politici.
Da questa storia comincia piuttosto a emergere una somiglianza della classe dirigente diessina con quella socialista di craxiana memoria. La rivelano il fastidio e l'ironia sprezzante nei confronti dei giornalisti che chiedono conto ai vertici diessini del loro operato. Ma soprattutto le frasi pronunciate da D'Alema nei confronti della magistratura: «È uno schifo. In questa vicenda si è comportata in modo inaccettabile». Sembra di sentire Bettino Craxi, gli stessi toni, gli stessi gesti. E poi il tentativo di spostare il fuoco della polemica: non gli affari dei partiti, ma l'invadenza di magistrati e giornalisti. Alla fine la questione si ribalta: il problema non sono le parole di D'Alema e Fassino, ma le intercettazioni.
Così anche i Ds, che paiono sempre più vicini al partito degli affari e dei "furbetti del quartierino", somigliano sempre più ai cugini del Psi.
Certo, finora la gravità delle contestazioni è decisamente inferiore rispetto a vent'anni fa, ma c'è sempre tempo per imparare la cattiva lezione. Fino all'epilogo.
12.06.2007 – Il Secolo XIX on line
Camorra, quattro arresti in Liguria
fin dal 2003, alcuni affiliati al clan Ascione-Montella si sarebbero rifugiati nel Tigullio per sfuggire a una vera e propria faida innescata dagli omicidi di alcuni boss compiuti da una cosca rivale
Quattro persone, accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, sono state arrestate dai carabinieri a Sestri Levante e Casarza Ligure nell’ambito della maxi-operazione contro due clan camorristici portata termine ieri dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.
In manette sono finiti Giuseppe D’Amato, 32 anni, la moglie Luciana Vivace, 28, entrambi originari di Torre del Greco (Napoli); Domenico Savio Montella, 31 di Ercolano (Napoli); e Angelo Malabruzzi, 37 anni, nato a Torre del Greco.
Secondo gli inquirenti, fin dal 2003, alcuni affiliati al clan Ascione-Montella si sarebbero rifugiati nel Tigullio per sfuggire a una vera e propria faida innescata dagli omicidi di alcuni boss compiuti da una cosca rivale.
Nella Riviera di Levante i quattro catturati nella notte, stando a quanto riferito dagli investigatori, avevano importato una colonia da Ercolano, impiantandovi le proprie attività criminali.
In pratica il denaro frutto del racket e dell’usura veniva investito nell’acquisto di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti poi vendute nel Tigullio e lo smercio avveniva grazie alla complicità di parenti e compaesani anche loro trapiantati in Liguria.
L’organizzazione era infatti caratterizzata da una spiccata «conduzione familiare». I quattro arrestati sono in carcere a Chiavari e nel penitenziario femminile di Pontedecimo, a Genova, a disposizione dei magistrati della Dda napoletana.
12.06.2007 - Adnkronos -
Genova: Carabinieri smantellano trafficanti droga, 12 Arresti
E' stato il sequestro di un commerciante di Arenzano (Genova) ad avviare l'inchiesta dei Carabinieri genovesi che ha portato a smantellare un'organizzazione di spacciatori di droga italo-albanesi. Il bilancio complessivo dell'operazione, conclusa nei giorni scorsi, registra otto denunce a piede libero, il sequestro di 750 grammi di cocaina e 18 ordinanze di custodia cautelare in carcere eseguite nei confronti di 12 persone, di cui 7 arrestate in flagranza di reato. Si tratta di 5 albanesi, sei italiani e un equadoriano.
Componente principale della banda era l'abanese Prifti Wilson, detto Roni, che riceveva cocaina a Roma e, tramite il suo connazionale Lala Ariol, la inviava a Genova, ad Alessandro Fiori, che provvedeva a sua volta a smistarla agli spacciatori. Nel capoluogo ligure i passaggi di mano dello stupefacente avvenivano nelle vicinanze della farmacia Europa (del tutto estranea alla vicenda), in corso Europa, che ha dato il nome all'operazione.
L'uomo sequestrato e' un trentenne titolare di una rivendita di motori marini di Arenzano, figlio di un imprenditore abitante nella stessa cittadina. Il giovane, consumatore abituale di cocaina, era debitore all'organizzazione di 7-8mila euro. Per saldare il conto, nel marzo 2006, tre albanesi della banda, armati di pistola, lo avevano tenuto sotto sequestro per alcune ore, liberandolo solo dopo avere ricevuto dal debitore, in cambio della somma dovuta, l'auto (una Fiat Brava) e tre motori Johnson.
12.06.2007 - Sole 24 Ore
Giallo Bnl, la pista Bbva
di Giuseppe Oddo
Il 9,6% di Bnl riconducibile a persone di nazionalità argentina, considerato strategico per il controllo della banca, era stato costituito prima dell'estate 2004 senza che la Consob ne fosse informata. Quanto tempo prima non sappiamo. È però certo che, nell'agosto di quell'anno, i misteriosi intestatari del "pacco argentino" vennero allo scoperto contattando il Bbva: il Banco di Bilbao Vizcaya Argentaria. È in questa direzione che indaga il pm di Milano Luigi Orsi, titolare dell'inchiesta sulla scalata alla banca romana. L'istituto spagnolo, in quel momento, era il primo socio di Bnl, con una quota intorno al 15%, ed era in cerca di alleati con cui accrescere la sua influenza sulla banca.
I titoli che componevano il cosiddetto pacco argentino erano stati depositati su quattro conti dell'Ubs di Lugano, su ognuno dei quali figuravano 59,5 milioni di azioni ordinarie Bnl. I primi tre conti facevano capo ad altrettante società: la European Real Estate Management Llp, registrata a Cardiff, la Media Colos Sca e la Media Group Sa; il quarto, a una persona fisica: tale Alan Clore. Amministratore delegato e legale rappresentante delle tre società era Hanna Maroun Kikano, un signore con passaporto libanese. Le prime due società erano riconducibili a Francisco Macrì; la terza, ad Angelo Calcaterra; entrambi cittadini argentini. Procuratore speciale dei quattro pacchi azionari era il notaio Gian Carlo Mazza, dello studio Mazza Politi Amato di Roma. A Mazza era stato conferito mandato a partecipare a tutte le assemblee di Bnl (con facoltà di voto per qualsiasi ordine del giorno) e a vendere le azioni (con il potere di sottoscriverne l'atto di vendita, di convenirne il prezzo e di riscuotere l'incasso).
Il primo contatto con il Bbva avviene nell'agosto 2004, per telefono. A chiamare Gonzalo Torano, responsabile del dipartimento espansione corporativa del Bilbao, è l'avvocato lussemburghese Philippe Wassila in rappresentanza dei soci argentini di Bnl. Torano non sa niente di quei titoli, ne ignora la titolarità, e spiega al suo interlocutore che il Governatore di Banca d'Italia Antonio Fazio ha negato al Bbva l'autorizzazione a varcare la soglia del 15% di Bnl. Cionondimeno, trasferisce il contenuto della conversazione con Wassila allo studio legale Ughi e Nunziante, che assiste il Bbva in Italia. Tra l'ottobre e il dicembre 2004, gli avvocati degli spagnoli telefonano in Lussemburgo, apprendono che i clienti di Wassila formano un gruppo di azionisti Bnl rappresentato dal notaio Mazza di Roma, e ne informano il Bbva.
Le primi riunioni si svolgono nel gennaio 2005. A una di queste Wassila si presenta con Fabio Calì, uno sconosciuto che avrà l'onore delle cronache qualche mese più tardi. I fratelli catanesi Fabio e Carmelo Calì (quest'ultimo già avvocato del boss mafioso Nitto Santapaola) subiranno il sequestro di alcuni immobili di pregio acquistati in solo quattro mesi, a Roma, con un finanziamento di Meliorbanca da 80 milioni di euro ottenuto con documenti che si riveleranno falsi.
Tra il 13 e il 14 gennaio 2005, nello studio Ughi e Nunziante, si ritrovano i legali del Bbva e gli intermediari degli azionisti argentini: Calì, Kikano e il notaio Mazza. È in questa circostanza che gli spagnoli sentono parlare del 9,6% di Bnl in mano a non meglio identificati soci esteri e dell'esistenza di altri titoli e di diritti di acquisto che avrebbero consentito a questi soci di incrementare la loro quota al 15 per cento. Calì, Kikano e Mazza dicono di voler vendere le azioni a un prezzo che includa un premio sulle quotazioni di Borsa e propongono una due diligenge in Svizzera per dar modo agli spagnoli di accertare la regolarità dei documenti.
A fine gennaio, in occasione di un altro incontro, questa volta nell'ufficio di Fabio Calì, entra anche in scena l'avvocato ginevrino Christian Fischele. Il quale rivela, ai legali del Bbva, la struttura societaria cui fanno capo le azioni argentine e i beneficiari dell'intera costruzione: Francisco Macrì, Angelo Calcaterra e Alan Clore. Ad essi era riconducibile l'8% di Bnl; a Calì ed a suoi familiari un altro 1,6%; e, grazie ai diritti di acquisto già al sicuro, la partecipazione sarebbe potuta salire al 15%.
Ai primi di febbraio, durante un'altra riunione nell'ufficio di Calì, agli spagnoli viene detto che dell'eventuale trasferimento dei titoli in deposito a Lugano sarebbe stata incaricata Banca Akros, della Popolare di Milano. E che l'operazione sarebbe stata curata da un broker della sede di Bologna della Akros, Sandro Presti, anch'egli presente in riunione. Gli spagnoli, però, non verificarono mai la veridicità delle informazioni che andavano ricevendo da Calì, Mazza e Kikano. I programmati viaggi in Svizzera per constatare l'esistenza e la titolarità delle azioni non ebbero mai luogo.
Il 18 marzo 2005 il Bbva presenta a Banca d'Italia un'informativa preliminare per il lancio di un'offerta pubblica di scambio su Bnl (prassi introdotta da Antonio Fazio, quella dell'informazione preventiva, e soppressa dal suo successore, Mario Draghi). L'annuncio di un'Opa viene diramato nel medesimo giorno dalla banca olandese Abn Amro nei confronti di Antonveneta. La "guerra per banche" è cominciata. Il 29 dello stesso mese gli spagnoli rendono noti i termini dell'Ops su Bnl. A questo punto il pacco argentino può essere determinante per la conquista della banca: può far pendere l'ago della bilancia da una parte o dall'altra. Tant'è vero che in Banca d'Italia scatta l'allarme. Per agganciare i proprietari delle azioni, Antonio Fazio chiama a raccolta i suoi uomini più fidati, primo fra tutti Giampiero Fiorani, che dalla plancia di comando della Bpi sta nel frattempo contrastando con ogni mezzo - lecito e illecito - l'avanzata degli olandesi in Antonveneta.
Mentre infuria la battaglia per le Opa bancarie, gli spagnoli tornano a incontrare Calì e Mazza, in aprile. Ma le riunioni si concludono in un nulla di fatto. I manager del Bilbao appaiono poco rassicurati dalle informazioni dei due mediatori e chiedono ulteriori elementi di prova. Così, a fine aprile, il notaio Mazza estrae dal cassetto la procura conferitagli da Kikano sulla titolarità del pacco argentino. Il tempo passa freneticamente, e il 10 maggio si svolge l'ultima riunione, ancora una volta nell'ufficio di Calì. I manager spagnoli sperano di poter consultare documenti più esaustivi, ma senza risultato. Ed ecco l'inatteso colpo di scena finale: mentre fanno anticamera da Calì, si vedono superati da due signori dall'aspetto noto. Sono Fiorani e il suo braccio destro, Gianfranco Boni, che da lì a qualche mese cadranno dall'altare nella polvere, travolti dalle inchieste giudiziarie. Non è tutto: dopo la riunione, i banchieri baschi si congedano da Calì convinti di non avere più nulla da dirgli e questi presenta loro una persona - un parlamentare il cui nome resta sconosciuto, probabilmente un senatore - che è lì in attesa di essere ricevuto. Da questo momento in poi la scalata a Bnl entra nel vivo con l'ingresso in scena della Unipol di Giovanni Consorte. Che sarà estromessa, alla fine della storia, per far posto ai francesi di Bnp Paribas.
12.06.2007
Clementina facci sognare
di Marco Travaglio
Oggi l’Unità non sarà in edicola per uno sciopero sacrosanto (gli editori stanno cercando di far fuori il direttore Antonio Padellaro e di rimetter mano al contratto di collaborazione di Furio Colombo). Dunque non uscirà nemmeno la rubrica “Uliwood Party”. Chiedo ospitalità al sito per dire quel che penso delle intercettazioni del caso Unipol.
Se in Italia non esistesse Berlusconi con la fairy band dei Previti e dei Dell’Utri, ce ne sarebbe a sufficienza per chiedere le dimissioni di Massimo D’Alema da vicepremier, di Piero Fassino da segretario dei Ds e di Nicola Latorre da vicecapogruppo dell’Ulivo al Senato. Quello che emerge dalle loro telefonate con Giovanni Consorte (e, nel caso di Latorre, anche con il preclaro “compagno” Stefano Ricucci) ha un solo nome: conflitto interessi, e dei più gravi. Naturalmente tutto il dibattito è falsato dalla presenza in Parlamento di Berlusconi e della fairy band, al cui confronto il gravissimo conflitto d’interessi Ds-Unipol-coop rosse impallidisce. Ma in un paese normale (espressione cara a D’Alema), nel quale dunque Berlusconi & C. fossero già stati sbattuti fuori dalla vita pubblica, i telefonisti rossi se ne dovrebbero andare su due piedi.
Fassino doveva incontrare il banchiere Luigi Abete (chissà perché, poi) e non sapeva cosa dirgli: perciò chiedeva a Consorte di scrivergli i testi. Poi si lamentava perché Chicco Gnutti era andato a una cena elettorale di Berlusconi: credeva che anche lui fosse un “compagno”, solo perché aveva partecipato all’orrenda scalata Telecom insieme a Consorte e Colaninno, e osservava che Gnutti stava puntando sul cavallo sbagliato, il Cavaliere, che prevedibilmente di lì a un anno avrebbe perso le elezioni.
Intanto Latorre amoreggiava con Ricucci, un tipo che Enrico Berlinguer non avrebbe sfiorato nemmeno con una canna da pesca. Ci scherzava, lo trattava da pari a pari, faceva il tifo per lui.
D’Alema, che com’è noto è molto intelligente, avvertiva Consorte delle possibili intercettazioni telefoniche (“attenzione alle comunicazioni”) parlandogli al telefono: una mossa davvero geniale, machiavellica, volpina. Poi lo esortava ad “andare avanti” nella scalata alla banca romana, abbandonandosi a un tifo da stadio (“facci sognare!”). E si occupava personalmente della quota detenuta in Bnl da Vito Bonsignore, pregiudicato per corruzione nonché europarlamentare dell’Udc.
Stiamo parlando dei tre massimi dirigenti de Ds che, due estati fa, negavano spudoratamente di essersi occupati dell’Opa di Unipol alla Bnl, affermando di essersi limitati a rivendicare il buon diritto dell’assicurazione delle coop rosse a partecipare alla contesa bancaria. Latorre negava addirittura di aver passato il suo telefono a D’Alema perché parlasse con Consorte. I cavalli sui quali questi insigni statisti puntavano sono poi finiti tutti sotto inchiesta per gravissimi reati finanziari. Ricucci addirittura in galera e in bancarotta. Consorte e Gnutti hanno condanne non definitive per insider trading.
Se questa non è una gigantesca “questione morale”, come solo Parisi, Di Pietro e pochi altri politici dissero fin dall’estate 2005, non si sa proprio che cosa lo sia. Ma, nelle reazioni del Botteghino alla divulgazione di brani di intercettazioni, non c’è un’ombra di autocritica, di ripensamento, di riflessione. Anzi si sentono e si leggono frasi copiate pari pari dalla propaganda berlusconiana e craxiana: “veleni”, “attacco”, “operazione scandalistica”, fughe di notizie”, “circuito mediatico-giudiziario”. Condite con attacchi vergognosi alla giudice Clementina Forleo, che ha fatto semplicemente il suo dovere, applicando una legge demenziale - la Boato - varata da destra e sinistra amorevolmente a braccetto nell’estate 2003. Se ieri, per tutta la giornata, sono usciti brandelli di intercettazioni, è soltanto perché, con una decisione giuridicamente inedita quanto discutibile, il vertice del Tribunale di Milano ha stabilito che gli avvocati difensori degli 83 indagati del caso Antonveneta potessero soltanto prendere appunti dalle centinaia di pagine di trascrizioni, ma non prelevarne copia. Se, come dovrebbe avvenire in un paese civile, e come infatti avviene in America e in Inghilterra, gli atti giudiziari non più segreti venissero messi integralmente a disposizione delle parti e anche della stampa, si saprebbe tutto subito, e si eviterebbe di costringere i giornalisti a pendere dalle labbra di questo o quell’avvocato, a fidarsi dei loro appunti non certo completi né disinteressati. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Ma qui non c’è alcun “attacco”, nessuna “operazione”, nessun “circuito mediatico-giudiziario”. Si chiama, molto più semplicemente, “informazione”. I cittadini da oggi sanno qualcosa in più delle scalate bancarie illegali all’Antonveneta, alla Bnl e alla Rcs avviate dai furbetti del quartierino sotto l’alta protezione dello sgovernatore Fazio, dell’allora premier Berlusconi, dei vertici dei Ds, della Lega Nord e di Forza Italia (ci sono anche i berlusconiani Cicu, Grillo e Comincioli, al telefono con Fiorani). Ed è doveroso che sappiano, visto che su quelle telefonate il Parlamento sarà chiamato molto presto a votare pro o contro l’autorizzazione a usarle nei processi ai furbetti.
Invece il senatore-avvocato Guido Calvi, già difensore di Ricucci e di D’Alema, nonché attuale difensore dell’ottimo Geronzi, dunque in pieno conflitto d’interessi anche lui, dice cose assurde contro i giudici di Milano e contro i giornalisti. Invoca interventi della Procura per “bloccare” le notizie che doverosamente la libera stampa fornisce ai cittadini. E chiede l’immediata approvazione al Senato della legge-bavaglio-Mastella, già varata dalla Camera con maggioranza bulgara: tutti i partiti affratellati, nessuno escluso. I voti del centrodestra all’ennesima porcata non mancheranno: Berlusconi ha già solidarizzato con D’Alema e D’Alema ha già solidarizzato con Berlusconi per la splendida contestazione (uova a parte) subìta da Bellachioma a Sestri Ponente. E la Cdl ha già annunciato con non userà politicamente quelle telefonate, onde evitare che a qualcuno, a sinistra, salti in mente di usare i gravissimi reati della fairy band berlusconiana per rinfacciare finalmente la questione morale alla destra.
Persino Veltroni perde la testa e vaneggia di “crisi del sistema democratico”: ma non per il contagio del conflitto d’interessi che infetta il maggior partito della sinistra, bensì perché è finalmente affiorato alla luce del sole. Come se il problema non fosse ciò che i suoi compagni dicevano al telefono con personaggi ben poco raccomandabili, nel pieno di un’Opa e di una contro-Opa, in spregio alle più elementari regole del libero mercato; ma il fatto che finalmente tutto ciò stia venendo fuori. Hai la faccia sporca? Invece di andarti a lavare, dai la colpa allo specchio che la riflette. E tenti di romperlo, lo specchio, per non vedere mai più la faccia sporca. Che schifo.


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